Su New York, gli Stati Uniti d'America e altre storie. Ma sì, suvvia! Questa è solo "aria fritta". Non mettetemi alle strette: "Sono solo canzonette", in fondo...
PERSONE CHE HANNO LETTO O CURIOSATO
venerdì 24 gennaio 2014
mercoledì 15 gennaio 2014
La rivoluzione "verde" americana
Lo so, il titolo è un po' fuorviante.
No, non c'entra niente Gheddafi e la "Rivoluzione Verde" che lo vide protagonista in Libia il 1° settembre del 1969.
Né c'entra, in questo caso, l'ecologia o le auto elettriche (peraltro in prepotente espansione negli Stati Uniti).
E' che negli Usa sta accadendo, quasi in silenzio, un'altra rivoluzione.
In un certo senso, appunto, "verde".
La notizia ha fatto il giro del mondo.
Da 15 giorni, infatti, in Colorado e nello Stato di Washington è permesso la vendita e il consumo dei prodotti derivati dalla cannabis "per uso ricreativo".
Ve lo scrivo spesso, in queste pagine, che "l'America è sempre lì, pronta a sorprenderci e a prenderci in contropiede", no?
Intanto un passo indietro: negli Stati Uniti, oggi, sono già 21 gli
Stati dove il consumo di marijuana è permesso per "ragioni mediche", per alleviare dolori derivanti da alcune patologie. E altri dieci Stati Usa si stanno
muovendo nella stessa direzione.
A questi, fra non molto, si unirà anche lo Stato di New York: ad annunciarlo ufficialmente è stato - nel corso del tradizionale discorso programmatico di inizio anno, qualche giorno fa - il governatore Andrew Cuomo: “La marijuana può aiutare ad alleviare i dolori e a rendere più efficace il trattamento di alcuni tumori - ha detto - come ormai ampiamente dimostrato dalla scienza medica".
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| Andrew Cuomo |
Detto, fatto: il Governatore dello Stato di New York ha ufficialmente annunciato che varerà, “sulla scia di ciò che è accaduto in molti altri Stati americani, un programma che permetterà a 20 ospedali dello Stato di New York di prescriverla”.
Per rassicurare gli scettici e i contrari, il Governatore Cuomo ha detto che “nulla sarà lasciato al caso” e che “il programma sarà controllato costantemente per valutare la sua efficacia”.
Dalla sua ha l'opinione pubblica: dopo l’esito di referendum popolari tenutisi in alcuni Stati, l’82% dei cittadini di New York si è detto favorevole all’utilizzo della marijuana per "scopi curativi”; per lenire, per esempio, i dolori di pazienti malati di cancro, di glaucoma, di sclerosi multipla o colpiti da altre malattie che rientrano in alcuni standard definiti dal Dipartimento della Sanità.
Più in generale, invece, un altro sondaggio effettuato in questi giorni negli Usa dal Pew Research
Center, ci dice che il 52% degli americani è favorevole all’eliminazione
del divieto di consumo e utilizzo dei prodotti derivanti dalla cannabis, contro, ad un 45% che rimane contrario.
Un altro sondaggio, questa volta realizzato dalla Gallup, ci dice invece che i favorevoli sono il 58%.
Ma tre intervistati su quattro
sostengono, comunque, che il denaro speso per la lotta alla cannabis non è "un buon
investimento".
E il punto, forse, è tutto qui.
In questo caso, quelle che saranno adottate nello Stato di New York sarebbero norme ben più restrittive rispetto a quelle di Colorado o
California, dove la "marijuana curativa" è disponibile anche per chi ha dolori
meno importanti e di natura differente, come, per esempio, il mal di schiena.
Tra l'altro, il Governatore Cuomo in passato si è già pronunciato a favore della depenalizzazione del reato di possesso di stupefacenti per chi
detiene per uso personale fino a 15 grammi di marijuana.
Tutto questo mentre il
Colorado e lo Stato di Washington hanno invece autorizzato l’uso della cannabis
anche per i cosiddetti “fini ricreativi”, decidendo che saranno rilasciate
licenze per l’apertura di veri e propri ‘coffee shop‘: negozi dove è possibile acquistare legalmente marijuana.
Si tratta della conseguenza di referendum popolari che si sono svolti a novembre e che
chiedevano all'elettore se poteva o no essere consentito l'uso della marijuana al di là dei già permessi "scopi medici" .
Per capire, quella emersa dal referendum in Colorado,
è una posizione più aperta di quella olandese, dove attualmente la marijuana a
scopo ricreativo è tollerata, ma non legalizzata.
Dopo il risultato del referendum, in Colorado c’è
stata una vera e propria valanga di richieste di rilascio di licenza: per ora, ne
sono state approvate 348, e già il primo gennaio sono stati aperti 14 punti
vendita.
In questi negozi, il 90% della merce è composta da
prodotti a base di marijuana: non solo erba da fumare ma anche alimenti (come,
per esempio biscotti o torte) a base di olio di marijuana.
In Colorado il consumo di cannabis è equiparato a quello dell’alcol, con rigide e precise restrizioni per chi guida e per chi ha meno di 21 anni.
E si sa, negli Usa queste sono norme che vengono osservate (e che "conviene" osservare) con diligenza.
E si sa, negli Usa queste sono norme che vengono osservate (e che "conviene" osservare) con diligenza.
Secondo le nuove regole, chiunque in Colorado può coltivare a casa fino a sei piante o portar con sé fino a 28 grammi di sostanza.
Nello Stato di Washington, i primi negozi apriranno
fra due–tre mesi.
E’ stata la California il primo Stato americano a
legalizzare la marijuana per scopi medici: era il 1996.
Chi è stato sul "lungo oceano" di Santa Monica, per
esempio, avrà sicuramente visto la pubblicità in strada (come quella fotografata da me proprio lì e che vedete qui sotto) di ambulatori medici che
rilasciano, dopo apposita visita, certificati che motivano l’uso della
marijuana. Ad esempio, appunto, per alleviare dolori.
Bisogna dire che in California, in questi giorni,
il 55% della popolazione si è già detta a favore della legalizzazione della
marijuana anche al di là degli scopi medici, dunque per il cosiddetto uso
“ricreativo”.
Ma l'impressione degli osservatori è che, così come è avvenuto negli Usa per i referendum sui matrimoni fra persone dello stesso sesso, dopo Colorado e Stato di Washington è probabile che negli Stati Uniti ci sarà ora un nuovo "effetto a catena", e che
numerosi saranno gli Stati che sottoporranno la questione a referendum nella
prossima tornata elettorale del 2016.
Ma, dicevo, il problema è anche "finanziario": l'opinione di tre americani su quattro secondo i quali il denaro oggi speso per la lotta al consumo di cannabis non è "un buon investimento", è confermato dai dati secondo cui, per gli Usa, la "rivoluzione verde americana" significherà una notevole
fonte di entrate fiscali in grado di dar respiro ai bilanci pubblici.
Un
parlamentare democratico ha stimato che grazie a questo provvedimento, il solo Colorado incasserà qualcosa come fra i 70 e i 100
milioni di dollari: e il 70% di questo denaro - è già stato deciso - sarà investito nell’istruzione, con la
costruzione di scuole nuove o la ristrutturazione e l'ammodernamento di quelle che ne hanno
bisogno.
E siccome - lo avrete capito se conoscete gli Usa o leggete queste pagine - gli americani sono assai pragmatici, è evidente che la prospettiva di risparmiare sulle tasse abbia avuto il suo effetto. Soprattutto dopo aver saputo che gli Stati Uniti, grazie a queste nuove leggi risparmieranno, solo in
operazioni di polizia, quasi 8 miliardi di dollari all’anno.
E, contemporaneamente, farebbero entrare nelle
casse americane ulteriori 6 miliardi di dollari all’anno derivanti
dalle tasse sull’erba legale.
Totale: quasi 14 miliardi di
dollari in più nelle casse dello Stato.
Com’è ovvio, questa nuova realtà ha destato interesse dell’alta finanza Usa.
Secondo il "Medical marijuana business daily" – che è la principale fonte di
informazione per il mercato americano della cannabis ad uso medico - le vendite autorizzate, quest'anno, avranno un giro d'affari di oltre un miliardo e mezzo di dollari, per schizzare a 6
miliardi di dollari entro il 2018.
Fondi d’investimento hanno così messo nel loro portafoglio anche azioni di aziende come quelle che producono, per
esempio, distributori automatici di marijuana o macchinari di "sistemi idroponici", che permettono cioè
di far crescere piante senza l’uso della terra.
Ci sono anche gruppi
finanziari che hanno allo studio l’apertura di una catena di negozi di lusso
dove "in ambiente adeguato alla clientela esigente" verranno vendute varianti più costose e ricercate di marijuana.
Un solo consiglio ai turisti italiani: seguire le regole, non tentare di fare i furbi, e toglietevi dalla testa che negli Usa ci possano essere interpretazioni "elastiche" delle norme.
Insomma: se non volete passare guai seri (anzi, serissimi) meglio lasciar perdere.
Un solo consiglio ai turisti italiani: seguire le regole, non tentare di fare i furbi, e toglietevi dalla testa che negli Usa ci possano essere interpretazioni "elastiche" delle norme.
Insomma: se non volete passare guai seri (anzi, serissimi) meglio lasciar perdere.
© dario celli. Tutti i diritti sono riservati
mercoledì 8 gennaio 2014
Il giuramento di Christopher
Questo signore qui sotto si chiama Christopher Scheffer.
E' stato immortalato mentre, cinque giorni fa, prestava giuramento dopo essere stato proclamato ufficialmente consigliere comunale di Pomfret, 15mila abitanti dello Stato di New York.
E' stato immortalato mentre, cinque giorni fa, prestava giuramento dopo essere stato proclamato ufficialmente consigliere comunale di Pomfret, 15mila abitanti dello Stato di New York.
No, non avete visto male: quello che ha in testa è, in effetti, uno scolapasta.
Il nostro Christopher, infatti, è seguace - anzi, è anche ministro, "sacerdote" - della "Flying Spaghetti Monster", la "Chiesa del Mostro degli Spaghetti Volanti", della quale lo scolapasta è il copricapo ufficiale.
No, non vi sto prendendo in giro.
Esponente dei "Pastafariani" - così si chiamano i seguaci di questa decisamente insolita congregazione "non religiosa" - Christopher Scheffer lo scorso 6 novembre si presentò alle elezioni locali a Pomfret venendo eletto.
Una notizia nella notizia: Scheffer, infatti, è il primo eletto nelle istituzioni americane seguace di questa religione "parodistica".
Non bisogna stupirsi: l'assoluta libertà religiosa è saldamente protetta dal Primo Emendamento della Costituzione Americana, secondo il quale “Il Congresso
non potrà porre in essere leggi per il riconoscimento ufficiale di una
qualsiasi religione, o per proibirne il libero culto; o per limitare la libertà
di parola o di stampa; o il diritto dei cittadini di riunirsi in forma pacifica
e d’inoltrare petizioni al governo per la riparazione di ingiustizie”. Correva l’anno 1789.
In mezzo all'arcipelago delle mille religioni di cui vi è massimo rispetto negli Usa (a proposito, gli stessi parlamentari americani sono di 25 confessioni religiose differenti), c'è anche il "Pastafarianesimo", una sorte di non-religione, di finta religione, nata nel maggio del 2005 dalla mente di Bobby Henderson, allora studente 24enne.
Doveva essere decisamente un gran rompicoglioni, il nostro Bobby, al quale proprio non andava giù la decisione che quell'anno prese il Parlamento del Kansas in materia di programmi scolastici.
Proprio nei mesi precedenti, infatti, il Parlamento dello Stato del midwest americano decise, su indicazione del Consiglio per l'Istruzione del Kansas, che in tutte le scuole pubbliche da allora in poi sarebbe stato insegnato il "creazionismo": la teoria secondo la quale l'essere umano nacque sul pianeta Terra grazie "al disegno intelligente di Dio". In contrapposizione, insomma, alla teoria "darwiniana" della selezione naturale.
Una decisione che mandò su tutte le furie appunto l'allora studente Bobby Henderson, il quale - non so dire se sotto l'effetto di qualche sostanza psicotropa - prese carta e penna scrivendo alle autorità una lettera nella quale dichiarava che lui ed altre persone credevano che la vita fosse stata creata dal "Prodigioso Spaghetto Volante" giunto svariate centinaia di milioni di anni fa sul Pianeta Terra.
Affermava trattarsi di una teoria "suffragata da inoppugnabili prove scientifiche" cui lui e gli altri seguaci di questa religione facevano riferimento con fede.
Religione che, in quanto tale, "esattamente come quella Creazionista del Disegno Intelligente", meritava non solo di essere riconosciuta ufficialmente, ma anche di essere insegnata nelle scuole.
Così come altre fedi, "credo irrazionale delle religioni ufficiali", anche il loro credo altrettanto irrazionale era giusto che avesse la stessa considerazione.
Per loro, l'Universo nacque grazie al PVG, il "Prodigioso Spaghetto Volante", e si propagò grazie all'intercessione del (o della? Perdonatemi, ma non sono molto preparato...) "Pappa" grazie ad azioni di proselitismo, tramandate dai tempi dei tempi dai "Pirati", il "popolo eletto", primi discepoli del "Pastafarianesimo".
Come tutte le religioni - con tutto il rispetto - anche questa ha basi assai poco razionali: per loro, la vita ebbe inizio grazie ad una correlazione "pirati-temperatura del mare". Ma, vi prego, non chiedetemi di più.
Non fanno molto proselitismo, in verità: la loro principale iniziativa, semmai, riguarda le battaglie che conducono per aver riconosciuto dalle autorità il loro "diritto di avere la foto sulla carta d'identità con il Sacro Copricapo pastafariano".
"Copricapo pastafariano" che è, appunto, lo "scolapasta", proprio come quello che il neo consigliere comunale di Pomfret, Christopher Scheffer, cinque giorni fa portava sulla testa mentre prestava giuramento.
Una fede, il "Pastafarianesimo", che ha seguaci non solo negli Usa.
Lunghe e durissime battaglie legali per indossare il "copricapo" della congregazione nelle fotografie dei documenti, sono state condotte in tutto il mondo.
Facile fu la vittoria negli Stati Uniti, grazie all'articolo della Costituzione Americana di cui sopra...
Un po' meno facile, ma alla fine ugualmente vittoriosa, è stata la battaglia a suon di carta bollata condotta nella Repubblica Ceca dall'adepto Lukas Novy, di Brno. Al termine della quale è riuscito ad ottenere che nella foto della sua patente apparisse così:
Così come vinse le iniziali resistenze delle autorità, un suo correligionario austriaco...
Niente da fare (ça va sans dire... non c'è nemmeno bisogno di dirlo...) in Italia.
La battaglia condotta da un cuneese emigrato all'estero è stata persa dopo che gli impiegati della Motorizzazione di Cuneo - dopo aver visto la fotografia allegata alla domanda di rinnovo della patente presentata da un adepto - attoniti (ve li immaginate?) hanno deciso di rivolgersi alla locale Prefettura.
Funzionari della Prefettura di Cuneo che (ve li immaginate?) hanno preferito passare la "patata bollente" a Roma, al Ministero dell'Interno.
Che alla fine ha sentenziato.
Niente da fare: come ha scritto spiritosamente il collega Fiori su La Stampa, per l'Italia "lo scolapasta deve restare in cucina".
Non mi dilungo troppo, se non scrivendo che il principio cardine della "Chiesa del Mostro degli Spaghetti Volanti" è, per fortuna, la "Tolleranza", tanto che - assicurano - i loro adepti possono essere atei o credenti di altre religioni.
Niente da fare (ça va sans dire... non c'è nemmeno bisogno di dirlo...) in Italia.
La battaglia condotta da un cuneese emigrato all'estero è stata persa dopo che gli impiegati della Motorizzazione di Cuneo - dopo aver visto la fotografia allegata alla domanda di rinnovo della patente presentata da un adepto - attoniti (ve li immaginate?) hanno deciso di rivolgersi alla locale Prefettura.
Funzionari della Prefettura di Cuneo che (ve li immaginate?) hanno preferito passare la "patata bollente" a Roma, al Ministero dell'Interno.
Che alla fine ha sentenziato.
Niente da fare: come ha scritto spiritosamente il collega Fiori su La Stampa, per l'Italia "lo scolapasta deve restare in cucina".
Non mi dilungo troppo, se non scrivendo che il principio cardine della "Chiesa del Mostro degli Spaghetti Volanti" è, per fortuna, la "Tolleranza", tanto che - assicurano - i loro adepti possono essere atei o credenti di altre religioni.
Certo, si devono accettare gli unici due dogmi della "religione": il primo dei quali indica che "Non ci sono dogmi", mentre il secondo indica la "Fallibilità del Pappa".
Bobby Henderson, fondatore (inconsapevole, mi sa) del "Pastafarianesimo", non vive più in Oregon, ma da tempo risiede nell'isola di Boracy, nelle Filippine.
Ha commentato la notizia dell'elezione e del giuramento di Christopher Scheffer con soddisfazione: "Molti riterranno odiosa e oltraggiosa la sua decisione di indossare lo scolapasta, o lo accuseranno di non prendere sul serio il giuramento e la sua missione, ma sono certo che lui si dimostrerà all'altezza dell'incarico a cui è stato eletto".
"Che il sugo sia copioso e la birra scenda a fiumi", è il saluto degli aderenti alla chiesa.
E a chi - come me - piace la Coca Cola?
Non credo vi sarebbero problemi, visto che il Reverendo Capitan Pesto - Ministro di Culto e Timoniere di Sicilia - mi risulta abbia affermato, solennemente ed ecumenicamente: "Noi abbracciamo contraddizioni".
Un po' come nel 1977 cantava Alberto Camerini: "Sono le mie contraddizioni che diventano canzoni".
Aggiungendo però subito dopo: "A parte che ora la menata è stata un poco esagerata...".
E, dunque, mi fermo.
Ma nel caso qualcuno di voi sia rimasto folgorato da questo verbo e voglia più informazioni, può leggere ben di più andando sul sito della Chiesa Pastafariana Italiana cliccando QUI.
© dario celli. Tutti i diritti sono riservati
giovedì 26 dicembre 2013
La dignità di Gerardo
Gerardo era lì, in attesa, da un bel po'.
Niente: l'altro ieri sera tutti (turisti, clienti o dipendenti dell'albergo...) gli passavano davanti senza degnarlo di uno sguardo.
Eppure, in 13 anni - da tanto, infatti, lui faceva questo lavoro a Las Vegas - non era raro che sul suo taxi salisse qualcuno che chiedesse di fare un bel giro panoramico sul Las Vegas Boulevard South, che poi sarebbe il vero nome del Las Vegas Strip, la strada-spettacolo che attraversa la capitale del gioco degli Stati Uniti d'America.
Un vero e proprio spettacolo, visto che ai due lati dello Strip di Las Vegas si concentrano 19 dei 25 mega-maxi-super alberghi della "città del peccato".
"Ma porca miseria - sono certo che pensò l'altra sera - possibile che nessuno dei clienti del Bellagio abbia bisogno di un passaggio, oggi?".
E non aveva tutti i torti a stupirsi, il nostro Gerardo. Stiamo parlando di un albergo di 3933 stanze, sei Casinò, 2400 slot machine, teatro da 1800 posti dove due volte al giorno si esibisce Le Cirque du Soleil, due cappelle a disposizione 24 ore su 24 per matrimoni-lampo, una "Spa" da sei mila metri quadri con "torre termale"...
E migliaia di turisti che vi entrano anche solo per una mezz'oretta di pura curiosità.
Il nostro Gerardo ammazzava il tempo guardando con occhio un po' annoiato i giochi d'acqua a ritmo di musica che scatenavano gli applausi di migliaia di passanti dello Strip. Che si fermavano, osservavano meravigliati, applaudivano e se ne andavano.
Un paio di minuti di pausa, e poi via al nuovo spettacolo di musica e acqua. Con altre migliaia di persone che nuovamente si fermano, spalancano la bocca, applaudono e se ne vanno.
A piedi.
Senza prendere il suo taxi, dannazione!
Poi, finalmente, ne arriva uno.
Si siede, si sistema, e prima di dire dove aveva intenzione di essere portato dice, passandogli un pacchetto di carta marrone: "Guarda che l'ultimo cliente deve essersi dimenticato questa cosa!".
Doveva essere la scatola di cioccolatini di quello che aveva caricato davanti al The Cosmopolitan e che aveva lasciato al Palms Place.
Quello accompagnato al taxi da un dipendente dell'albergo che gli disse, passandoglielo: "Ecco la sua scatola di cioccolatini, signore".
Al primo semaforo, Gerardo non resiste e decide di dare un'occhiata per vedere di che marca fossero. Apre il pacchetto e gli prende un colpo (ma sono certo che un colpo è venuto anche al cliente...).
Dentro, infatti, non c'erano affatto cioccolatini, ma, avvolti in fascette, un sacco di bigliettoni verdi.
"Mio Dio, ma questi sono contanti! - ha detto Gerardo stropicciandosi gli occhi.
Già... Per la precisione erano sei mucchietti di biglietti da cento, per un totale di 300 mila dollari.
Qualcosa come 219 mila €uro, al cambio di oggi.
Chissà cosa gli deve essere passato per la testa, in quel momento a Gerardo Gamboa, tassista emigrato 13 anni fa dal Centroamerica.
E' che trovare una somma del genere è una bella grana: e allora chiede al cliente di avere pazienza, perché doveva assolutamente passare immediatamente alla centrale della compagnia per la quale lavorava, la "Checker Cab. Company", per liberarsi di "questa rogna".
"E' la più grande quantità di denaro trovato in uno dei nostri taxi nei miei 32 anni di lavoro - ha commentato il dirigente Bill Shranko -. Recentemente un altro cliente distratto aveva lasciato in un nostro taxi una busta con 9 mila dollari (6574 dollari): ma questa è tutt'un'altra somma!" ha detto ridendo, mentre chiamava la Polizia e la direzione del The Cosmopolitan.
"Badate, io sono una povera persona, ma non ho bisogno di denaro che non mi appartiene", ha dichiarato semplicemente Gerardo Gamboa a chi gli chiedeva se non fosse sfiorata, in quegli istanti, l'idea di tenersi quei "cioccolatini".
Del cliente distratto non sappiamo granché, se non che si trattava di un giocatore di poker professionista che, proprio in quei minuti, si era rivolto disperato alla "Checker Cab. Company". Che però inizialmente si era rifiutata di restituirgli il denaro in quanto sprovvisto di documento di identità.
Non sappiamo nemmeno se e quanto abbia ricompensato il nostro Gerardo.
La cui onestà è stata però intanto premiata dalla "Checker Cab. Company", la ditta che gli noleggia il taxi.
Eccolo qui con un assegno di mille dollari e il buono di una cena per due persone in un ristorante di Las Vegas.
"Apprezzo molto ciò che ha fatto la mia Compagnia: ma se il mio cliente non vorrà darmi nulla andrà bene lo stesso - ha detto Gerardo -. Da parte mia sento di aver fatto soltanto la cosa giusta. La mia dignità non ha prezzo".
Ah, a proposito: la corsa del taxi gli aveva fruttato 10 dollari. E il giocatore distratto, a parte i 300mila dollari in contanti, gli aveva lasciato 5 dollari di mancia.
© dario celli. Tutti i diritti sono riservati
venerdì 6 dicembre 2013
La prima volta di Enzo
Oggi vorrei "parlarvi" di un matto.
Cos'è un matto?
Vediamo se siete d'accordo con me.
Per esempio, può essere considerato un po' matto uno che non ha mai preso un aereo in vita sua e...
uno che all'estero è stato solo due volte (ma in Europa) in gita scolastica ai tempi del liceo e...
uno che non ha la patente e...
... e decide di fare un viaggio negli Stati Uniti, da solo.
Che ne dite?
Siete d'accordo con me?
Lui, mi racconta, gli Usa in realtà ha iniziato a "sognarli" di recente: da bambino o da adolescente non è che avesse mai manifestato interesse particolare nei confronti del Nuovo Mondo.
Non bastarono i telefilm Arnold o i Jefferson, o le immagini delle soap, quelle di Dallas o Dinasty; né, successivamente quelle di Sex in the City o Avvocati a Los Angeles.
O l'ondata di patriottismo post 11 settembre.
La sua passione è cresciuta poco a poco dopo i suoi 30 anni: "Più o meno da quando ho iniziato a capire che l'Italia non aveva speranza e ho iniziato a guardare gli Usa con un altro interesse".
Anche - come è successo a molti di noi - attraverso i film e i telefilm.
"Sì, ma non tutti guardiamo tv e cinema allo stesso modo - mi racconta -. Molti, per esempio, quando 'sognano' l'America pensano sostanzialmente a New York, anche perché la maggior parte di film e telefilm sono ambientati là. E non è certamente un caso che New York è il simbolo degli Stati Uniti anche nel tuo blog - mi dice -. Eppure io non ho mai provato particolare attrazione per la Grande Mela, come neppure per le metropoli in generale, moderne o tradizionali che siano...".
Ad alimentare i suoi sogni, racconta Enzo, è sempre stata soprattutto l’immagine della provincia americana, col suo stile di vita “ordinario”, persino nelle sue piccole “meschinità perbeniste alla Desperate housewives”, mi dice.
Non bastarono i telefilm Arnold o i Jefferson, o le immagini delle soap, quelle di Dallas o Dinasty; né, successivamente quelle di Sex in the City o Avvocati a Los Angeles.
O l'ondata di patriottismo post 11 settembre.
La sua passione è cresciuta poco a poco dopo i suoi 30 anni: "Più o meno da quando ho iniziato a capire che l'Italia non aveva speranza e ho iniziato a guardare gli Usa con un altro interesse".
Anche - come è successo a molti di noi - attraverso i film e i telefilm.
"Sì, ma non tutti guardiamo tv e cinema allo stesso modo - mi racconta -. Molti, per esempio, quando 'sognano' l'America pensano sostanzialmente a New York, anche perché la maggior parte di film e telefilm sono ambientati là. E non è certamente un caso che New York è il simbolo degli Stati Uniti anche nel tuo blog - mi dice -. Eppure io non ho mai provato particolare attrazione per la Grande Mela, come neppure per le metropoli in generale, moderne o tradizionali che siano...".
Ad alimentare i suoi sogni, racconta Enzo, è sempre stata soprattutto l’immagine della provincia americana, col suo stile di vita “ordinario”, persino nelle sue piccole “meschinità perbeniste alla Desperate housewives”, mi dice.
I riferimenti filmici - televisivi, soprattutto - saranno numerosi in questo racconto.
E infatti, dopo “Desperate housewives”, Enzo dice di essersi fatta finora "un'idea" degli Stati Uniti e della sua vita quotidiana (tutta “Law and order” "legge e ordine", per citare ancora un film) attraverso altri "legal-drama" come “The good wife”, per capirci, o “Avvocati a Los Angeles”.
"Non vorrei sembrare superficiale - mi dice -: negli anni, proprio guardando, anche per mestiere, queste produzioni tv o cinematografiche ho imparato a conoscere e riconoscere la fiction dai i riferimenti alla vita reale, e anche a capire le falle del sistema americano che, appunto film o telefilm, mostrano fra le righe".
"Fra le righe" mica tanto, rifletto.
Anche se spesso un po' tutte le fiction mostrano i lati "estremi" della realtà: basta pensare a che idea della vita quotidiana italiana può avere uno straniero se basa la sua conoscenza su quello che cinema e tv fanno vedere dell'Italia in giro per il mondo.
E proprio attraverso le immagini pensate e girate da altri, Enzo dice di essersi fatto degli americani l'immagine di un popolo "severo, drastico e razionale".
"Gente e istituzioni sempre pronti ad intervenire per far rigare dritto le cose, piuttosto che lasciarle in balìa dell’imprevisto, a rischio di combinare casini o di rimetterci la pelle. Un atteggiamento che scatena la disapprovazione di altri popoli che sono invece attendisti o lassisti e fatalisti, come siamo noi italiani", dice deciso.
Guardare, anzi, "analizzare i contenuti" della programmazione televisiva, quindi anche film o telefilm, è il suo mestiere: Enzo - 43 anni molto ben portati, devo dire - è uno infatti che per lavoro fa le pulci alle programmazioni televisive italiane monitorandone i contenuti e i dati d'ascolto per studi di marketing.
Un lavoro utilissimo anche per la sua attività di docente di "educazione ai media", l'altro suo lavoro. Che vorrebbe diventasse il principale.
E' negli ultimi mesi che ha maturato la decisione di andare a verificare con mano: "ed essendo le altre due mie precedenti esperienze all'estero risalenti ai tempi della scuola, gite preordinate e organizzate da altri, va da sé che questo viaggio negli Usa posso considerarlo la mia prima vera esperienza all’estero...", ammette senza difficoltà.
Il "pretesto" (ecco un consiglio utile ai lettori che muoiono dalla voglia di viaggiare ma che non ci riescono, quasi paralizzati da qualche forza invisibile: cercare, trovare, "il pretesto")... il suo "pretesto" per spingersi al di là dell'Oceano - anzi, alla fine del Nuovo Mondo -, dicevo, è stata una conferenza professionale alla quali gli interessava assistere.
Ne avrebbe poi approfittato per incontrare un suo ex collega oggi sceneggiatore, da un po' di tempo negli Usa.
In America e per di più a Los Angeles: "Città americana che più lontana non si può e rinomata come zona impossibile da girare senza un’automobile!".
Questa frase è una frecciatina a me: perché quando mi disse che aveva intenzione di stare a Los Angeles senza auto, ho pensato di avere a che fare con un matto, appunto (e due...). Nemmeno la descrizione che gli feci delle dimensioni della città ("Guarda che Los Angeles è grande come l'ipotetico triangolo che unisce Milano, Torino e Genova!") lo turbò più di tanto.
"Ma il mio coraggio talvolta è pari ai miei
limiti", mi dice. Dunque, presa la decisione e comunicata ai suoi famigliari ("A mia madre è preso un mezzo colpo, poi però si è rassegnata..."), ha fatto le pratiche per il passaporto e ha iniziato a documentarsi, anche attraverso le pagine di "Aria Fritta".
Quando ci incontravamo per chiacchierare, prima della sua partenza, vi confesso che ogni volta ero (sempre più) perplesso.
Perché Enzo, da bravo analista, dopo aver prenotato tre alberghi differenti vicino alla sede della conferenza che intendeva seguire("Intersections", "educazione ai media"), ha cercato di conoscere meglio le relative zone percorrendole virtualmente attraverso Google map e Google Street Wiew.
Non solo: il nostro amico ha passato ore ad esaminare le fermate e i percorsi delle linee di autobus che passavano da quelle parti.
E io che gli dicevo ogni volta: "Spostarsi a Los Angeles con i mezzi pubblici? Ma sei sicuro di quel che fai? Ma hai idea di quanto è grande L.A?? Guarda che è grande come l'ipotetico triangolo che unisce..."
Ve l'ho detto che secondo me è matto, no?
Avrei voluto essere una mosca per vedere come si sentiva la mattina della partenza.
Anzi, la sera precedente, che ha passato in bed&breakfast vicino alla stazione di Roma Termini, visto che altrimenti, se fosse restato a casa, non sarebbe riuscito ad arrivare in tempo per la partenza a causa della mancanza di treni notturni per Fiumicino...
Che ansia!
"Quella mattina ho messo la sveglia alle 5: in meno di tre secondi ero già seduto sul letto, in meno di dieci ero già nella doccia per lavarmi. In meno di un quarto d'ora ero già fuori, in una Roma piovosa ma praticamente deserta. Meno di mezz'ora dopo ero già sul treno.
Non mi sembrava vero: destinazione aeroporto di Fiumicino. Anzi, che dico: Los Angeles!".
Come tutte le persone che si recano per la prima volta in un posto, ha fatto un sacco di fotografie: ne ha scattate qualcosa come 650.
Potenza del digitale...
E la prima sua foto non può che essere quella dell'Airbus della Delta che lo avrebbe condotto nel Nuovo Mondo.
Più utile, invece, sarebbe stato da parte mia suggerirgli di coprirsi adeguatamente, consiglio che peraltro dò sempre a tutti coloro devono affrontare il loro primo viaggio intercontinentale, in particolare se con un aereo di una compagnia americana.
Laddove si muore letteralmente di freddo.
Quando ci incontravamo per chiacchierare, prima della sua partenza, vi confesso che ogni volta ero (sempre più) perplesso.
Perché Enzo, da bravo analista, dopo aver prenotato tre alberghi differenti vicino alla sede della conferenza che intendeva seguire("Intersections", "educazione ai media"), ha cercato di conoscere meglio le relative zone percorrendole virtualmente attraverso Google map e Google Street Wiew.
Non solo: il nostro amico ha passato ore ad esaminare le fermate e i percorsi delle linee di autobus che passavano da quelle parti.
E io che gli dicevo ogni volta: "Spostarsi a Los Angeles con i mezzi pubblici? Ma sei sicuro di quel che fai? Ma hai idea di quanto è grande L.A?? Guarda che è grande come l'ipotetico triangolo che unisce..."
Ve l'ho detto che secondo me è matto, no?
Avrei voluto essere una mosca per vedere come si sentiva la mattina della partenza.
Anzi, la sera precedente, che ha passato in bed&breakfast vicino alla stazione di Roma Termini, visto che altrimenti, se fosse restato a casa, non sarebbe riuscito ad arrivare in tempo per la partenza a causa della mancanza di treni notturni per Fiumicino...
Che ansia!
"Quella mattina ho messo la sveglia alle 5: in meno di tre secondi ero già seduto sul letto, in meno di dieci ero già nella doccia per lavarmi. In meno di un quarto d'ora ero già fuori, in una Roma piovosa ma praticamente deserta. Meno di mezz'ora dopo ero già sul treno.
Non mi sembrava vero: destinazione aeroporto di Fiumicino. Anzi, che dico: Los Angeles!".
"Ho evitato il volo con scalo per semplificarmi la vita - mi racconta - per non rischiare di perdermi a Londra o Chicago, visto che prima d'ora non ero mai stato nemmeno in un aeroporto...".
Chissà se i nostri servizi di sicurezza si sono accorti di quella persona che ha fatto "un sopralluogo" all'aeroporto (ve l'ho detto che il nostro Enzo è una persona meticolosa, no?) per verificare i tempi di percorso, come giravano le cose nell'area internazionale delle partenze, uno che ha osservato con analitica precisione la coda al check-in, le operazioni di imbarco bagagli, la consegna del biglietto con passaporto, financo al percorso che i passeggeri devono fare fino al controllo passaporti...
Lui si è fermato, rassegnato, soltanto davanti alla porta che conduce al "controllo passaporti", al di là della quale c'era il mistero.
Lui si è fermato, rassegnato, soltanto davanti alla porta che conduce al "controllo passaporti", al di là della quale c'era il mistero.
Come tutte le persone che si recano per la prima volta in un posto, ha fatto un sacco di fotografie: ne ha scattate qualcosa come 650.
Potenza del digitale...
E la prima sua foto non può che essere quella dell'Airbus della Delta che lo avrebbe condotto nel Nuovo Mondo.
(Dai, lo facciamo in molti...).
E poi, questo qui sotto, era il suo primo aereo in assoluto.
E poi, questo qui sotto, era il suo primo aereo in assoluto.
E il primo aereo, si sa, non si scorda mai.
(Il mio - altri tempi... - fu un Aerflot, linee aeree dell'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, Milano Malpensa-Mosca. Volo alle ore 4 del mattino; ma - mannaggia! - non ho alcuna foto di quel primo, per me, aeromobile...).
Confesso che una delle ultime cose che gli dissi prima che partisse, era che secondo me era matto (ok, non le conto più...).(Il mio - altri tempi... - fu un Aerflot, linee aeree dell'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, Milano Malpensa-Mosca. Volo alle ore 4 del mattino; ma - mannaggia! - non ho alcuna foto di quel primo, per me, aeromobile...).
Più utile, invece, sarebbe stato da parte mia suggerirgli di coprirsi adeguatamente, consiglio che peraltro dò sempre a tutti coloro devono affrontare il loro primo viaggio intercontinentale, in particolare se con un aereo di una compagnia americana.
Laddove si muore letteralmente di freddo.
E invece quello come mi si presenta al gate e come si accomoda al posto in aereo? In bermuda e polo! Manco fosse un vero ammmmericano...
Come, dopo 13 ore in quelle condizioni, non gli è venuto un inizio di congelamento non lo so. E come nei giorni successivi non sia rimasto paralizzato dal mal di schiena con le vie aeree "raffreddate" è un altro mistero.
C'ha il fisico, il ragazzo! (Anche se con sé si è portato una intera farmacia, da buon ipocondriaco italiano).
"Effettivamente a bordo c'era una temperatura da freezer", mi racconterà poi.
Che non gli impedisce, però, di guardare "il mondo da un oblò"...
Sorridendo (ora) racconta il tanto temuto incontro con l'agente dell'immigrazione americana al quale non sapeva se confessare o meno che avrebbe assistito ad una conferenza.
Dunque, uscito dall'aereo e passando dagli anonimi corridoi degli aeroporti americani che conducono al "controllo passaporti", si incanala nella corsia riservata ai "Visitors" - "parola che mi ricordava tanto gli invasori lucertoloni..." - per arrivare al momento del breve colloquio con l'agente americano dell'Immigrazione.
Mi racconta del suo timore, del suo parlare ("incespicare", per la precisione) inglese, salvo scoprire ai saluti ("Va bene, vai pure, ciao!") che quell'agente capiva l'italiano e che anzi lo parlava un po'.
"Dopo il controllo bagagli passo un varco dove non c'era nessuno che controllava e mi stupisco: allora rallento, anzi quasi mi fermo, pensando di aver sbagliato qualcosa. Ma nessuno sembrava curarsi di me… e allora mi son detto 'Vai... vai piano, senza correre, ma vai!'".
"Insomma, ce l’ho fatta!!! 'Sono in America, in California!', mi son detto con il cuore che mi batteva!".
"Beh, per noi italiani è difficile mantenersi freddi e distaccati quando ci si trova davanti ad un panorama di questo tipo".
La conferenza che doveva seguire era a Torrance, uno dei sobborghi (non nel senso di "periferia", come spesso impropriamente la parola viene tradotta in Italia), uno dei centri, della gigantesca Los Angeles.
Un albergo, dunque, lo aveva prenotato lì; gli altri due in altre zone della città degli angeli, per spostarsi un po'. Ma non troppo:"Tra le offerte più economiche avevo trovato un piccolo hotel a Koreatown, il quartiere asiatico a ridosso del Downtown di Los Angeles.
Poi avevo scelto, sempre attraverso internet, un motel, uno di quelli che tu su Aria Fritta definiresti 'alberghizzato': era a Burbank, vicino ad Hollywood".
Come, dopo 13 ore in quelle condizioni, non gli è venuto un inizio di congelamento non lo so. E come nei giorni successivi non sia rimasto paralizzato dal mal di schiena con le vie aeree "raffreddate" è un altro mistero.
C'ha il fisico, il ragazzo! (Anche se con sé si è portato una intera farmacia, da buon ipocondriaco italiano).
"Effettivamente a bordo c'era una temperatura da freezer", mi racconterà poi.
Che non gli impedisce, però, di guardare "il mondo da un oblò"...
Sorridendo (ora) racconta il tanto temuto incontro con l'agente dell'immigrazione americana al quale non sapeva se confessare o meno che avrebbe assistito ad una conferenza.
Dunque, uscito dall'aereo e passando dagli anonimi corridoi degli aeroporti americani che conducono al "controllo passaporti", si incanala nella corsia riservata ai "Visitors" - "parola che mi ricordava tanto gli invasori lucertoloni..." - per arrivare al momento del breve colloquio con l'agente americano dell'Immigrazione.
Mi racconta del suo timore, del suo parlare ("incespicare", per la precisione) inglese, salvo scoprire ai saluti ("Va bene, vai pure, ciao!") che quell'agente capiva l'italiano e che anzi lo parlava un po'.
"Dopo il controllo bagagli passo un varco dove non c'era nessuno che controllava e mi stupisco: allora rallento, anzi quasi mi fermo, pensando di aver sbagliato qualcosa. Ma nessuno sembrava curarsi di me… e allora mi son detto 'Vai... vai piano, senza correre, ma vai!'".
"Insomma, ce l’ho fatta!!! 'Sono in America, in California!', mi son detto con il cuore che mi batteva!".
E subito mi racconta del suo primo contatto visivo con Los Angeles, quello che vide mentre ancora era in auto con il suo amico Andrea che lo accolse nel Nuovo Mondo...
Questo.
Questo.
La conferenza che doveva seguire era a Torrance, uno dei sobborghi (non nel senso di "periferia", come spesso impropriamente la parola viene tradotta in Italia), uno dei centri, della gigantesca Los Angeles.
Un albergo, dunque, lo aveva prenotato lì; gli altri due in altre zone della città degli angeli, per spostarsi un po'. Ma non troppo:"Tra le offerte più economiche avevo trovato un piccolo hotel a Koreatown, il quartiere asiatico a ridosso del Downtown di Los Angeles.
Poi avevo scelto, sempre attraverso internet, un motel, uno di quelli che tu su Aria Fritta definiresti 'alberghizzato': era a Burbank, vicino ad Hollywood".
Davanti a sé, 12 giorni americani: "Un sopralluogo, un primo assaggio" degli Stati Uniti, giusto per conoscere, per iniziare
a prendere dimestichezza con, cibo, lingua, persone, trasporti, alloggi... "Tutte cose utili per un eventuale, successivo, trasferimento...".
Come corre, il nostro Enzo...
"Già, il famoso 'sogno americano”, che mai avrei immaginato d’inseguire fino a qualche anno fa, sperando che non sia troppo tardi per me, considerata la mia età e la mia lentezza...".
Come corre, il nostro Enzo...
"Già, il famoso 'sogno americano”, che mai avrei immaginato d’inseguire fino a qualche anno fa, sperando che non sia troppo tardi per me, considerata la mia età e la mia lentezza...".
"Mentre mi guardavo intorno avevo sempre un pensiero costante: non lasciarmi abbagliare da ciò che vedevo, da quello che avrei potuto vedere più avanti e che magari sarebbe stata in linea con la mia immagine idealizzata degli US. Ero sinceramente pronto a correggere il quadro, l'idea, che mi ero fatto...".
Il suo unico "punto d'appoggio" americano era l'amico Andrea, già emigrato da quelle parti e che gli aveva promesso che ogni tanto lo avrebbe scarrozzato in giro.
"Una persona squisita e generosa che ha reso meno traumatico il mio primo approdo in terra straniera, e che si è prodigato nel portarmi a visitare posti che non avrei raggiunto con i mezzi pubblici: primo fra tutti il Griffith Park, situato tra le alture e di fronte al monte con la famosa scritta “Hollywood”, parco da dove si vede gran parte dell’immensa valle californiana con Los Angeles e il suo hinterland. Lo paragonerei a quello che a Roma è il parco 'Riserva Monte Mario'", mi dice Enzo.
Solo che il Griffith Park di Los Angeles (se volete capire che vuol dire un parco urbano negli Stati Uniti, finito di leggere cliccate sopra sul nome scritto in rosso) è uno dei più grandi parchi urbani degli Stati Uniti: 17 chilometri quadrati (10 volte più grande di Villa Dora Pamphilj a Roma, 40 volte più grande del Parco del Valentino di Torino, 44 volte più grande del Parco Sempione di Milano)...
Il suo unico "punto d'appoggio" americano era l'amico Andrea, già emigrato da quelle parti e che gli aveva promesso che ogni tanto lo avrebbe scarrozzato in giro.
"Una persona squisita e generosa che ha reso meno traumatico il mio primo approdo in terra straniera, e che si è prodigato nel portarmi a visitare posti che non avrei raggiunto con i mezzi pubblici: primo fra tutti il Griffith Park, situato tra le alture e di fronte al monte con la famosa scritta “Hollywood”, parco da dove si vede gran parte dell’immensa valle californiana con Los Angeles e il suo hinterland. Lo paragonerei a quello che a Roma è il parco 'Riserva Monte Mario'", mi dice Enzo.
Solo che il Griffith Park di Los Angeles (se volete capire che vuol dire un parco urbano negli Stati Uniti, finito di leggere cliccate sopra sul nome scritto in rosso) è uno dei più grandi parchi urbani degli Stati Uniti: 17 chilometri quadrati (10 volte più grande di Villa Dora Pamphilj a Roma, 40 volte più grande del Parco del Valentino di Torino, 44 volte più grande del Parco Sempione di Milano)...
Non prima di aver accuratamente appuntato su una cartina un triangolo di Los Angeles dal quale, disse il suo amico, era meglio "evitare assolutamente".
Si impressiona un po' da questo severo monito, Enzo: ma d'altronde è ovvio che anche nelle città americane vi siano zone considerate da chi vi abita come "poco raccomandabili" e che perciò un turista, per di più straniero, è meglio che eviti.
Enzo ha deciso fin da subito di usare i mezzi pubblici, ed in particolare la metropolitana di Los Angeles.
Certo, non sono le 24 linee di New York, ma son pur sempre 17, le linee di metropolitane - fra sotterranee e di superficie - di Los Angeles, che fanno comunque impallidire le reti delle metro di Roma o Milano. 

E' il solito sbalordimento che l'italiano prova quando all'estero giunge in una metropoli: Londra, Parigi, Mosca, New York: "A Los Angeles ho scoperto il vero piacere di girare coi mezzi pubblici - racconta Enzo -: servizi di stampo moderno, inimmaginabili in Italia".
E così Enzo mi racconta che inizia a prenderle in lungo e in largo raggiungendo, proprio con i mezzi pubblici, luoghi turistici come Long Beach, o anche località “chic” dell’hinterland come Pasadena…
Poi si avventura sulla Red Line...
... con la quale - mentre alloggiava a Koreatown e a Burbank - Enzo raggiunge Beverly Hills,
Sunset Boulevard e Hollywood...
… dove negli studi cinematografici, tra le tante attrazioni, ha potuto vedere da vicino il
set di “Desperate houseviwes”, villette "finte" per nulla differenti a quelle "reali" che avrebbe visto poi di persona. "Erano le case di Susan, Bree, Gabrielle e Lynette, protagoniste di 8 anni di divertenti tribolazioni e
drammatici segreti nel quartiere che gli autori hanno chiamato 'Wisteria
Lane'".
E' decisamente una persona insolita, Enzo: ha ascoltato sì i consigli chi chi gli diceva di non farsi sfuggire Venice Beach o Santa Monica, ma quelle bellissime cittadine non lo hanno colpito più di tanto: "Sì, piacevoli, ma con niente di eccezionale: perfetti per la movida, lo svago adolescenziale e improduttivo. Cose che non fanno per me. Mi avevano poi detto che non aveva molto senso visitare 'Downtown Los Angeles', invece...
Ma
scherziamo?!? L’amministrazione, la finanza, la giustizia, i nodi del
trasporto, insomma le funzioni che strutturano la vita di tutti i giorni: è in
questo che io identifico soprattutto gli Stati Uniti!
Questo è il tipo di Nazione
dove vorrei vivere, non in un 'parco divertimenti', non in una versione esotica della
pigra e godereccia Italia dove ho sprecato oltre metà della mia vita".
Com'è severo, il nostro Enzo...
Ed è passeggiando proprio in Downtown Los Angeles che Enzo trova proprio ciò che cerca: i grattacieli di uffici e banche, licei, centri anziani, edifici religiosi. "Ma l’emozione più grande per me è stata vedere da vicino i luoghi della giustizia: studi legali, tribunali; come la Court House e il Criminal Justice Center, che ha persino il suo 'wall of fame'…
Ed è passeggiando proprio in Downtown Los Angeles che Enzo trova proprio ciò che cerca: i grattacieli di uffici e banche, licei, centri anziani, edifici religiosi. "Ma l’emozione più grande per me è stata vedere da vicino i luoghi della giustizia: studi legali, tribunali; come la Court House e il Criminal Justice Center, che ha persino il suo 'wall of fame'…
… e da dove ho visto uscire un tizio e una tizia con le loro valigette: procuratori o lawyers, immagino. Insomma i veri 'Avvocati a Los Angeles'! È questa la vera attrattiva degli Stati Uniti, per me".
Le sue esplorazioni lo portano fra le case di Burbank, e lì passeggia come un normale residente, quasi per cercare di "identificarsi", mi dice, con la loro vita. "Trovo nientemeno una via che si chiama Fairview, proprio come l’ambientazione di “Desperate housewives”: è proprio vero, allora, che in America tutto sembra un film. O che i film sono davvero realisti!"
E' probabilmente solo un'ispirazione, visto che nel telefilm quel nome designa una cittadina intera.
Una normale, normalissima, cittadina americana, come se ne vedono tante nei film.
E come se ne vedono a migliaia negli Usa.
Proprio come quella fra le cui vie passeggia Enzo.
Cittadina non molto differente da quella del set di Hollywood fotografata qualche riga fa...
E come se ne vedono a migliaia negli Usa.
Proprio come quella fra le cui vie passeggia Enzo.
Cittadina non molto differente da quella del set di Hollywood fotografata qualche riga fa...
A noi italiani non smettono mai di stupirci, questi paesini, questi centri abitati, che ci appaiono finti. Impossibili da essere veri...
E che Enzo si è incantato a fotografare.
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Quasi - come sempre succede - per ricordare a se stesso che quella che vediamo in film e telefilm è "fiction" fino ad un certo punto...
"Sì, mi hanno molto colpito. Effettivamente le villette somigliano molto a quelle dell’immaginaria 'Wisteria Lane': porticati graziosi, giardini curatissimi, tutte con il posto auto... Insomma la TV non mentiva! - mi dice stupito -. Anche se con quel telefilm in mente sono indotto sempre a immaginare chissà quali drammi e rovine ci sono dietro alla perfezione di queste case-bomboniera".
Incantevoli casette, ognuna con il giardino perfettamente curato: un po' per educazione/tradizione, un po' per non sfigurare con i vicini.
(Enzo forse non lo sa, ma se un privato trascura troppo il proprio giardino, ad un certo punto l'amministrazione comunale lo ammonisce, per poi multarlo, ripulirgli il giardino e presentandogli il conto...).
"Certo, ero cosciente di essere in una zona benestante della benestante California, ma sono rimasto davvero colpito da questa cittadina senza troppa sporcizia in giro, con le case tutte senza muri di cinta e senza sbarre alle finestre".
E' la famosa (noiosa?) normale vita della vastissima "provincia americana"...
Come avrei fatto io, sinceramente: ad osservare, a fare foto, o anche semplicemente a passeggiare, per sentirsi - anche solo in quelle poche ore - parte di una comunità.
Normali scene di vita quotidiana sfilano davanti a lui: ci sono le signore che portano a passeggio i rispettivi cani...
"Sembra proprio Mike Delfino, il marito storico della 'diseperata' Susan. O il classico serial killer prima dell'omicidio..."
Sì, non c'è dubbio: guarda davvero troppi film, il nostro Enzo!
Che poi ritorna verso la metropolitana, passando dalla "Union Station", stazione dalla quale partono alcune ferrovie "regionali".
E anche qui si stupisce della pulizia e dell'ordine che regna dentro alla stazione.
"Guarda tu stesso, se non ci credi. E nota i pavimenti..."
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E' quasi un reportage da perfetto cronista, quello di Enzo.
Ha annotato che le ferrovie metropolitane "hanno una frequenza di 10-20 minuti, e hanno un'ottima climatizzazione dei convogli e una perfetta pulizia".
Poi si ritrova a fare ancora una volta gli accidenti di paragoni: "Non potevo non pensare ai nostri treni locali, quelli che collegano le grandi città con i paesini vicini. Come la nostra 'Termini-Giardinetti-Pantano' o la 'Flaminio-Montebello-Viterbo", sulle quali è meglio stendere un velo pietoso...
E' un continuo oscillare di paragoni, il suo racconto.
"E quelli sui mezzi di trasporto sono inevitabili, per me - mi dice - che viaggio senza auto".
E allora eccolo andare avanti e indietro sugli autobus di Los Angeles salendo e scendendo alle fermate che, prima di partire, aveva già visto su Google Maps (insieme agli orari). Questi ultimi consultabili anche sugli opuscoli distribuiti a bordo.
"E poi le vetture sono sempre tutte climatizzate, non c'è un finestrino aperto che ne disperde il beneficio, e sono tutte attrezzate per il trasporto di biciclette".
A bordo, ammette, si incrocia ogni tanto qualche persona "sciroccata", fuori di testa: "Ma nessuno è stato mai invadente o mi ha dato fastidio".
"La tessera d'abbonamento è poi davvero 'Smart, semplice e sicura', come dice il suo slogan, e si può comprare o ricaricare dovunque: anche alle casse dei supermercati. Io, per esempio, l'ho comprata un uno dei tanti 'check casher' di Koreatown".
Lo lascio parlare un po' a ruota libera...
"Là mi hanno colpito tante piccole comodità: comfort e servizi che almeno nei quartieri provinciali della mia Regione (che è pur sempre quella dove sorge la Capitale d'Italia, per la miseria!) ce li sogniamo tuttora.
E poi il passeggiare...
Ho camminato moltissimo in quei giorni, nel 'centro' di Los Angeles così come nei dintorni, e mai ho dovuto fare troppa attenzione alle auto, sempre rispettosissime dei pedoni, al punto che si fermavano anche quando io non avevo alcuna intenzione di attraversare la strada; senza strade strette e senza marciapiede, segnaletica consunta, semafori spenti o accessi ostruiti da auto parcheggiate.
Molti semafori, laggiù, hanno un conto alla rovescia che consente di sapere quando sta per scattare il rosso (o il verde...).
Mi prenderai per stupido, ma il primo giorno ho pensato davvero che non avrei corso il rischio di venire investito da un'automobile. In compenso, mi dicevo, è meglio che io non ci faccia l'abitudine, altrimenti rischio di essere investito quando torno in Italia...
Vogliamo poi parlare dei marciapiedi?
Puliti, senza gomme da masticare o cacche che si possono pestare, e niente cani o gatti randagi. E soprattutto niente mozziconi di sigarette per terra. Incredibile!".
Poi mi confessa di avere annotato i problemi che ha incrociato camminando per strada:
"1) Un piccolo cumulo di cicche di sigarette;
2) Una cacca di cane in un'aiuola;
3) Un automobilista che non si è fermato quando stavo per attraversare la strada;
4) Un altro che è (addirittura!!) passato col 'rosso'...".
"Ah, c'è stato anche un blocco dei servizi della metro per più di mezz'ora. E in quel momento, un po', mi sono sentito a casa", mi dice sorridendo.
"Ma da qui a dire che 'tutto il mondo è Paese' ce ne corre. Un conto se le 'magagne' sono rare un conto è se fanno parte della normalità...".
"Mi ha colpito la 'civiltà', la vivibilità nella quotidianità, e la quantità di messaggi 'educativi' e 'di servizio'".
Come quel monito per i malintenzionati che ha fotografato in una via di Torrance: "Vigilanza di quartiere: Segnaliamo tutte le persone e le attività sospette alle Forze dell'Ordine".
Inevitabile, poi, arrivare a parlare di cibo: uno dei "traumi" per noi italiani all'estero.
Non è, nemmeno in Italia, un amante dei fast food, Enzo.
Mi pare d'aver capito che quando è a casa mangi quel che gli capita (e all'ora che capita): cibi in scatola, roba precotta... Tutti cibi cercamente peggiori, a mio parere, di quello sevito nei fast food.
"Però qui - mi dice - grazie al breakfast servito dall'albergo ho scoperto i 'waffles' con lo sciroppo d'acero,
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E' quasi un reportage da perfetto cronista, quello di Enzo.
Ha annotato che le ferrovie metropolitane "hanno una frequenza di 10-20 minuti, e hanno un'ottima climatizzazione dei convogli e una perfetta pulizia".
Poi si ritrova a fare ancora una volta gli accidenti di paragoni: "Non potevo non pensare ai nostri treni locali, quelli che collegano le grandi città con i paesini vicini. Come la nostra 'Termini-Giardinetti-Pantano' o la 'Flaminio-Montebello-Viterbo", sulle quali è meglio stendere un velo pietoso...
E' un continuo oscillare di paragoni, il suo racconto.
"E quelli sui mezzi di trasporto sono inevitabili, per me - mi dice - che viaggio senza auto".
E allora eccolo andare avanti e indietro sugli autobus di Los Angeles salendo e scendendo alle fermate che, prima di partire, aveva già visto su Google Maps (insieme agli orari). Questi ultimi consultabili anche sugli opuscoli distribuiti a bordo.
"E poi le vetture sono sempre tutte climatizzate, non c'è un finestrino aperto che ne disperde il beneficio, e sono tutte attrezzate per il trasporto di biciclette".
A bordo, ammette, si incrocia ogni tanto qualche persona "sciroccata", fuori di testa: "Ma nessuno è stato mai invadente o mi ha dato fastidio".
"La tessera d'abbonamento è poi davvero 'Smart, semplice e sicura', come dice il suo slogan, e si può comprare o ricaricare dovunque: anche alle casse dei supermercati. Io, per esempio, l'ho comprata un uno dei tanti 'check casher' di Koreatown".
Lo lascio parlare un po' a ruota libera...
"Là mi hanno colpito tante piccole comodità: comfort e servizi che almeno nei quartieri provinciali della mia Regione (che è pur sempre quella dove sorge la Capitale d'Italia, per la miseria!) ce li sogniamo tuttora.
E poi il passeggiare...
Ho camminato moltissimo in quei giorni, nel 'centro' di Los Angeles così come nei dintorni, e mai ho dovuto fare troppa attenzione alle auto, sempre rispettosissime dei pedoni, al punto che si fermavano anche quando io non avevo alcuna intenzione di attraversare la strada; senza strade strette e senza marciapiede, segnaletica consunta, semafori spenti o accessi ostruiti da auto parcheggiate.
Molti semafori, laggiù, hanno un conto alla rovescia che consente di sapere quando sta per scattare il rosso (o il verde...).
Mi prenderai per stupido, ma il primo giorno ho pensato davvero che non avrei corso il rischio di venire investito da un'automobile. In compenso, mi dicevo, è meglio che io non ci faccia l'abitudine, altrimenti rischio di essere investito quando torno in Italia...
Vogliamo poi parlare dei marciapiedi?
Puliti, senza gomme da masticare o cacche che si possono pestare, e niente cani o gatti randagi. E soprattutto niente mozziconi di sigarette per terra. Incredibile!".
Poi mi confessa di avere annotato i problemi che ha incrociato camminando per strada:
"1) Un piccolo cumulo di cicche di sigarette;
2) Una cacca di cane in un'aiuola;
3) Un automobilista che non si è fermato quando stavo per attraversare la strada;
4) Un altro che è (addirittura!!) passato col 'rosso'...".
"Ah, c'è stato anche un blocco dei servizi della metro per più di mezz'ora. E in quel momento, un po', mi sono sentito a casa", mi dice sorridendo.
"Ma da qui a dire che 'tutto il mondo è Paese' ce ne corre. Un conto se le 'magagne' sono rare un conto è se fanno parte della normalità...".
"Mi ha colpito la 'civiltà', la vivibilità nella quotidianità, e la quantità di messaggi 'educativi' e 'di servizio'".
Come quel monito per i malintenzionati che ha fotografato in una via di Torrance: "Vigilanza di quartiere: Segnaliamo tutte le persone e le attività sospette alle Forze dell'Ordine".
Inevitabile, poi, arrivare a parlare di cibo: uno dei "traumi" per noi italiani all'estero.
Non è, nemmeno in Italia, un amante dei fast food, Enzo.
Mi pare d'aver capito che quando è a casa mangi quel che gli capita (e all'ora che capita): cibi in scatola, roba precotta... Tutti cibi cercamente peggiori, a mio parere, di quello sevito nei fast food.
"Però qui - mi dice - grazie al breakfast servito dall'albergo ho scoperto i 'waffles' con lo sciroppo d'acero,
e poi, ovviamente, i pancakes..." dei quali faceva il bis portandosi il sovrappiù in camera.
Un po' mi fa sorridere, quando racconta di aver avuto la digestione bloccata per un intero pomeriggio dopo aver mangiato un "super-cheesburger", e soprattutto quando accenna alle salse e ai condimenti onnipresenti in ogni piatto caldo americano.
Certo, a parte la gustosa colazione...
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a volte il nostro amico si è trovato sul piatto certe "porcherie" (agli occhi di noi italiani, beninteso...), che non ha esitato ad immortalare...
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Un po' mi fa sorridere, quando racconta di aver avuto la digestione bloccata per un intero pomeriggio dopo aver mangiato un "super-cheesburger", e soprattutto quando accenna alle salse e ai condimenti onnipresenti in ogni piatto caldo americano.
Certo, a parte la gustosa colazione...
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| Pankake con mirtilli e panna |
a volte il nostro amico si è trovato sul piatto certe "porcherie" (agli occhi di noi italiani, beninteso...), che non ha esitato ad immortalare...
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Il risultato è stato paradossale: la sua permanenza negli Usa lo ha avvicinato all'insalata, che in Italia non consuma praticamente mai.
Mi racconta, divertito, di quando gli è stato chiesto che lingua fosse la sua, o quando è stato scambiato per francese...
Poi eccolo di nuovo in giro a fare foto.
Non più nell'elegante Burbank, ma nella più popolare Torrance.
Non meno carina, come vediamo...
Dove si imbatte anche in casetta di una famiglia americana di origine italiana, con quel tricolore che sventola orgoglioso, come in moltissime case abitate da italo-americani.
Gli italiani che vivono negli Usa, lo dico spesso, si dividono fra coloro che sono un po' troppo "faciloni" ed "ottimisti" contrapponendosi a coloro che "vedono nero" (ma che si guardano ben dal tornare in Italia).
La "verità" forse - come direbbe un vecchio nonno - sta nel mezzo.
"Sì, un mio amico italiano, in California da un po' di tempo, mi è apparso assai pessimista. Lui vive una fase di grande disincanto e mi ha parlato di un Paese tutt'altro che 'meritocratico', dove vengono a suo parere troppo tollerati gli irregolari, gli illegali. Ma forse è solo perché lui non è ancora riuscito ad ottenere la Green Card e perché la politica negli Usa, dice lui, tende a penalizzare l'immigrazione regolare in favore di quella irregolare".
Un paradosso, per noi italiani.
Ma lui sa che nulla è facile e comunque ritiene che sia ancora presto "tirare le somme". E anche nelle sue ultime ore negli Usa si sforza di non farsi troppo incantare da quel che vedeva.
Anche se poi, ora che ha avuto il tempo di rifletterci su, di lati "negativi" - mi dice - ha "l'impressione di non averne poi così tanti...".
Giorni volati, convulsi, pieni di "dati", di emozioni, da immagazzinare, da metabolizzare, sui quasi ragionare, pensare...
"Dopo tutte le paure, le paranoie, dei giorni che hanno preceduto la mia partenza, ero già malinconico il giorno precedente al mio ritorno in Italia. E pensare che io mi sono sempre trovato 'spaesato' lontano da casa...".
E' con questo stato d'animo che a Los Angeles prende l'autobus per l'aeroporto ("Porca miseria, costa soltanto 1 dollaro!").
Quando il suo aereo decolla si ritrova con il viso appiccicato all'oblò, "e già con la nostalgia addosso".
"Vorrei tornare, ma non più come turista. Vorrei dare agli Stati Uniti qualcosa di più prezioso dei miei semplici risparmi in denaro. Vorrei poter dare il mio contributo e sentirmi parte di quel Paese"...
Certo, quando una persona ha questi propositi tutto si complica: deve fare "un piano", prendere contatti, cercare uno "sponsor".
In "piano" che a volte ci vogliono anni perché sia completato.
Dagli Usa, Enzo, torna con un bagaglio in più: non solo una felpa, una maglietta, una bandierina americana, un portafiori per la madre, un mug per il caffè.
Ma soprattutto sensazioni, riflessioni, idee, sogni non ancora diventati progetti.
E torna con la prima cravatta della sua vita, comprata in un Wallmart di Torrance che ha incrociato nel corso di una delle sue passeggiate.
Cravatta che conta di mettere nel suo primo giorno del nuovo prossimo lavoro.
Magari (chissà...) americano.
© dario celli. Tutti i diritti sono riservati
Gli italiani che vivono negli Usa, lo dico spesso, si dividono fra coloro che sono un po' troppo "faciloni" ed "ottimisti" contrapponendosi a coloro che "vedono nero" (ma che si guardano ben dal tornare in Italia).
La "verità" forse - come direbbe un vecchio nonno - sta nel mezzo.
"Sì, un mio amico italiano, in California da un po' di tempo, mi è apparso assai pessimista. Lui vive una fase di grande disincanto e mi ha parlato di un Paese tutt'altro che 'meritocratico', dove vengono a suo parere troppo tollerati gli irregolari, gli illegali. Ma forse è solo perché lui non è ancora riuscito ad ottenere la Green Card e perché la politica negli Usa, dice lui, tende a penalizzare l'immigrazione regolare in favore di quella irregolare".
Un paradosso, per noi italiani.
Ma lui sa che nulla è facile e comunque ritiene che sia ancora presto "tirare le somme". E anche nelle sue ultime ore negli Usa si sforza di non farsi troppo incantare da quel che vedeva.
Anche se poi, ora che ha avuto il tempo di rifletterci su, di lati "negativi" - mi dice - ha "l'impressione di non averne poi così tanti...".
Giorni volati, convulsi, pieni di "dati", di emozioni, da immagazzinare, da metabolizzare, sui quasi ragionare, pensare...
"Dopo tutte le paure, le paranoie, dei giorni che hanno preceduto la mia partenza, ero già malinconico il giorno precedente al mio ritorno in Italia. E pensare che io mi sono sempre trovato 'spaesato' lontano da casa...".
E' con questo stato d'animo che a Los Angeles prende l'autobus per l'aeroporto ("Porca miseria, costa soltanto 1 dollaro!").
Quando il suo aereo decolla si ritrova con il viso appiccicato all'oblò, "e già con la nostalgia addosso".
"Vorrei tornare, ma non più come turista. Vorrei dare agli Stati Uniti qualcosa di più prezioso dei miei semplici risparmi in denaro. Vorrei poter dare il mio contributo e sentirmi parte di quel Paese"...
In "piano" che a volte ci vogliono anni perché sia completato.
Dagli Usa, Enzo, torna con un bagaglio in più: non solo una felpa, una maglietta, una bandierina americana, un portafiori per la madre, un mug per il caffè.
Ma soprattutto sensazioni, riflessioni, idee, sogni non ancora diventati progetti.
E torna con la prima cravatta della sua vita, comprata in un Wallmart di Torrance che ha incrociato nel corso di una delle sue passeggiate.
Cravatta che conta di mettere nel suo primo giorno del nuovo prossimo lavoro.
Magari (chissà...) americano.
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