PERSONE CHE HANNO LETTO O CURIOSATO

martedì 25 dicembre 2012

Il sorriso di Carla...

(14 novembre 2012:
"... La lasciammo così: io come un padre ero un po' preoccupato perché sapevo che da quel momento sarebbe stata da sola. 
E soltanto chi è stato all'aeroporto di New York, agli arrivi, sa qual è il livello di grandissimo casino, di allegra gigantesca confusione che regna in ogni istante lì").




"Già, ho girato quasi un'ora, in quella bolgia infernale. Mi avvicinavo a qualunque gruppo di ragazze che vedevo... Ma niente: non era mai il mio gruppo. Mi chiedevo come potessi trovarlo, il mio gruppo, in mezzo a quel casino incredibile. Mi concentravo su chi aveva un cartello in mano, ma niente: non riuscivo proprio a notare nessuna persona con il cartello 'Au pair in America'".
Non solo: secondo me, Carla, aveva una - comprensibilissima - paura boia.

Lo ricordo benissimo il suo sguardo impaurito, appena mascherato dall'orgoglio di giovane sarda, quando la salutammo all'aeroporto... D'altronde come vi sentireste voi, a vent'anni o poco più, nell'area arrivi di un'aerostazione straniera - anzi al Jfk di New York, dove vi passano centinaia di migliaia di persone al giorno! - ed essendo in quell'aeroporto, in quella città, in quella nazione, per la prima volta...

Siamo esattamente nello stesso luogo dove ci siamo conosciuti, all'Aeroporto di Fiumicino, q
uesta volta alle partenze nazionali. Ma oggi, Carla, è irriconoscibile.
Quanto sorride, quanto freme...
Sta facendo una sorpresa alla famiglia: è appena atterrata 
da Philadelphia senza che loro lo sappiano, tempo un'ora e partirà per la Sardegna dove resterà per una decina di giorni, per passare il Natale "a casa".

Ma se l'altra volta, quando in lacrime partiva per il suo primo soggiorno americano, Carla quasi non parlava, questa volta Carla - la stessa Carla, quella de "Le lacrime di Carla" ! (cliccare sopra alle parole per leggere...) - pare un "fiume in piena".
E non certo fiume di lacrime.

E chi riesce a fermarla? Sta in silenzio solo per addentare la sua prima brioche al cioccolato italiana, dopo più di tre mesi, che le ho preso ad uno dei bar dell'aeroporto.
E riprendiamo il nostro racconto da dove ci eravamo lasciati...

"Ad un certo punto l'ho vista, la ragazza con il cartello e con la maglietta di 'Au pair in America', e con lei le altre ragazze. Avevamo più o meno tutte la stessa faccia: un po' perse, vagamente spaventate, dall'espressione interrogativa...
I primi tre giorni siamo state nel quartier generale dell'organizzazione, a Stamford, in Connecticut.

Tre giorni in cui ci hanno spiegato cosa ci saremmo trovate davanti, come rapportarsi con la nostra 'famiglia' americana, con i bambini, consigli su come conquistare la loro fiducia, come affrontare le difficoltà, come portare i bambini in auto... 
... come saper far fronte a piccole emergenze, partendo dalla più classica, quella del boccone 'andato di traverso'.

(Thank's Wsj.net)
E tutto in inglese!
Mamma mia, non capivo nulla! Nove ore durissime, intense, piene di cose da memorizzare, istruzioni e consigli da imparare a memoria.
'Come farò mai?' mi chiedevo...
Ricordo che una volta sono uscita da sola, lì a Stamford, e mi sono quasi subito persa.
Tre giorni duri, pieni di cose nuove, fianco a fianco a ragazze sconosciute. Sembra una barzelletta, ma in camera eravamo in tre: un'italiana - io - una tedesca, un'israeliana. Quasi non ci siamo rivolte la parola, in quei primi giorni: ora, invece, sono le mie migliori amiche 'americane' ".

Poi, il penultimo giorno, la programmata "gita scolastica" a New York, a Manhattan, 56 chilometri.
"E in meno di un'ora mi sono sentita mancare il fiato...".


Come posso descrivere gli occhi di Carla, "il sorriso di Carla", mentre mi parla? Per quanto io mi sforzerò - pensavo mentre lei, "inarrestabile fiume in piena" mi parlava senza prender fiato - non ce la farò. 


Già, New York fa sempre un gran bell'effetto: è tutta lì, davanti a te, luccicante, affascinante e anche un po' ingannante: se poi, come ha fatto Carla, si fa anche il tour New York by night...



Un'utile iniezione di energia prima di partire per Philadelphia, la sua destinazione.

Poi mi parla della sua "famiglia ospitante": lui ingegniere, amante del canottaggio, dimensioni "americane", lei insegnante universitaria. E i tre bambini ("Sono splendidi!") di 2, 5 e 7 anni.
Mi parla della prima volta che ha guidato in America, delle tre multe che si è presa per parcheggio mal fatto ("Qui ci sono trentamila regole per parcheggiare! Non pensavo, per esempio, che prentendessero davvero che proprio quella parte di strada dovesse essere sgombra 
per la pulizia, esattamente all'ora indicata dal cartello..."), mi parla di quella volta che con la sua "famiglia ospitante" è andata in Indiana ad un matrimonio, e si è trovata a piangere dalla commozione, alla scena dell'arrivo degli sposi in chiesa e alla loro uscita, con i testimoni schierati ai due lati...

Le chiedo se si è fidanzata, e mi fa ridere quando mi risponde "E come si fa? Ogni volta che esco, conosco un ragazzo che quasi vale un fidanzamento! E' impressionante quanto siano fighi i ragazzi americani... Ed è vero che loro hanno un debole per le italiane...".

Rido ancora quando sento che si lamenta del fatto che dalle sue parti, locali e discoteche chiudano alle 2 del mattino, e mi rendo conto di come sia piccola ("troppo piccolina..." cliccate qui) la notte, quando si è così giovani... 
Quando parla dei bambini che deve accudire - Autumn, Naha e Turner - gli occhi di Carla luccicano: "Li adoro e loro ora adorano me. Mi mancano da morire già adesso, che li ho lasciati da dieci ore... Ci sono alcune cose che mi colpiscono ancora, dopo tutti questi mesi: che quando piove vanno tranquillamente in giro senza ripararsi dalla pioggia e che già capiscono l'italiano. Anzi, qualche parola in italiano la dicono addirittura già... Quando sono partita, la piccolina mi ha chiesto, in italiano, 'Ciao, Calla! Ma... tonni, veo'?"

Poi mi parla della sua "casa americana",
e dell'educazione e della civiltà della gente.
Mi racconta di quando ha dato una sigaretta ad un ragazzo che gliel'ha chiesta per strada e del dollaro che lui voleva darle in cambio. O di quell'altro incontrato a New York, che faceva la colletta per comprarsi l'IPhone5 ("& sigarette", aveva scritto nel cartello, dove aggiungeva "Perché dire bugie?).

Mi racconta del corso di lingua che ha seguìto (pagato dalla "famiglia ospitante", "Ma la mia 'mamma ospitante' ha deciso che forse sarebbe meglio che vada a farne uno all'università... E magari lì farò anche un master...").
Mi dice che la sua "famiglia ospitante" ha pagato quasi 8000 dollari - più di 6000 euro - per averla con loro.
Mi parla di quel commesso di Prada con il quale ha chiacchierato a Manhattan, e che guadagna 5 mila dollari (3800 euro) al mese.
Mi parla della fortuna che ha avuto a trovare la 'famiglia giusta' e delle due ragazze del suo corso che invece non ce l'hanno fatta, hanno "gettato la spugna" e sono tornate a casa.

Mi parla dei colori dell'autunno americano, con quelle foglie a terra che sembrano colorate a mano...

Mi parla del fatto che a gennaio ha deciso che si iscriverà in palestra.
Mi parla dell'educazione, della civiltà e della gentilezza degli americani.
Mi parla di quella volta che ascoltava a tutto volume Ligabue in auto ("con io che mentre guidavo ballavo, saltando sul sedile, come una bambina") senza accorgersi che lì c'era il limite di 35 miglia all'ora (56 km orari); mi parla del fatto che tutti rispettano i limiti di velocità; e mi parla del poliziotto che - naturalmente - l'ha fermata... "Ero troppo presa dalla musica di uno dei miei cantanti preferiti! E poi era davvero strano percorrere le strade di Philadelphia ascoltando musica italiana!". (Ma non so dirvi se il poliziotto in questione sia stato clemente e abbia ritenuto l'ascolto di Ligabue una accettabile attenuante...).

Mi parla della nostalgia che ha dei tre bambini e del loro cane ("Avrà 99 anni!"), della nostalgia della famiglia ospitante americana e della nostalgia che là sente per la sua Sardegna quando solo ci pensa, e per la birra Icnusa, e per un panino alla mortedella, e per i suoi amici.
E per la sua, di famiglia...

Carla, ancora, non lo sa: ma è la lacerante contraddizione che vivono le migliaia di sardi sparsi per il mondo, i milioni di italiani che vivono all'estero.
E lì, in America.



E' ora di andare. E mentre ha in mano la carta d'imbarco per la sua Sardegna mi guarda e mi dice: "Dannazione, avevi ragione tu: mica so se torno più in Italia, sai? Vedrò che fare, vedrò come fare...
Io, lì, sto bene. Mi sento davvero bene... 
Io lì mi sento libera. Punto".



Proprio come aveva fatto capire quando aveva messo questa foto sulla sua pagina Facebook.

Punto.
E avanti un altro.

© dario celli. Tutti i diritti sono riservati.

mercoledì 19 dicembre 2012

Anche se ormai è troppo tardi... (I Maya e la fine del mondo...)

Io vi avevo avvisato lo scorso 17 gennaio.
Dunque avevate adeguato tempo per prepararvi.


Nel frattempo, poi il suo prezzo è salito alle stelle (ovviamente!): villa, più terreni circostanti, più pista d'atterraggio, più bosco, più (soprattutto...) bunker sotterraneo costano ora ben 2.030.000 dollari, pari a 1 milione e mezzo di euro.

D'altronde la posta in gioco era alta: la salvezza! (Anche se mi chiedo: ma se il mondo finisce, è la fine solo di quel che v'è "sopra" o anche di quel che v'è sotto?).

Pare che soprattutto negli Usa la data venga presa assai sul serio: conversando con una amica (italiana) di New York, la stessa ci ha segnalato molto seriamente la profezia di una principessa cinese (che poi ho scoperto essere più semplicemente una giornalista giapponese) sull'argomento "fine del mondo".
La signora, che vediamo qui in una foto, si chiama Kaoru Nakamaru (il nome in caratteri giapponesi è 中丸薫) e da tempo dice di sapere cosa succederà fra tre giorni.
E soprattutto ci ha spiegato come ha saputo "la verità".

Intanto dice di sapere tutto dal 1976 ("date le mie doti spirituali" , dice...) quando ha avuto "una esperienza spirituale meravigliosa". In quell'anno, dunque - quando la sinistra in Italia non vinse per un soffio le elezioni, ma questa è un'altra storia... - le si è aperto (dice) il suo "terzo occhio".
Non ho capito bene se grazie a questa sua ampia visione, ma la principessa afferma che in occasione di un suo "viaggio al centro della terra" ha avuto occasione di conoscere una  "civiltà molto evoluta" con la quale, lei, ha avuto occasione di "comunicare direttamente".

Ammetto che a quel punto ero tentato di lasciar perdere...

Comunque, la "collega (che Montanelli e Giorgio Bocca mi perdonino...) ha da loro saputo che il 21 dicembre non ci sarà la fine del mondo - e ciò ci risolleva decisamente... - ma che si passerà "alla quinta dimensione" (mi devo essere perso le altre quattro...) attraverso il passaggio "DENTRO il pianeta Nuro" (??), che da quel che ho potuto capire vorranno dire più semplicemente "72 ore di buio totale": "Non ci sarà elettricità, né sole, né stelle".

La nostra amica afferma che "i potenti del mondo" sono ovviamente perfettamente a conoscenza di ciò che accadrà, e infatti - assicura - loro "cercheranno di scappare dal pianeta Terra, o si rifugeranno in città costruite sotto terra in Norvegia, Olanda, Australia e Svizzera".
In questo modo - dice - "circa diecimila le persone si salveranno". 
O meglio, penseranno di essere salve, poiché la salvezza in realtà passerà soltanto (abbiamo solo due giorni di tempo, dannazione!) attraverso "la nostra purificazione spirituale e fisica".
Come? "Grazie alla luce e amore che abbiamo nel nostro cuore".

Ho scoperto, però di essere spacciato, poiché la "purificazione" sarebbe passata anche attraverso l'astinenza totale dal consumo di bibite (Coca Cola compresa, ovvio).
Cari amici, non pensate di essere esenti, voi ubriaconi miscredenti: fra le bevande alle quali avremmo dovuto rinunciare per la salvezza, secondo la nostra profeta c'era anche la birra.
Del vino e dei superalcoolici non saprei...


Kaoru Nakamaru ha anche specificato che eravamo stati avvisati e che dunque "chi non sa di questo, o che ha l'anima nel buio, sarà diviso da chi sa e che ha l'anima purificata": "i primi saranno 'bannati' dalla Terra e andranno in altri Pianeti; i secondi, no".

Insomma, mi sa che devo preparare i bagagli.

Se dunque ci aveste dato ascolto, avreste potuto comunque provare a restare sul Pianeta terra in uno dei rifugi che forse avrebbero potuto salvarci le penne.

Mi riferisco ad uno chalet non molto lontano da New York e in una posizione splendida.

Si trova, infatti, nel cuore delle Adirondack Montains, in pieno "Adirondack State Park", un immensa riserva naturale di 24mila chilometri quadrati (più della Toscana, per intenderci; più o meno come l'intera Sardegna) nella parte nord dello Stato di New York.

Un piccolo paradiso terrestre: basta pensare che nell'"Adirondack State Park" - dove ci sono qualcosa come tremila laghi e 48mila chilometri di fiumi e torrenti - vivono in libertà una cinquantina di specie diverse di animali.
L'unico pericolo per i centomila o poco più abitanti che vivono in una dozzina di minuscoli centri abitati o in villette più o meno isolate (se volete fare un confronto, pensate che in Toscana abitano 3milioni e 700mila persone, mentre in Sardegna sono poco più di un milione e mezzo...) consiste nei cervi  che si possono investire inavvertitamente per strada, o negli orsi che vengono a curiosare nell'immondizia, nottetempo.

Il nostro chalet si trova nei pressi di Saranacambita meta turistica lambita dal bellissimo Saranac Lake.

La posizione della casa è isolata e romantica, circondata da boschi secolari, patria per millenni dei nativi Mohawk.
Come è decisamente romantica la strada per arrivarci...

E' vero, Manhattan non si può certo dire "dietro l'angolo" visto che è a 509 chilometri di distanza: 5 ore e 31 minuti di strada (ma alle distanza "americane" dovrete farci l'abitudine, però!).

Se dunque questo, comprensibilmente, vi mette pensiero, ecco il primo colpo di scena: la casa che vedrete fra poco e dentro la quale vi farò entrare, è tranquillamente raggiungibile anche in aereo, visto che la vostra proprietà è dotata anche di pista d'atterraggio per piccoli velivoli da turismo.



Dai, che vi ci porto in aereo...

Dunque, in poco più di un'ora di volo potrete passare dalla caotica e affascinante atmosfera di Manhattan, all'assoluta pace delle foreste dello Stato di New York, e dedicarvi a fine settimana di passeggiate nei 76mila metri quadri di terreno di vostra proprietà, oppure praticare, lì, pesca, caccia, meditazione o sci invernale.

No, niente lusso sfrenato, come potreste pensare.
Le particolarità di questa villetta sono ben altre!



Ristrutturata nel 1999, le sue dimensioni non sono poi nemmeno troppo esagerate: nei suoi onesti quasi 300mq hanno però trovato spazio un grande salone, quattro camere da letto e quattro bagni.
Decisamente d'effetto il suo living al pian terreno, che racchiude l'intera "area giorno", con appunto il soggiorno, l'angolo studio, la cucina e la zona pranzo.
Luminosissimo il grande salone, così come luminose e panoramiche sono le camere da letto, al piano di sopra, ognuna dotata - come già detto - di bagno indipendente.


Ma lo so cosa vi tormenta: che questo investimento si riveli inutile con l'incombere della noiosa previsione Maya sull'imminente fine del mondo.

Alla quale però, siore e siori, qui, certamente sfuggireste!
Provate infatti ad immaginare cosa cela questa porta? 
(Notare a sinistra il tastierino per far scattare la serratura digitando la combinazione elettronica...)
Nasconde una semplice rampa di scale che porta qui:

Forse avete indovinato!
La porta super blindata ad assoluta tenuta stagna conduce ad un vero e proprio (ma soprattutto sicuro) rifugio anti-atomico.

Ma se la parola "rifugio" vi fa pensare ad arredamenti spartani e dozzinali, siete fuori strada. D'altronde - nella malaugurata ipotesi che siate costretti ad utilizzarlo - la vostra vacanza forzata qui sotto deve essere di massimo comfort!

E' la parte destra ad essere arredata, pronta ad essere abitata magari dai vostri ospiti ai quali volete far passare un week end davvero insolito. (Pensate: potete farci un bel "bed&breakfast"!).

I piani abitativi sotterranei sono due e sostanzialmente gemelli, con pareti/pavimenti/soffitti/colonne portanti di spesso cemento armato che vi garantiranno sicurezza assoluta unita ad un tocco di classe.
I pavimenti autoriscaldanti in parquet vi permetteranno di camminare a piedi scalzi senza provare alcun disagio anche durante i rigidi inverni dell'Adirondack.
Le finestre che danno in una intercapedine sono illuminate secondo l'intensità e i tempi della luce naturale esterna.

Vabbè, ammetto che il letto lascia un po' a desiderare, ma potrete sempre comprarvene un altro e aggiungere tutto il mobilio e gli elementi d'arredo più consoni al vostro carattere.
D'altronde, come vedete, nei due piani gemelli di 213 mq ciascuno, di spazio libero ve n'è.

Potrete anche far passar la bufera facendo un po' di bagni nella Jacuzzi, purtroppo (mannaggia!) ad una sola piazza...
Poi, se non vi basta, potete sempre ristrutturare l'immenso e spaventoso silos parallelo (quello a sinistra, che quattro foto sopra si vede nella piantina sotterranea della villa), un enorme spazio di nove piani sotterranei che fino al 1991 era occupato da un missile intercontinentale Atlas-F  - e sto parlando sul serio! - in grado di colpire l'Unione Sovietica e anche oltre, visto che la sua "gittata" superava i 10mila chilometri...

Inutile dire che l'intera proprietà è dotata di generatori di corrente autonomi per l'inevitabile emergenza, e di un deposito/depuratore d'acqua potabile di 1800 galloni, più di 6800 litri.

Se siete ancora dubbiosi, forse vi potranno convincere le immagini di un servizio su questo posto mandato in onda dalla Cnn.
E guardate in che posto magnifico si trova tutto ciò... 


A proposito: seppur ancora in vendita, è inutile cercare di avere la villa in affitto per i prossimi giorni.
Ha già degli inquilini.
Almeno per un paio di settimane.
Assamai, come si dice a Torino...



© dario celli. Tutti i diritti sono riservati.

lunedì 17 dicembre 2012

Il capo-scultore Luigi Del Bianco

Se viaggiare lungo le strade americane procura sensazioni non facili da raccontare, farlo in sud Dakota, Nord Dakota, Montana, Wyoming - nel "West", insomma, nel "profondo" west - è incredibile.
Qui gli spazi sono immensi, la natura incontaminata e la gente è decisamente  cordiale con gli "stranieri"; anzi, è divertente vedere la loro reazione stupita quando sentono che si viene dall'Europa. E addirittura dall'Italia.

E se è bello viaggiare in quelle zone in macchina posso solo immaginare come lo possa essere in moto.
Peccato non abbia fotografato i proprietari di queste moto, ma posso aiutarvi ad immaginarli: ultra cinquantenni, capelli bianchi, coda di cavallo, uno con la barba lunghissima, due con la loro moglie/compagna di viaggio.
Se la ridevano alla grande, mentre sorseggiavano una birra.
Direttamente dalla bottiglia, ovvio.
Diciamo che somigliavano un po' a questo tipo, che tre anni fa ho sorpassato sulle strade della Pennsylvania...


Si macinano un bel po' di centinaia di chilometri e ogni tanto ci si ferma o per ammirare il panorama o per fare un pic nic  in aree di sosta come queste. 
Certo, il cartello che avvisa della presenza nientemeno che di serpenti a sonagli quanto meno spinge alla prudenza...

"Serpenti a sonagli sono stati avvistati qui.
Per favore camminare sui marciapiedi"
Soprattutto per le famiglie, uno spazio pic nic è di grande comodità, visto che  comprende (anche se da qui non si vede...) anche un barbeque in pietra. Basta comprare in un drugstore vicino un sacco di carbonella e qualche bistecche di manzo.

O magari di bisonte.

Negli Usa la carne ha un sapore straordinario forse proprio perché il bestiame pascola sempre e costantemente in libertà, con i cowboy che controllano le mandrie a cavallo.
Proprio come cento anni fa.
Nel West non è affatto difficile incontrarli, i bisonti. Li troverete placidi, a mandrie, vagare liberi.


Potete però immaginare lo stupore che ho provato quando ho avuto un incontro ravvicinato con uno di questi bestioni. 
Brucava (i bisonti brucano?) tranquillo, osservandoci con la coda dell'occhio.

In caso di "incontro", viene raccomandato di non scendere dall'auto, di non far rumore, di non avvicinarsi, né tantomeno di dar loro cibo. 
E' bene, insomma, non svegliarli dal loro normale torpore, anche perché scappare - a piedi e di corsa - da una di queste bestie che sembrano essere uscite dalla preistoria, pare sia impossibile. Si tratta di esemplari che spesso arrivano ad essere alti anche 1 metro e 80, a pesare fin quasi una tonnellata, e a raggiungere facilmente gli 80 chilometri l'ora. 
Dunque quando si dovesse incrociarli è bene stare in auto, senza irritarli con clacson o urla scomposte se non si vuole restituire piena di bozzi l'auto noleggiata.

A metà '800 i bisonti che scorrazzavano liberi nei nascenti Stati Uniti ammontavano intorno alle 70 milioni di unità. Indispensabili per la vita quotidiana dei nativi - che si cibavano della carne per tutto l'anno e usavano la pelle per gli abiti e le tende - i bianchi li sterminarono per spingere i nativi americani a lasciare le loro terre di sempre. Decimandoli, costringevano la popolazione nativa alla fame e al freddo. 
Venne dunque scatenata una vera "caccia al bisonte" che li ridusse ad essere, all'inizio del '900 - secondo un accurato censimento effettuato a quel tempo dell'American Bison Society -  solo 325.

Dichiarata specie protetta oggi la situazione è completamente cambiata: solo qui nella zona del Custer State Park, in Sud Dakota, ne scorazzano in libertà oltre 1500 capi. Che spesso più o meno placidamente invadono strade e proprietà private.
D'altronde, fino ad un secolo fa, questa era la loro terra: fatta solo di spazi immensi e natura incontaminata e selvaggia...


L'Highway 244 sale tranquilla nel cuore delle Black Hills, le "colline nere" sacre ai Nativi Americani.
E' un'altra di quelle cose che non smette di impressionarmi dell'America: le strade che riescono ad inerpicarsi oltre i duemila (e più) metri senza che quasi chi viaggia se ne accorga.

E infatti, senza grandi difficoltà, uscendo dall'Interstate miglio dopo miglio, si arriva a 1700 metri di altezza.

Tank's scenicdakotas.com





















Quando ho scattato queste foto ero diretto al Monte Rushmore, uno dei monumenti "simbolo" degli Stati Uniti, visitato ogni anno quasi da tre milioni di persone.
E' uno dei primi cinque luoghi più visitati dagli americani, luogo che un buon americano "deve" vedere almeno una volta nella vita. 

Utilizzato come set da numerosissimi film, quello più famoso è senza dubbio "Intrigo Internazionale" di Alfred Hitchcock, dove alla fine Cary Grant rimaneva appeso con Eva Marie Saint a fianco dell'enorme occhio di Lincoln (ma la scena venne girata in studio e i due non erano affatto "appesi" nel vuoto...).






Abbandonata l'Interstate, dunque, e percorrendo la "statale" 244 est, ecco che improvvisamente, di profilo, mi si è presentato il primo dei quattro volti scolpiti nel granito.






Per conoscere la loro storia, bisogna tornare al 3 marzo 1925, quando il Congresso americano approvò il progetto per la realizzazione di un "memoriale" che rappresentasse per sempre i padri fondatori degli Stati Uniti. Sarebbero stati volti scolpiti nel granito della montagna e ai primi cinque si sarebbero aggiunti via via, tutti i Presidenti. 
Ad eseguire l'opera su una montagna del Sud Dakota - peraltro luogo considerato sacro da i nativi americani - venne incaricato lo scultore di origini danesi Gutzon Borglum che, dopo un avvio incerto, iniziò a modellare a colpi di martello pneumatico i volti di George Washington, Thomas Jefferson, Theodore Roosevelt e Abraham Lincoln.
Borglum si trovò nei pasticci quando dopo una banale discussione venne abbandonato dal suo capo scultore: fu quel giorno che decise di sostituirlo con un giovane scalpellino italiano che aveva conosciuto anni prima nel suo studio del Connecticut, e che lavorava in quel cantiere.

Si chiamava Luigi Del Bianco il giovane scultore, (anzi, "scalpellino", la qualifica inferiore): era nato a Le Havre, in Francia, ma era italiano di Meduno, provincia di Pordenone, Friuli Venezia Giulia. I suoi genitori Vincenzo ed Osvalda rientravano proprio da un viaggio negli Stati Uniti quando il piccolo Luigi, evidentemente, aveva fretta di nascere. 
Una vita non certo noiosa, la sua.
A Meduno - e precisamente nella frazione "Del Bianco", dalla quale la sua famiglia ha tratto evidentemente il cognome - restò fino agli 11 anni, quando cioè trovò lavoro come scalpellino in Austria. 
Si lavorava e si emigrava presto, agli inizi del '900 nel nordest italiano.

E infatti Luigi Del Bianco emigrò ancora più lontano cinque anni dopo: negli Stati Uniti.
A 16 anni partì per Port Chester, nello Stato di New York, ma il suo lavoro era a Barre, in Vermont, considerata la "Massa Carrara" americana, dove il nostro continuò a fare il solo mestiere che sapeva fare: lo scalpellino

Aveva l'animo ballerino, il nostro Luigi: quando l'Italia entrò nella Grande Guerra, lui riprese la nave e tornò a casa, perché volle arruolarsi come volontario. A 23 anni. 
Altri tempi, sì.
Ma evidentemente la voce dell'America gli rimase dentro; e dunque, finito il Primo Conflitto mondiale e attraversò ancora una volta l'Atlantico, questa volta per rimanere per sempre. Anche perché fu agguantato da una giovane italiana, Nicoletta Cardarelli, che uno dopo l'altro gli scodellò cinque figli: Teresa, Silvio, Vincenzo, Cesare e Gloria.
Ed è stato proprio il figlio Cesare a far uscire dall'oblio la storia praticamente sconosciuta di Luigi Del Bianco, un italiano che ha fatto con le proprie mani un pezzo di Stati Uniti d'America.

Glielo raccontava sempre, il padre, che all'inizio degli anni '20 aveva iniziato a collaborare con un bizzarro scultore di origini danesi, Gutzon Borglum. E che proprio qualche anno dopo, nel 1924, questi ricevette l'incarico di studiare il progetto dei volti dei Padri della Patria americani.
La fortuna del nostro fu, insomma, quella lite fra il capo e il suo "primo scultore" Hugo Villa: fu a quel punto che Borglum promosse a quella carica Luigi Del Bianco"Egli ha il valore equivalente di tre uomini che io posso trovare in America per questo tipo di lavoro", scrisse Borglum nel proprio diario... 
Avrà avuto anche il valore di tre uomini, ma l'aumento di stipendio promesso - da 90 cent a 1 dollaro e mezzo l'ora - non arrivava. E allora non ci pensò due volte, il nostro scultore friulano, a girare i tacchi. Se ne andò all'inizio del 1935 interrompendo per sei mesi i preziosi lavori di rifinitura dei volti di Washington e Jefferson.

Del Bianco, che nella foto qui sopra vediamo all'opera, i sei mesi di assenza dal lavoro li recuperò presto, fors'anche stimolato dall'aumento dello stipendio finalmente arrivato. Ma soprattutto dall'ordine del giorno che Gutzon Borglum scrisse di suo pugno nel quale veniva stabilito che "tutti i trapanatori di ogni genere, gli sgrossatori, i finitori e gli scultori dei lineamenti" avrebbero lavorato da quel momento in poi "sotto la supervisione del capo-scultore Del Bianco".

Soltanto da questa foto d'epoca ci si può rendere conto di quanto sia davvero colossale l'opera: i visi sono alti 18 metri, gli occhi larghi ognuno tre metri, mentre i nasi presidenziali misurano ben sei metri.

Nel 1936 venne completato il viso di Thomas Jefferson (quello che nella dichiarazione di Indipendenza americana scrisse del "diritto alla ricerca della felicità"...), l'anno dopo quello di Lincoln e nel '39 quello del Presidente Roosevelt.

Il "Mount Rushmore National Memorial" venne inaugurato il 31 ottobre 1941, 37 giorni prima dell'attacco giapponese a Pearl Harbor.
A quel punto gli americani avevano altro da fare, con i nazisti in Europa e i giapponesi in Asia. Il completamento del progetto fu sospeso e da allora i volti dei Padri della Patria rimasero quelli.


Nessuno negli Stati Uniti aveva mai conosciuto la storia - e in fondo l'esistenza - del "capo-scultore Del Bianco". Si incaponì uno dei suoi figli, Cesare, che dagli anni '80 iniziò a spulciare gli atti relativi al progetto e alla nascita del "Mount Rushmore National Memorial" scovandoli nell'Archivio Nazionale e negli atti ufficiali conservati alla Libreria Centrale del Congresso degli Stati Uniti, il Parlamento americano. Doveva assolutamente trovare conferma e rendere nota a tutti l'incredibile storia che il padre gli aveva sempre raccontato con tanto orgoglio. 
Tra l'altro scoprì che fu proprio suo padre a capire come poteva rendere più brillanti e visibili le pupille del Presidente Washington: inserendo, cioè, negli occhi pietre di granito a forma di cuneo, cosicché la luce potesse riflettere.

Non fosse stato per la testardaggine del figlio Cesare, che oggi vive in una casa di riposo, nessuno avrebbe saputo della storia dello "scalpellino" (pardon, del "capo-scultore") Del Bianco, venuto dalle montagne del Friuli e morto nel Nuovo Mondo nel 1969.
Raccolta e resa pubblica dal figlio tutta la documentazione, 22 anni dopo la morte il capo-scultore Luigi Del Bianco ebbe il riconoscimento ufficiale postumo: un annullo speciale emesso dalle Poste americane, con il suo nome e la sua foto.

L'ultima immagine di Luigi Del Bianco ritrae l'uomo venuto da Meduno con il nipotino Lou, che porta (una parte) del suo nome.
Chissà come si sentirebbe, il capo-scultore Luigi Del Bianco, se sapesse che oggi ha un posto d'onore all'interno dell'Italian American Museum che è al 155 di Mulberry St, in piena Little Italy di Manhattan...
Thank's Frommers.com
Una visita che fa piangere il cuore.
Come quella a Ellis Island, primo pezzo d'America toccato da milioni di italiani che hanno trovato una speranza nel Nuovo Mondo.

Come quel ragazzino che arrivò dalle montagne del Friuli con i pantaloni corti e uno scalpellino in mano.



© dario celli. Tutti i diritti sono riservati.

lunedì 3 dicembre 2012

New York: ecco il Catch! (Pensate che casino sarebbe successo in Italia se...)

PREMESSA
La parola casino è stata "sdoganata" da Adriano Celentano in una sua canzone nel 1979, e allora mi sento autorizzato ad usarla.
Dunque:

Pensate che casino sarebbe successo in Italia se... 



I FATTI



Studentesse minori di 17 anni della città di New York incinte nel 2011: 7000

Studentesse incinte dopo i 17 anni: 2200

Gravidanze non pianificate di studentesse scuole superiori: 90% 

Gravidanze interrotte di studentesse scuole superiori: 64% 

Studentesse scuole superiori NYC incinte che hanno abbandonato la scuola: 70%
(Fonte: Dipartimento della Salute di NYC)




SVOLGIMENTO


Beh, ogni persona di buon senso, leggendo queste cifre, capisce facilmente il problema.
Quello delle gravidanze precoci nelle scuole superiori americane è diventato un problema sempre più importante. Lo testimonia anche quella prima pagina del Time.
Per questo, già da tempo per esempio, all'interno degli istituti pubblici scolastici di New York sono distribuiti gratuitamente profilattici, mentre contemporaneamente nell'orario delle lezioni sono compresi regolari corsi di "Educazione sessuale e alla procrezione responsabile".

Ma la situazione reale è quella esposta dai numeri sopra. 


(Thank's Google images)
Dunque, il Dipartimento dell'Educazione della Grande Mela per affrontare quella che viene definita una vera e propria "epidemia" di abbandono scolastico - che riguarda soprattutto ragazze incinte provenienti da famiglie povere -, quest'anno ha deciso di avviare un ulteriore piano d'attacco: il "CATCH" (Connecting Adolescents To Comprehensive Health), "Piano per la salute globale degli adolescenti", che per la prima volta prevede anche  la distribuzione di "Plan B" la "pillola del giorno dopo" tra le minorenni delle scuole superiori di New York.


Thank's feministing.com
E che i corsi alla "Procreazione responsabile" non sono evidentemente sufficienti è dimostrato dal fatto che solo nello scorso settembre tredici liceali minorenni di New York si sono presentate all'infermerie della propria scuola perché fosse loro prescritta la "pillola del giorno dopo".

E senza che i loro genitori fossero stati messi al corrente.

O meglio: tutti i genitori, al momento di iscrivere i propri ragazzi, hanno ricevuto dalla scuola una circolare che li informava dell'esistenza del nuovo programma "Catch"; contemporaneamente venivano avvisati che sarebbero stati messi al corrente della gravidanza della figlia - e della sua decisione di interromperla attraverso il piano di contraccezione "di emergenza" - soltanto se  avessero inviato alla scuola una richiesta specifica.
Il "Catch" prevede entro 72 ore da un rapporto sessuale non protetto, l'assunzione per via orale o iniettabile di Levonorgestrel, contraccettivo estroprogestinico a lunga durata d'azione.



Il "Catch" è una sorta di piano d'avanguardia a livello nazionale.
O inaccettabile, secondo un altro punto di vista.

Dai dati forniti dal Dipartimento dell'Educazione di Ny, l'anno scorso - in sole cinque scuole superiori della Grande Mela - sono state prescritte pillole anticoncezionali a 580 studentesse, mentre 567 hanno chiesto di ricorrere al "Plan B". 

Le minorenni lo assumono dopo aver avuto un colloquio con un'infermiera della scuola alla quale debbono dichiarare formalmente di avere avuto un rapporto sessuale non protetto nei tre giorni precedenti. Questa, attraverso i medici del Dipartimento Salute, sottopone al test di gravidanza la giovane, che eventualmente riceverà la prescrizione della pillola "del giorno dopo". 
Ma questo solo se i genitori non hanno risposto negativamente alla circolare della scuola. 

Ovvio che questo provvedimento abbia suscitato perplessità fra le famiglie di New York, anche se la percentuale di coloro che hanno risposto alla scuola che non accettavano il "Catch" non ha superato il 2% delle famiglie delle alunne.
"Io non voglio essere una ragazza che rimane incinta e che poi non riesce a trovare un posto di lavoro", ha detto al quotidiano NYPost una 16enne che frequenta la Scuola Superiore di industria di moda a Chelsea, dove l'85% degli alunni sono ragazze.
"Vorrei poter andare a farmi visitare senza dirlo a miei genitori" ha aggiunto una studentessa di 14 anni. Perplessa la madre di una 15enne, che facendo forse gli scongiuri si è limitata a dire che "le ragazze non dovrebbero essere sessualmente attive a quell'età, e noi genitori dobbiamo sapere se nostra figlia è incinta".

Perplessa anche l'insegnante Rosa Chavez che solo l'anno scorso ha avuto fra le sue alunne teen ager ben due gravidanze: "Non vorrei che sia un incoraggiamento al sesso negligente".

D'altronde, aggiunge un suo collega, "come è possibile dare preparati ormonali alle nostre alunne, quando non possiamo dare un Tylenol senza permesso dei genitori?".

"Ok - ribatte un'altra insegnante - ma se guardiamo l'abbandono scolastico e i dati..."

Già, i dati: quelli in cima a questa pagina.



P.S.: Poi quando leggo/scrivo certe notizie mi dico, appunto: "Pensa che casino succederebbe in Italia se qualcuno proponesse di adottare nelle scuole lo stesso provvedimento..."

© dario celli. Tutti i diritti sono riservati.

venerdì 23 novembre 2012

Zia Mery



Quando ero bambino, a casa mia, "girava" una zia che si chiamava Mery.
Esatto, con la "e".
Era una amica di gioventù di mia mamma, cresciuta come lei poco più che adolescente, sotto i bombardamenti di Torino, durante la Seconda Guerra Mondiale.

"Girava": nel senso che normalmente zia Mery (che non era sorella né di mio padre né di mia madre, ma la chiamavamo così perché era da sempre una "di famiglia", ed era anche madrina di una delle mie sorelle) arrivava a casa nostra in autunno, se ne stava a casa con noi giorno e notte tutto l'inverno, per "scomparire" in primavera. Quando andava - così ci diceva - "a farsi un giro".

Immagino che a mia madre venne un colpo il primo anno (e forse anche il secondo) quando "dal giro" non la vide più tornare. Poi smise di preoccuparsi, perché sapeva che la sua partenza, in fondo, era l'annuncio dell'arrivo della primavera, periodo che lei passava fino alla fine dell'estate in un appartamento della riviera ligure.
Effettivamente un po' burbera lo era; ma d'altronde la vita c'aveva messo il suo. 


Era nata in America, zia Mery, ed era tornata in Italia quando aveva poco poco più di due anni. E fu qui che il suo nome originario - "Mary" - venne storpiato e trascritto dall'anagrafe di Cornuda, il paese dei suoi genitori in provincia di Treviso, con la "e", così come loro evidentemente lo avevano pronunciato.
La sua famiglia era emigrata agli inizi del '900 da lì, come milioni di veneti che se ne andarono perché da quelle parti, a quel tempo, si moriva davvero di fame.
Ormai anziana, non si ricordava granché della sua infanzia, né sapeva bene come mai e perché i suoi genitori erano capitati proprio lì, a Thurber, in Texas, dove lei, appunto, nacque nel 1912.  

Nel 1994, il mio secondo viaggio negli Usa, fra le varie tappe avrebbe compreso anche il Texas. Non potevo, dunque, non farle una sorpresa: dovevo assolutamente mandarle una cartolina e fotografare la città dov'era nata e della quale lei non aveva ovviamente ricordo. 
Volevo, dovevo, assolutamente passare da lì! E allora, in fase di elaborazione del piano di viaggio, cercai di capire con esattezza dove Thurber fosse, e se (e quanto) fosse lontana da Dallas, dove sarei passato.
La ricerca nel dettagliatissimo atlante stradale Road Atlas che mi ero portato dagli Usa al termine del mio primo viaggio di due anni prima, non aveva portato a nulla: di Thurber, nella cartina del Texas, non v'era traccia.

Decisi allora di chiedere aiuto all'ambasciata americana a Roma, e un impiegato, ascoltata la storia della mia "zia d'America", mi mandò con una lettera dalla responsabile della biblioteca, che si spaccò in quattro per cercare e capire dove di preciso fosse Thurber, in Texas.
Che, davvero, "non si trovava". 
Si appassionò alla storia di zia Mery, la bibliotecaria, un'anziana americana innamorata pazza di Roma e dell'Italia. Si appassionò così tanto da dedicare alla ricerca un'intero pomeriggio: l'ultima chance - non c'era ancora internet - la tirò fuori da un contenitore di cartone grigio, dal quale venne fuori un vecchio atlante scolastico d'inizio Novecento. 
Dove (ma solo lì) Thurber magicamente "comparve".
Thurber risultava essere lungo quella che oggi è l'Interstate 20, autostrada che nasce al confine con il Messico e che si spinge per 636 miglia (1023 km) ad est, dov'è il confine con la Louisiana, e poi ancora per altri 1453 chilometri...
Tutta soddisfatta lei mi fece un paio di fotocopie della vecchia carta geografica e io partii per il mio nuovo viaggio americano.

Della Thurber di allora, dell'inizio del secolo scorso, oggi vi posso far vedere solo vecchie, anzi, ormai quasi antiche, foto in bianco e nero un po' sgranate. 
Mostrano ciminiere fumanti di fabbriche al lavoro...



un albergo con il classico Saloon...


(Thanks smokestack.net)
gruppi di lavoratori immortalati "in posa": quasi tutti minatori, nella maggior parte italiani e polacchi...
(Thanks texasalmanac.com) 

Quando, fin da bambino, le chiesi qualcosa della sua vita e di quel suo nome americano, zia Mery mi confessò che sapeva solo che suo padre e sua madre andarono in America in cerca di fortuna, arrivando (non sapeva come) fino a lì, a Thurber, appunto, in Texas.
Erano i primi anni del secolo scorso e lei non era ancora nata. Suo padre, con molta probabilità, andò lì per lavorare nelle miniere di carbone della "Texas & Pacific Coal Company", il cui proprietario era un ricco uomo d'affari di New York, mr. H.K. Thurber, al quale venne con devozione dedicata la città.

Fondata nel 1888, a Thurber e dintorni arrivarono ad esserci ben 15 miniere, e questo ne favorì il suo sviluppo. Presto Thurber divenne così addirittura la più importante città del Texas di allora: aveva infatti svariate centinaia di case, un "general store", una decina di piccoli drugstore, e poi vari negozi, uffici, banche, scuole, chiese. 
Era una vera e propria città multietnica, Thurber: in quegli anni in città erano presenti 18 gruppi etnici differenti, il prete della locale chiesa cattolica officiava la messa in sei lingue e qui nacquero le prime organizzazioni sindacali del sud-est degli Stati Uniti con rappresentanti inglesi e italiani, che nel 1903 organizzarono il primo sciopero locale per l'aumento salariale. 
Thurber fu la prima città del Texas ad essere completamente elettrificata e con le case dotate di acqua corrente, e in quegli anni era addirittura la seconda città americana per la presenza di teatri: ce n'era anche uno da 650 posti, e tutte le grandi compagnie teatrali e d'opera dell'epoca che attraversavano da est a ovest gli Stati Uniti, non mancavano mai la tappa al Thurber Opera House, soprattutto perché i nostri operai emigranti, grandi amanti dell'opera (anche perché gli attori recitavano a memoria i libretti in italiano) ne garantivano il "tutto esaurito" per settimane. 





 
(Thanks Turleton State University)










 


Secondo quel che si ricordava la mia vecchia zia Mery, suo padre lasciò l'America verso la fine del 1913: a lei risultava che il padre disse di dover tornare in Italia per farsi curare i reumatismi con "i fanghi" ad Abano Terme. 
Beh, quando io raggiunsi Thurber, Texas, scoprii che con molta probabilità le cose non andarono affatto così.
(Thanks tomschlueter.blogspot.it)
Fotocopia di quel vecchio atlante alla mano, da Dallas arrivammo sulla splendida Interstate 20 che tagliava terra e cielo con tranquillità e sicurezza. 
E sulla Interstate 20 ecco, ad un certo punto, il cartello stradale che annunciava l'uscita per Thurber
E fu lì che mi resi conto perché Thurber non compariva nell'atlante stradale.

Semplicemente perché non esisteva più.

Thurber era diventata una "ghost town", una delle tante "città fantasma" degli Stati Uniti.  
Della cittadina che nei primi anni del '900 arrivò ad avere oltre 10mila abitanti, non c'era infatti praticamente traccia. 
O meglio: di lei rimaneva soltanto un ristorante con una vecchia ciminiera accanto.

Thurber, Texas - il paese dov'era nata mia zia Mery - era tutta nella foto qui sopra, che feci allora. 

La storia della città la lessi sui muri del ristorante, raccontata da vecchie fotografie, copie di giornali dell'epoca, lettere di discendenti di suoi abitanti. Alla cassa, la copia del giornale di Thurber che viene stampato una volta all'anno.


(Thanks blog.bestoftexas.com)



(Thanks texasbob.com)
E' dalle sue pagine che ho saputo, ho capito, perché molto probabilmente il padre di mia zia Mery lasciò Thurber per tornare in Italia. E perché del paese non rimaneva più nulla.

Le avvisaglie della terribile crisi che portò alla morte di Thurber si avvertirono alla fine del 1911, quando vennero registrati i primi segnali di esaurimento delle miniere, che fino ad allora avevano prodotto più di 14milioni di tonnellate di carbone, arricchendo a dismisura mr. Thurber e soci. Fu in quel momento che la città iniziò a svuotarsi, con la "Texas & Pacific Coal Company" che iniziò a vendere tutto.
(Thanks redbubble.com)
Tutto, ma proprio tutto: anche i singoli mattoni delle case che via via venivano demolite e che erano di proprietà della Company; mattoni che vennero scalpellati e tolti uno per uno dai muri e riutilizzati per la costruzione di molti edifici di Dallas o per pavimentare la vecchia stazione del bestiame di Forth Worth, che vedete qui sotto... 
o, ancora, per il pavimento di Market sq. a Huston, Texas.
(Thanks Angela Orlando)  


I "Thurber brick", i mattoni di Thurber, sono perfino in vendita ancor'oggi: pezzi della vita di mia zia Mery si possono comprare su internet a 15 dollari e 75, poco più di 12 €uro e 50. 
                                   
Non ci impiegò molto, Thurber, a svuotarsi, a morire: senza lavoro, i suoi abitanti la lasciarono in fretta per cercare fortuna altrove, in quell'America che era pur sempre "l'America".
Quasi tutti, tranne il padre di zia Mery che, forse soffocato dalla nostalgia, volle provare a tornare in Italia per vedere come andavano le cose "a casa". 
Partì da Thurber, verso la fine del 1913 e non ho idea come arrivò fino a New York, facendo quelle 1653 miglia, 2659 chilometri.
Non so con precisione nemmeno quanto impiegò poi per arrivare in nave dal porto di New York a quello di Genova, e poi da qui a Cornuda, in provincia di Treviso, che vuol dire altri 289 chilometri.
So però che non appena arrivò a casa, forse non fece nemmeno in tempo a salutare i parenti che si trovò arruolato e spedito al fronte, visto che l'Italia stava per entrare in guerra contro l'Austria.

Non so nemmeno quanto impiegò la sua lettera ad arrivare dalle trincee del Piave fino a Thurber, Texas, Stati Uniti d'America: lettera dove avvisava la moglie che sì, era arrivato e che stava bene, ma che nel frattempo era scoppiata la Prima Guerra Mondiale. 
Lettera in cui lui le scrisse "Torna a casa, torna qui, con i bambini...".

Come fece quella povera donna, a prendere zia Mery e gli altri due fratelli e farsi - da sola, con tre bambini, nel 1914 - quei 2659 chilometri fino a New York, e poi da New York a Genova e poi da Genova a Cornuda, ancora non sono in grado di raccontarvelo. Quasi (Atlantico escluso) 3000 chilometri di viaggio di terra, e all'inizio del secolo scorso.

Che vita, quella di mia zia Mary...
Una vita segnata dalle guerre: trasferitasi da Cornuda a Torino, quando conobbe mia madre alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale, si fidanzò con un giovane e lo sposò proprio qualche giorno prima che lui partisse arruolato in Marina. 
Zia Mery non entrò mai nei particolari, ma so che fece in tempo a passare una sola notte con il suo giovane marito. E proprio in quell'unica notte - seppe dopo qualche settimana - restò incinta.
Non lo rivide più il suo marinaio, perché dopo qualche mese la sua nave venne affondata a colpi di cannone dagli inglesi.


Ogni tanto mi trovo a pensare a come sarebbe stata diversa la vita di mia zia Mery - quella che veniva a vivere a casa nostra d'inverno e poi scompariva nel nulla all'arrivo di ogni primavera - se suo padre si fosse spostato verso la California, verso San Francisco, come fece la maggior parte degli italiani di Thurber.


Zia Mery, quando nel 1994 andai in Texas, viveva in un pensionato di Torino, perché così aveva deciso già una decina di anni prima. In quel viaggio le spedii una cartolina da ogni città americana che toccavo. 
Furono più di 30 le cartoline che le arrivarono dagli States, quell'anno. E ogni volta era una festa, con le infermiere che dal corridoio le gridavano: "Signora Mery, c'è un'altra cartolina dall'America!", con gli altri pensionanti che le chiedevano "Da quale città arriva, questa volta?". 
Quando la andai a trovare, erano tutte lì, alle pareti della sua stanza, le mie - anzi, "le sue"! - cartoline americane.
E al centro c'era quella di Thurber, il paese dove lei nacque, che per lei finalmente non era più soltanto un nome strano scritto sulla carta d'identità.

Un paese lontano, lontanissimo, che ormai non c'è più.
Come lei.
Alla quale, con immensa tenerezza, dedico questa storia.

 






© dario celli. Tutti i diritti sono riservati.