PERSONE CHE HANNO LETTO O CURIOSATO

domenica 30 giugno 2013

Giovanni Crisostomo Martini

Non so da dove iniziare, questa volta.
Da lui, dal protagonista di questa nuova storia, o dal luogo americano che lo vide (in qualche modo) protagonista?

E' un po' che le dita sono ferme sulla tastiera, in attesa di trovare l'inizio...

Ma sì: in fondo gli inizi debbono partire dall'inizio, no?


E allora la vita di Giovanni non può che iniziare in Italia, da quel 28 gennaio 1852 (era un Aquarius come me, ci avrei scommesso...), quando Giovanni Crisostomo - questo il suo nome con il quale venne battezzato - nacque a Sala Consilina; cittadina in provincia di Salerno che si contende i suoi natali con Apricale, in provincia di Imperia.
Qui, ad Apricale, sarebbero stati identificati anche i suoi genitori, Giacomo Martini e Giovanna Barberis. Mentre nel comune campano lui risulta essere figlio di N.N., lasciato nella "ruota dei reietti" del locale orfanatrofio e battezzato con quel nome e cognome dal locale sindaco.


Non so voi, ma a me piace pensarlo nato e cresciuto a Sala Consilina, un po' irrequieto poi come quasi tutti i bambini che crescono in un orfanatrofio.
Devo dire che, infatti, il nostro Giovanni poi ci ha messo del suo per rendere la sua vita "movimentata".

Giovanni è un mancato musicista: in collegio ha imparato a dilettarsi con il tamburino - arrivando persino a farlo nella banda locale - e suonicchiare la tromba.
Ma soltanto suonare proprio non gli dava soddisfazione. E allora ecco il primo suo colpo di testa.

A 14 anni - quando la totalità dei nostri ragazzi passano le giornate fra rompere i coglioni ai genitori, star davanti ai videogiochi e annoiarsi a scuola (ok, non tutti...) - Giovanni  saluta la balia Marantonia che misericordiosamente lo aveva allevato da quando era uscito in orfanatrofio e decide di arruolarsi come tamburino (appunto...) nel Corpo Volontari Italiani.  
Siamo alla Terza Guerra di Indipendenza e Vittorio Emanuele II diede il comando di questa unità militare a tal Giuseppe Garibaldi.
(Ah, se mi avessero fatto studiare la storia così...).



Gli piaceva proprio Garibaldi, al nostro Giovanni. Tanto che lui seguì l'eroe dei Due Mondi - sempre armato di tamburino e tromba - anche l'anno dopo a Mentana, alle porte di Roma, nella battaglia contro l'esercito papalino.

Un'anima inquieta, scrivevo...
Non ci sono riscontri certi e ufficiali, ma pare che dalle truppe garibaldine Giovanni (Crisostomo) Martini nel 1866 vi fu allontanato perché accusato di "furto e vendita al mercato nero".

Anche in questo caso, cosa fece negli anni successivi non si sa con precisione.
Si sa, però, che nel 1873 raggiunse il Regno Unito e da Glasgow salpò a bordo della motonave Tyran diretta a New York.


Sbarcò a Castel Clinton (c'è ancora, è a Battery Park, la punta più a sud di Manhattan), dove il suo nome venne, come spesso succedeva a quel tempo, trascritto nei registri di ingresso, "inglesizzato".
Ecco, dunque, che Giovanni Martini giunto nel Nuovo Mondo divenne John Martin.


Non sapeva far altro che suonare tromba e tamburino, Giovanni (anzi, John), e a farlo in divisa. E allora gli sembrò del tutto normale fare domanda di arruolamento nell'esercito degli Stati Uniti, che in quegli anni intendeva "risolvere" la "questione indiana".
John Martin firmò una ferma di cinque anni e venne assegnato allo "squadrone H" del 7° Reggimento Cavalleggeri.
Il capitano Frederich Benteen era il suo comandante diretto, ma lo squadrone faceva parte del Reggimento passato alla storia perché guidato da un ex generale, degradato al grado di Tenente colonnello, poco più trentenne: il suo nome era George Armstrong Custer.
Il nostro Martini, per la verità, certamente non sapeva che Custer era molto più simile a lui di quanto potesse pensare. Non era nato in orfanatrofio, Custer, certo, ma era una di quelle persone che spesso faceva di testa sua.
Come quella volta che abbandonò il suo posto di comando per andare a trovare la moglie: cosa che gli costò un processo per insubordinazione, con la Corte Marziale che lo degradò appunto a Tenente colonello e la sospensione dal servizio per un anno.


L'eco dell'allontanamento di Giovanni Martini dalle truppe garibaldine non doveva essere arrivato oltreoceano visto che nella sua scheda personale - oltre alla descrizione fisica ("altezza 1,68 centimetri", non male per un italiano di quel tempo, "capelli neri, occhi marroni, carnagione scura"), John Martin venne definito "soldato disciplinato e volenteroso".


Due anni dopo il nostro Giovanni si trova con la sua tromba  in Montana, sulle colline nere, le "Black Hills" sacre ai Nativi Americani, che le popolano da millenni. Per la verità, con lui, in quelle truppe - oltre a decine di polacchi, olandesi, spagnoli, francesi, tedeschi e così via - pare ci fossero altri italiani: sicuramente Carlo Camillo di Rudio - mazziniano fuggito in America dopo aver cercato di far fuori Napoleone III - e Felice Vinatieri, musicista torinese, direttore della banda del Battaglione.

Erano lì a proteggere i coloni bianchi che dall'est si stavano riversando in Wyoming, Montana, Nord e Sud Dakota e Nebraska, dopo la scoperta che le viscere delle Colline Nere erano piene di metallo giallo.
L'oro.


Erano, quelli, territori abitati soprattutto dai Lakota Sioux, fra i guerrieri nativi più fieri e più forti fra quelli che cercavano di opporsi a questa invasione. E si calcola che furono più di 15 mila i bianchi che occuparono abusivamente in quei territori  adeguatamente spalleggiati e protetti dall'Esercito.

Anche in questo caso è complicato qui spiegare nei dettagli anni di accordi disattesi e di massacri (quasi) reciproci. Sta di fatto che in quei territori "liberi" - fuori dalle Riserve che il Governo aveva già imposto ai nativi - Cavallo Pazzo riuscì a stringere in un'unica grande (ma soprattutto inconsueta) alleanza sei tribù di nativi Sioux e altri guerrieri Cheyenne e Arapaho: in tutto 3000 uomini, 6000 donne e bambini e 5000 cavalli.

Custer, presuntuoso e impaziente, voleva essere lui "l'eroe" vittorioso di quella battaglia che avrebbe cacciato da quelle terre i Sioux: era certo che una vittoria avrebbe contribuito a fiaccare ogni intenzione di resistenza da parte di tutti gli altri gruppi di Nativi.
Guidava un manipolo di 242 soldati avanguardia di un contingente più consistente: ma era convinto che per i suoi, armati di fucili automatici, sarebbe stata una passeggiata e comunque voleva essere lui, l'eroe.

Il 25 giugno 1876 si fermarono ad aspettare i Lakota Sioux che vivevano in quella parte di territorio pronti alla battaglia, per piegarli e sterminarli.
Si fermarono sulle rive di un ruscello, il Little Bighorn, lì avrebbero teso l'agguato ai Sioux di Cavallo Pazzo.
Senza sapere che, in realtà, un inconsueto lavoro diplomatico fra tribù e gruppi fin'allora fra loro ostili, aveva permesso quell'insolita alleanza.

Quello che accadde è noto: Custer con i suoi 242 soldatini a cavallo si vide spuntare da ogni dove 3000 uomini.


Morirono tutti, tranne il nostro Giovanni Martino, che Custer mandò indietro, incontro alla colonna che lui avrebbe dovuto attendere, prima di attaccare e della quale, ora, invocava l'aiuto.
Temendo che il giovane trombettiere italiano non avesse capito bene cosa riferire, il suo tenente scrisse l'appello su un foglietto.
Questo:

"Benteen Come on Big Village. Be Quick. Bring Packs. W.W. Cooke PS Bring pacs", che vuol dire "Benteen vieni in fretta al Villaggio Grande e porta le munizioni".

John Martin si infilò il foglietto in un guanto e corse come un matto, cadendo subito a terra: forse per fingersi morto perché circondato, forse perché banalmente inciampò.
Un'ora dopo raggiunse il capitano Benteen, che però quando arrivò sul posto si vide davanti il colonnello Custer e i suoi 241 uomini riversi, senza vita, in un raggio di un paio di chilometri.

Andare a vedere quel campo di battaglia, ancor oggi, fa una certa impressione: dolci colline puntellate da 240 piccole lapidi bianche ognuna con un nome sopra.
Una sola nera: quella che segna dove il colonnello George Armstrong Custer, promosso generale dopo la morte, cadde ucciso.

Per continuare a raccontare la vita di Giovanni Martini a questo punto dobbiamo fare un salto di tre anni, quando il 7 ottobre 1879 sposò una ragazza irlandese di 19 anni, Julia Higgins, dalla quale ebbe otto figli.
Con il primo che battezzò George, in onore di Custer.


Nel 1898 partecipò alla guerra contro la Spagna per la conquista di Cuba, al termine della quale per lui arrivò il congedo, nel 1904.

Un'anima inquieta, il nostro Giovanni Martino, scrissi all'inizio di queste righe: dopo la vita militare, infatti, da borghese John Martin lasciò la prima moglie, si risposò, e aprì a Baltimora, nel Maryland, un negozio di dolciumi con la moglie.
Che lui abbandonò (e due...) nel 1906, lasciandola sola con i tre figli.
Aveva nostalgia di New York, e la polizia lo trovò proprio nella Grande Mela. Pare che gli agenti fecero di tutto per convincerlo ad una riconciliazione, ma invano.
A New York, d'altronde, aveva anche trovato lavoro: faceva il controllore nella metropolitana, appena inaugurata, e arrotondava lo stipendio raccontando la storia di Custer e del massacro di Little Bighorn negli intervalli degli spettacoli teatrali a Broadway.

49 anni dopo essere partito dall'Italia, la vigilia di Natale del 1922 John Martin, il trombettiere di Custer, venne investito a Brooklyn da un camion di distribuzione della birra.

La sua tomba è a Cypress Hills National Cemetery, il cimitero di Brooklyn.


Con Giovanni Crisostomo Martini, nato a Sala Consilina in provincia di Salerno, riposano altri 21mila soldati americani ma originari da mezzo mondo.
All'ingresso del cimitero di Jamaica Avenue, una sola scritta: "State entrando nel bivacco dei morti".







© dario celli. Tutti i diritti sono riservati

mercoledì 26 giugno 2013

Le tre vite di Antonio


Quella che vi voglio raccontare oggi è una tipica storia italo-americana.
E' la storia di Antonio.

In verità, la storia di Antonio è divisa in tre parti.

La prima parte della sua vita si svolge in Sicilia, in un piccolo angolo di paradiso, allora: stiamo parlando del 1958. Oddio, non che l'antico porto di Segesta sia cambiato, da 55 anni a questa parte.
Anche oggi, effettivamente, Castellamare del Golfo è uno dei gioielli siciliani...












Un porticciolo "autentico" (di pescatori, intendo; niente yacht di lusso...), un paesino arrampicato ai piedi del monte Inici, che vive, seppur con un po' di difficoltà, di pesca e turismo.
Oggi.

55 anni fa di pesca e povertà.

L'alternativa alla miseria, mezzo secolo fa, era partire, andare via. Emigrare.
"Parto, non parto? Parto, non parto?", si deve essere chiesto Antonio per giorni, per settimane, per mesi...

Finché, alla fine, Antonio Pipitone decide di partire.
Un giorno del 1958 prende una corriera, poi un treno fino a Palermo, e poi una nave.
Diretta a New York.

Possiamo solo immaginare la sua emozione quando vide la  Statua della Libertà, con quella poesia scritta nel 1883 dalla poetessa Emma Lazarus incisa alla base.
Una poesia che sembrava proprio essere scritta per lui.


"Tenetevi i vostri antichi Paesi
           con la vostra storia fastosa.

 Datemi le vostre masse stanche,
 povere,
 oppresse,
 desiderose di respirare libere,
 miserabili rifiuti dei vostri lidi affollati.
 Mandateli a me
 i diseredati,
 gli infelici,
 i disperati:
 Io
 alzo la mia lampada
accanto alla porta dorata”.
 
E' qui che inizia la seconda parte della vita di Antonio Pipitone.

Erano anni, quelli, in cui era facile trovare "lavoretti", negli Usa, e passare dai "lavoretti" ad un vero e proprio lavoro.
Antonio ha iniziato facendo il muratore.
Poi ha fatto il cameriere.
Poi ha trovato la sua strada, occupandosi contemporaneamente di ristorazione ed edilizia. E così ha aperto prima un piccolo ristorante, poi un altro, poi un altro, senza mai dimenticare il suo mestiere d'origine.
Accanto ai ristoranti, nei decenni, il nostro Antonio ha infatti consolidato e sviluppato anche il "settore edilizia", fino ad aprire un'impresa di costruzioni.


E lavorando come un matto, anno dopo anno, in cinquant'anni tra l'altro è riuscito a dare lavoro a decine di persone: camerieri, cuochi, manager di sala, cassieri, muratori, carpentieri, geometri, architetti, tappezzieri...

Cavolo: come poteva non essere felice, Antonio?!?
In America era riuscito a realizzare l'impossibile.
Partito in "braghe di tela", in più di mezzo secolo, spaccandosi le reni sette giorni su sette, aveva messo su una ditta di costruzione (regolarmente registrata, e per la quale gli fu concessa regolare licenza), ovviamente aveva pagato con regolarità tasse, stipendi e contributi dei dipendenti, e in più, nel frattempo, si era sposato, ha avuto figli, i quali negli anni gli hanno regalato un bel po' di nipotini.
Tutti nati americani, ovviamente.
O diventati americani, come sua moglie, anche lei emigrata dall'Italia.

Tutti tranne lui.


Già, perché lui, in tutti quegli anni ha sempre rimandato il problema.

Avete letto bene: quel testone, quel disgraziato di Antonio, dopo un paio di visti, non ha infatti più regolarizzato la sua posizione, diventando così silenziosamente e automaticamente "illegale" .

Gli americani sono gentili, e negli Usa, i "clandestini", vengono chiamati, com'è giusto, soltanto "illegal".

Strano Paese, l'America.
Ma ormai lo avete imparato a conoscere un po' di più, se siete lettori abituali di queste pagine.

Antonio, per vivere da "clandestino" (pardon, da illegal) in America ha usato un trucco.
Il più semplice del mondo, in un Paese in cui la Polizia non può chiedere a casaccio, indiscriminatamente, i documenti: "Semplice: in tutti questi 55 anni sono stato un perfetto cittadino americano. Sono 'pulito', non ho mai commesso un reato, non ho mai usato un nome falso, non ho mai preso una multa, non ho mai avuto grane di alcun tipo.  E per 50 anni ho sempre  pagato regolarmente le tasse e ho sempre assunto regolarmente i miei dipendenti".
Finché...


Finché, qualche settimana fa, per uno stupido contenzioso legale - nel quale lui, peraltro, era pure dalla parte della ragione - venne fuori che lui aveva sì la patente americana, che sì aveva regolarmente pagato le tasse per 55 anni, che sì era incensurato e non aveva mai subito una multa nemmeno per divieto di sosta...

Ma - ormai ottantenne - era "illegal", privo, cioè, di visto di lavoro, o di visto di residenza, o di Green Card.
Non aveva niente.
Niente di niente.

Le cose, in questi casi, in America vanno spedite.
Dopo aver capito la situazione, gli agenti bloccano l'ottantenne italoamericano (anzi, italiano) Antonio Pipitone e chiamano i colleghi dell'immigrazione che lo arrestano. In attesa di capire.


Ma non è che ci fosse molto da capire. Tutto era chiaro.
Antonio Pipitone era negli Usa illegalmente, e così lo è stato per decenni.
I suoi avvocati, ovviamente, erano pronti alla battaglia, nemmeno poi tanto complicata, poi: d'altronde, per 55 anni, il loro cliente "era stato sempre un cittadino americano modello", "aveva contribuito ad arricchire l'America con il proprio lavoro e con quello fornito a decine di cittadini americani", "educando i suoi figli alla legalità e al vivere civile", erano pronti a dire al giudice.

Insomma, sarebbe stata una passeggiata.
Ma certo la causa sarebbe potuta durare qualche settimana, forse un mesetto; con il loro cliente che avrebbe dovuto attendere in un centro di detenzione per immigrati irregolari, gli sviluppi della situazione per giorni.

Il nostro Antonio conosce bene l'America (ci ha vissuto 50 anni!) e allora, improvvisamente, "su due piedi", prende una decisione: fra stare in una camera di sicurezza magari per un mese (almeno...) aspettando il successo dei suoi avvocati, e ritornare in Italia - alternativa che gli avevano posto gli agenti dell'Immigrazione - lui sceglie di tornare.

D'altronde era un po' che aveva quell'idea in testa: tornare in Italia, per vivere al paese quel che rimaneva da vivere.

E qui inizia la terza parte della vita di Antonio Pipitone.

Dopo nemmeno 24 ore di camera di sicurezza, il 25 aprile gli agenti dell'Us Customs & Border Protection lo caricano sul primo volo diretto in Italia.
Così, senza bagaglio.
Vestito così com'era al momento dell'arresto.

E ora immaginatevi la scena al posto di frontiera di Roma Fiumicino.
Antonio Pipitone esce dall'aereo con gli altri passeggeri e paziente fa la fila al varco riservato ai cittadini dell'Unione Europea.
"Da dove arriva?" gli chiede con il consueto distacco italico l'agente.

"Dagli Stati Uniti".
"Bene, bentornato a casa! Mi da il passaporto?"

(Passaporto? Ca quale passaporto??)


Già, il passaporto...

Il passaporto americano il nostro Antonio non ce l'aveva, e quello italiano, lo aveva richiesto al consolato di Philadelphia, in Pennsylvania, trent'anni fa, nell'83.
Ma poco tempo dopo lo aveva perso...

E se in trent'anni non aveva mai avuto tempo di perfezionare la documentazione per diventare cittadino americano (vero Elisabetta? ;-) ndA), figuriamoci se aveva trovato il tempo per richiedere un duplicato del passaporto italiano...

Avete presente lo stupendo film Terminal, con Tom Hanks?
Era ispirato ad una storia accaduta ad un apolide espulso da un Paese asiatico che a Parigi rimase nel limbo dell'aeroporto Charles De Gaulle per alcuni anni, prima che venisse trovata una soluzione.
Ebbene, questo è quello che, un mese fa, è accaduto al nostro Antonio Pipitone.

Arrivato all'aeroporto di Roma Fiumicino, Antonio Pipitone si è trovato con un telefonino americano - che in Italia non funziona - e un po' di dollari.
Vaga all'interno dell'area internazionale dell'aeroporto per alcuni giorni, lavandosi nei bagni e dormendo sulle poltroncine assai scomode.
Sentiti al telefono e rassicurati del suo arrivo, i figli gli inviano immediatamente dei soldi dall'America, ma all'ufficio "money transfer" di Fiumicino lui non li ha mai potuti ritirare, visto che non accettavano come documento né la patente, né l'ID (la carta di identità) americana.

Sono stati i figli, dall'America, ad allertare la polizia italiana: "Nostro padre è lì, in aeroporto. Aiutatelo, per favore".

E sono stati gli agenti della Polizia di Frontiera della Quinta sezione, di cui conosciamo solo i nomi - Antonio, Gianfranco e Giordano - a cercarlo immediatamente battendo i tre terminal di Fiumicino, e a rintracciarlo. E a dargli finalmente da mangiare, e a rassicurarlo che si sarebbero occupati della situazione. Lo hanno praticamente "adottato",  in quei 21 giorni di limbo: "I miei angeli" li ha chiamati lui.
Veri e propri angeli che hanno anche fatto una colletta per farlo dormire in un albergo fino a quando non ha potuto ritirare i soldi con i suoi documenti, visto che alla fine gli erano rimasti 13 dollari.

Ogni mattina era però a Fiumicino, per vedere se la sua situazione si sbloccava. E chiacchierava un po' con i turisti americani che incontrava, per passare il tempo.
Poi ritornava all'ufficio di Polizia per capire quando sarebbe uscito da quel limbo.
Terminato quando i documenti sono arrivati.

Eccolo qui sotto, Antonio, con la maglietta nera e un giubbino rimediato, fra i suoi angeli custodi che lo hanno aiutato a tornare a casa.
Perché alla fine, dopo 21 giorni, i nuovi documenti italiani sono arrivati e lui ha potuto finalmente raggiungere Castellamare del Golfo e la sua Sicilia.
E' a casa della cognata Tina che Antonio racconta tutto questo: "Mi ha fatto dei buonissimi rigatoni, proprio come quelli che mangiavo qui da bambino, e mi ha fatto la gallina, e ho bevuto il nostro vino...".

"Tornare negli Stati Uniti?
E perché mai?
Io ho 80 anni, ho vissuto una splendida vita in America. Ora aspetto mia moglie, che lei il passaporto ce l'ha ed è 'tutta a posto'. I miei figli verranno qui a luglio e a settembre per venti giorni, poi passeremo insieme il Natale, qui al paese.

Noi siamo 'very nice people', siamo lavoratori numeri uno, rispettosi, i miei figli mandano tutti i loro figli a scuola.

E io sono un perfetto cittadino americano: amo l'America, la nazione che mi ha fatto crescere.
No no: sono felice.
Ho fatto quello che ho voluto.
Ora sto qua e morirò nella mia Sicilia, dopo aver vissuto in questo splendido Paese",
dice in un lapsus, quasi come se ancora fosse in America.

Non porta alcun rancore per gli Stati Uniti, Antonio.
Anzi.
"Io non smetterò mai di ringraziare l'America per i cinquant'anni che lì ho vissuto meravigliosamente.
So di aver sbagliato.
Sono stato io a compiere un errore, e la legge americana va rispettata.
Ora fatemi riposare.
E God bless the United States of America!
Che Dio benedica gli Stati Uniti d'America...".



© dario celli. Tutti i diritti sono riservati

giovedì 20 giugno 2013

Una preoccupazione in meno...



Succede già in qualche aeroporto italiano, così come da tempo succede negli Usa.
Ma all'aperto (e a energia solare) no, non ne avevo mai visti.


La novità arriva da New York, dove l'operatore telefonico "AT&T" ha infatti installato - a sue spese! - 25 multipostazioni ecologiche per la ricarica gratuita delle batterie di telefonini "smartphone", tipo iPhone e Blackbarry, o apparecchiature ricaricabili anche con cavo Usb.


25 postazioni come questa qui sopra, sono state installate in parchi, spiagge, e altri spazi all'aperto dei cinque distretti di New York. "Ecologiche al 100%" e a "consumo e impatto zero", visto che vengono alimentate esclusivamente grazie all'energia solare.

Ognuna di queste stazioni di ricarica può ospitare fino a sei telefonini o tablet alla volta, e questo indipendentemente dall'abbonamento telefonico che chi ne usufruisce ha sottoscritto: l'utilizzo non è, insomma, affatto vietato a chi ha abbonamenti con gestori telefonici diversi dallo sponsor, la AT&T, appunto.

            
L'installazione di queste postazioni a "impatto zero" (sormontate da tre pannelli solari a forma di "petalo", o meglio di "elica") è iniziata questa settimana.

Il primo "petalo ricaricabile" è stato inaugurato due giorni fa a Fort Greene Park, poi via via sono stati attivate - o sono in via di attivazione nelle prossime settimane - le postazioni al molo 1 di Brooklyn Bridge Park,
al Summerstage di Central Park
a Governor Island,
al molo 1 di Riverside Park,
a Union sq.,
all'Hudson River Park,
a Coney Island,
a Rockaways Beach nel Queens,
a Randall's Island,
Governor's Island,
all'Hudson River Park,  
al La Tourette Golf Club di Staten Island,
davanti alle dune di Orchard Beach, al Bronx,
al Metrotech Center e a Dumbo a Brooklyn...
Molto soddisfatto il sindaco Michael Bloomberg che dopo l'uragano Sandy aveva chiesto agli operatori telefonici di "rafforzare e migliorare la resilienza di New York City".  Soddisfatti soprattutto perché l'amministrazione non scuce un centesimo di dollaro.


In quei giorni di black-out, i newyorkesi avevano potuto fare affidamento soltanto alla solidarietà spontanea dei fortunati cittadini le cui case si erano trovate fornite miracolosamente di energia elettrica.

("Abbiamo l'energia elettrica: puoi ricaricare gratuitamente il tuo telefonino!")

Fu così che iniziò a prendere forma l'idea di dotare la città di postazioni di ricarica a energia solare, visto che l'uragano  aveva messo in ginocchio - privandole di luce per giorni - intere zone di Manhattan.

Per le postazioni di ricarica, la "AT&T" ha scelto zone al di fuori del "business": parchi, giardini, piazze, lungofiume e così via. Iniziativa accolta, in questi giorni, con entusiasmo travolgente da newyorkesi (e turisti).



Da quel che ho capito, per una ricarica totale della batteria di uno smartphone è necessario lasciarlo collegato alla postazione per due ore. Ma ovvio che, in caso di batteria in via di esaurimento, per una ricarica "di sopravvivenza" è sufficiente una quindicina di minuti.

E in caso di mancanza di sole?
Ogni singola stazione è in grado di fornire energia ai telefonini in carica per alcuni giorni, dicono alla AT&t", azienda che per questa iniziativa ha investito qualcosa com 500mila dollari e, in caso di successo, potrebbe essere esteso anche in altre città.

Si vedrà, insomma.
Intanto, se New York è fra le vostre mete dell'estate, prendete nota delle postazioni.
E non tirate poi fuori la scusa che la batteria del vostro telefonino era scarica...

© dario celli. Tutti i diritti sono riservati.

domenica 16 giugno 2013

Alla faccia dell'artista di strada...

No, dico...
Senza farvi distrarre dal panorama che da lì si gode di Central Park (Time Warner Tower, ma se andate nella hall dell'attiguo Mandarin Hotel, al 45° piano, la vista è ovviamente migliore...), guardate cosa riesce a fare questo artista di strada in meno di un minuto e mezzo!!
 
Si chiama D. Westry ed è di Columbus, Georgia (se ho capito bene...) :-)

giovedì 13 giugno 2013

Cronaca di un ultimo giorno di scuola

Tema: 
Racconta il tuo ultimo giorno di scuola

E allora spariamoci questo racconto di vita americana vera.
(Ma non spariamoci tutti, alla fine, per cortesia...)

A Francesca e a Stefano una tonnellata di baci...

Cliccate sul titolo qui sotto.



martedì 4 giugno 2013

Il bicchiere di Lazlo

Ne discutevo proprio l'altro giorno con un collega: è vero: gli Stati Uniti sono una Nazione che non ha certamente la nostra Storia alle spalle. Ma spesso sono i suoi milioni di abitanti (e anche i suoi centinaia di milioni di oggetti) ad averla, una storia, incredibile.
Un esempio - apparentemente - stupido? I bicchieri di carta.

No, non parlo di questi qui sotto, resi ancor più celebri dalle ragazze di Sex and the City...


















... e cioè i bicchieri di Starbucks, catena di caffetterie tanto amata dai giovani italiani che si recano all'estero (un po' "fighetti", dai!), e da loro molto frequentata appunto a New York o negli Usa (anche perché ci si collega gratis ad internet!);

e nemmeno di questi, altrettanto famosi...




















Tutti questi bicchieri hanno un antenato "no logo", che per decenni è stato offerto alla clientela dai drugstore di New York e dai "baracchini" che si trovano per strada.

Un bicchiere di carta che, tra l'altro, è comparso in decine di film e telefilm...
Al Pacino "Seduzione pericolosa"














Danny Aiello in "Brooklyn Lobster"
Joe Mantegna in "Homicide"









... e che ormai è entrato a pieno titolo fra le "icone" della Grande Mela. 
E si rimane di stucco, quando si scopre quale storia ha alle spalle questo bicchiere di carta "no logo".

Lo ha disegnato questo signore, del quale si può dire tutto tranne che non avesse una storia (anzi, Storia... E che Storia!) alle spalle.
Laszlo Büch nacque il 20 settembre del 1922 in Europa: a Khust, per la precisione, a quel tempo cittadina della Cecoslovacchia, ora - dopo la dissoluzione dell'impero Sovietico - in territorio ucraino.

Di religione ebraica, la sua famiglia non ci volle molto perché finisse, durante l'occupazione nazista, sotto le infami grinfie dei soldati della croce uncinata e dei loro vigliacchi collaborazionisti locali. Senza alcun motivo, suo padre, sua madre e lui furono arrestati e deportati in un campo di concentramento insieme ad altre migliaia di persone della loro città.

Non riesco nemmeno ad immaginare cosa può aver provato un ragazzino di 15 anni quando, dopo un viaggio di giorni in un vagone merci dove le persone erano costrette a farsela addosso, si è visto catapultato nell'inferno di Auschwitz. Né posso immaginare cosa provò quando, subito dopo, venne separato dai suoi genitori. 
Chissà quale strazio provò - chissà quale strazio provarono i suoi genitori... - quando lui venne trasferito a Buchenwald, altro campo di sterminio nazista, dove oltre agli ebrei venivano deportati e rinchiusi bambini e adolescenti, rom e sinti, gay e lesbiche, insieme a prigionieri politici delle nazioni occupate.
Così per anni, Lazlo ha vissuto lì, a Buchenwaldnella perenne angoscia di incorrere nella morte imminente, che ogni giorno sentiva - e vedeva - attorno a sé. 
Possiamo solo immaginare cosa possa significare per un ragazzo di 15 anni una situazione simile: recluso senza alcuna ragione, solo, privato dagli affetti più cari, con l'incolmabile tristezza provocata dal non sapere nulla dei suoi genitori. 
Che Lazlo, poi, non vide mai più. 

La svolta della sua vita di adolescente imprigionato in un campo di concentramento nazista giunse il 4 aprile 1945, quando gli sgherri di Hitler scapparono a gambe levate, precedendo di poche ore l'entrata a Buchenwald dei primi carri armati della 89a Brigata Fanteria dell'esercito degli Stati Uniti d'America.
Quattro giorni dopo, arrivò la liberazione dei prigionieri: e fu così che il ventitreenne Laszlo Büch, con altre centinaia di ebrei del campo, raggiunse l'Oceano Atlantico, da dove - solo, orfano, senza vestiti, senza alcun risparmio - si imbarcò alla volta dell'America.

Cosa deve aver pensato Lazlo durante quei giorni di traversata dell'Atlantico, non è facile da immaginare: forse voleva soltanto andarsene via il più lontano possibile da quell'orrore che era stata per lui l'Europa.
Giunto a New York, passato davanti alla Statua della Libertà, anche Laszlo Büch entrò a Ellis Island per le visite e la registrazione: e fu lì, come spesso succedeva allora, che il suo nome venne "americanizzato", storpiato da qualcuno che forse non seppe trascriverlo correttamente.
Oppure da chi, forse, voleva solo proteggere quel ragazzo cecoslovacco, ebreo, orfano, ex deportato, vissuto negli ultimi sei anni in mezzo al terrore e alla morte.

Fu così che Laszlo Büch in America divenne Leslie Buck.

Non appena stabilitosi negli Stati Uniti, Lazlo - anzi Leslie - trovò lavoro in una fabbrica di bicchieri di carta di Mount Vernon, alle porte di New York, moderatamente famosa, oggi, per aver dato i natali all'attore Denzel Washington. 
Il suo compito era quello di procacciare clienti: ovviamente più clienti possibili.
Dopo qualche mese, il primo colpo: riuscì a stringere un accordo con un bel po' di esercenti di origine greca di bar, dragstore e ristoranti di New York. Un contratto di fornitura di alcune migliaia di bicchieri per il caffè mattutino "da asporto", che gli favorì la promozione a Responsabile delle Vendite. La prima di varie promozioni, fino a quella di Direttore Marketing.

Poi, negli anni '60, mise in piedi una azienda tutta sua, la "Sherri Cup Company".

Una vita di corsa, quella di Leslie, che solo ogni tanto si fermava a pensare al suo inferno passato. E proprio in quei momenti - dopo aver ringraziato Dio e gli americani - non si dimenticava mai di ringraziare con il pensiero e con una preghiera anche quegli immigrati greco-americani che gli avevano permesso davvero di cambiare vita dopo l'inferno dei campi di concentramento nazisti.

ai quali lui, in fondo, doveva tutto.

Ah, se solo avessi potuto intervistarlo... 

Gli avrei chiesto del momento preciso che gli si "accese la lampadina", quella che lo condusse per settimane nei corridoi di una biblioteca a consultare, ad immergersi, a sfogliare, a leggere e rileggere, decine di libri di storia dell'arte greca.

Quello che so è che ad un certo punto Leslie prese carta e penna e buttò giù un bozzetto: sfondo azzurro (il colore nazionale della Grecia e della sua bandiera), decorazione bianca sui bordi superiori ed inferiori del bicchiere (una "greca", appunto), due riproduzioni stilizzate di un'anfora antica che separavano due disegni con tre tazzine fumanti, a loro volta sormontate dalla scritta vergata in caratteri vagamente classici (insomma...) "We are happy to serve you", "Felici di servirvi".






























Un messaggio semplice e sereno.
Voleva chiamarlo "Amphora", il modello del suo bicchiere, ma anche qui il nome venne un po' storpiato, forse per come il tipografo lo aveva sentito pronunciare da lui: sta di fatto che nei cataloghi della sua azienda, il bicchiere comparve con il nome "Anthora".
Così come oggi è ancora conosciuto.

Fu un voto, il suo, una specie di dono simbolico per chi lo aveva aiutato a fare i primi "passi americani": "Mio padre, per ciò che ha sofferto nei campi di concentramento, aveva paradossalmente continuato a credere nell'umanità: e ci ha cresciuto insegnandoci ad amare il prossimo e a rispettare sempre il vicino di casa", ha raccontato la figlia Linda al New York Times.

Immesso nel mercato a metà degli anni '60, di "Anthora cup" ogni anno ne sono stati venduti svariate centinaia di milioni di pezzi. Nel 1994, il record: MEZZO MILIARDO di bicchieri venduti soltanto in quei 12 mesi.

L'"Anthora cup" presto diventò una vera e propria icona: tanto che negli anni divenne anche portapenne di porcellana (esattamente identico all'originale in carta), mug di ceramica, maglietta, cravatta, portachiavi e portamonete.








Quando nel 1992 Leslie Buck si ritirò dall'attività, la società da lui fondata donò a lui - che aveva sempre rifiutato di ricevere regali, anche dai figli ("Non mi sembra il caso, ci sono cose più importanti, e per me il più bel regalo è la vita", diceva sempre) - 10.000 bicchieri di carta (i suoi bicchieri) con la scritta appositamente modificata in suo onore: "E' stato nostro piacere servirti".

Poi arrivò il Parkinson, che ebbe il definitivo sopravvento il 26 aprile 2010, quando Leslie Buck (anzi, Lazlo Büch) a 87 anni, con a fianco la moglie, quattro figli e quattro nipoti, chiuse gli occhi per sempre.

Per andare, finalmente, a prendere un caffè bollente con i suoi genitori, che aspettavano il momento da 72 anni. 

Ma solo perché il loro ragazzo era andato a cercare i bicchieri... 



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