PERSONE CHE HANNO LETTO O CURIOSATO

venerdì 16 giugno 2017

Il ponte della piccola Marisa

Era giovanissima e magra come un chiodo, la maestra Rossana.
Per il suo primo anno di insegnamento venne assegnata alla scuola elementare di Nibbiaia, una frazione di Rosignano Marittimo in provincia di Livorno.

Aveva poco più di venti anni.

Chissà com'era emozionata...


Nibbiaia, oggi, ha 629 abitanti. 

Non sono in grado di dirvi quanti ce ne fossero nel 1957, anno in cui vi trasporto oggi, cari amici di Aria Fritta. Ma non credo, sinceramente, ne avesse molti di più. 

Siamo, dunque, nel dicembre 1957 e precisamente in uno degli ultimi giorni di scuola prima delle vacanze di Natale, quando, cioè, la maestra Rossana Lecconi - che insegnava in una scuola interclasse formata da 14 bambini di terza e 16 di quarta elementare - assegnò ai suoi alunni un tema.


Per il titolo, l'ottima maestra Rossana prese spunto dalla storia di una delle sue alunne, Marisa.

Decise di chiedere ai suoi alunni di immaginare cosa ci fosse a "Seimila passi da scuola"

Già, perché l'alunna Marisa Leonzio (nove anni), ogni mattina usciva da casa con il fratello, e partendo dalla sua casa colonica in località Podere del Gorgo, per arrivare a scuola doveva farne seimila, di passi.


Seimila all'andata e seimila al ritorno.

Li aveva contati.
E ne aveva parlato in classe, ovviamente.

Li aveva contati per far passare il tempo.
Ma anche la paura.
Pensate: ogni mattina la bambina Marisa doveva attraversare a piedi un po' di campagna;
poi percorrere i sentieri che passavano dentro a due boschi;
ed infine superare un torrente.

Il Chioma, che vediamo qui sotto.




Per passare oltre, la piccola Marisa doveva letteralmente guadarlo, saltando - avete letto bene: saltando - fra un sasso e l'altro fino ad arrivare alla sponda di fronte.

In tutto, un'ora e mezzo di percorso all'andata, e altrettanti al ritorno. 

A piedi.

E se lei ogni tanto frignava, papà Alberto non voleva sentire ragione: lei doveva andare a scuola e basta. Perché avere un'istruzione era l'unico modo per avere una vita migliore della sua, diceva sempre.
E noi non possiamo che vergognarci se pensiamo ai capricci, alle storie, e ai nostri finti mal di pancia, che da bambini o da ragazzi dicevamo di avere, per non andarci, a scuola...

Ora: finché era autunno o primavera, si trattava di una passeggiata senza problemi: anzi, attraversare il bosco e il torrente era pure una mezza avventura!

Ma quando pioveva o arrivava l'inverno, il percorso era tutt'altro che un gioco, con il Chioma così gonfio d'acqua e con la sua corrente che portava via.

E lei era pur sempre una piccola di nove anni... 

Quando poi nevicava le cose erano ancora più complicate e i rischi erano decisamente maggiori, con il pericolo di cascare nell'acqua gelida: e allora, in quel caso, Marisa veniva accompagnata dal padre - il suo eroe con tabarro e stivali - che per non farla bagnare guadava il fiume, portandosela sulle spalle.


Con lui che ogni volta, per tranquillizzarla e soprattutto per farla sognare, le diceva: "Dai, che un giorno costruirò un ponte tutto per te! 

Vedrai che prima o poi succederà...".

Attraversato il ruscello, la piccola Marisa prendeva un altro sentiero, poi una stradina di campagna e infine, finalmente, una strada asfaltata. 

E quante volte, d'inverno, arrivava a scuola bagnata come un pulcino, zuppa di pioggia... E allora la maestra Rossana spostava il suo banco vicino alla stufa a legna che riscaldava tutta la classe, cosicché  lei potesse asciugarsi e scaldarsi.
"Sei la bambina più brava e coraggiosa che io conosca", le diceva...

Terminata la mattina di lezioni, Marisa faceva il percorso inverso. Con suo padre - il suo eroe, il suo gigante buono, un contadino dalle mani "grosse così" - che nei giorni di piena del Chioma, la aspettava lì, sulla sponda. 

Per caricarsela sulle spalle e portarsela al sicuro.
A casa.

E in uno degli ultimi giorni del primo trimestre, dunque, lei e gli altri alunni della maestra Rossana si trovarono di fronte ad un nuovo tema. 

In questo caso era un "classico": "Racconta cosa vorresti come regalo di Natale e perché".

E sono sempre teneri, i temi dei bambini su questo argomento, vero? 

Più o meno, i loro desideri sono rimasti immutati nei decenni (giochi elettronici a parte, che sono cose d'oggi): un pallone, una bambola, un camion, un paio di scarpette da calcio, un trenino, una bicicletta, un fucile da cow-boy...
Del trenino elettrico, la piccola Marisa non avrebbe saputo cosa farsene: in casa sua, infatti, non c'era né elettricità, né acqua corrente. 
E il bagno, infatti, era fuori casa...

Logico, dunque, quale fosse il sogno della piccola Marisa: lei scrisse che da Babbo Natale quell'anno desiderava ricevere "un ponte".

Un ponte sul fiume Chioma.
"Certe volte, per arrivare prima a casa, corro. Specialmente quando piove, o quando viene giù dal Santuario di Montenero quel vento ghiacciato. Ma poi devo aspettare che ci sia mio papà che mi aiuti a passare il fiume", scrisse sul quaderno con la sua calligrafia da bambina.
"Sì, caro Babbo Natale: ecco cosa vorrei per regalo. Vorrei proprio un ponte".

E a quel punto accadde l'imprevedibile.

La maestra Rossana, commossa, lesse il componimento al direttore del Circolo didattico di Rosignano, e lui, il prof. Benincasa, decise di inserire il tema sul giornalino scolastico che pubblicava con racconti scritti dai bambini. 


L'imprevedibile fu che quel giornalino arrivò sotto gli occhi di un redattore della cronaca cittadina de "La Nazione", quotidiano di Firenze. Che ci scrisse un articolo. 
E che l'articolo venne letto da un dirigente italiano dalla "Columbia Pictures" - una delle maggiori società di produzione cinematografiche del mondo.
Raggiungendo così, in un baleno, l'America.


Ora, il caso volle che la "Columbia"proprio in quelle settimane, si stesse preparando a lanciare in Europa "Il ponte sul fiume Kwai", il celebre film di David Lean, con William Holden, Alec Guinness e Jack Hawkins già uscito negli Usa.


Una pellicola che di lì a poco avrebbe vinto prima tre "Golden Globe" e poi ben sette "Premi Oscar" oltre ad altri vari 24 riconoscimenti internazionali.
               

Cari amici di Aria Fritta: se conoscete l'America, o anche solo se siete lettori di queste pagine, avrete capito che negli Usa le cose vanno veloci.
E che i sogni, quando si tratta di Stati Uniti, si possono davvero avverare.

E infatti, tempo una manciata di giorni, nell'aia della cascina di Gorgo - la frazione di Rosignano Marittimo dove abitava Marisa Leonzio,  lontana 8.244 chilometri
 dal mondo di Hollywood - si palesò rombante, e spaventando tutte le galline che lì razzolavano tranquille, un macchinone nero, un'Alfa Romeo targata Roma.

Dalla quale uscì un signore elegante, completo grigio fumo di Londra, camicia bianca, cravatta dal nodo piccolo, cappello Borsalino in testa e occhiali da sole: alto, magro, abbronzato, capelli impomatati e baffetti alla Clark Gable, che sembrava fosse stato catapultato nel cortile di quella cascina da un disco volante. 

Oggi ride come una bambina, la signora Marisa mentre mi racconta quei momenti.
Anzi, ride ancora oggi stupita, esattamente come rideva sbalordita quella bambina.

"Sa, non è che ci fosse tanto traffico dalle nostre parti. Anzi, pensi che noi non avevamo nemmeno un trattore! 
Sicché quando sentimmo il rumore di un motore nel cortile di casa nostra uscimmo tutti nell'aia. Allora vedemmo un tizio che scendendo si guardava intorno: uno sconosciuto che sorrideva e veniva verso di noi. 
Ci salutò, ma non capimmo cosa diceva. Ma parlò subito il suo interprete. 
Insomma, quel marziano si piazzò di fronte a mio padre, gli strinse la mano e gli disse: 'Mr. Leonzio? Sono qui perché vorremmo costruire noi il ponte a sua figlia'... 
Ricordo che mio padre quasi si spaventò, sgranò gli occhi e gli disse subito: 'Ma lei chi è?? E come fa a conoscere la storia del ponte? 
E comunque guardi che siamo contadini: non abbiamo soldi, noi! Altro che ponte...'".

La piccola Marisa non lo sapeva, ma in quell'istante iniziò il suo film americano. 

Quel pezzo grosso di Hollywood sorrise, rispondendo semplicemente
 "Don't worry, Alberto! Stai tranquillo! Noi abbiamo soltanto letto il tema di tua figlia, e ci ha commosso. E abbiamo deciso che penseremo a tutto noi. Lo faremo noi, quel ponte, e chiederemo noi il permesso al Comune. 
E pagheremo tutto noi, naturalmente!
Anzi, perché non prepara le valigie e venite in America? E' una bellissima storia, la vostra, e sono certo che agli americani piacerà molto!".
"In America?? Ma che dice questo??? Che mi venga un colpo!", avrà pensato quel pover'uomo (che in realtà forse avrà detto fra sé e sé qualcosa del tipo "Maremma impestata!"). 

Cari amici, riusciamo ad immaginarci la faccia del signor Alberto in quel momento, di quell'uomo che era solo "casa-lavoro", di quell'uomo dalle "oneste fortissime mani"
Possiamo mai immaginare l'espressione di quel papà che d'inverno si portava sulle spalle la sua piccola per farle attraversare il torrente in piena, perché potesse andare a scuola? 
L'espressione di lui, che in casa non aveva né acqua corrente, né elettricità?

L'America?
Sì, ovvio, ne aveva sentito parlare. Sapeva che di italiani ne erano emigrati molti in America...
Ma dove mai era veramente, questa America?

Da lì tutto successe velocemente.
 
E infatti tempo un po' di giorni e in paese arrivarono geometri, tecnici e carpentieri, che nel giro di poche settimane (incredibile...) tirarono su il ponte

Di legno, proprio come quello del film
E con lo stesso disegno, la stessa forma: solo più piccolo, ovvio.
Era lungo 16 metri e largo 5: più piccolo, sì, ma perfetto per superare i più alti livelli invernali del Chioma in piena.

                        

Il giorno dell'inaugurazione, domenica 19 gennaio 1958, a Gorgo c'erano tutti: il sindaco, il parroco, i carabinieri, la maestra Rossana, il preside della scuola, il Provveditore agli Studi, la banda e gli abitanti tutti delle frazioni lì intorno, molti "con gli occhi rossi e il cappello in mano", mentre la banda suonava la marcia che nel film i soldati anglo-americani prigionieri dei giapponesi fischiettavano mentre costruivano il ponte.
Tutta gente che fino ad allora era costretta ad allungare la strada di non so quanti chilometri per superare il torrente.

La voce di Marisa Leonzio che mi racconta, quasi 60 anni dopo, quei momenti è ancora oggi commossa: "Ricordo che rimasi sorpresa del fatto che quel giorno vidi tanta gente piangere. 
Ingenuamente mi chiedevo il perché, visto che quel ponte era una bella cosa. Ma ero troppo piccola per capire cosa significavano davvero quei quattro tronchi sopra il Chioma".

Lei era l'invitata d'onore e infatti fu lei a percorrere per prima il nuovo ponte sul fiume Chioma.
Eccola qui, la piccola Marisa Leonzio, nove anni, amore di bimba, con quel vestito della festa e collana.
 

Che giorno, quel giorno! 
In quell'angolo di mondo, in quel puntino della Toscana, quel giorno arrivarono giornalisti e fotografi da tutta Italia.
E non solo: anche dall'America, ovviamente.

Fu un avvenimento che entrò nella storia dell'"Italia semplice" di quegli anni, che dopo le sofferenze provocate da una guerra sciagurata aveva bisogno di storie belle.
E di miracoli. 

La consacrazione dell'avvenimento, avvenne senza dubbio con la copertina de
 "La Domenica del Corriere" del 2 febbraio 1958, come sempre uscita dalla matita del mitico Walter Molino. 
Toccava a lui, in quegli anni, immortalare infatti l'avvenimento di cronaca più importante della settimana.


                   
Che giornata! 
I fotografi vollero poi immortalare l'euforia di tutti i bambini del paese, così orgogliosi della loro amichetta.
E allora, altra foto: eccoli, dietro alla nostra piccola Marisa che felice salutava vittoriosa.
 

Mentre Gorgo festeggiava la conquista del ponte ottenuto grazie ad una bambina, e mentre quel grande avvenimento arrivava sulle prime pagine dei giornali italiani, c'era chi nel frattempo si spendeva ad organizzare il viaggio. 

Perché il signor Alberto non era mai stato all'estero e non aveva il passaporto; e, ovviamente, non ce l'aveva nemmeno la piccola Marisa. 

E allora ecco che velocemente vennero superati tutti gli ostacoli burocratici e fatti tutti i documenti in un baleno. 
E poi anche i biglietti aerei. 
Stava succedendo una cosa pazzesca, per loro che non si erano mai allontanati da casa.

Fino a quando arrivò il grande giorno.


"Ricordo tutto benissimo: i pianti alla mia partenza, il viaggio in macchina fino a Livorno, e poi in treno fino a Roma... 
Mamma mia che emozione vedere l'Italia che mi scorreva accanto".

Ma quello era solo l'inizio: a Roma, Alberto Leonzio e la piccola Marisa vennero prima accolti dal Presidente della casa cinematografica Columbia Picture, e poi intervistati negli studi della Rai.

Ma soprattutto furono invitati al Quirinale da donna Carla, moglie dell'allora Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi, alla quale lei regalò "Sei Rose", il giornalino della scuola che la rese famosa, e sei rose rosse, simbolo di Rosignano Marittimo. 

Donna Carla Gronchi che a sua volta donò a Marisa e al suo papà i vestiti per affrontare adeguatamente il viaggio. 

Al quale non poté essere presente la maestra Rossana, perché il Ministero della Pubblica Istruzione di Roma non le rilasciò il permesso. 
Che rabbia...

Poi arrivò i momento della partenza: il 9 marzo 1958, eccoli finalmente all'aeroporto di Roma Ciampino.

Eccoli salire sul volo per Parigi (mamma mia, a Parigi!) da dove Alberto e Marisa Leonzio partirono, sorvolando l'Oceano Atlantico, per Nuova York.

"Oh sì, ricordo tutto, anche se sono passati quasi sessant'anni - mi racconta ancora tutta entusiasta -: ricordo quando arrivai all'aeroporto di Roma, ricordo come rimasi a bocca aperta quando vidi un aereo decollare. Ma come mai faranno ad andare su, mi chiedevo... 

Poi arrivammo sotto al nostro aereo: mi sembrava enorme! 
Era enorme! 
Ricordo che avevo un po' paura e che un po' di paura forse ce l'aveva anche mio papà. 
Ma io al suo fianco mi sentivo sicura!
E quanti aerei c'erano poi a Parigi! Tantissimi e ancora più grandi!
Un'oretta di pausa e arrivò il nuovo decollo.
Questa volta per l'America. 
Per Nuova York
Viaggiammo in Prima Classe, dove le poltrone erano così grandi che se fosse stato presente poteva starci seduto comodo, con me, anche mio fratello. 
Ricordo che durante il volo venimmo coccolati come se mio padre fosse stato un Re e io la sua principessa. 
Ci davano da bere, da mangiare tutte le volte che volevamo, e a mio padre venne dato anche lo spumante. 
Non so se lui l'avesse mai bevuto, prima di allora.
Mamma mia, che sogno vivevo...".

Solo che no, non era un sogno


"Ricordo la gentilezza delle hostess, che mi curavano e che mi tenevano la mano come se fossi stata la loro sorellina. Ricordo che in volo mi misero vicino al finestrino e io tenevo sempre il naso appiccicato all'oblò. 

Mica mi rendevo conto di essere così in alto!
E ogni volta che vedevo spuntare una città sotto le nuvole chiedevo a mio papà se quello fosse un paese vero o se era finto, magari disegnato da qualcuno".
Con il signor Alberto che aveva sempre gli occhi spalancati, lucidi.
Era emozionato e forse anche un po' preoccupato.

E anche se il viaggio fino a Parigi lo fecero in compagnia dell'attore William Holden, che doveva andare a Parigi, era sempre un po' preoccupato, lui.
 

                                                                              

E anche se il famoso attore di Hollywood le regalò un mazzo di violette.

Poi arrivarono a Nuova York...
Subito la piccola fu portata in cima all'Empire State Building, il punto di New York più vicino al cielo, a quel tempo.
E possiamo immaginare facilmente la meraviglia, lo stupore, sentito da una bambina della campagna toscana.

"Rimasi senza parole, con la bocca aperta - mi racconta -. Mi sembrava qualcosa di extraterrestre! Era tutto spettacolare! 

Quelle macchine che da quella altezza sembravano formiche, giocattolini... 
E tutte quelle luci intorno...".


 

Rimase cinque giorni nella Grande Mela, Marisa. Cinque giorni degni di una grande diva: con giornalisti americani al seguito, interviste televisive, servizi fotografici. 

Naturalmente fu portata in cima alla Statua della Libertà e avanti e indietro lungo Manhattan...

"Ricordo ancora la meravigliosa pista di ghiaccio sotto quel grattacielo (il Rockefeller Center, nda) e quei negozi di giocattoli, con le bambole che si muovevano da sole. 'Non ci crederà nessuno, quando lo racconterò...', mi ricordo che pensai..."

E poi cinque giorni a Washington: andò in visita alla Casa Bianca, fu ricevuta dalla moglie del Presidente americano e fu ospite a casa dell'allora vice presidente Richard Nixon.


Dove fece a palla di neve con una delle sue figlie, che la portarono anche in giro per negozi di giocattoli: "Mi chiesero di scegliere dei regali, ma tutto mi sembrava esagerato, per me. Ricordo che scelsi due piccole bambole; io ero già felicissima, ma mi dissero che era troppo poco. 
E allora mi regalarono una intera casa delle bambole, tutta arredata!
Un sogno...".

E poi le chiedo del "punto debole" per tutti gli italiani che si recano per la prima volta negli Usa...
"E sì, fu il mangiare a sembrarmi proprio strano: e quella storia che al mattino si faceva colazione con l'uovo fritto proprio non la capivo!
Però io mangiavo tanta frutta: mele, pere, arance. E scoprii le banane, c
he in Italia non avevo mai mangiato...".

New York, Washington: poi volevano portare la nostra Marisa in California, a Hollywood, negli studi cinematografici della Columbia.
Ma per lei era troppo.
"Dissi di no, che avevo voglia di tornare a casa.

Volevo tornare da mia mamma, da mio fratello, dalle mie amichette...".

Non che poi, in Italia, la vita di Marisa Leonzo fu tanto più tranquilla: tornata il 19 marzo, fu subito invitata a Milano alla prima del film, per essere poi ospite di Mike Bongiorno a "Lascia e Raddoppia?" e di Cino "Mago Zurlì" Tortorella, allo "Zecchino d'Oro".


 
La sua fu una favola che continuò anche in Italia, in fondo.

Perché dirigenti la Croce Rossa Italiana, commossi dalla sua storia,  annunciarono che l'Ente avrebbe pensato all'istruzione superiore della bambina. 
Che così, dopo le medie in una scuola privata, frequentò un istituto magistrale di Cecina, dove si diplomò maestra.




Si sposò ed ebbe due figli, la nostra Marisa: Andrea e Davide, che in questi anni le hanno regalato cinque nipoti.
Che ogni tanto le chiedono di raccontar loro la favola della piccola Marisa in America.

Oggi, il ponte sul torrente Chioma non esiste più
Del ponte della piccola Marisa emergono soltanto i monconi di alcuni pali che lo sostenevano.
 

Questo racconto lo dedico a mio padre Elio, che proprio quell'anno, nel 1958, negli ultimi giorni della sua vita, fischiettava allegro le celebri note de "Il ponte sul fiume Kwai".


E' proprio vero che "certi amori fanno giri immensi"...



© dario celli. Tutti i diritti sono riservati


mercoledì 3 maggio 2017

Le guerre di Donald

Ci sono New York, San Francisco, Los Angeles e Miami.
Ma anche San Diego, Washington, Chicago, Denver e Dallas.
E poi ancora Portland, Austin, Detroit, Phoenix, Seattle e Salt Lake City.
Ma l'elenco sarebbe lunghissimo, visto che le "Sanctuary City" americane sono oltre 300.

Si tratta di quelle città o contee che - dopo i decreti (tentati) del Presidente Trump che imponevano l'identificazione, l'arresto e la successiva espulsione degli immigrati illegali che lavorano negli Stati Uniti - hanno risposto "picche", rifiutandosi di consegnare al Servizio Immigrazione centrale del Governo Federale di Washington eventuali liste di loro residenti privi di documenti regolari.

Qui solo le principali:

96 di queste contee sono in California, 28 nello Stato di New York, 26 in Florida, 23 in Pennsylvania, 20 in New Jersey, 13 in New Mexico e così via fino ad oltre 300.
Un fronte che cresce giorno dopo giorno.


Ancor di più sono i "Sanctuary campus", le università americane che accettano e proteggono i loro studenti stranieri privi di documenti. 
Dove, per iscriversi, basta compilare un modulo on line. 
E bon.







Si tratta, in questo caso, di un numero incredibile di persone: basti pensare che solo nel campus dell'East Los Angeles College - secondo quanto dichiarato dal Preside Marvin Martinez - quasi tremila dei cinquemila studenti iscritti sono privi di documenti.  

Tenetevi forte, amici di Aria Fritta!
Si stima che gli studenti "illegali" che frequentano regolarmente college e università Usa, affrontando quotidianamente lezioni ed esami, oggi siano fra i 200mila e i 225mila 
Studenti che in Italia qualcuno si ostinerebbe certamente a chiamare ancora "clandestini", mentre in America vengono definiti, pensate un po'..., "dreamers".


"Sognatori" che studiano in università come la Columbia University di New York; o la Portland State University, di Portland, Oregon; o la California State University (23 Campus...), o la Loyola University di Chicago, e così via.
Fino a 201.
Tante sono, infatti, le Università americane che accettano studenti senza documenti. 
Ma con la voglia di studiare...


Denise Simmons, sindaco di Cambridge, Massachusettes, non mostra alcuna incertezza: 
"A novembre abbiamo ribadito che rimarremo 'città santuario', offrendo protezione a chi ha scelto Cambridge per risiedere fino ad arrivare ad essere cittadino".
E oggi non ha cambiato idea.

Come non l'ha cambiata Ed Murray, sindaco di Seattle:
“Il quarto emendamento è chiaro a questo proposito: tutti gli arresti devono essere giustificati, e la nostra Polizia locale  non può essere costretta a far rispettare le leggi federali in materia di immigrazione".

Ritorna indietro con gli anni, il sindaco di Seattle: "Non abbiamo insomma alcuna intenzione di permettere ciò che accadde durante la Seconda Guerra Mondiale, quando il  Governo Federale impose di scovare e rinchiudere cittadini della nostra città solo perché nati in Italia o in Germania", nazioni che erano in guerra con gli Usa.
"Il Quarto Emendamento è chiaro, in proposito". 


Una "guerra" legale a colpi di carta bollata che finora ha visto sconfitto per ben due volte il Presidente Donald Trump: entrambi i suoi due decreti "anti immigrati", infatti, sono stati impugnati e bocciati da vari Giudici Federali americani perché ritenuti "discriminatori", poiché riguardano esclusivamente persone di religione musulmana, visto che le nazioni interessate erano Iran, Libia, Somalia, Sudan, Siria e Yemen.

Trump che, in realtà, è stato sconfitto non due ma, anzi, tre volte: perché anche il successivo tentativo dell'attuale Presidente americano di "vendicarsi" economicamente con quelle città - tagliando i fondi che il Governo di Washington è tenuto a versar loro (quattro miliardi di dollari per il solo 2017 utilizzati soprattutto per istruzione, trasporti, giustizia e sicurezza) - è stato poi "stoppato".

Questa volta da William H. Orrick, giudice federale di San Francisco, che ha accolto il ricorso presentato dai sindaci di San Francisco e di Santa Clara: “I fondi federali - ha scritto nella sua sentenza - non hanno nessuna relazione significativa con l’applicazione di politiche migratorie: non possono essere messi a rischio solo perché una giurisdizione sceglie di mettere in atto una strategia sulla politica migratoria che il presidente non approva”.

"Si trattava di un ordine esecutivo che avrebbe potuto mettere in pericolo la sicurezza pubblica, rendendo i nostri quartieri meno sicuri", ha aggiunto il sindaco di New York, Bill De Blasio, figlio di emigrati della provincia di Benevento.
"E questo perché potrebbe minare il rapporto di fiducia tra il nostro dipartimento di polizia e le nostre comunità, fattore che è stato il fondamento della nostra capacità di ridurre il crimine", ha continuato De Blasio, che rischiava di vedersi tagliare qualcosa come 250 milioni di dollari l'anno.
E che ha poi concluso affermando: "Non deporteremo coloro che rispettano la legge. Non separeremo le famiglie”.


I decreti del Presidente Trump hanno poi contemporaneamente provocato da una parte un maggior attivismo delle polizie locali - i cui dipendenti sono stati autorizzati ad avvisare, anche in forma anonima, i funzionari dell'Immigrazione - dall'altra la mobilitazione di normali cittadini, che in queste settimane stanno mettendo in atto azioni di disobbedienza civile non-violenta.

Come ospitare nella propria abitazione (o nella propria cantina o nella soffitta) immigrati irregolari, dando loro così un rifugio sicuro. 

Consci della difficoltà del momento, le amministrazioni locali hanno anche deciso di modificare i propri bilanci comunali:
come quella di Chicago, che ha accolto la proposta del sindaco Rahm Emanuel di stanziare un milione di dollari in più sotto la voce "assistenza degli immigrati".

Il duro confronto e la contrapposizione fra Governo centrale e amministrazioni locali stupisce non poco noi italiani.

Ma gli americani sono "geneticamente" insofferenti ai controlli  dello Stato centrale, ai controlli di Washington. Un sentimento nato ai tempi della guerra di indipendenza dei coloni, che hanno preso a schioppettate i soldati dell'Impero Britannico, la madrepatria che pretendeva pesanti balzelli dal loro lavoro nel Nuovo Mondo.

Negli Stati Uniti, l'autonomia delle amministrazioni locali dal Governo centrale è considerata uno dei dati fondanti della nazione, una realtà sacrosanta, intoccabile e non discutibile.


Insomma, tempi duri, questi, per Donald e le sue guerre.

Trump che vede allontanarsi anche la sua proposta più populista e propagandistica: il muro lungo il confine fra gli Stati Uniti e il Messico
Che oggi le voci più ottimistiche indicano che costerebbe qualcosa come 66 miliardi di dollari
Un costo enorme per i contribuenti. 

Proprio in questi giorni Kellyanne Conway, consulente del Presidente Trump, ha ammesso che "non ci sono le condizioni politiche per far rientrare la proposta nella legge di bilancio al voto questa settimana".
Se ne parlerà - eventualmente, ha detto - più avanti.

Eventualmente, appunto.



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