PERSONE CHE HANNO LETTO O CURIOSATO

domenica 29 gennaio 2017


"Tenetevi i vostri antichi Paesi 
 con la vostra storia fastosa.



 Datemi le vostre masse stanche,
 povere,
 oppresse,
 desiderose di respirare libere,
 miserabili rifiuti dei vostri lidi affollati.


 Mandateli a me
 i diseredati,
 gli infelici, 
 i disperati:
 io
 alzo la mia lampada
 accanto alla porta dorata”.

(Emma Lazarus, 1883, iscrizione alla base della Statua della Libertà)





mercoledì 25 gennaio 2017

La sorpresa di Steve (Wonder...)

Anaheim, Los Angeles. tre giorni fa.

Il cantante e chitarrista Grayson Erhard intratteneva in un albergo di Anaheim, Los Angeles, i clienti dell'hotel suonando.
Ad un certo punto fa "Superstition",  un classico di Steve Wonder. Solo che si dimentica le parole della seconda e terza strofa e, un po' indispettito, si interrompe e la chiude lì.


Grayson non sapeva che proprio nello stesso albergo - dove si stava svolgendo una convention dell'industria musicale americana -
c'era Steve Wonder...
Non solo: Wonder passava vicino alla sala proprio in quel momento e decide di salire sul palco e di duettare con il giovane chitarrista.

Al quale non rimane che dire "Oh my God, Steve, I'm sorry...".(Con Wonder che poi deve pure suggerirgli le parole!)

lunedì 9 gennaio 2017

I più degenerati segmenti della società americana di oggi...




Vi voglio bene... Perdonatemi, ma ho perso la voce urlando e lamentandomi questa settimana...
Ho perso la testa un po' prima, quest'anno, per cui dovrò leggere...


Grazie, grazie, Associazione stampa estera di Hollywood. 
Giusto per sottolineare quello che Hugh Laurie ha detto poco fa: tu e tutti noi in questa sala, in realtà apparteniamo ai più degenerati segmenti della società americana d'oggi.
Pensateci bene: Hollywood, stranieri e stampa...

Infatti, chi siamo noi, e cos'è il mondo di Hollywood? Noi siamo solo un mucchio di persone che arrivano da altri luoghi...
Io sono nata, cresciuta ed educata nella scuole pubbliche del New Jersey. 
Viola è nata da un mezzadro che viveva in una casa di legno nella Carolina del Sud, e che poi è venuta ad abitare a Central Falls, Rhode Island.
Sarah Paulson è nata in Florida, ed è stata cresciuta da una madre single a Brooklyn.
Sarah Jessica Parker era una dei sette (o otto...) figli della sua famiglia, in Ohio. 
Amy Adams è nata a Vicenza, Veneto, Italia. 
E Natalie Portman è nata a Gerusalemme. 

Dove sono i loro certificati di nascita? 

E la bellissima Ruth Negga è nata ad Addis Abeba, in Etiopia, è cresciuta a Lon... (no, in Irlanda, credo!) e oggi è qui per giocarsi la nomination come ragazza di una piccola città della Virginia.
Ryan Gosling, come tutte le persone più fighe che ci sono in America è canadese, e Dev Patel è nato in Kenya, è cresciuto a Londra, ed è qui a giocarsi il premio dopo aver interpretato il ruolo di un indiano di Tasmania. 

Insomma: Hollywood brulica di "estranei", di stranieri. E se ci mandi via tutti, non avrai nulla da guardare se non il calcio e arti marziali miste.
Che poi "arti" non sono di certo...

Mi hanno dato tre secondi per dirlo: l'unico compito dell'attore è quello di immedesimarsi nella vita di persone che sono diverse da noi, per far capire come ci si sente. 

E quest'anno ci sono stati molti, molti, molti spettacoli fortissimi, che hanno fatto esattamente questo: lavoro e con/passione da far mancare il fiato.

Ma quest'anno c'è stata una "performance" che mi ha stordita, dilaniandomi il cuore. 
Non perché sia stata bella: no. Non c'era niente di buono in quella scena, ma è stata efficace ed è riuscita nel suo intento: ha fatto ridere il pubblico com'era nelle intenzioni, mostrando un sorriso che in realtà era un ghigno sinistro.

E' stato quando la persona che chiedeva di sedersi sulla sedia più ambita del nostro Paese ha imitato, prendendolo in giro, un giornalista disabile, approfittando del proprio privilegio e del proprio potere. 
Mi ha spezzato il cuore quando ho visto quella scena, e ancora oggi non riesco a togliermela dalla testa, perché quella non avveniva in un film: quella era "vita vera".

E quando l'istinto di umiliare l'altro è impersonato da qualcuno che ha visibilità pubblica, da qualcuno di potente, ciò entra nella vita di tutti quanti, perché autorizza altri a comportarsi nello stesso modo.

La mancanza di rispetto non fa altro che favorire altra mancanza di rispetto, la violenza incita altra violenza: e quando i potenti usano la loro posizione per maltrattare gli altri, perdiamo tutti quanti.

E questo mi porta a parlare ora della stampa: abbiamo bisogno della stampa per tenere a bada il potere. E per questo i nostri Padri Fondatori hanno voluto che la sua libertà   fosse riconosciuta dalla Costituzione.


Quindi chiedo solo all'associazione della stampa estera di Hollywood e tutti noi della nostra comunità di unirsi a me nel sostenere e proteggere i giornalisti, perché andando avanti, e per salvaguardare la verità, noi avremo bisogno di loro, e loro avranno bisogno di noi.

Un'ultima cosa...
Una volta, quando stetti in piedi sul set per un'intera giornata e mi lagnai quando seppi che avremmo dovuto lavorare per altre lunghe ore saltando la cena, Tommy Lee Jones miu disse: "Ma Meryl, non è forse un privilegio anche solo essere attori?". Oh sì, lo è, e dobbiamo sempre ricordare questo privilegio e vivere questa operazione di empatia con responsabilità. Dovremmo essere tutti orgogliosi del lavoro che noi di Hollywood onoriamo qui stasera.

Come mi disse una volta la principessa Leila, la mia cara amica che da poco ci ha lasciato: "Prendi il tuo cuore spezzato, e trasformalo in arte".

Grazie a tutti!





(P.S.: Personalmente - eventualmente - mi appello al Primo Emendamento).

martedì 3 gennaio 2017

The Piccirilli brothers

Quanto mi piace, cari amici di Aria Fritta, iniziare le storie da lontano. 
Il più possibile "dall'inizio".

Ormai siete miei amici, e dunque posso farvi questa confidenza: ci stavo pensando un momento fa, mentre nella mia testa iniziavano a formarsi le prime parole di questa nostra nuova avventura; un motivo ci deve essere, se mi piace partire dal passato più remoto e se mi piace scavare in quel passato. 

Che più passato non si può.
Sì, un motivo ci sarà... 

Rifletto sempre - a volte vari giorni, tanto, almeno qui, nessuno mi mette fretta - anche sull'inizio delle storie, e sugli inizi così differenti fra loro.
Anche questa storia, per esempio, ha un inizio moooolto romantico. 
Un inizio che, ancora una volta, ha dentro di sé molta Storia, quella con la "S" maiuscola...

Mi accorgo, poi, che spesso le mie storie raccontano di un'epoca in cui si iniziava "a vivere" presto, quando il (o la) protagonista era giovane o giovanissimo...
D'altronde che dite: a diciassette anni si è ben giovani, no?

E allora iniziamo.

Vi presento il nostro Giuseppe. Che di cognome fa Piccirilli.

Era nato a Roma, ma secondo me, dal cognome, la sua famiglia proveniva da più in giù.
Dalla Sicilia, forse...
Ma, anche qui, nessuna notizia certa di quel passato davvero molto remoto.

Quel che so è che il nostro amico Giuseppe Piccirilli doveva essere il classico giovane che non si accontentava di quello che aveva. E che non sopportava lo "status quo" del 1860.
Insomma, era uno bell'agitato. E quanto son sempre piaciute a me le "teste calde", miei cari...

E lo era così tanto che (pensate!) a 17 anni il nostro Giuseppe andò a Firenze per arruolarsi
Perché a lui, davvero, non andava proprio giù quella battuta di Klemens Wenzel Nepomuk Lothar von Metternich-Winneburg-Beilstein, conte prima e poi principe e poi Cancelliere dell'impero austro-ungarico: quella secondo cui l'Italia era soltanto una semplice "espressione geografica" e niente più. 

Altro che Nazione: per lui l'Italia era solo uno stivale di terra diviso fra i Savoia, gli Austro-ungarici, il Papa, e i Borbone...

Fu la prospettiva di trasformare quell'"espressione geografica" in "Nazione" ad affascinare non poco il nostro Giuseppe, come tanti altri ragazzi dell'epoca. Una prospettiva a lui così forte da spingerlo verso Firenze per arruolarsi con i Garibaldini
Il problema era che il nostro amico non doveva proprio avere l'aspetto da "uomo fatto": insomma, i suoi 17 anni li dimostrava tutti. 
Anzi, forse, sembrava fin più piccolo... Tanto che quando se lo trovarono davanti, gli ufficiali di Giuseppe Garibaldi addetti al reclutamento dei volontari gli dissero, forse con un buffetto sulla guancia, di tornare a casa.
Magari a giocare.

Ma era testardo, lui: una testa dura come le pietre che aveva imparato a scolpire e a plasmare, fin da bambino.
Respinto a Firenze, insistette, seguendo le truppe fino a Massa, dove i garibaldini avevano un altro centro di reclutamento.
Ed è lì che ce la fece.

Inziò l'addestramento, ma più del moschetto poté l'amore

A Massa girava, infatti, una giovinetta bellissima, che più bella non si può: Barbara, si chiamava. 
Barbara Giorgi, figlia di un albergatore. 
Alla quale il nostro Giuseppe promise che finita la guerra sarebbe tornato.
Per sposarla.
Perché loro dovevano mettere su famiglia e fare figli.
Più figli possibili.

Fu un uomo di parola, Giuseppe: il 9 aprile 1862 sposò la giovane Barbara, che negli anni successivi gli diede un figlio dietro l'altro: Attilio, Ferruccio, Orazio, Furio, Masaniello (esatto, "Masaniello", come il capo della rivolta napoletana del 1747: ve l'avevo detto che Giuseppe era una "testa calda", no?), Getullio e, unica femminuccia in quell'androceo, in quella famiglia di maschi, Jole.
Giusto forse per dar soddisfazione al capofamiglia, che - dopo tutti quei maschi - almeno una femmina la voleva.

Con la breve avventura garibaldina alle spalle, il nostro Giuseppe aprì a Carrara uno studio di scultura, nel quale lavoravano i figli Getullio, Orazio e Ferruccio (ai quali lui aveva insegnato il mestiere), mentre Masaniello, Attilio e Furio vennero spediti a studiare: prima alla Regia Accademia di Carrara e poi a quella di Roma. 

Ma può un ex garibaldino riposarsi? Soprattutto con gli affari che non giravano tanto, a Carrara...

Non ho idea come si materializzò l'idea dell'America: forse furono i problemi finanziari, forse la ricerca di un avvenire migliore.
So che nel 1888 Giuseppe spedì a Londra i figli Ferruccio, Attilio e Furio; mentre lui, la moglie Barbara e gli altri quattro figli più piccoli (Orazio, Masaniello, Getullio e Iole) lasciarono Carrara imbarcandosi sulla motonave Roman alla volta degli Stati Uniti d'America.
Dove poi la famiglia si riunì tutta, con l'arrivo a New York anche di Ferruccio, Attilio e Furio.

E in America, i Piccirilli, fecero la sola cosa che sapevano fare (e bene): scolpivano, realizzando opere che artisti avevano abbozzato in un, a volte assai vago, disegno.


L'arrivo nel Nuovo Mondo di Giuseppe Piccirilli - ma soprattutto, poi, dei suoi figli, passati alla storia come "The Piccirilli brothers", "i fratelli Piccirilli" - fu una vera rivoluzione per l'architettura monumentale americana.
Getullio, Furio, Attilio, Ferruccio, Masaniello e Orazio Piccirilli
Perché era incredibile come i Piccirilli brothers - qui sopra in una foto dell'epoca - riuscivano, nel loro studio della East 142a strada, nel Bronx, a trasformare pietre e marmi in opere d'arte che avrebbero poi resistito nei secoli. 
E che sarebbero poi state fotografate da milioni e milioni di turisti ignari (come noi...).

Un grande studio che fungeva anche da abitazione e che poteva contare su una sala scultura alta due piani, un possente montacarichi e un grande portone dal quale potevano entrare agevolmente i grandi blocchi di marmo provenienti dal porto di New York e destinati ad essere trasformati in opere d'arte dei fratelli Piccirilli.
O dove venivano fuse tonnellate di bronzo che diventavano statue monumentali.
       Eccolo qui Attilio Piccirilli, mentre, nel suo studio, crea il primo bozzetto di un'opera con una modella che posa dal vivo.

Negli Stati Uniti sono decine (e decine...) le opere dei fratelli Piccirilli.
Per esempio, chissà quanti di voi avranno ammirato a Washington il gigantesco monumento ad uno dei Padri Fondatori degli Usa, Abramo Lincoln sulla spianata del National Mall, di fronte al grande obelisco...
Beh, questo monumento che avrete certamente fotografato anche voi se siete passati per Washington, è proprio di una delle opere dei Fratelli Piccirilli realizzata su disegno dello scultore americano D.F. French. 

Fratelli, che qui sotto vediamo mentre montavano pezzo per pezzo la statua, dopo che le varie sezioni erano state scolpite a mano nel loro laboratorio.

E chissà in quanti, questa volta a New York, abbiamo fotografato ad uno degli ingressi di Central Park, il Maine Monument, l'opera che commemora i 260 marinai americani morti a bordo della nave corazzata "Uss Maine" esplosa il 15 febbraio 1898 a Cuba, nel porto dell'Avana.
Ebbene, indovinate un po'?
Anche questo è uno dei tanti lavori realizzato da Attilio Piccirilli e dai suoi fratelli.
Attilio Piccirilli
Sono anche pronto a scommettere che molti di voi - a passeggio sulla Fifth Avenue, a New York, - hanno fotografato proprio di fronte alla Cattedrale di San Patrizio il Rockefeller Center, ed in particolare il bassorilievo in Pyrex realizzato con un puzzle di 45 lastre di vetro: un'altra opera dei Piccirilli brothers.
Che lavorarono per realizzare anche uno dei primi memoriali, a New York, in onore dei Vigili del Fuoco e del loro duro lavoro: il Firemen's Memorial Monument a Riverside Drive, nell'estrema parte nord di Manhattan.
    
     

Cari amici, potrei andare avanti per pagine a citare e pubblicare foto delle grandi opere dei Piccirilli brothers, che lasciarono la loro impronta anche alla Columbia University, con quel colonnato in stile dorico uscito dai loro scalpelli,
Columbia University: Low Memorial Library
o davanti alla facciata della New York Library, la biblioteca pubblica di New York sulla Quinta. 
I cui maestosi leoni sono nati dai loro scalpelli e dalle loro mani.

Decine di scultori americani portarono nel loro studio sulla East 142 st. i loro calchi e i modellini in gesso perché loro, i fratelli Piccirilli, li "rendessero vivi" nel marmo.

Furono anni di grandi riconoscimenti, per i "Piccirilli brothers": nel 1921, sull'autorevole rivista "American Magazine of Art" si sarebbe letto che "i sei fratelli hanno regalato all'America, portandola dalla loro terra natia, arte, scienza e capacità di liberare l'angelo dalla pietra".

Proprio come i bassorilievi dell'arco di Washington Sq. che segna l'inizio della Fifth Av., in pieno Greenwich Village a Manhattan...

La fama di Attilio Piccirilli e dei suoi fratelli arrivò fino in Canada, dove scolpirono la facciata del Campidoglio di Winnipeg, mentre in una cinquantina di città degli Stati Uniti i Piccirilli brothers seminarono più di 500 (cinquecento!) sculture e monumenti.

Alcuni meno celebri, come la fontana di Dupont Circle a Washington,
altri famosissimi, come il monumento al "Milite Ignoto" del Cimitero Monumentale di Arlington, sempre nella Capitale degli Stati Uniti.
Oppure come il frontone della Borsa di New York, a Wall Street, che un ancora giovanissimo Getulio Piccirilli realizzò mettendo in pratica le dettagliatissime indicazioni di coloro poi se ne attribuirono la totale paternità: l'architetto George B. Post che realizzò il bozzetto insieme all'artista John Quincy Adams Ward.














Figli di un soldato garibaldino e di una ragazza nata in una famiglia radical-anarchica di Carrara, un po' tutti i fratelli Piccirilli erano "teste calde": Ferruccio combatté prima in Grecia, accanto ad Amilcare Cipriano e Ricciotti Garibaldi (figlio Di Anita e Giuseppe), e poi a Cuba nella guerra di indipendenza dalla Spagna.

Attilio, fu uno dei più attivi organizzatori della campagna elettorale del sindaco di New York Fiorello La Guardia, suo amico fraterno, e si legò al movimento radicale americano.
E fondò nel 1923, insieme ad altri intellettuali progressisti italo-americani, la "Leonardo Da Vinci Art School", nel Greenwich Village, scuola che aveva lo scopo di "diffondere tra i figli dei lavoratori la scintilla dell'arte", e che organizzava anche corsi serali per la formazione artistica degli immigrati. 

Negli anni di inizio secolo, il loro studio divenne poi un importante centro di incontro per gli artisti e per i progressisti americani: nei registri dei visitatori si potevano vedere le firme del 26° Presidente degli Stati Uniti, nonché premio Nobel per la Pace, Theodore Roosevelt.

Erano italiani, parlavano italiano, ma si sentivano profondamente americani, ormai. D'altronde non dimentichiamo che arrivarono negli Usa nel 1888. 

Chi sentiva ancora un profondo legame con l'Italia fu la madre, che verso la fine degli anni '30 decise di ritornare a Massa Carrara, forse perché sentiva che per lei si avvicinava la fine.

Fu in quella occasione che Attilio, tornato in Italia nel 1938 proprio per la morte della madre Barbara Giorgi, si rese conto di sentirsi ormai totalmente americano: "Una volta tornato nella mia città natale ho scoperto che in Italia mi sentivo uno straniero. Parlavo italiano, ma non riuscivo 'a pensare' in italiano. 
Ho capito che ero un vero americano quando ho portato il corpo di mia madre in America: l'abbiamo sepolta qui e ho creato una statua per lei dedicata alla maternità. Quando si seppelliscono le persone care nel suolo di un Paese, ti rendi conto che apparterrai a quella terra per sempre".

Nonostante questo smisurato amore per gli Stati Uniti, quando in Italia Mussolini prese il potere, anche loro come quasi tutti gli italiani d'America, iniziarono ad avere vita non facile, rimanendo spesso vittime di pregiudizi e discriminazioni.
I bozzetti dei famosi Piccirilli brothers - fino ad allora sempre apprezzati e presentati per realizzare decine di altri monumenti - iniziarono ad essere respinti.
Non erano più graditi.

Così come la Commissione per il Lincoln Memorial respinse la proposta di mettere il nome "Piccirilli" alla base del celebre monumento scolpito da loro: si trattava di un cognome "troppo italiano".

Il loro bassorilievo in vetro del Rockefeller Center - tipico esempio di "classicismo neo-romano" venne rimosso perché considerato di stile "troppo fascista", e per una decina di anni rimase a prendere polvere in un magazzino del grattacielo.

E così mentre in Europa i soldati americani combattevano i nazisti e i loro alleati italiani, a New York iniziava il declino dei Piccirilli brothers. 
Nel 1945, dopo che tre dei fratelli morirono (uno proprio fra le fila dell'esercito americano in guerra) il loro studio del Bronx chiuse i battenti.
Con la palazzina che però rimase in piedi fino al 1970. 

E quando quell'anno venne demolita, con essa vennero distrutti (o, pare, "sparirono nel nulla...") molti loro bozzetti in gesso che lì erano ancora custoditi o incastonati nella facciata.
Al suo posto, oggi, c'è una Sala del Regno dei Testimoni di Geova. 

Meno male, almeno, che opere dei Fratelli Piccirilli oggi sono esposte al Moma, il Metropolitan Museum of Art di New York e in numerosi musei americani di altre città, così come in collezioni private.

La cosa che mi ha lasciato sbalordito, è però il silenzio che ha avvolto la vita dei discendenti dei sei fratelli Piccirilli, i quali, peraltro, pare non fecero nulla per trasmettere ai figli la loro tradizione artistica.
Perché mai?

Persino nel Woodlawn Cemetery del Bronx, a New York, la loro tomba è praticamente invisibile e quasi introvabile, mentre è più facile individuare le numerose statue da loro scolpite per monumenti funebri che privati avevano loro commissionato.

Il luogo di sepoltura di Giuseppe Piccirilli e di Barbara Giorgi (che i registri del cimitero citano intanto erroneamente come "Geirgi") è infatti privo di nomi e indicazioni


La tomba consiste in una donna dolente con bambino, scolpita dai fratelli Piccirilli quando Attilio riportò negli Stati Uniti il corpo della madre deceduta in Italia. 

Non si legge, dicevo, alcun nome (ma nemmeno il cognome) della famiglia.

Dai registri risulta che in quella tomba vi sono, oltre che i corpi di Giuseppe Piccirilli e Barbara Giorgi, anche quelli dei figli Ferruccio, Attilio, Furio, Masaniello, Orazio e Getulio, l'ultimo dei Piccirilli brothers, venuto a mancare nel 1956.
Ma in quei registri non c'è invece nessuna notizia dell'unica figlia femmina della famiglia: Jole, che mi risulta sia morta nel 1973, dopo essere rimasta vedova giovanissima del marito, che si chiamava Alfred Mileti. E forse anche loro sono lì sepolti.

Altre notizie che ho trovato, infatti, riferiscono che in quella tomba giacciono i corpi di non ben precisati ulteriori otto membri di tre generazioni successive della famiglia Piccirilli.
Questa sopra, invece è - sempre nel Woodlawn Cemetery - la tomba di Ensign Nathan Piccirilli, figlio di Orazio e della moglie Angelina: morì anch'esso nella Seconda Guerra. Ma lui nella battaglia di Ormac Bay, Filippine. 



Eccoci alla fine, cari amici.
Dove vivano, e cosa facciano oggi i discendenti dei The Piccirilli brothers non sono proprio riuscito a saperlo.
Spero che i loro ragazzi più giovani conoscano la storia dei loro bisnonni: quelle menti italiane hanno contribuito ad abbellire l'America e Nuova York.

Anzi, mi piacerebbe davvero trovare qualche notizia di loro. Magari proprio grazie a queste righe. 



© dario celli. Tutti i diritti sono riservati

venerdì 16 dicembre 2016

Alfredo, l'eroe per caso

Peccato non avere una loro foto. 
Ma tanto so che Domenico e Maria Rosaria erano due ragazzi come tanti della loro età. 
Belli, bellissimi, con il loro sguardo rivolto verso il futuro. 
Così come di futuro era tanto affamato il loro stomaco. 

Lui era di Carpinone, provincia di Isernia, paesino molisano qui sotto indicato dal puntatore rosso, e che oggi ha nemmeno 1200 abitanti. 
La sua Maria Rosaria abitava, invece, poco lontano, in un comune ancora più piccolo: Pesche
Che di abitanti (oggi) ne ha la metà: 666, per la precisione.

Ma non credo che a fine '800 questi paesini molisani fossero molto più popolati.

E' la "solita storia", cari amici di Aria Fritta.
La solita storia "amara". 
"Amara terra mia...", cantava Domenico Modugno...

Possiamo facilmente immaginare quanto dovessero essere anni amari e difficili, quelli: di grande miseria per la maggioranza degli italiani.
E la vita durava così poco, allora. 

Insomma, è ugualmente facile immaginare che il nostro Domenico, dopo essersi fatto (a piedi e di corsa...) un paio di centinaia di volte i sei chilometri che dividevano e dividono ancora oggi i due paesi, un giorno si stancò. 
E quel giorno, forse, decise che era venuto il momento di chiedere la mano di Maria Rosaria al padre di lei. 

Si sposarono in un giorno del mese dedicato alla Madonna e ai matrimoni i due ragazzi: era il 13 maggio 1906
Domenico Antenucci aveva 28 anni; lei, Maria Rosaria Garzini, era poco più che una ragazzina: 21 anni.  
Ma i parenti che in questi giorni mi stanno raccontando la loro storia non sono stati in grado di darmi molti altri particolari.
Comprensibile, visto che stiamo parlando di fatti accaduti 110 anni fa.

Per esempio, non sono in grado di dirvi se i due ragazzi - approfittando del trambusto e del piccolo trauma che provoca sempre l'annuncio di un imminente matrimonio - misero "sul piatto" anche la loro decisione di andarsene dal Molise. 
Partendo per l'America.
Non lo so.
So però che i registri dell'Immigrazione americana annotarono diligentemente l'arrivo a New York, sbarcato dalla nave Oceania, di "Antenucci Domenico, anni 33, residente a Carpinone, Italy"

Era il 25 gennaio del 1911. 

Con lui doveva esserci anche Maria Rosaria: anche se spulciando quei registri io non ho trovato traccia del suo nome. L'avrà mica nascosta nel bagaglio, santo cielo? 

No, molto probabilmente sarà arrivata in America dopo, Maria Rosaria.  
Ma non lo so.

Come immaginate, allora non c'erano molte possibilità per scambiarsi notizie quando in mezzo c'è un oceano come l'Atlantico. 
Solo qualche lettera, quando andava bene una volta l'anno, con, nella busta, qualche fotografia e forse un po' di soldi.
E il classico "Come state, al paese?"

So, però, che la loro storia d'amore non durò molto, purtroppo: Maria Rosaria, infatti, morì presto. 
In America, e proprio poco dopo aver dato alla luce il primo figlio: Alfredo. 
Registrato, all'anagrafe, americana, ovviamente, come Alfred. 
Ma difficilmente un uomo, a quel tempo, se la sentiva di tirare su un figlio da solo. Fu così che mentre Alfredo cresceva, Domenico si risposò con una compaesana di sua moglie, Maddalena.

Come immaginerete, il piccolo Alfred Antenucci iniziò a lavorare presto. Facendo quello che gli italiani in America, a quel tempo, sapevano fare meglio: un lavoro di mani, il falegname, il carpentiere, il muratore.
Per una vita.
Per tutta la vita. 

Muratore e iscritto al sindacato: Alfred, infatti, aderì subito all'AFL-CIO, l'American Federation of Labour and Congress Industrial Organizations, il più importante sindacato degli Stati Uniti, che oggi conta 12 milioni e 700 mila iscritti. Una federazione di 54 sindacati di categoria. 
Alfred, mattone dopo mattone, carriola dopo carriola, cazzuola di calce dopo cazzuola di calce, dopo essere sceso dai ponteggi e andato in pensione arrivò ad essere dirigente la sezione locale del Carpentiers Union, del Sindacato Carpentieri del paese dov'era nato e cresciuto: Garfield Heigh, periferia di Cleveland, in Ohio…

Aveva due mani "grosse così", il nostro Alfredo, d'altronde erano due mani da gran lavoratore: due "padelle" così tozze e dure che se ti davano anche solo un buffetto ti trovavi come niente steso a terra. 
E anche se essendo alto "5 piedi e due pollici" un gigante non era (si tratta di poco meno di un metro e sessanta), Alfredo era possente, forte della sua stazza molto "italiana".

Eccolo qui, il nostro Alfred Antenucci.


Che il 30 marzo del 1981, era nella capitale Washington DC per un congresso del sindacato.

In realtà, quel giorno, era prevista una pausa dei lavori.

Al mattino, il congresso avrebbe avuto come ospite nientemeno che il Presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan, fresco di nomina, essendosi insediato alla Casa Bianca poco più di tre mesi prima, che avrebbe fatto un breve discorso ai delegati.
E per il pomeriggio, approfittando della sospensione dei lavori, Alfred e alcuni suoi compagni avevano deciso di farsi una bella partita a golf.
Ma, dannazione, proprio quella mattina pioveva.

Il nostro amico, così, ascoltò prima per bene il discorso del Presidente, poi uscì fuori dalla sala convegni dell'albergo per scrutare ancora il cielo.
Che però non prometteva nessun sviluppo migliore. 
Aveva tempo da perdere... 

E dunque, mentre era fuori con il naso all'insù, Alfred, con la sua bella coppola in testa e un maglione giallo canarino, mentre c'era si fermò all'angolo per vedere l'uscita di Reagan, ovviamente circondato dagli agenti dei servizi segreti e della sua scorta personale.

Accanto ad Alfred, ma lui non ci aveva fatto troppo caso, un giovanotto che avrà avuto poco più di 20 anni.

Ed è esattamente in quel momento che Alfred Antenucci, figlio degli emigranti italiani Domenico Antenucci e Maria Rosaria Garzini, entrò nella Storia degli Stati Uniti.

Tutto accadde nel giro di pochi secondi: un racconto che questa volta, cari amici di Aria Fritta, possiamo vedere attraverso le numerose immagini scattate dai fotografi presenti.

La prima immagine, la vedete qui sotto, è quella del Presidente Reagan che saluta la folla. 
Con, pochi metri alla sua sinistra, due persone a terra e una chinata verso loro.


La foto venne scattata proprio nell'istante in cui il giovane vicino al nostro Alfredo iniziò a fare fuoco con una pistola: una calibro 22, piccola e facile da nascondere.
Si chiamava, si sarebbe saputo dopo, John Hinckley jr, texano 25enne con problemi mentali. 

Immediatamente, dopo i primi due colpi, il sindacalista Alfred Antenucci scagliò, con tutta la forza che aveva, le sue mani d'acciaio unite sul collo del giovane attentatore, dietro, alla base della nuca. 
Per poi, approfittando del suo stordimento, piombargli addosso come una furia. Lo vedete qui sotto, con la maglia color canarino e, da buon italiano, la coppola in testa.

L'attentatore, però, in due secondi (anzi, per la precisione in un secondo e sette centesimi) riuscì a svuotare, sparando, l'intero caricatore da 6 colpi.

Furono, è facile intuirlo, frazioni di secondo concitate.
I primi due proiettili che John Hinckley sparò, ferirono l'addetto stampa di Reagan e Jerry Parr, agente del Secret Service, l'agenzia federale che ha il compito di proteggere la vita del Presidente;

il proiettile destinato a Reagan finì invece contro una finestra del lato opposto della strada;

il quarto proiettile ferì un altro agente del Secret Service;

il quinto rimbalzò contro un vetro antiproiettile dell’auto;

mentre il sesto ed ultimo proiettile - dopo aver rimbalzato contro la carrozzeria blindata della vettura presidenziale - colpì Ronald Reagan sotto l’ascella, perforandogli un polmone e fermandosi a 25 millimetri dal suo cuore.

Un miracolo che salvò il Presidente degli Stati Uniti.

Quando il Presidente Reagan, ferito, venne portato via in fretta e furia, John Hickley era già stato neutralizzato dal nostro amico Alfredo, che - come un lottatore di "sumo" - letteralmente lo schiacciava sotto il peso dei suoi 100 abbondanti chili.

Ma il poliziotto, lì accanto, non capì immediatamente la situazione.

Temendo, raccontano le cronache dell'epoca, che Alfred Antenucci fosse o un complice, o volesse uccidere a sua volta l'attentatore (così come accadde nel 1963 con Lee Harvey Oswald, l'assassino di John F. Kennedy), l'agente se la prese anche con il nostro amico Alfredo, immobilizzando a sua volta e colpendolo più volte.

"Decisi in una frazione di secondo - raccontò poi Alfred Antenucci ai giornali -: non potevo permettere che qualcuno uccidesse davanti ai miei occhi il Presidente degli Stati Uniti. Gli diedi un durissimo colpo di karate sul collo e quello barcollò e cadde a terra, anche se continuando a sparare"disse dal letto del Georgetown University Hospital dove venne ricoverato due ore dopo il fatto.

Perché lui, 68 anni, due ore dopo iniziò a sentire forti dolori al petto: tutta quella situazione con il duro intervento dei poliziotti presenti (per certi versi giustificato, vista la concitazione di quei momenti) gli provocò, infatti, seri danni al cuore, già sotto stress per il suo notevole sovrappeso.
                                 

Rimase in ospedale dieci giorni, Alfred, dove il Presidente gli inviò un paio di gemelli d'oro con lo stemma della Casa Bianca.
In quei giorni di aprile del 1981, fu intervistato da tutti i giornali americani, da tutte le televisioni.
Era diventato la persona più importante d'America, il nostro Alfredo.
Dopo il Presidente degli Stati Uniti, ovviamente... 
Ma le sue condizioni di salute non tornarono più quelle di prima.

Nel settembre di quell'anno, nel corso di un convegno a Chicago, il Presidente Reagan incontrò Maria Antenucci, la figlia del nostro eroe. La quale tornò a casa con una sua foto ricordo autografata:
"Ad Alfred Antenucci, con i migliori auguri e apprezzamenti.
Il Presidente degli Stati Uniti d'America, Ronald Wilson Reagan".

Poi, finalmente, alcuni mesi dopo l'attentato, l'atteso incontro di persona: pochi minuti, il tempo di una stretta di mano e di un abbraccio nel corso di una cerimonia ufficiale.
Ma lo capiva benissimo, il nostro Alfredo: era di fronte al Comandante in Capo, ed era comprensibile che lui non avesse troppo tempo da dedicargli.
Ma quale onore fu trovarsi faccia a faccia del Presidente degli Stati Uniti, che lo ringraziava commosso per quel suo provvidenziale intervento.

L'attentatore - John W. Hinckley jr, laureato, figlio dei ricchi proprietari della compagnia petrolifera texana Hinckley Oil Company che aveva assorbito una catena di distributori Amoco negli Usa, cantautore con missione fallita ad Hollywood - durante il processo disse che aveva deciso di sparare al Presidente degli Stati Uniti per far colpo sull'attrice Jodie Foster, che non aveva mai degnato di risposta nessuna delle numerose e appassionate lettere che le aveva inviato.

Jodie Foster della quale lui era innamorato.
Follemente, appunto.
"La mia è stata la più grande offerta d'amore nella storia del mondo", volle che fosse messo a verbale durante il processo.

Nel quale fu assolto per infermità mentale, ma condannato a vivere "per un periodo congruo" al St. Elizabeth Hospital, il manicomio criminale di Washington DC.


Questa è l'ultima foto resa pubblica, scattata nel 2003 quando gli fu concesso di andare a trovare la madre in ospedale.



John W. Hinckley jr, dal manicomio criminale ne uscì solo qualche mese fa, il 10 settembre 2016
Dopo 35 anni di ricovero ininterrotto, le autorità sanitarie scrissero che il suo corso di "riabilitazione penale e mentale" era da considerarsi completato.
Libero, sì ma con alcune rigide restrizioni: l'obbligo di vivere nell'abitazione con la madre, il divieto di parlare con i giornalisti e quello di allontanarsi per più di 50 chilometri dalla sua abitazione. 

Jerry Parr, l'agente dei servizi segreti guardia del corpo di Reagan rimasto ferito nell'attentato, andò in pensione quattro  anni dopo la sparatoria.
Congedatosi, divenne Pastore Protestante.


Racconta che decise di diventare un agente della scorta del Presidente dopo aver visto, da ragazzo, "Code of the Secret Service", "Il codice del Servizi Segreti", film del '39 interpretato proprio da Ronald Reagan quando faceva l'attore ("Il peggior film che io abbia mai interpretato", disse poi il Presidente).

Nel 1984, la cittadina di Garfield Heights, periferia di Cleveland, Ohio, premiò Alfred Antenucci consegnandogli simbolicamente le chiavi della città
Appena in tempo, perché in realtà lui non si riprese più dal giorno in cui fu l'eroe sulle prime pagine di tutti i giornali americani.
I danni al cuore continuarono e peggiorarono. 
Finché se lo portarono via il 13 maggio 1984.

Esattamente 78 anni dopo il giorno del matrimonio dei suoi genitori.


Tutti i ricordi, le lettere, gli attestati, le decine di onorificenze e le centinaia di lettere che ha ricevuto in vita, vengono ora gelosamente conservati nella sua casa di Cleveland dalla figlia Maria, la quale vive nel timore che l'eroico incontro di suo padre con la Storia americana venga, con gli anni, dimenticato.

Fra questi c'è anche il riconoscimento della Niaf, l'importante associazione degli italo-americani. 
Che arrivò postumo, però.
E un po' le dispiace che questo le sia stato consegnato dieci anni dopo la morte del padre Alfredo. Con lei che non smette di pensare a come lui sarebbe stato onorato, e orgoglioso, e felice, se quel riconoscimento lui l'avesse ricevuto quando era ancora vivo...

E pensate come si sarebbe sentito alla notizia che il suo nome era stato inserito nell'elenco delle onorificenze che il Congresso attribuisce a chi ha compiuto azioni eroiche per gli Stati Uniti d'America!
Lui, il suo papà eroe. 

Di Alfredo Antenucci, in Italia, pochissimi conoscano la storia. E questo, a Maria, dispiace non poco.
Fra i ricordi che la figlia conserva gelosamente e con orgoglio, le lettere che Reagan scrisse a suo padre Alfredo e alla famiglia; e il messaggio di cordoglio che il Presidente e la moglie Nancy le inviarono quando suo padre morì.

Fa sfondo, il dispiacere di un invito a cena alla Casa Bianca promesso e sempre sfumato, così come il mai avvenuto concorso delle spese mediche sostenute da lei e dalla famiglia per i ricoveri in ospedale di Alfredo.

La sua città, Garfield Heights, ha però deciso di ricordarlo per sempre intitolandogli una via che corre parallela all'Interstate 480, e che attraversa una bella zona di villette, negozi, supermercati, scuole, ristoranti, non lontana a tre grandi parchi con popolati da scoiattoli, conigli selvatici e cerbiatti.

E lo ricorda anche con una targa, esposta all'interno del locale museo cittadino.
Nel 2004, la figlia Maria e il figlio Domenic sono stati in Italia, a Pesche, da dove erano partiti, 93 anni prima i loro nonni Domenico e Maria Rosaria: ricevettero la "cittadinanza onoraria".


Ecco qui, amici di Aria Fritta: raccontando questa piccola storia - la storia di Alfredo Antenucci, piccolo italiano dalle grandi mani di lavoratore - ho voluto rendergli onore.

E cercato di rendere giustizia - almeno un po'... - alla memoria di questo (nostro) "eroe per caso".


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