PERSONE CHE HANNO LETTO O CURIOSATO

mercoledì 28 agosto 2013

Su una partita a scacchi, due giovani incoscienti, una donna coraggiosa, e l'autocritica di un giornalista...


Mi fermai lì, ad osservare una cosa che in Italia, prima d'allora, non avevo mai visto.
Ero ad Union Sq, e già da lontano vidi persone assorte ai tavolini. 
Erano giocatori di scacchi.
Alcune coppie già giocavano (molte, organizzatissme, con il contasecondi sul tavolino), altri erano in attesa di un giocatore volontario di passaggio, da stracciare.













Non è raro, negli Usa, una situazione di questo tipo: questa fotografia che segue, per esempio, la scattai a Chicago, la scorsa estate.


Una passione che non mi aspettai di trovare, almeno in questi termini. Nei pressi della casa dove abitai a New York - a Bleeker st., in piano Greenwich Village - c'era persino un negozio di articoli specifici, aperto ai giocatori giorno e notte.
Tariffa:3 dollari l'ora.

Nelle piazze, invece, non si paga nulla.
Si passa davanti al tavolino con uno dei due posti liberi, si saluta e ci si siede.
Sorridendo osservavo, guardandomi ben dall'offrirmi volontario, o meglio, "vittima sacrificale".

Fu la cortese insistenza di un anziano afroamericano che mi convinse ad accettare di sedermi.
Non so praticamente giocare a scacchi, io. Ma che diamine: ero a New York, e in America una delle prime parole d'ordine è "OSARE"!

Sulla settantina o forse più, il mio "rivale" attese con pazienza che io facessi almeno le mie prime sei o sette più o meno sconclusionate mosse, per fare sul serio.
E ancor prima che me ne accorgessi, come un fulmine, "un due tre", mi fece "scacco matto".

Sorrise, il signore, e mi disse di non prendermela: spiritosamente mi disse qualcosa del tipo "Sei un po' fuori allenamento!".
Ridemmo... 
Poi mi chiese da dove venissi (tutti negli Usa ti chiedono "da dove vieni?", perché tutti, negli Usa, provengono da altrove...), cosa facevo nella vita, se era la mia prima volta negli Stati Uniti e cosa ne pensassi.
Io risposi con il mio inglese assai zoppicante, con lui che a quel punto mi disse: "Vedi, figliolo, l'America è un po' come questa nostra partita a scacchi: dà a tutti una possibilità, e spesso anche più di una. Io potevo darti scacco matto dopo 5 o sei mosse, ma ho aspettato di vedere che facevi...
Questo è ancora il Paese delle opportunità, checché si dica: mio figlio è un medico, mentre io sono nipote di uno schiavo. Hai capito bene: mio nonno era stato schiavo; e io ora ho un figlio laureato, che fa il medico.
L'America è questa, figliolo...".

Era il 1998, e davvero nemmeno lui, penso, in quel momento arrivava ad immaginare che prima o poi un afroamericano (cresciuto sostanzialmente da una ragazza madre) sarebbe riuscito ad arrivare alla Casa Bianca.

Ma non è certo necessario spingersi fino al 1800 per parlare di discriminazione razziale negli Stati Uniti.
E' vero, la schiavitù negli Usa fu abolita ufficialmente con la vittoria dei nordisti nella Guerra Civile e con il varo del 13° Emendamento nel 1865, ma tutto il secolo successivo gli Stati Uniti furono teatro di  discriminazioni razziali, aggressioni, linciaggi o omicidi di neri da parte dei bianchi del Ku Klux Klan o di una polizia - spesso spalleggiata dall’ordinamento legislativo - che ai razzisti strizzava l’occhio. 

Fin dal 1924, per esempio, una legge del Parlamento della Virginia vietava espressamente, in quello Stato, “matrimoni fra persone di razze diverse”
Ci volle l'incoscienza di due ragazzi, Richard Perry Loving, 24 anni, muratore, bianco, e della sua giovane fidanzata Mildred Dolores Jeter, 18 anni, nera per sfidare quell'articolo di legge.
Era il 1958.         
(Richard Perry Loving  e Mildred Dolores Jeter)
La straordinaria incoscienza tipica dei giovani, l’amore degli innamorati e l’incrollabile fede nella politica militante - entrambi erano iscritti al Partito Democratico - li portò ad affrontare la legge del loro Stato pur di sposarsi. 
Dovettero andare nel District of Columbia (nella vicina Washington) per poter coronare il loro sogno. Ma proprio in virtù della legge in vigore in Virginia, una volta tornati a casa i due ragazzi vennero arrestati, processati e condannati ad un anno di prigione; sentenza che li costrinse a rifugiarsi di nuovo a Washington. 

Mildred e Richard Loving non si fecero però per nulla intimorire: contro quel verdetto che ritenevano ingiusto e assurdo presentarono un ricorso che, passando dalle varie Corti statali, nove anni dopo giunse alla Corte Suprema degli Stati Uniti d’America.

Nel 1967, la sentenza del procedimento “Loving versus Virginia” stabilì che il matrimonio fra Mildred e Richard era da considerarsi “legittimo”, e che dunque la legge dello Stato della Virginia doveva essere cancellata perché contraria ai princìpi di uguaglianza scritti nella Costituzione americana.

Una piccola grande battaglia vinta, in una guerra che per la popolazione nera americana sembrava non avere fine. 
Ma erano numerosi i piccoli "Richard e Mildred" che come tanti piccoli Davide, negli Usa sfidavano in modo nonviolento il gigante Golia.

Un’altra di queste persone si chiamava Rosa Parks.

La racconto di nuovo, la storia di Rosa Parks.
Era una rammendatrice di 42 anni di Montgomery, Alabama, figlia di una maestra e di un muratore. Il 1° dicembre 1955, mentre tornava a casa in autobus dopo una giornata di lavoro, decise che era venuto il momento di sedersi in uno dei posti della fila centrale. 
Già, perché le regole della “segregazione razziale” in vigore allora nello stato americano dell’Alabama erano rigidissime: sui mezzi pubblici, per esempio, i primi dieci posti erano rigorosamente riservati ai bianchi, mentre i neri potevano “liberamente” scegliere di sedersi solo in uno dei 10 posti delle ultime file.
I neri, dunque, avrebbero dovuto fare una gimcana, e cioè salire dalla porta davanti per fare il biglietto dal conducente, scendere dal mezzo, e  risalire attraverso le porte posteriori.

E' che molti autisti bianchi si divertivano a lasciare a terra passeggeri neri con il biglietto inutilizzato in mano, mentre cercavano di salire dalle porte dietro. Il problema sorse quando Rosa Parks decise di sedersi ad uno dei 16 sedili centrali, una "zona franca" dove comunque erano sempre i passeggeri bianchi a godere del diritto di precedenza. Insindacabile.

Il resto è "storia": Rosa Parks decise di sedersi proprio in uno di quei sedili centrali, un passeggero bianco esigeva proprio "quel" posto, lei si rifiutò, l'autista che la fece scendere a forza dall'autobus chiamando la Polizia.
Che la arrestò.
(Rosa Louise McCauley Parks , foto segnaletica)
Dopo aver passato una notte in cella, la donna fu condannata a pagare una multa di 10 dollari, più 4 di spese processuali. E una volta libera, come se non fosse stato sufficiente, lei e il marito Raymond, barbiere, vennero licenziati senza motivo dai rispettivi datori di lavoro. 
Pura rappresaglia.

Soltanto l’anno prima, una sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti aveva stabilito che la “segregazione razziale” in vigore in alcuni Stati del sud fin dal termine della Guerra Civile del 1865, “non era in contrasto con la Costituzione”, e che bianchi e neri, in quegli Stati, avrebbero potuto vivere “separati ed uguali”: rispettando, cioè, ognuno gli spazi degli altri. 
Dunque i neri non potevano occupare  luoghi e posti riservati ai bianchi (che ovviamente erano sempre i “migliori” e sempre meglio curati) negli autobus, nelle scuole, negli ospedali, nei ristoranti, nei bar, nei cinema e nelle sale da ballo, nelle toilette.

Proprio a Montgomery, nella chiesa Battista di Dexter Avenue, predicava un giovane e fin’allora sconosciuto Pastore che si chiamava Martin Luther King. 

La prima domenica dopo l’arresto di Rosa Parks, il Reverendo King proprio non si trattenne, e parlando dal pulpito spronò gli afro-americani della città - ma anche i bianchi “di buona volontà” - ad avviare una “sacra e santa” protesta nonviolenta: il boicottaggio ad oltranza della compagnia comunale dei trasporti.

Nella piccola, fino ad allora insignificante Montgomery iniziò così lo sciopero dei passeggeri neri, ai quali si unì uno sparuto manipolo di bianchi “sovversivi”. 

E’ la protesta che ancor oggi negli Stati Uniti viene considerata come l’inizio del moderno Movimento per i Diritti Civili americano. 
I cittadini neri di Montgomery condividevano perciò le loro auto per andare al lavoro o usavano collettivamente taxi di proprietà di neri; o più semplicemente percorrevano chilometri a piedi per recarsi al lavoro, a scuola, a fare la spesa.
(L'arresto del Rev. Martin Luther King)
Anche in questo caso le rappresaglie non si fecero attendere: il Reverendo Martin Luther King venne arrestato con un pretesto (eccesso di velocità!) e malmenato, mentre la sua casa, così come quelle di altri attivisti afro-americani, venne incendiata da anonimi incappucciati. 

Spietate rappresaglie che non servirono a nulla: per più di un anno, a Montgomery, i mezzi pubblici viaggiarono praticamente a vuoto, con a bordo solo un paio di passeggeri bianchi a corsa. 
Un salasso per l’amministrazione comunale, che testardamente - per 382 giorni - fece viaggiare ugualmente i suoi autobus nonostante i conti sprofondassero nel profondo rosso.

Il 13 novembre 1956 il “caso Rosa Parks” - patrocinato dal Naacp, l’“Associazione nazionale per l’emancipazione delle persone di colore” - arrivò alla Corte Suprema degli Stati Uniti, che a sorpresa decretò “non costituzionali” le norme sulla separazione razziale in vigore nei mezzi di trasporto pubblico di alcune città americane. 

La prima vittoria del movimento afro-americano.

Sette anni dopo - era il 28 agosto 1963, cinquanta anni fa - a Washington, ai piedi del monumento dedicato ad Abramo Lincoln, un milione e più di afro-americani manifestarono chiedendo la definitiva fine delle discriminazioni razziali negli Stati Uniti. 
Un'imponente manifestazione che si concluse con il più famoso discorso di Martin Luther King, “I Have a Dream”














Parole che entrarono nella Storia.

… E perciò, amici miei, vi dico che anche se dovrete affrontare le asperità di oggi e di domani, io ho sempre davanti a me un sogno; ed è un sogno profondamente radicato nel sogno americano.
Io sogno che un giorno questa nazione si alzerà in piedi e vivrà fino in fondo il senso delle sue convinzioni: ‘noi riteniamo indubitabile questa verità - disse Martin Luther King citando testualmente la Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti del 1776 -: che tutti gli uomini sono stati creati uguali’.
Io ho un sogno: che un giorno, sulle rosse colline della Georgia, i figli di coloro che un tempo furono schiavi e i figli di coloro che un tempo possedettero schiavi, sapranno sedere insieme al tavolo della fratellanza.
Io ho un sogno: che un giorno perfino lo Stato del Mississippi, uno Stato colmo dell’arroganza dell’ingiustizia, colmo dell’arroganza dell’oppressione, si trasformerà in un’oasi di libertà e giustizia.
Io ho un sogno: che i miei quattro figli piccoli vivranno un giorno in una Nazione nella quale non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per le qualità del loro carattere.
Ho davanti a me un sogno, oggi!
(…) Con questa fede saremo in grado di strappare alla montagna della disperazione una pietra di speranza.
Con questa fede saremo in grado di trasformare le stridenti discordie della nostra nazione in una bellissima sinfonia di fratellanza.
Con questa fede saremo in grado di lavorare insieme, di pregare insieme, di lottare insieme, di andare insieme in carcere, di difendere insieme la libertà, sapendo che un giorno saremo liberi.
(…) E un giorno sentiremo risuonare le campane della libertà, le sentiremo risuonare in ogni villaggio e in ogni borgo, in ogni Stato e in ogni città. Facciamo in modo che quel giorno venga prima possibile, il giorno in cui tutti i figli di Dio, neri e bianchi, ebrei e gentili, cattolici e protestanti, sapranno unire le mani e cantare le parole del vecchio spiritual:
 ‘Liberi finalmente,
  liberi finalmente!
  Grazie, Dio Onnipotente!
        Siamo liberi, finalmente!’”.

Cinquant'anni dopo, proprio negli scorsi giorni, Robert Kaiser - allora giovane giornalista che stava svolgendo uno stage  nella redazione dell'autorevole Washington Post e che fu uno dei 60 (!) giornalisti inviati nella capitale americana per seguire la marcia -  ammette di non aver capito quel giorno la portata storica di quel discorso.

Che manco sentì con attenzione. 

"Eravamo lì concentrati a seguire l'ordine pubblico, visto che molti davano per scontato che ci sarebbero stati scontri con la Polizia...". 

Il giorno dopo, infatti,il Post ha pubblicato decine di storie sulla marcia, ma in nessuno degli articoli si faceva riferimento al discorso. 

O meglio: le parole 'I have a dream' sono state riportate nel quinto paragrafo di un solo articolo e per di più relegato a pagina 15. 

Anche questa foto qua sotto l'ho fatta io. Questo busto di Martin Luther King, che fu anche il più giovane premio Nobel della Pace della storia, è al Campidoglio, a Washington.

Non so per voi, ma secondo me, un po', sorride...
(Il busto di Martin Luther King al Campidoglio, Washington)
P.S.: Consiglio per i giovani studenti che in questi giorni leggeranno queste righe dopo l'assegnazione da parte dei loro insegnanti di un tema o una ricerca sull'argomento: suvvia, non copiate troppo! 
Eccheccazzo, metteteci del vostro! 
Di Rosa Parks ne parlo anche QUI!

© dario celli. Tutti i diritti sono riservati

mercoledì 21 agosto 2013

Le bugie di Caterina


Ho fatto una breve ricerca (nei siti americani si trova quasi di tutto...) e da quel che ho potuto sapere suo bisnonno Giovanni giunse dalla Sicilia esattamente il 17 agosto 1899.

Come i milioni di italiani che in quegli anni scappavano da un'Italia che moriva di fame, arrivò davanti alla Statua della Libertà con una valigia di cartone o poco più.


Secondo i dati ufficiali del censimento Usa, soltanto in nove anni - cioè dal 1901 al 1910 - emigrarono in America oltre due milioni di italiani. Esattamente 2.045.877.
Un dato che non comprende, però, quelli giunti negli anni precedenti.
(Ellis Island Immigration Museum, New York)
Proprio come il nostro Giovanni Curatolo, che dagli atti che sono riuscito a consultare risulta essersi imbarcato a Genova sulla "Spartan Prince" e aver viaggiato nei cameroni di poppa della nave, quelli che facevano impazzire dal rumore perché attigui ai motori.
Ma lì, i nostri emigranti, stavano solo per dormire (con i tappi nelle orecchie): appena era giorno, infatti, storditi dal rumore si riversavano sul ponte della nave.
Tempo permettendo.
La motonave "Spartan Prince"
La scheda compilata il 17 agosto 1899 dagli agenti dell'Immigrazione Usa a Ellis Island, dice che Giovanni aveva ("probabilmente", c'è scritto, forse c'erano problemi di comprensione) 29 anni, che sapeva leggere e scrivere, che era sua intenzione "restare negli Usa" e che di professione era "laborer": cioè "manovale", "facchino", "operaio", "bracciante agricolo". 

Uno che era in grado di fare un po' tutto.
Uno che aveva voglia e bisogno di lavorare, insomma.

E' stata fortunato Giovanni Curatolo, visto che una volta giunto nel Nuovo Mondo gli venne trascritto il nome correttamente: non era per nulla insolito, infatti, che gli agenti dell'immigrazione (magari di origine polacca, irlandese, belga, russa e così via) storpiassero il cognome italiano dei nostri emigranti, che così si portavano in America un cognome sbagliato, lasciandolo in eredità ai loro discendenti. 

Quello che a Ellis Island sbagliarono invece certamente a scrivere è il nome della sua città italiana di provenienza: "Caceone, Italy", è stato registrato. Sono giorni che mi scervello per intuire a quale città possano essersi riferiti... 
(Oddio, mi è venuto in mente solo ora mentre sto scrivendo! E se fosse Corleone?? Ho controllato, "Curatolo" è un cognome assai diffuso nella cittadina siciliana).


(Documenti italiani esposti all'Ellis Island Immigration Museum, New York)
La cronaca e il motivo di queste righe ci portano però ad oggi, costringendoci ad un salto di 125 anni.

Non sono, ovviamente, in grado di sapere come se la siano passata, in questo secolo (e un quarto) i Curatolo. So però che oggi una dei discendenti del vecchio Giovanni si chiama Caterina, abitante a Fresh Meadow (avete presente il torneo di tennis?), nel Queens, a New York.



Eccola qui, sorridente e un po' sorniona e vanesia in una foto che ha pubblicato nella sua pagina Facebook.

Non se la passa malaccio, Caterina Curatolo: ha due casette di proprietà, e - a meno che non facesse un bel po' di autoironia - dal suo profilo Lindekin risultava essere un sacco di cose (un po' confuse, per la verità...):


Curatolo.JPG

Come avete letto, nel biglietto da visita Lindekin, la nostra amica si definisce fondatore (anche se il termine significa anche naufragare, crollare), presidente, ceo ("Chief executive officer", amministratore delegato), reverendo, insegnante, avvocato, consulente, esperta di musica ed intrattenimento ecc.

Mah...
E' stata sempre una buona cittadina, comunque, un esempio per la locale comunità italo-americana: nel 2004, per esempio, ricevette il riconoscimento di "Citizens of Distinction" ("Cittadino modello") dal presidente della municipalità.
Ma non fu l'unico: un altro riconoscimento lo ha ricevuto per la sua attività nel Consiglio Consultivo del "Queens Indipendent Living Center", Centro di cura e assistenza alle persone disabili, nel quale ha prestato la sua opera una decina di anni e per aver fatto parte della "task force" della sua municipalità contro la violenza domestica.

Come ho accennato sopra, la nostra Caterina abita - o meglio, abitava - in una casetta a Flesh Meadow, nel Queens, non molto lontano da un'altra villetta sempre di sua proprietà. "Abitava", perché la sua casa al 59-13 della 159a strada, la fine della scorsa estate venne gravemente danneggiata dall'uragano Sandy, come accadde ad altre 40 mila abitazioni della municipalità di New York il 29 ottobre dell'anno scorso.

Eccola qui sotto, l'abitazione di Caterina, ormai inabitabile.





Proprio per questo motivo, Caterina Curatolo presentò domanda per usufruire dei finanziamenti a disposizione delle persone rimaste senza casa da quel maledetto 29 ottobre.

Come altre tremila persone, lei venne alloggiata in un albergo, l'Holiday Inn Express di Brooklyn. 
E' sempre brutto vivere fuori casa, ma lo è un po' meno se l'albergo è un "tre/quattro stelle" moderno.
Questo:
















Niente superlusso, beninteso: ma una comoda e pulita camera, in un albergo altrettanto comodo ed elegante. Niente lusso ma comunque una roba da 164 €uro a notte, dicono le tariffe che compaiono su internet.

E infatti, conti alla mano, ai contribuenti dello Stato di New York la sola sua permanenza in albergo per 269 giorni è costata qualcosa come 83.500 dollari, poco più che 62.400 €uro.
Al conto deve essere aggiunto ciò che le è stato dato per il cibo: 3590 dollari, 2685 euro e 79 centesimi, per la precisione.


Ovvio che (negli Usa) vengano effettuati dei controlli. E non anni dopo.
E siccome un funzionario dell'amministrazione comunale notò che la donna usciva sempre, ogni mattina, sempre alla stessa ora, chiese che venisse controllata. La donna venne così pedinata, e in questo modo si venne a scoprire che dopo aver quotidianamente lasciato la stanza dell'Holiday Inn andava a prendere la posta. 
Ma non nella sua casa "danneggiata" da Sandy, ma ad un altro indirizzo: quello di una casetta in buone condizioni, anche questa di sua proprietà, accanto a quella un po' sgarrupata dove aveva il suo domicilio ufficiale.

Fu così che il funzionario della municipalità scoprì che la via dove abitava la nostra Caterina in realtà non aveva subìto danni particolari. E che la sua casa era ancora in piedi, anche se un po' malconcia: "Ma è così, in queste condizioni, trascurata, da molti anni", hanno dichiarato a verbale i vicini.

Dopo altri controlli, poi, venne fuori che la donna due anni fa presentò un'altra domanda di risarcimento, questa volta per  danni provocati al tetto di casa dall'uragano Irene, che chi vi scrive ha avuto l'onore di conoscere personalmente. 
Non solo: Caterina aveva presentato domanda di risarcimento anche alla sua assicurazione dell'auto, una Jeep Grand Cherokee, anche questa rinvenuta intatta e in perfetto stato dall'ispettore dell'assicurazione.

Insomma, un disastro, per la nostra Caterina: ulteriori indagini hanno accertato che i 3590 dollari per il vitto, lei li spese non tanto per mangiare, quanto nei popolari negozi "Best Buy", "Marshall" e "Fabco", famosa catena di negozi di calzature.

Le successive fotografie di questa storia italo-americana mostrano una Caterina assai meno civettuola.


La ritraggono, infatti, al momento del suo arresto: la prima quando gli agenti della Polizia dello Stato di New York la portarono di fronte all'Attorney General Eric Schneiderman, che lunedì scorso la incriminò formalmente per "furto aggravato, frode, falsificazione di documenti, truffa assicurativa"...

La seconda foto la ritrae, sempre fra gli agenti, dopo che il giudice l'ha rinviata a giudizio.

Piangeva a dirotto in aula mentre il giudice Schneiderman, severo e solenne, dichiarava con voce stentorea: "L'arresto di Caterina Curatolo dimostra che i truffatori che usano le tragedie per ottenere vantaggi personali vengono scoperti e puniti. E il processo che dovrà subire, e la giusta condanna, devono servire da monito a tutti coloro intendono cercare di fare i furbi...".

Martedì scorso, il giorno dopo il rinvio a giudizio, la Federal Emergency Management Agency - l'ente governativo che si occupa dei disastri naturali e dei relativi rimborsi per danni - ha annullato appena in tempo un assegno di 7.712,42 dollari (poco più di 6765 €uro) che proprio il giorno prima era stato sistemato in una busta indirizzata a lei come rimborso per i finti danni che lei aveva affermato di aver subìto a causa dell'uragano Irene, quello di due anni fa.

Per magnanimità del giudice Schneiderman, Caterina è stata rilasciata senza cauzione, in attesa del processo che si svolgerà il prossimo 23 settembre e dal quale, c'è da immaginare, uscirà condannata. 
Se il suo avvocato non si darà da fare (e Dio solo sa quali argomenti dovrà trovare...), la pronipote di Giovanni Curatolo da Corleone, Sicilia, Italia, rischia di passare i prossimi sette anni in galera. 

Senza contare gli 87.000 dollari che ora dovrà restituire.






© dario celli. Tutti i diritti sono riservati

mercoledì 14 agosto 2013

Come un pugile suonato...

"Appena arrivato qui è stato come... mi sono sentito veramente come un pugile che continuava a prendere i pugni e non riusciva neanche a reagire. Ero stordito. Stordito...
I primi due-tre mesi non riuscivo nemmeno a capire bene cosa mi stava succedendo...".
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("Hope - La nuove migrazioni" Di Alex Kroke e Gianluca Vassallo)