PERSONE CHE HANNO LETTO O CURIOSATO

martedì 27 gennaio 2015

L'urlo del piccolo Mario

Questa è una storia che inizia con un aereo che cade e finisce con uno squillo di telefono.
Anche se quando quell'aereo cadde, i telefoni non è che fossero molto diffusi.

Già, perché l'aereo precipitò alla fine degli anni '30 in Libia, allora possedimento italiano. 
Era pilotato da Luciano Capecchi, che morì lasciando soli la moglie poco più che trentenne Lucy Ramberg, la figlia Marlene e il piccolo Mario Renato, nato solo qualche anno prima - nel 1937 - a Verona.
Lucy Ramberg Capecchi
La giovane donna - di nazionalità americana, figlia della pittrice impressionista Lucy Dodd Ramberg e dell'archeologo tedesco Walter Ramberg - aveva studiato a Parigi, alla Sorbona, dove giovanissima aveva per un certo periodo insegnato alla facoltà di Lettere.
Ma la sua passione era la poesia.
Non sono in grado di dirvi dove avesse conosciuto Luciano Capecchi e quando precisamente venne ad abitare in Italia.
Capirete fra poche righe perché alcune notizie di questa storia sono frammentarie.

Quello che si sa è che dopo la morte del marito, Lucy Ramberg Capecchi si trasferì con i due figli nelle vicinanze di Renon, Bolzano, dove grazie all'eredità ricevuta, comprò una casa.
Ecco Lucy, in una delle poche foto dell'epoca esistenti, davanti al suo rifugio.

Si sa: in quegli anni, essere artisti praticamente mai voleva dire essere benestanti; soprattutto se si cercava di campare scrivendo poesie. E a parte la casa lasciatagli dal marito, Lucy non possedeva nulla. 
Sola, con due figli, senza un lavoro "vero", poco più che trentenne, era in enorme difficoltà. Tanto che con il cuore rotto dal dolore, dopo mesi di meditazione, un giorno accettò di dare in adozione la bambina - di un anno più grande di Mario -  ad un ferroviere di Bolzano
Che certamente avrebbe saputo darle, ne era convinta, un futuro sicuro, migliore di quello che poteva garantirle lei.

A Bolzano, Lucy frequentava un gruppo di giovani - scrittori, pittori, fotografi, giornalisti - che venivano chiamati, pensate un po', "i bohemiens". 
Che aveva l'aria di non essere affatto un complimento. Non erano, infatti, tempi per nulla facili per i "bohemiens" italiani, quelli... 
E' che era appena scoppiata la Seconda guerra mondiale e loro, a Bolzano, non si occupavano affatto solo d'arte: quei ragazzi, infatti, stampavano clandestinamente e diffondevano opuscoli e manifesti contro il fascismo, contro le leggi razziali, contro la guerra, contro il tedesco invasore, per la libertà di parola, per la fine della dittatura... 

Lucy, non dimentichiamolo, era americana d'origine: e 
per un cittadino americano, l'Italia fascista occupata dai tedeschi, non era per nulla un posto tranquillo.

La sua fu una corsa contro il tempo: quando un giorno del 1941 comprese che i tempi si stavano facendo davvero più difficili, decise di vendere tutto e mettere al sicuro suo figlio Mario.
E di entrare nella Resistenza.
I soldi ricavati dalla vendita della casa li diede a dei suoi vicini, che si impegnarono a prendersi cura del bambino. 

Lucy Ramberg Capecchi fece giusto in tempo a dare un bacio al figlio, che sentì i passi marziali dei soldati della Gestapo, condotti a casa sua, "a casa dell'americana", da un gruppo di fascisti di Bolzano.
E lei sorrise, quando le venne chiesto dove fossero i suoi figli: "Perché noi ci teniamo che la sua famiglia rimanga unita, signora", le dissero i tedeschi. Davvero delle personcine gentili...
Con lei che si chiuse nel mutismo più totale, benedicendo il momento in cui aveva preso quelle decisioni, terribili per una madre.

Il giorno dopo, Lucy Ramberg entrava nel campo di concentramento nazista di Dachau.
Prigioniera politica. 
Antifascista e per di più di nazionalità americana.
Ma sorrideva, sapendo che il suo piccolo Mario era al sicuro, lontano dall'orrore che aveva intorno...



Quello che Lucy non sapeva è che i suoi ex vicini - quella famiglia di contadini sudtorolesi ai quali la donna aveva affidato, a pagamento, Mario - il suo bambino lo tennero  soltanto un anno. 
Quando infatti i suoi soldi finirono, si liberarono di quella che per loro era soltanto un'altra bocca da sfamare.

E fu così che, a quattro anni, Mario si trovò abbandonato, per strada, senza nessuno.

Fu mentre vagava angosciato e piangente lungo una strada di campagna fra Bolzano e Verona che il piccolo incontrò altri bambini come lui: cinque, sette, dieci anni, tutti abbandonati a se stessi, tutti senza famiglia, sporchi, affamati, sbandati. 
E iniziò a vagare con loro.
"Sciuscià", li chiamavano a Napoli: bambini di strada che vivevano di elemosine o pulendo le scarpe, frugando nelle immondizie per mangiare mele marce, o rubando frutta dagli alberi dei campi o dei negozi di alimentari. 
Era una festa quando qualche famiglia generosa lasciava loro i pochi e rari avanzi della propria tavola.

Come possiamo immaginare benissimo, non ci volle molto perché il piccolo Mario "sciuscià" Capecchi - dormendo al freddo, mangiando poco e male - si ammalasse: prima il tifo, poi la tbc, infine un gravissimo grado di malnutrizione lo portano fino ad un ospedale di Reggio Emilia.

Chissà chi fu l'ignoto samaritano che lo portò lì, dal Veneto all'Emilia, a centinaia di chilometri di distanza da "casa". Che non aveva più.
E in quell'ospedale di Reggio Emilia giunse senza avere, e senza poter dare, alcuna notizia della mamma.
Che invocava, disperato come fanno tutti i bambini senza mamma, ogni sera, prima di dormire.

Lucy Ramberg, sua mamma, intanto era sempre lì. 
A resistere, nell'inferno del campo di concentramento nazista di Dachau, l'unico esistente per tutti i 12 anni del regime nazista. 



Fino al pomeriggio di domenica 29 aprile 1945, quando i prigionieri videro i nazisti togliersi le divise e scappare a gambe levate, lasciando i cancelli del campo incustoditi.

Proprio poco prima che entrassero gli uomini della 42esima e della 45esima Divisione Fanteria della Settima Armata dell'Esercito degli Stati Uniti d'America.
Accolti dai bambini, e da tutti i prigionieri, con entusiamo indescrivibile.


Soldati che non appena seppero che lei era cittadina americana, avrebbero voluto spedirla immediatamente negli Usa.
Ma come poteva, lei, andarsene via senza il suo bambino?
Già era stata costretta ad abbandonarne una, di figlia; ora non voleva, non poteva, ripetere quella cosa che le pesava dentro come un macigno.
E possiamo solo immaginare la sua disperazione quando, ritornata a Bolzano, quei vicini di casa le dissero che di Mario, ormai da anni, non ne sapevano più nulla.
Non so che scusa trovarono, o se ebbero il coraggio di dirle la verità.

Iniziò a cercarlo, allora, negli orfanatrofi.
Poi negli ospedali.
E proprio vagando come una disperata da un ospedale all'altro del Trentino, Lucy Ramberg venne mandata a Verona. 
Poi consultando elenchi di bambini dichiarati orfani, senza famiglia o abbandonati, giunse - non si sa come - in un ospedale di Reggio Emilia.

Dove vide il suo piccolo Mario. 

Che guardò quella donna con sguardo interrogativo, visto che lui, la mamma, l'aveva vista l'ultima volta sei anni prima, quando lui, di anni, ne aveva solo quattro.

Era lui.
Era lui, per la miseria.

Lo aveva trovato...
Era lui!
Lucy si inginocchiò, perché gli mancarono le forze.
Era lui.
Per essere alla sua altezza.
Era lui.
E in ginocchio aprì le braccia.
Era lui.
Per accoglierlo per sempre...
Era lui.
Per sempre.
Era lui...

Pensate, cari amici: quel giorno, proprio quel giorno, era il compleanno del piccolo Mario; compiva nove anni.
Ci poteva essere, per lui, regalo migliore?

Cosa accadde, a quel punto, è facile immaginarlo: Lucy lo prese in braccio e piangendo lo strinse così tanto a sé che quasi lo stava stritolando.

Lo baciò, lo strinse, gli accarezzò i capelli, e poi il viso e poi lo baciò e poi lo strinse e poi lo guardò e poi pianse e poi rise, promettendogli che no, non lo avrebbe abbandonato mai più.

Già era stata costretta a dare in adozione la figlia più grande.
Il suo più grande cruccio.
Un segreto che avrebbe conservato per sempre.

Poi non ci pensò due volte a portarlo fuori da lì.
Ad andare via.
A partire.

A partire per l'America.

Basta.

Basta con l'Italia. 
Basta con quell'Italia.

Dagli Stati Uniti, suo zio Edward, fratello di suo padre, non appena seppe che la nipote era ancora viva - e con un figlio! -  gli inviò immediatamente i soldi per il viaggio.
Da Dachau (16 chilometri da Monaco di Baviera) la donna arrivò così, in treno, prima a Bolzano, poi a Verona, poi a Reggio Emilia e infine - ma questa volta tenendo stretto il piccolo Mario - a Napoli.

E l'11 ottobre del 1946 si imbarcò sulla SS Marine Shark, dove Lucy Ramberg Capecchi e il figlio Mario - entrambi senza documenti - vennero registrati come "apolidi".

Direzione, la nuova vita.
Nuova York.


Il 24 ottobre 1946 Lucy e Mario vedono la statua della Libertà.
Quella che porta incisa alla sua base la poesia di Emma Lazarus: 

Tenetevi i vostri antichi Paesi 
con la vostra Storia fastosa.

 
Datemi le vostre masse stanche, 
povere, 
oppresse, 
desiderose di respirare libere, 
miserabili rifiuti dei vostri lidi affollati.

 
Mandateli a me i diseredati, 
gli infelici, 
i disperati.

 
Io 
alzo la mia lampada 
accanto alla porta dorata.



Ad attenderli, sulla banchina del porto di New York, lo zio Edward.

Che li portò immediatamente nella tranquilla Princeton, nel New Jersey, dove abitava.

Ora immaginiamo il nostro piccolo Mario: non solo non conosceva una parola di inglese, ma a stento parlava italiano.
Ma si vedeva che era un ragazzino sveglio.
D'altronde, non dimentichiamolo, era stato capace a vivere da solo in strada, per anni.
E' in quel momento che, finalmente, inizia la vita normale del piccolo Mario Capecchi.
Che va a scuola, per la prima volta a nove anni.
E negli Stati Uniti d'America.
Ricomincia da zero, senza sapere una parola d'inglese, in mezzo a bambini ben più piccoli di lui.

Le elementari e le medie le fa in una scuola "Quaker" ("Quacchera", gestita dal movimento religioso derivato dal Calvinismo);
il liceo alla George School di Bucks County, in Pennsylvania;
il college e l'università all'Antioch College dell'Ohio.

Dove nel 1961 Mario "sciuscià" Capecchi si laurea in Chimica e Fisica. 
Sei anni dopo, invece, prese il Ph.D in Biofisica ad Harvard.

...

Cari amici di Aria Fritta: questo racconto è già stato lungo, dunque vi risparmio le pagine (e pagine...) che servirebbero per trascrivere in questo miserrimo blog l'elenco di pubblicazioni, le conferenze alle quali partecipò, i libri che pubblicò, i riconoscimenti che ebbe, il nostro piccolo Mario Capecchi.

Posso solo raccontarvi 
che Mario Capecchi - insieme a Jim Watson, padre della genetica moderna - approfondì poi gli studi e gli esperimenti sulle cellule staminali.
Proprio quelli che in Italia il governo Berlusconi trent'anni dopo proibì...

E che proprio le sue ricerche con le staminali hanno fatto luce su gravi malattie come la Fibrosi Cistica, l'Immunodeficienza combinata grave, la Corea di Huntington.
Quella di Mario Capecchi è stata, ed è, una vita passata fra libri, provette, camici bianchi, mascherine, microscopi, occhiali.
E fra riconoscimenti di ogni tipo: 
il Kyoto Prize nel 1996;
la Franklin Medal nel 1997;
l'Albert Lasker Award for Basic Medical Research nel 2001;
il Massry Prize e il Wolf Prize in Medicina nel 2002.

Finché...

Finché, la notte dell'8 ottobre 2007, mentre nella sua casetta, nella campagna di Salt Lake City, Mario Capecchi dormiva accanto alla moglie Laurie, il telefono strillò come un gallo.

Cavoli, ma sono le tre di notte! 


"Oh my Goood, deve essere certamente qualcosa di grave...", disse la moglie, mentre lui prendeva il ricevitore in mano.

Lui che, intontito dal sonno, con il cuore che batteva per essere stato svegliato di soprassalto, sentì dall'altra parte una voce inglese con uno strano accento:


"Parlo con il prof. Capecchi? Mario Renato Capecchi? Mi scusi l'ora, ma telefono da Stoccolma, dall'Accademia Reale di Svezia.
Sono il segretario del Comitato del Premio Nobel.
Volevo comunicarle che lei, professore, ha vinto il Premio Nobel!
...
Pronto?
Pronto, professore??
Hallooooo??
...
Ma lei è il professor Mario Capecchi, vero? 
No no, ha capito bene, benissimo: sto parlando proprio del Premio Nobel per la Medicina.
Complimenti, professore!
Ah, per cortesia: si tratta di una notizia ancora riservata, che non abbiamo ancora comunicata alla stampa. Dunque, per favore, per ora non lo dica a nessuno...".

Il Nobel...
Per tutte le mele marce mangiate in Trentino Alto Adige!
Il Nobel!
Il Premio Nobel!!

Lo immaginate anche voi, no?, Mario "sciuscià" Capecchi lì, immobile, seduto sul letto... A fianco della moglie che ha solo mezza ascoltato la conversazione e che a gesti, mimando parole mute, impaziente come sanno essere le donne in quei momenti, mentre lui era ancora al telefono gli chiedeva "Ma chi è?? Ma ho capito bene? Ma non è che è uno scherzo?? Ma non è che hai capito male? Ma non stare lì, tonto! Chiedi meglio, chiedi spiegazioni, accidenti!".
Cari amici, questa storia finisce con il nostro professore così, seduto con gli occhi sbarrati, sul letto, mezzo nudo, inebetito, con la cornetta in mano dalla quale ormai usciva quel suono continuo di conversazione terminata.

E in silenzio pensa a suo papà e quell'aereo abbattuto.
Alla mamma che lo abbandonò per salvarlo. 
A lei rapita dai nazisti e rinchiusa in campo di sterminio.
Alla sua vita di strada. 
A quando rubava per mangiare. 
Alla fame che gli mangiava lo stomaco.

Al tifo che aveva contratto.
Alla tbc che gli consumava i polmoni. 
A tutte quelle persone estranee che aveva attorno in quell'ospedale.
Ai suoi pianti disperati la sera.
All'incontro con la madre. 
Alla sua promessa:
 "Non ti lascerò più. Mai più, davvero. Te lo prometto".
Alla prima notte che ha dormito di nuovo con lei.
A quel viaggio verso l'America. 
A quando ha visto dalla nave la Statua della Libertà...
 


Non so, sinceramente, se a quel punto il prof. Mario Capecchi urlò come un pazzo.
O se pianse disperato.

O se rimase impietrito, incredulo.
Non so se urlò tanto da svegliare i due pappagalli, i quattro gatti, i due cani, i due topolini e il cavallo Fraser, che vivono con lui e la moglie, in quella casetta di legno e mattoni circondata dai prati e dai boschi attorno a Salt Lake City...

So che resistette solo mezzora prima di telefonare alla figlia Misha, ai parenti, ai colleghi, agli amici in giro per il mondo, per dir loro che lui, quel moscerino di sciuscià sudtirolese emigrato in America, aveva vinto, porca miseria!, il Nobel.
© The Nobel Foundation 2007Photo: Hans Mehlin
Il Premio Nobel per la Medicina, ricevuto poi dalle mani di Re Carlo XVI Gustavo di Svezia il 10 settembre 2007.
 © The Nobel Foundation 2007Photo: Hans Mehlin
Ed è dopo l'attribuzione del Nobel, che il quotidiano italiano in lingua tedesca di Bolzano, Dolomiten, volle giustamente  conoscere meglio, per raccontarli ai suoi lettori, i primi anni di vita a Bolzano di Mario Renato Capecchi, il "loro" Premio Nobel.
E fu la pazienza, la caparbietà (e la bravura!) della collega Isabelle Hansen del Dolomiten a scoprire l'esistenza della sorella Marlene.

Scoprì, insomma, quello che lo scienziato italo-americano non aveva mai saputo, ciò che la madre non aveva mai avuto il coraggio di dirgli.

E la sorella Marlene scoprì così che mentre lei faceva la casellante in una stazione ferroviaria di un paesino delle Alpi tirolesi, lei aveva un fratello vivente.
Sangue del suo sangue.
Con il suo stesso dna.

Scienziato.

In America.

Diventato nientemeno "Premio Nobel".

Ma roba da matti...
Nel maggio 2008, Mario Capecchi è volato in Europa per incontrare, a Bolzano, davanti alla "loro" casa di Renon, la sorella Marlene Bonelli.
Che gli somigliava come una goccia d'acqua.

E così 68 anni dopo, il cerchio - quel cerchio che iniziò a formarsi nel lontano, lugubre, 1940 - finalmente si chiuse. 
   

© dario celli. Tutti i diritti sono riservati

24 commenti:

  1. Risposte
    1. Già, caspiterina!
      Incredibile cosa vuol dire (a volte?) vivere in due posti differenti, eh?


      d.

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  2. da lacrime agli occhi che, puntualmente, ho!
    Ciao Dario, un gran pezzo, come sempre del resto!

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  3. che gran bella storia, grazie Dario!

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  4. Non ci sono parole. Il Nobel ci vorrebbe per tutte le sofferenze patite.

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  5. Ho letto questo post col cuore di mamma. Solo la disperazione può portare una madre a tanto. Ma conscia di aver così salvato la vita ai propri figli. E ho letto avidamente perché amo il lieto fine e aspettavo di leggere che i due fratelli si sarebbero conosciuti. Ecco. Forse una delle storie più belle. Bravo, bravissimo Dario!

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    1. Sai che mentre lo scrivevo pensavo che mi sarebbe piaciuto che lo leggessero i tuoi ragazzi?
      Grazie, Renata...

      d.

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  6. Mi sono commossa stamattina e pure mio marito aveva l'occhio lucido.
    Bellissima storia, grazie!

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  7. Complimenti Dario, bell' Articolo!
    Come sempre riesci a descrivere nei tuoi brevi post, storie belle (come quella del Dott.Capecchi o di tanti altri), instillando in chi ti legge pure emozioni.
    A quando un bel libro?..."Aria Fritta" sarebbe proprio un bel titolo...:-)
    Certo la vita è bella perchè è strana, ripensando all'articolo, quando proprio pensi che tutto è finito e tutto è perduto, accade sempre un'irrazionale scintilla di fortuna (destino?) che ti porta a compiere quelle scelte che saranno l'indirizzo della Strada del proprio cammino.
    A presto! Danilo

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    1. Grazie, Danilo!
      Sei molto gentile.
      Il libro sarebbe già bell'e pronto se solo ci fosse un editore serio disponibile.

      Hai ragione, poi: la storia del "piccolo Mario" ci dice tante cose.
      E fra queste il fatto che non ci si deve mai rassegnare...

      Grazie dei complimenti, e continua a passare da qui!

      d.

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  8. E’,comunque, (purtroppo) la differenza del possibile futuro tra Italia e USA: quì un rispettabilissimo lavoro (ammesso di trovarlo, con questi chiari di luna), là la possibilità di un Nobel che, chiaramente, non è alla portata di tutti, ma già il fatto di aver frequentato scuole in diversi Stati fino ad Harvard la dice lunga circa la varietà di sbocchi messi a disposizione di coloro che hanno voglia di studiare. E mentre io colgo il lato “metallico”, tu sei sempre unico a far emergere il lato poetico delle storie che ci proponi. Sinceramente…..grazie.

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  9. Oh, mio caro amico: il lato "metallico" (come l'hai definito tu) l'ho lasciato al fondo apposta. Perché è una domanda che mi sono fatto io.
    Anzi, la risposta credo sia nella storia stessa.
    Spietata, lì, sotto i nostri occhi...

    E, sempre, grazie a te, Elio,che sei spesso in queste pagine.


    d.

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  10. Che storia , non so dire altro complimenti per l'articolo.

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  11. Non conoscevo questa storia, è stato così emozionante leggerla, complimenti!

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    1. Grazie a te per essere passata/o da qui!
      E gira fra i racconti, ogni tanto...
      :-)

      d.

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  12. è la terza volta che rileggo questa bellissima storia che sembra una favola ed ogni volta mi viene il magone. Grazie Dario, ci fai conoscere storie e personaggi che danno speranza.

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