PERSONE CHE HANNO LETTO O CURIOSATO

martedì 16 settembre 2014

Il primo giorno di scuola di Ruby


Questa mattina li ho visti entrare festanti (un po' sì e un po' no, sinceramente...) nella scuola elementare che c'è proprio vicino a casa mia.

Ma, come accade in tutto il mondo, "proprio-proprio" contenta di andare per la prima volta a scuola la piccola Ruby non è che lo fosse davvero tanto, anche se sua mamma aveva cercato di "addolcirle" la pillola, dicendole che si sarebbe trovata bene, che avrebbe conosciuto tanti amici nuovi, che avrebbe imparato tante cose interessanti...
Sono però certo che la piccola Ruby, nella foto qui sopra, pensasse: ma perché diavolo non posso continuare a stare a casa a giocare con le mie bambole?
E perché non posso passare le mie ore di bambina in santa pace dondolandomi sull'altalena davanti a casa o giocando con le mie amichette a "campana" (che, tra l'altro, è uno dei giochi più antichi del mondo, misteriosamente diffusosi da più di duemila anni in tutto il pianeta, e che negli Usa si chiama "Hopscotch")? 

Uffaaaa...

Ma la mamma di Ruby, ovviamente, come tutte le mamme in questi primi giorni di scuola, non volle sentire ragioni.
La sua bambina, a scuola, doveva andare. 
Ma non solo...

Ah, non vi ho ancora rivelato che la storia che vi sto per raccontare si svolse nel 1960, e nel sud degli Stati Uniti d'America, a New Orleans, precisamente. 
E che Ruby - nata l'8 settembre del '54 a Tylertown, Mississippi - suo padre Abon e sua madre Lucille, erano afroamericani. Simpatizzanti, i due genitori, del Partito Democratico e del NAACP, l'Associazione Nazionale per il Progresso della Gente di Colore.

Negli Stati Uniti, come sapete bene, abolita nel 1865 la schiavitù (quando il Presidente Lincon fece introdurre il 13° emendamento alla Costituzione che formalmente chiudeva con quel periodo oscuro) il percorso verso la vera integrazione è stato assai lungo. 
Approvato quell'articolo della Costituzione, numerosi Stati del Sud degli Usa - in nome della loro autonomia legislativa - votarono infatti leggi locali che limitavano comunque i diritti della popolazione di origine africana. 
In questi Stati, per esempio, i singoli parlamenti avevano deciso che i neri potevano vivere sì "liberi, ma separati" dalla popolazione con la pelle bianca.

Poi, poco per volta, la svolta.

Nel 1948, su ricorso di uno studente, la Corte Suprema degli Stati Uniti decise che l'Università dell'Oklahoma non poteva rifiutare le ammissioni in base al colore della pelle.
E se è vero, poi, che il 17 maggio del 1954 ancora la Corte Suprema aveva dichiarato incostituzionale la segregazione razziale anche nelle scuole pubbliche, come possiamo vedere dal titolo cubitale di un quotidiano di quel giorno...


... negli Usa, per un bel po' avrebbero continuato ad esistere "scuole per bianchi" e "scuole per neri"
Queste ultime, comunque, assai meno numerose.

E infatti, anche se la "separazione razziale" era teoricamente vietata per legge, alla "William Frantz Public School" di New Orleans, non si vedeva nemmeno un alunno dalla pelle nera: in quella scuola andavano solo bambini bianchi.
"Bene - pensò Lucille, la mamma di Ruby -: è venuto il momento di dire 'basta'!"Anche se Abon, il marito, qualche dubbio ce l'aveva, temendo conseguenze per la sua piccola principessa.
  
C'è un'altra cosa che rendeva tutto questo ancor più odioso: anche se a quel tempo nelle scuole americane le discriminazioni razziali erano state formalmente abolite, per frequentare una scuola fino ad allora riservata ai bianchi, i bambini afroamericani dovevano superare un esame di ammissione
Una sorta di esame di cultura generale.

Giuro.

(Toh! Ma guarda un po' da dove - taluni politici italiani - OGGI hanno copiato questa loro proposta...).


Sei famiglie afroamericane di New Orleans decisero però che non si poteva davvero andare più avanti così, e fecero fare ai loro sei figli l'odiosa prova di ammissione.
Che superarono tutti e sei. 

Ma alla fine cinque genitori gettarono la spugna: due decisero di lasciare ugualmente i loro bambini nella loro vecchia scuola "per neri" di New Orleans, mentre tre preferirono allontanarsi dai riflettori cambiando città.


Lasciando così la piccola Ruby sola.



Il NAACP chiarì subito alle autorità locali che non potevano minimamente pensare di non ottemperare ad un diritto garantito dalla legge e dalla Costituzione.

E così, accadde quello che vedete fissato in questa fotografia, una delle tante che ha fatto la Storia degli Stati Uniti d'America.


Questa foto un po' sgranata, immortala la piccola Ruby Neil Bridges mentre esce dalla "William Frantz Public School" alla fine del suo primo giorno di scuola.

Quello scricciolo era tenuta per mano dalla mamma, scortata dallo sceriffo, a sua volta spalleggiato - non si sa mai... - da tre suoi uomini. I quali, per evitare "problemi", oltre al distintivo portavano al braccio una bella (e ben visibile!) fascia di riconoscimento.
Il primo giorno Ruby Bridges lo passò interamente in Presidenza, protetta dalla mamma e dagli uomini dello sceriffo. Perché aule e corridoi erano invase da genitori, bambini (e insegnanti) bianchi inferociti ed urlanti.

Il secondo giorno andò meglio. 
Niente urla e niente imprecazioni: né di bambini, né di genitori, né di insegnanti isterici.
Ruby, infatti, si trovò a frequentare una scuola deserta: già, perché i genitori - tutti bianchi - dei bambini della "William Frantz Public School" di New Orleans ritirarono (tutti!) i loro figli da scuola.
Avete capito bene: la piccola Ruby Bridges, con il suo arrivo a scuola, si trovò ad essere l'unica alunna della scuola.

Non solo: anche tutti (tutti!) gli insegnanti, da quel giorno, si rifiutarono di entrare alla "William Frantz".

O meglio: tutti meno miss Barbara Henry.
Di lei sono riuscito a trovare solo questa fotografia, fatta qualche anno fa.

Nel 1960 miss Henry era una giovane maestra che aveva viaggiato e insegnato in Europa. In particolare nelle scuole interne alle basi americane, quelle per figli dei militari: scuole che erano "integrate" per legge.

Ma non ci volle molto, alla voce, di spargersi: e non ci volle molto perché una folla inferocita si scatenasse ogni giorno anche attorno al passaggio di miss Henry - anch'essa scortata dalla polizia - verso la scuola.

Dunque, in quella scuola, oltre a Preside e personale non insegnante, c'erano solo due persone: miss Henry e la sua allieva Ruby.
"Per oltre un anno ho insegnato come se avessi avuto di fronte una classe intera", ha ricordato spesso negli anni successivi la maestra.
Con Ruby, dolcissima, che ricorda ancora oggi cosa aveva pensato in quel primo anno di scuola: "Prima di allora non avevo mai visto un insegnante bianco e miss Henry mi sembrò subito la maestra più bella che io avrei mai potuto avere!!".

Il primo giorno aveva perfino affrontato con infantile fantasia quella folla inferocita e urlante: "Sembrava un po' come se fosse stato 'Mardì Gras', il martedì grasso, quando a New Orleans tutti ridono, festeggiano e urlano. Ogni tanto quella gente buttava verso di noi qualcosa, ma non ci hanno mai centrato!".

E così, giorno dopo giorno, la scena era sempre la stessa...   
Il passaggio per strada di Ruby e della sua maestra era costantemente costellato da manifestanti bianchi inferociti ("L'integrazione è peccato mortale", si legge nel cartello della foto di sopra), mentre la piccola Ruby veniva sempre accompagnata e portata a casa dallo sceriffo e dai suoi uomini, con le aule della scuola che continuavano a rimanere deserte.








Il vice sceriffo Charles Burks era uno di loro e in seguito, ricordando quei momenti, disse che la piccola Ruby fu incredibilmente coraggiosa: "Non ha mai pianto né piagnucolato. Sfilava con noi davanti a quella folla come fosse stata un piccolo soldato, e tutti noi eravamo stupiti e molto orgogliosi del suo incredibile coraggio".

Già, anche perché, nel frattempo, una donna bianca giurò che prima o poi l'avrebbe avvelenata: e così gli agenti della sicurezza inviati poi personalmente dal Presidente degli Stati Uniti Eisenhower, ebbero anche la consegna di controllare che Ruby mangiasse esclusivamente cibo portato da casa.

Poi accadde che un'altra donna bianca si piazzò davanti alla scuola issando una piccola bara da morto con dentro una bambola nera di pezza: e questo sì che spaventò la piccola Ruby, "più delle cose brutte che le persone urlavano ogni giorno contro di noi".
E allora Ruby, su suggerimento della madre, il percorso fra casa e scuola lo passò pregando. 
Con le sue preghiere, disse, che facevano sparire le urla.
Uno psicanalista infantile, Robert Coles, per un anno offrì alla famiglia Bridge la sua consulenza gratuita, famiglia che però pagò cara la decisione di mandare la loro figlia in quella scuola di bianchi.
Il padre di Ruby dovette, infatti, chiudere il suo piccolo negozio di alimentari, mentre ai nonni, mezzadri nel lontano Mississippi, fu annullato il contratto che avevano con i proprietari terrieri.

Poi...

Poi, poco per volta, qualcosa iniziò a cambiare: davanti al 3811 di North Galvez St di New Orleans, l'indirizzo della scuola, un giorno si presentò Pam Foreman Testroet, la prima bambina bianca che ruppe quel boicottaggio, qui nella foto - tutta contenta di questa improvvisa notorietà - accompagnata dal padre Lloyd, pastore di una Chiesa locale, e da un giornalista. 
E fu così che dopo di lei, nelle settimane successive, iniziarono a presentarsi a scuola altri bambini bianchi, senza però che frequentassero la classe di Ruby. 
E fu così che un vicino di casa offrì ad Abon Bridges un lavoro, e fu così che l'auto dei federali con la piccola Ruby, venne poi a sua volta scortata da altre vetture di cittadini che intendevano manifestare così la loro solidarietà.


Conoscere questi pezzi di storia degli Stati Uniti mi convince sempre più di quanti passi in avanti sia in grado di fare questo Paese.
Nemmeno 20 anni dopo dai fatti che ho raccontato, nel 1977, per la prima volta i cittadini di New Orleans elessero nientemeno che un sindaco afro-americano: Morial Ernest Nathan.
E da allora, per 27 anni, uno dopo l'altro si susseguirono sempre sindaci proveniente dalla comunità nera. 

Oggi, Ruby Bridges è sposata con Malcolm Hall e ha quattro figli. 
E' presidente di una Fondazione a lei intitolata, nata nel 1999 per promuovere "i valori della tolleranza, del rispetto e l'apprezzamento di tutte le differenze", e quando ha tempo libero viaggia per gli Stati Uniti visitando le scuole per raccontare la sua esperienza di bambina.

Di bambina che ha dovuto crescere in fretta.


In questi anni ha ricevuto tre lauree "honoris causa", e dal 2006 una scuola elementare di Alameda, in California (che vediamo nella foto qui sotto), è già a lei intitolata.
(Ruby Bridges Elementary School, Alameda, California)
L'8 gennaio 2001, ha ricevuto dalle mani del Presidente Bill Clinton la "Medaglia Presidenziale", mentre dieci anni dopo è nuovamente sobbalzata dalla sedia quando ha ricevuto un altro invito alla Casa Bianca, questa volta dal "suo" Presidente preferito, Barack Hussein Obama.
E così eccoli, Ruby e Barack nel luglio 2011 davanti al celebre quadro dipinto nel 1964 dal pittore e illustratore Norman Rockwell, dopo che tutti gli Usa conobbero il coraggio di quella bambina di New Orleans.
Quadro oggi conservato nelle stanze della White House.
Un quadro "realistico", dove si leggono sui muri gli insulti a lei rivolti, dove si vedono spruzzi di sangue d'animale che lordavano i muri al suo passaggio.
E dove si vede lei mentre va a scuola con quaderni e righello in mano: uno scricciolo, impassibile e fiera, fra gli uomini dello sceriffo. 



Un incontro emozionante, ricorda lei.
Come emozionato fu il Presidente Obama, che volle ascoltare direttamente dalla voce della protagonista la storia della piccola Ruby, che aveva sentito tante volte.

E la ringraziò, Obama; ringraziò Ruby Neil Bridges: "Penso sia giusto dire che se non fosse stato per voi ragazzi di allora e per ciò che avete fatto e vissuto sulla vostra pelle, io non potrei essere qui. 
E noi non staremmo guardando questo quadro.
Qui, insieme.
Alla Casa Bianca".



Avrei potuto intitolarla "La vendetta di Ruby", questa storia.
Perché quella piccola bambina afroamericana insultata, aggredita, che per lungo tempo ha vissuto nella paura, ora è una persona simbolo, una donna importante, sulla quale poi sarebbero stati scritti innumerevoli articoli di giornale, pagine sui libri di scuola, sulla cui storia venne fatto anche un film.
E sulla quale io, che non sono nessuno, ho scritto la storia su un blog italiano.

Ah, l'avessero saputo quelle poverette che per mesi, ogni giorno, la insultarono per strada...



Lei non ci pensa su molto. 
Quegli anni, ormai, sono passati. E certamente molte di quelle donne hanno poi capito che la Storia non andava, non poteva andare, da quella parte.
Anzi, ne è certa: molte di quelle donne, poi, hanno votato i numerosi sindaci afroamericani di New Orleans e magari poi anche Obama.

E se la ride oggi, pensando a questo, davanti alla sua scuola di allora...



© dario celli. Tutti i diritti sono riservati

18 commenti:

  1. È davvero difficile immaginare che si tratta degli anni 60 del novecento invece che dell'Ottocento

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    1. Giusto: ma, agli occhi di noi italiani che abitiamo nel Paese del "nulla cambia", è ancor più incredibile pensare che LA STESSA NAZIONE, oggi, ha un Presidente afroamericano.

      d.

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  2. mi piacerebbe conoscerla un giorno!

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    1. Uh, se la cerchi, secondo me, la trovi!
      (E tu ne sei capace...).
      E mi piace immaginare che lei abbia letto questo racconto!

      d.

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  3. Che bella storia...e si, sembra impossibile che si tratti di "pochi" anni fa invece che di secoli fa!

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    1. Già, cara, ma la cosa che stupisce, come ho già detto a Luciano, è la capacità che ha questo Paese di cambiare, di migliorare, se stesso.
      Nemmeno la piccola Ruby avrebbe mai osato fantasticare che un giorno sarebbe stata invitata (lei!) alla Casa Bianca, e da un Presidente afroamericano come lei.

      Già, a raccontarlo sembra davvero impossibile...
      :-)

      Grazie per aver letto!


      d.

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  4. Siamo figli dei nostri tempi e forse per questo non abbiamo colpa ma... che pena per quelle isteriche ed ignoranti con i cartelloni.

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    1. Già, poverette...
      Anche a me fanno pena, in fondo.


      d.

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  5. Risposte
    1. Grazie, Marica!
      E grazie per essere passata da qui!

      (Allora leggi, ogni tanto!) ;-)


      d.

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  6. Difficile ammettere che è successo solo poco tempo fa.

    http://langolodellacasalinga.blogspot.it/

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  7. una pagina buoia degli usa la segregazione sconfitta anche tramite questi piccoli gesti comuni

    ciao cristian

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  8. Bellissimo post su una storia toccante, davvero, bel lavoro!

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    1. Grazie!!
      E continua a girare fra queste pagine...


      d.

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  9. Bella storia veramente. ..è vero che gli usa hanno capacità "evolutive" di danni ne fecero e ne fanno ancora tanti...si potrebbe iniziare dafli indiani passando dalla schiavitù al razzismo e alle mille complicità losche sui palestinesi al terrorismo e inciuci politici di alcuni paesi, in primis sul nostro

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    1. Io sono caratterialmente ottimista e confido sempre nell'evoluzione della specie...
      :-)

      Grazie per essere passato da queste parti!


      d.

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  10. Bella storia, ma il commento "(Toh! Ma guarda un po' da dove - taluni politici italiani - OGGI hanno copiato questa loro proposta...)" era evitabilissimo. Gli afroamericani erano e sono americani a tutti gli effetti (a ciò andrebbe aggiunto il fatto che il continente americano è sempre stato per Storia un luogo di immigrazione e nato e sviluppatosi proprio grazie agli immigrati). Il fatto che si voglia testare il fatto che un immigrato straniero quantomeno conosca la cultura italiana è una questione completamente diversa oltre che un sacrosanto dovere.

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    1. Caro prof,
      no, non era affatto inevitabile, il mio commento.
      A quel tempo taluni americani consideravano "i negri" un corpo estraneo agli Stati Uniti, semplici discendenti degli schiavi.
      Non li consideravano affatto, insomma, "afroamericani", termine assolutamente antistorico, se viene usato da te per quel periodo degli Stati Uniti.
      Spiacente.

      Grazie, comunque, per essere passato da qui!

      d.

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