PERSONE CHE HANNO LETTO O CURIOSATO

domenica 30 giugno 2013

Giovanni Crisostomo Martini

Non so da dove iniziare, questa volta.
Da lui, dal protagonista di questa nuova storia, o dal luogo americano che lo vide (in qualche modo) protagonista?

E' un po' che le dita sono ferme sulla tastiera, in attesa di trovare l'inizio...

Ma sì: in fondo gli inizi debbono partire dall'inizio, no?


E allora la vita di Giovanni non può che iniziare in Italia, da quel 28 gennaio 1852 (era un Aquarius come me, ci avrei scommesso...), quando Giovanni Crisostomo - questo il suo nome con il quale venne battezzato - nacque a Sala Consilina; cittadina in provincia di Salerno che si contende i suoi natali con Apricale, in provincia di Imperia.
Qui, ad Apricale, sarebbero stati identificati anche i suoi genitori, Giacomo Martini e Giovanna Barberis. Mentre nel comune campano lui risulta essere figlio di N.N., lasciato nella "ruota dei reietti" del locale orfanatrofio e battezzato con quel nome e cognome dal locale sindaco.


Non so voi, ma a me piace pensarlo nato e cresciuto a Sala Consilina, un po' irrequieto poi come quasi tutti i bambini che crescono in un orfanatrofio.
Devo dire che, infatti, il nostro Giovanni poi ci ha messo del suo per rendere la sua vita "movimentata".

Giovanni è un mancato musicista: in collegio ha imparato a dilettarsi con il tamburino - arrivando persino a farlo nella banda locale - e suonicchiare la tromba.
Ma soltanto suonare proprio non gli dava soddisfazione. E allora ecco il primo suo colpo di testa.

A 14 anni - quando la totalità dei nostri ragazzi passano le giornate fra rompere i coglioni ai genitori, star davanti ai videogiochi e annoiarsi a scuola (ok, non tutti...) - Giovanni  saluta la balia Marantonia che misericordiosamente lo aveva allevato da quando era uscito in orfanatrofio e decide di arruolarsi come tamburino (appunto...) nel Corpo Volontari Italiani.  
Siamo alla Terza Guerra di Indipendenza e Vittorio Emanuele II diede il comando di questa unità militare a tal Giuseppe Garibaldi.
(Ah, se mi avessero fatto studiare la storia così...).



Gli piaceva proprio Garibaldi, al nostro Giovanni. Tanto che lui seguì l'eroe dei Due Mondi - sempre armato di tamburino e tromba - anche l'anno dopo a Mentana, alle porte di Roma, nella battaglia contro l'esercito papalino.

Un'anima inquieta, scrivevo...
Non ci sono riscontri certi e ufficiali, ma pare che dalle truppe garibaldine Giovanni (Crisostomo) Martini nel 1866 vi fu allontanato perché accusato di "furto e vendita al mercato nero".

Anche in questo caso, cosa fece negli anni successivi non si sa con precisione.
Si sa, però, che nel 1873 raggiunse il Regno Unito e da Glasgow salpò a bordo della motonave Tyran diretta a New York.


Sbarcò a Castel Clinton (c'è ancora, è a Battery Park, la punta più a sud di Manhattan), dove il suo nome venne, come spesso succedeva a quel tempo, trascritto nei registri di ingresso, "inglesizzato".
Ecco, dunque, che Giovanni Martini giunto nel Nuovo Mondo divenne John Martin.


Non sapeva far altro che suonare tromba e tamburino, Giovanni (anzi, John), e a farlo in divisa. E allora gli sembrò del tutto normale fare domanda di arruolamento nell'esercito degli Stati Uniti, che in quegli anni intendeva "risolvere" la "questione indiana".
John Martin firmò una ferma di cinque anni e venne assegnato allo "squadrone H" del 7° Reggimento Cavalleggeri.
Il capitano Frederich Benteen era il suo comandante diretto, ma lo squadrone faceva parte del Reggimento passato alla storia perché guidato da un ex generale, degradato al grado di Tenente colonnello, poco più trentenne: il suo nome era George Armstrong Custer.
Il nostro Martini, per la verità, certamente non sapeva che Custer era molto più simile a lui di quanto potesse pensare. Non era nato in orfanatrofio, Custer, certo, ma era una di quelle persone che spesso faceva di testa sua.
Come quella volta che abbandonò il suo posto di comando per andare a trovare la moglie: cosa che gli costò un processo per insubordinazione, con la Corte Marziale che lo degradò appunto a Tenente colonello e la sospensione dal servizio per un anno.


L'eco dell'allontanamento di Giovanni Martini dalle truppe garibaldine non doveva essere arrivato oltreoceano visto che nella sua scheda personale - oltre alla descrizione fisica ("altezza 1,68 centimetri", non male per un italiano di quel tempo, "capelli neri, occhi marroni, carnagione scura"), John Martin venne definito "soldato disciplinato e volenteroso".


Due anni dopo il nostro Giovanni si trova con la sua tromba  in Montana, sulle colline nere, le "Black Hills" sacre ai Nativi Americani, che le popolano da millenni. Per la verità, con lui, in quelle truppe - oltre a decine di polacchi, olandesi, spagnoli, francesi, tedeschi e così via - pare ci fossero altri italiani: sicuramente Carlo Camillo di Rudio - mazziniano fuggito in America dopo aver cercato di far fuori Napoleone III - e Felice Vinatieri, musicista torinese, direttore della banda del Battaglione.

Erano lì a proteggere i coloni bianchi che dall'est si stavano riversando in Wyoming, Montana, Nord e Sud Dakota e Nebraska, dopo la scoperta che le viscere delle Colline Nere erano piene di metallo giallo.
L'oro.


Erano, quelli, territori abitati soprattutto dai Lakota Sioux, fra i guerrieri nativi più fieri e più forti fra quelli che cercavano di opporsi a questa invasione. E si calcola che furono più di 15 mila i bianchi che occuparono abusivamente in quei territori  adeguatamente spalleggiati e protetti dall'Esercito.

Anche in questo caso è complicato qui spiegare nei dettagli anni di accordi disattesi e di massacri (quasi) reciproci. Sta di fatto che in quei territori "liberi" - fuori dalle Riserve che il Governo aveva già imposto ai nativi - Cavallo Pazzo riuscì a stringere in un'unica grande (ma soprattutto inconsueta) alleanza sei tribù di nativi Sioux e altri guerrieri Cheyenne e Arapaho: in tutto 3000 uomini, 6000 donne e bambini e 5000 cavalli.

Custer, presuntuoso e impaziente, voleva essere lui "l'eroe" vittorioso di quella battaglia che avrebbe cacciato da quelle terre i Sioux: era certo che una vittoria avrebbe contribuito a fiaccare ogni intenzione di resistenza da parte di tutti gli altri gruppi di Nativi.
Guidava un manipolo di 242 soldati avanguardia di un contingente più consistente: ma era convinto che per i suoi, armati di fucili automatici, sarebbe stata una passeggiata e comunque voleva essere lui, l'eroe.

Il 25 giugno 1876 si fermarono ad aspettare i Lakota Sioux che vivevano in quella parte di territorio pronti alla battaglia, per piegarli e sterminarli.
Si fermarono sulle rive di un ruscello, il Little Bighorn, lì avrebbero teso l'agguato ai Sioux di Cavallo Pazzo.
Senza sapere che, in realtà, un inconsueto lavoro diplomatico fra tribù e gruppi fin'allora fra loro ostili, aveva permesso quell'insolita alleanza.

Quello che accadde è noto: Custer con i suoi 242 soldatini a cavallo si vide spuntare da ogni dove 3000 uomini.


Morirono tutti, tranne il nostro Giovanni Martino, che Custer mandò indietro, incontro alla colonna che lui avrebbe dovuto attendere, prima di attaccare e della quale, ora, invocava l'aiuto.
Temendo che il giovane trombettiere italiano non avesse capito bene cosa riferire, il suo tenente scrisse l'appello su un foglietto.
Questo:

"Benteen Come on Big Village. Be Quick. Bring Packs. W.W. Cooke PS Bring pacs", che vuol dire "Benteen vieni in fretta al Villaggio Grande e porta le munizioni".

John Martin si infilò il foglietto in un guanto e corse come un matto, cadendo subito a terra: forse per fingersi morto perché circondato, forse perché banalmente inciampò.
Un'ora dopo raggiunse il capitano Benteen, che però quando arrivò sul posto si vide davanti il colonnello Custer e i suoi 241 uomini riversi, senza vita, in un raggio di un paio di chilometri.

Andare a vedere quel campo di battaglia, ancor oggi, fa una certa impressione: dolci colline puntellate da 240 piccole lapidi bianche ognuna con un nome sopra.
Una sola nera: quella che segna dove il colonnello George Armstrong Custer, promosso generale dopo la morte, cadde ucciso.

Per continuare a raccontare la vita di Giovanni Martini a questo punto dobbiamo fare un salto di tre anni, quando il 7 ottobre 1879 sposò una ragazza irlandese di 19 anni, Julia Higgins, dalla quale ebbe otto figli.
Con il primo che battezzò George, in onore di Custer.


Nel 1898 partecipò alla guerra contro la Spagna per la conquista di Cuba, al termine della quale per lui arrivò il congedo, nel 1904.

Un'anima inquieta, il nostro Giovanni Martino, scrissi all'inizio di queste righe: dopo la vita militare, infatti, da borghese John Martin lasciò la prima moglie, si risposò, e aprì a Baltimora, nel Maryland, un negozio di dolciumi con la moglie.
Che lui abbandonò (e due...) nel 1906, lasciandola sola con i tre figli.
Aveva nostalgia di New York, e la polizia lo trovò proprio nella Grande Mela. Pare che gli agenti fecero di tutto per convincerlo ad una riconciliazione, ma invano.
A New York, d'altronde, aveva anche trovato lavoro: faceva il controllore nella metropolitana, appena inaugurata, e arrotondava lo stipendio raccontando la storia di Custer e del massacro di Little Bighorn negli intervalli degli spettacoli teatrali a Broadway.

49 anni dopo essere partito dall'Italia, la vigilia di Natale del 1922 John Martin, il trombettiere di Custer, venne investito a Brooklyn da un camion di distribuzione della birra.

La sua tomba è a Cypress Hills National Cemetery, il cimitero di Brooklyn.


Con Giovanni Crisostomo Martini, nato a Sala Consilina in provincia di Salerno, riposano altri 21mila soldati americani ma originari da mezzo mondo.
All'ingresso del cimitero di Jamaica Avenue, una sola scritta: "State entrando nel bivacco dei morti".







© dario celli. Tutti i diritti sono riservati

6 commenti:

  1. Dario, come sempre è un piacere leggerti!
    Mi piacerebbe capire dove e come fai le tue ricerche per le storie di Aria Fritta.

    Rita

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    1. Nella maggior parte dei casi - come in questo - sono miei appunti di viaggio, o sono notizie, ritagli di giornali o di agenzie di stampa - che conservo per passione.
      Di questa storia, e dell'esistenza di Giovanni Martini, ne sono venuto a conoscenza nel 2000, quando sono stato sulle Black Hills. Poi avevo tenuto da parte una notizia del 2003: mi è tornata fra le mani mettendo in ordine (ehm...) la montagna di carte che erano sulla (sotto, dentro, dietro...) mia scrivania.
      Quando l'ho riletta mi è venuta voglia di documentarmi meglio e di raccontarla...

      A proposito: ho ancora da parte un bel po' di cose carine...
      :-)

      d.

      P.S.: Grazie dei complimenti!

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    2. Santi appunti di viaggio!!!!
      Continua a scrivere, ti prego!

      Rita
      ps. la cosa bella del disordine è, una volta sistemato, trovare cose che non sapevi di avere :-)

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    3. Diresti così anche al tuo marito/compagno?
      Dì la verità...
      ;-)

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  2. Lol, classica testa calda all'italiana :) :)
    austriaci, papisti, nativi americani e cubani
    due mogli
    sempre sopravvissuto, vuoi per fortuna vuoi per abilità vuoi per furberia (grande classico rivendersi le cose al mercato nero, la sapeva lunga :) )
    e poi mi va a crepare sotto un camion di birra!
    Mannaggia!
    Una persona così variopinta, meritava una morte più gloriosa a mio avviso :)

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    1. Rossi, mi scusi: ma perché usa uno pseudomino?

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