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sabato 8 giugno 2019

Le fragole di Erica.


Cari amici, vi presento Erica Alfaro, la protagonista di questa nuova storia di "Aria Fritta". 


Vive in California, ha 29 anni, e qui la vediamo nella classica foto ricordo - con tanto di tocco e toga - il giorno della sua laurea. 
Guarda dritto negli occhi, con uno sguardo davvero soddisfatto, radioso, fiero, direi. 


Che strana foto, però, per un ricordo di laurea.
Non l'ha fatta nel - peraltro bellissimo - campus della San Marco California States University, dove lei ha studiato e discusso la sua tesi in psicologia.
Finita la cerimonia, infatti, ha chiesto ai suoi genitori - orgogliosi ed impazienti di immortalare quel momento nella memoria del telefonino - di seguirla.

Fino al parcheggio dell'Università.
Dove, con loro un po' stupiti, li ha fatti salire in auto.

Il padre e la madre non fecero obiezioni (d'altronde, quello, era il gran giorno di loro figlia!). Certo si chiedevano cosa significasse tutto ciò e dove diavolo la loro "bambina", che aveva appena preso il master, li stesse portando.

Partiti, capivano sempre meno, mentre si allontanavano sempre di più dal campus.

Poi da quel quartiere.

Poi addirittura da San Diego...

"Ma dobbiamo solo fare una foto!", le dissero loro sorridendo e assecondandola, però.

Capivano sempre meno...
E ancor meno quando la loro ragazza alla guida prese la Ronald Packard Parkway, poi la Us 78 e in direzione nord, la Interstate 5. 
Che in quel tratto si chiama San Diego Freeway.

Ma dove diavolo??

Poi...

Poi improvvisamente, quasi nello stesso istante, tutti e due i genitori spalancarono gli occhi!

Tutto fu improvvisamente a loro chiaro quando, nei pressi della Pio Pico Drive, la loro Erica - sempre alla guida in silenzio e sorridendo - prese l'uscita 50 per Carlsbad.

E in un istante gli occhi spalancati dei suoi genitori si gonfiarono di lacrime.

Oh sì... 

Oh sì che Claudio Alfaro e Teresa Herrera conoscevano quella strada!
L'avevano percorsa centinaia, migliaia di volte nel corso della loro vita. 

In quella parte della seconda vita. 

Claudio e Teresa, 51 e 50 anni, la prima parte l'avevano vissuta a Oaxaca de Juárez, coloratissima - ma poverissima cittadina del Messico, che detiene la non invidiabile sesta posizione nella classifica nazionale di cittadina con la peggiore qualità della vita.  



Oaxaca de Juárez che era distante duemila miglia da San Diego.
Più o meno 3.400 chilometri, più a sud.

Là non avevano nemmeno potuto fare le scuole elementari: perché c'era bisogno anche delle loro piccole braccia per mangiare e vivere.

Poi, da adulti, la scelta - obbligata, drammatica - di andarsene.

Andarsene a cercare una vita migliore. 

Una vita, finalmente, con un possibile futuro. 

Pensate che quando nel 1990 arrivarono clandestinamente in California, i genitori di Erica erano analfabeti e parlavano solo il "mixtec" il dialetto delle montagne messicane. 

Giunti negli Stati Uniti, Claudio e Teresa si misero subito a lavorare, senza sosta, nei campi: la sola cosa che sapessero fare. Accettando di buon grado le dieci, dodici ore di fatica nella campagna californiana.

In California, la coppia aveva trovato casa a Oceanside, che sì ha una spiaggia bellissima di fronte all'oceano, ma che loro vedevano manco con il binocolo.
Altro che mare e palme: la campagna di quell'entroterra è semplicemente campagna.
Campi coltivati e basta.

Ma lì oltre che un lavoro adesso avevano anche una casa. La loro casetta americana con due stanze.
Piccola ma molto carina, era condivisa con un'altra famiglia, messicani come loro.
Una stanza per famiglia. 
Undici persone in due stanze.

Erica, al mattino andava a scuola con i suoi due fratellini. Poi, al pomeriggio, via a lavorare nei campi: "Secondo la stagione, raccoglievamo fragole, lamponi, pomodori... E più raccoglievamo, più ci pagavano. 
E a noi i soldi servivano per pagare l'affitto e mangiare". 

L'inizio del loro sogno americano fu piuttosto turbolento: ad un certo punto i genitori di Erica, infatti, dovettero lasciare gli Usa perché dovevano aspettare in Messico l'esito della domanda di naturalizzazione, in quanto parenti diretti di una cittadina americana. Si stabilirono così nella città messicana attaccata al confine americano: Tijuana. 
In quel modo la piccola Erica - nata negli Usa e dunque cittadina americana - poteva continuare a frequentare la scuola a San Diego, in America, dall'altra parte del confine.

A 15 anni l'ormai adolescente Erica vede in un venticinquenne l'amore della vita e la via d'uscita. E, incinta, sposa quel giovane, ovviamente abbandonando la scuola. 
Ma il sogno romantico di ragazzina si trasformò presto in un incubo: a suon di urla, insulti, schiaffi, calci. 
Sempre più quotidiani.
"Sogno" che cessò definitivamente quando lui la cacciò da casa. 
Via, fuori: lei e il bambino. 
Prendete la vostra roba e andatevene.

Erica ricorda bene quel doloroso, faticoso, periodo  che seguì: "Non vedevo via d'uscita, mi sentivo frustrata, e mi lamentavo in continuazione. D'altronde ero una ragazza, che di giorno lavorava in campagna, con un  piccolo che la notte non mi faceva dormire. 
Un inferno...
Ed io ero sempre uno straccio"

Fu la madre - saggia come sanno essere tutte le mamme - a dirle che c'era una sola soluzione per rompere quel circolo vizioso, fatto di lavoro, 
figlio, 
sonno che manca, 
sveglia all'alba, 
lavoro, 
figlio, 
e ancora quel sonno, che mai era abbastanza:
"Sappi che la tua vita sarà sempre così, d'ora in poi. 
Hai una sola possibilità per uscire da quest'inferno: studiare. 
Studiare e farti una posizione".

Cavoli, cari amici di Aria Fritta, siamo sinceri: quante volte ci siamo sentiti dire esattamente questa cosa noiosa dai nostri genitori? 

Ed Erica capì che in effetti, per lei, studiare era forse davvero l'unica soluzione. 
La sua unica "uscita di sicurezza".
L'unica possibilità che aveva per cambiare vita.
Ma sì, diciamolo: per emanciparsi. 

La signora Teresa, la mamma di Erica, non poteva certo conoscere don Milani, che nel lontano 1965 - dall'altra parte del mondo, a migliaia di chilometri, in Italia, in una minuscola frazione persa fra le montagne toscane - espresse con chiarezza il concetto ai suoi alunni della scuola di Barbiana, tutti ripetutamente respinti dalle nostre scuole, tutti figli di contadini e montanari analfabeti:
"Guardate, l'operaio sa cento parole, il padrone ne sa mille: ed è per questo che è lui, il padrone...". 

Erica, per fortuna, quella volta stette ad ascoltare sua mamma: prese coraggio e ricominciò da capo, iscrivendosi, a 17 anni, ad una scuola serale di San Diego.
Andando così, ogni giorno, avanti e indietro (da sola) fra il  Messico e gli Stati Uniti
Di giorno andava al lavoro in campagna con i suoi genitori, che erano ancora in Messico, in attesa di ricevere i documenti per vivere regolarmente con lei negli Usa grazie al "ricongiungimento familiare"; 
di sera, finita la giornata di lavoro, attraversava il confine per frequentare, a San Diego, in California, una scuola serale, finita la quale, ritornava a casa, a Tijuana, quando ormai era notte.  

E lì, in Messico, finalmente stava un po' con il suo bambino, che i nonni accudivano in sua assenza. Giusto il tempo di addormentarlo e sprofondare anche lei, in pochi secondi, finalmente nel sonno. 

Che periodo, quello! 
Sopra al suo letto, per farsi coraggio, aveva attaccato al muro un foglio con su scritto, in caratteri belli grandi: 
"La peor derrota es darse por vencido". 

"La peggior sconfitta è darsi per vinti".

Era il suo incentivo quotidiano, la frase che lei leggeva nei momenti di stanchezza, quando avrebbe voluto mollare tutto e fermarsi.

Ma lei non voleva assolutamente darsi per vinta. 

Anche perché, come spesso succede quando si inizia ad agire, ad un certo punto le cose iniziarono a prendere la direzione giusta

Intanto la domanda di ricongiungimento dei suoi genitori fu approvata, con loro che così poterono tornare a vivere tutti insieme negli Usa, in California. 

Poi, finalmente, arrivò il diploma.
E che festa, quel giorno, con il suo bambino...

 
Ma Erica, a quel punto, sapeva che non doveva, non poteva fermarsi.

Voleva di più, farla tutta, quella strada. 
Così arrivò il passo successivo: l'iscrizione all'Università. 

Università della California alla quale arrivò grazie ad una borsa di studio, e che Erica frequentò anche quando il suo piccolo venne colpito da una terribile paralisi cerebrale. Una situazione che, ovviamente, si ripercosse sul suo rendimento scolastico.
"Le spese erano sempre maggiori e i voti ne risentirono...", ricorda. 

Ma niente: lei non mollò nemmeno quella volta.

Ci mise sette anni per laurearsi, Erica Alfaro. 
Ma quando arrivò al traguardo, quel 19 marzo 2017, era come se avesse dimenticato d'incanto tutta la sofferenza, la fatica, i sacrifici fatti.
Ora - solo ora - tutto ciò che era successo nella sua vita iniziava ad avere un altro senso. 
Adesso sì che iniziava a vederlo, il senso.

Cari amici: dovevate vedere - ma certamente la potete immaginare - l'espressione dei genitori di Erica quando le venne consegnata la pergamena. Piangevano, piangevano a dirotto che quasi sembrava fosse successo loro una disgrazia...

La loro bambina laureata!
La prima laureata nella storia della famiglia Alfaro... 
Laureata e per di più in un'università degli Stati Uniti d'America!

E in quei momenti, la nostra Erica dimenticò d'incanto tutta la sofferenza, la fatica, i sacrifici fatti.
In quel momento si rese conto che lei voleva di più. 
Tutto quello non le bastava.
Voleva continuare, voleva raggiungere anche il master, e dunque, ancora una volta timidamente, presentò domanda per entrare alla San Diego State University.

Che il maggio dell'anno scorso le inviò questa lettera: 
"Cara Erica Alfaro, congratulazioni e benvenuta!
We look forward to working with you...
Non vediamo l'ora di lavorare con te...". 


Così siamo ai nostri giorni, amici. 
A qualche giorno fa, quando la nostra Erica ha conquistato anche il master in "Formazione e Psicoterapia"...

Il lungo racconto della vita di Erica ci ha portato indietro con gli anni, ma eravamo nella sua auto, ricordate?, con lei che finita la cerimonia di consegna del master stava portando i suoi genitori chissà dove per fare la benedetta foto ricordo.
L'avevamo lasciata sulla Pio Pico Drive davanti al bivio per l'uscita 50, quella per Carlsbad, con gli occhi dei suoi genitori che, tempo un secondo, si erano riempiti di lacrime quando avevano capito dove la figlia voleva fare quella foto.

Ecco dove voleva farla, la foto!
Ormai lo avevano capito: quelli erano i campi dove loro, da anni, stavano ore piegati a raccogliere lamponi, pomodori, fragole... 

La foto ricordo per il conseguimento del master sarebbe stata fra i campi di fragole di Carlsbad.

Nessun altro posto sarebbe stato migliore. 
Nessun altro luogo avrebbe potuto ricordare meglio la sua fatica, quella dei suoi genitori, i suoi sogni di ragazza.
I sogni della famiglia Alfaro.

E guardate che espressione fiera aveva il padre mentre, con gli occhi ancora increduli, guardava commosso la sua bambina e continuava a ripetersi "Mia figlia con un master! Una Alfaro con il master!"
              

Vi devo confessare una cosa, cari amici: prima di scrivere questo racconto ho fatto, "in punta di piedi", un'incursione nella sua pagina Facebook. Ed è lì che ho preso queste foto, che Erica ha deciso di condividere, qualche giorno fa, con tutto il mondo, raccontando la sua storia.

                                                                               
Immagini accompagnate da queste parole: 

"Con immenso amore, dedico la laurea e il mio master ai miei genitori, emigrati fra mille difficoltà negli Stati Uniti d'America per darmi un futuro migliore.

Dedico la laurea e il master a loro e ai loro immensi sacrifici. 

Se condivido pubblicamente queste foto personali, è per incoraggiare tutti gli studenti illegali e senza documenti, così come le ragazze diventate madri troppo presto o le donne vittime di violenze domestiche, a credere nel futuro e a battersi per finire gli studi. 

Ce la potete fare.
Ce la potete fare davvero.
Come ce l'ho fatta io...". 

...

Già, avete letto bene: la nostra Erica ha proprio scritto "studenti illegali e senza documenti"

A qualche illustre nostro ministro (ex...) verrebbe un colpo al sapere che oggi negli Stati Unit d'America ci sono 200-225mila ragazzi illegali, clandestini, senza documenti che frequentano ogni giorno regolarmente le scuole americane: dalle elementari all'università.

Senza che queste scuole pretendano da loro qualsivoglia documento.
Perché più delle regole burocratiche è importante che loro studino.

Tutti per diventare come Erica, la nostra amica "radical chic" che voleva la sua possibilità di rivalsa.

Non sapete quanto vorrei vedere la vostra faccia, in questo momento, cari lettori di Aria Fritta.
E la sua.

Comunque, se vi interessa, di questi ragazzi ne ho scritto QUI.




© dario celli. Tutti i diritti sono riservati

martedì 17 aprile 2018

Il pugno del bandito Vargas

Da ragazzo pensavo, davvero, che tutto fosse "politica". 

Deve aver pensato la stessa cosa il pugile americano Rod Salka, nato 35 anni fa a Bunola, Pensylvania.
Alto 1,70, da quando è professionista ha gareggiato nelle divisioni "Pesi leggeri", "Superpiuma", "Superleggeri".

Uno scricciolo, insomma, ma in grado di mollare pugni micidiali. Prova ne sia il suo "palmarès": su 29 incontri effettuati, finora ne aveva vinti 24, con sole cinque sconfitte, quattro per ko e una "ai punti". 

Nell'ultimo, svoltosi tre giorni fa, il suo avversario era il pugile messicano Francisco Vargas (anzi, Francisco Javer Vargas Pelaez), 34 anni, nato a Mexico City, nome di battaglia "El Bandido"

Quasi un simbolo, per il Messico, visto che Vargas ha rappresentato il Paese americano alle Olimpiadi del 2008 nella categoria "superleggeri" ed è stato campione mondiale dei pesi "superpiuma" tra il 2015 e il 2017.







"El bandito  è conosciuto dagli appassionati della boxe del Continente americano per essere talvolta spietato, grazie ai suoi pugni: come accadde lo scorso dicembre quando, a Las Vegas, il suo destro quasi staccò un orecchio all'avversario inglese Stephen Smith.

L'incontro con Rod Salka questa volta è stato organizzato al "Fantasy Springs Resort Casino" di Indio, California. 




Ora, dovete sapere che Indio è una cittadina americana di nemmeno 90mila abitanti della contea di Riverside, distante 86 miglia, 138 chilometri, da MexicaliMessico

Tra l'altro dei suoi 90 mila abitanti, più di 51 mila (dunque il 68%) sono "latini", di origine ispanica. 

Che questo incontro di boxe, dunque, potesse assumere altri significati e richiamare temi più "caldi" - più d'attualità, più "politici", diciamo - era facile da intuire.

La tensione (per fortuna tutta sportiva) era altissima: giocando sul suo soprannome - "El bandido", appunto - Francisco Vargas, si è presentato ai fotografi bardato sobriamente così.

Ok, va bene: si trattava di colorita pre-tattica, spesso protagonista nella boxe per vanità o per innervosire l'avversario.   
Ma...

Ma quando "El bandido", salito sul ring, ha visto Rod Salka si è capito immediatamente che quell'incontro di pugilato sarebbe stato differente.

Il suo avversario americano, infatti, oltre alla croce cristiana tatuata sulla schiena - e fin qui nulla di particolarmente strano - l'altra sera indossava un paio di pantaloncini sui quali era disegnato un muro.


Un muro di mattoni blu e rossi, come i colori della bandiera Usa.
 
E per chiarire che non si trattava affatto di un casuale disegno soltanto "somigliante" ad un muro, sulla cintura dei suoi boxer campeggiava a grandi caratteri la scritta "America 1st", "Prima l'America"






Esatto: proprio lo slogan che ha portato alla Presidenza Usa Donald Trump (seppur non con la maggioranza dei voti dei cittadini americani, com'è noto), da Trump utilizzato in chiave "anti immigrazione". 
In particolare messicana.

Il pugile americano Rod Salka è infatti un convinto Repubblicano: nell'aprile del 2016 ha persino tentato la strada politica presentandosi alle elezioni per il partito Repubblicano nel 38° distretto della Pennsylvania. 

Eccolo qui, uno dei suoi manifesti elettorali:



Elezioni dalle quali, però, ne è uscito con le ossa rotte.
I suoi 11.130 voti non sono infatti bastati per sconfiggere l'avversario democratico di quel collegio, William Kortz II, che invece ha raccolto 21.271 preferenze, pari al 65,65% dei votanti.

E non è finito in modo diverso nemmeno quest'altro match, questa volta di boxe.
Per tutte le sei riprese, infatti, "Bandido" Vargas non ha mai perso di vista l'avversario: non solo centrando il "bersaglio grosso", il torace - più volte colpito - ma anche il volto e soprattutto la cintura.

Proprio dove si leggeva lo slogan "American 1st"...




Fino al 5° round.

In quei minuti "El bandido" alternava micidiali colpi al volto ad altri alla cintura. 
O meglio, sulle parole tanto care a Donald Trump.  

Dopo due fortissimi colpi alla scritta, negli ultimi istanti dell'incontro è arrivato un "uno-due" al volto: un uppercut, seguito da un fulmineo gancio al viso.

Che hanno fatto vacillare indietro il pugile americano.
Con l'occhio sinistro tumefatto, Rod Salka si è a questo punto appoggiato con la schiena alle corde, mentre un braccio cercava appoggio per non crollare a terra.
Mentre si inginocchiava sul ring suonava il gong, con lui che, sfinito, si rifugiava al proprio angolo.

Ma...

"No mas!", ha urlato il telecronista messicano, nello stesso istante in cui allenatore e secondi del pugile americano allargavano le braccia urlando, appunto, "basta!".

E' finita...

Il "Fantasy Springs Resort Casino" di Indio, California  - affollato da decine di migliaia di persone in stragrande maggioranza americani di origini messicane o messicani - è esploso in un boato di urla, applausi, abbracci.

Con migliaia di persone che poi hanno brindato per tutta la notte alla vittoria de "El Bandido".

Perché, è ovvio, spesso gli incontri sportivi non sono soltanto ciò che semplicemente sembrano.
Soprattutto se, ad un incontro di boxe contro un avversario messicano, un pugile americano - proprio a pochi chilometri dalla linea di confine - si presenta con i pantaloncini sui quali è disegnato il muro di Donald Trump.

Ancora lontano, peraltro, dall'essere costruito.
(Sempre se - detto fra noi - lo sarà mai...).




© dario celli. Tutti i diritti sono riservati 

domenica 31 gennaio 2016

Che poi uno si chiede come si vivrebbe, praticamente...


La traduzione in italiano, inganna.
"Suburb", in America, ha un significato assai diverso da quello italiano. Qui, "sobborgo", non significa affatto "quartiere degradato", "periferia".

Negli Stati Uniti, i "suburbs" sono quei piccoli centri, quartieri, sorti attorno a grandi città.
Luoghi dove c'è più tranquillità, non c'è confusione, né traffico.

Oggi siamo a Los Angeles
O meglio, nella cosiddetta "Los Angeles area".
Chi non c'è mai stato non sa davvero di cosa si tratta: per questo, quando sento dire "Mi piacerebbe andare a Los Angeles", rimango perplesso.
Si tratta, infatti, di un'area enorme, sterminata.
Stiamo parlando complessivamente di 
18 milioni di abitanti (esatto, 18!) che vivono spalmati su 88 mila chilometri quadrati (esatto, 88.000).

Chi si è trovato ad attraversarla da parte a parte su una delle sue autostrade a sei o sette corsie (per senso di marcia...), se ne sarà accorto, visto che sarà stato in auto per non meno di tre ore e mezza.
Per avere un'idea, stiamo parlando di un'area metropolitana che ha una superficie più grande di tutto il nord Italia: più grande di  Valle d'Aosta, Piemonte, Liguria, Lombardia, Veneto e Trentino Alto Adige messi insieme
"Area metropolitana" che comprende la città di Los Angeles strettamente detta, e varie cittadine "satelliti", praticamente "inglobate" in L.A. 

Come questa dove vi porto oggi. 
Siamo ad una sessantina di chilometri dal "Civic Center", dal Municipio, di Los Angeles.
Per capire meglio, si tratta di un "suburb", di una cittadina, con una superficie più o meno come quella delle nostre Afragola, o Legnano: 19 chilometri quadrati.

Ma qui ci vivono soltanto 19mila persone, a differenza delle 65mila della cittadina campana o delle 60 mila di quella lombarda.

Amici di Aria Fritta, oggi vi porto qui: 
Si tratta del tipico "centro abitato" americano.
Tranquillo, dove non si sente un rumore, abitato da famiglie della cosiddetta (e sterminata...) "classe media" americana. 
Niente ricconi, come chi non conosce l'America istintivamente può ritenere.

Siamo stati ospiti di una famiglia di origine italiana: emigranti dell'Italia del sud arrivati in California alla fine degli anni '60.
Il piccolo prato di fronte alla loro casa non è perfettamente "green": tutta colpa della scarsità di piogge che ha colpito questa parte della California gli scorsi mesi, e che ha obbligato l'amministrazione locale a razionare il consumo dell'acqua riservata all'irrigazione degli spazi verdi.

Due piani, garage doppio, la casa al piano terra ha un salone, una grande sala da pranzo, una cucina, uno studio, un bagno e una camera da letto con bagno e cabina armadio.
Sono rari, gli armadi nelle case americane.
La camera del pian terreno è matrimoniale e la sua finestra dà sulla strada.
                                      
Al primo piano altre tre camere da letto tutte con il bagno attiguo o direttamente all'interno.

Di fronte all'ingresso, un salone, dal quale parte la scala che porta al piano di sopra.
Superato il salone, a sinistra c'è lo studio, e di fronte, la sala da pranzo con caminetto...

... e la cucina.


(Quel sacchetto è opera nostra: non sapevamo dove si mettesse la plastica, e nel frattempo abbiamo adottato una soluzione "all'italiana"...)  

Con il classico frigo americano, due forni "combinati", un altro a microonde e cucina con sei fuochi.

Le finestre, e la porta finestra della cucina, danno sul portico posteriore.


Che da una parte ha un altro angolo cucina (con l'attrezzatura per fare una perfetta carne alla piastra), 

e dall'altra uno spazio relax.
Dove alcune poltrone sono davanti al camino - acceso anche nelle fresche serate estive - e a un televisore a grande schermo.
Oltre il portico, c'è il giardino privato: un piccolo prato che dà su una vallata. Al centro, un alberello appena piantato.
A lato, il classico tappeto elastico che tanto piace ai bambini americani.
La villetta, come accennavo, si trova in uno dei piccoli centri nell'orbita di Los Angeles.
Le case si snocciolano ai lati di una strada tranquilla, frequentata sostanzialmente solo dai residenti.
Come accennavo, curare i prati di fronte a casa, quest'estate, è stato davvero un'impresa, vista l'acqua per l'irrigazione razionata in questa parte della California. 

Vi porto a fare un giretto lì intorno...
Lo so, fa un po' impressione vedere tutto così in ordine, tutto così pulito. Marciapiedi e strade comprese.

Ma davvero: vi assicuro che non si tratta di un centro abitato da miliardari, bensì da famiglie di normali impiegati, lavoratori dipendenti... 
Era un giorno feriale. 
Dunque poche le persone incrociate, qualche auto parcheggiata sul viale, qualche altra davanti al passo carraio dell'abitazione.
Ci si può permettere di essere un po' pigri, da queste parti...

Davanti ad uno di questi, ecco parcheggiate due moto d'acqua: d'altronde - lo leggerete fra poco - ci si può sbizzarrire ad usarle non molto lontano da qui. 

Lo so: è una di quelle discussioni che impegna molto chi, in Italia, è magari abituato a vivere in città, dove per fare la spesa si scende semplicemente sotto casa: "Ma qui, anche solo per comprare il latte, bisogna prendere la macchina!".
Sì, esatto. Come in molte case indipendenti di molti paesini italiani.

In effetti, come avrete potuto immaginare facilmente guardando queste immagini, da queste parti vivere senz'auto è sostanzialmente impensabile.
Al mattino i ragazzini fanno a piedi il vialetto che passa davanti alle case, e arrivano facilmente alla fermata dello scuolabus pubblico.

Ma per il resto, in effetti, ci si sposta con l'auto.

Per arrivare, per esempio, alla zona commerciale dove, a qualche minuto d'auto, c'è il classico, enorme, supermercato americano.
Con i prodotti derivati da agricoltura biologica che non sono affatto relegati su qualche scaffale marginale o semi nascosto. 
Nel banco frigo, carni biologiche certificate Usda. 

L'Usda è l'organismo del ministero dell'Agricoltura americano che con i suoi funzionari controlla (e certifica) l'intero processo di vita e di macellazione dell'animale, garantendo che questo è stato condotto secondo le norme biologiche.

Non avevamo la tessera del supermercato, ma ce l'hanno fatta al momento ,permettendoci di acquistare comunque i prodotti con i prezzi riservati ai "clienti abituali".

Come potete vedere meglio (se cliccate sulla foto), queste costate di manzo bio costano $9,49 e $8,99 a libbra, cioè intorno ai 15 €uro al chilo.
Fate i conti voi della differenza di costo con l'analoga carne di manzo in Italia.

Ovviamente più economiche, le costolette di maiale: $3,99 alla libbra, cioè 1,80 € al chilo.
Poi ci sono le cose che non smettono mai di stupire noi italiani, anche all'"ennesimo" viaggio americano.
Nei corridoi dei surgelati, i sacchi di cubetti di ghiaccio già pronti, per esempio...
... o gli scaffali con acque super-vitaminizzate e aromatizzate.


Mi incuriosiscono un sacco di cose, quando sono negli Usa.

Come il "muro della comunità" presente nel supermercato, al quale vengono attaccati disegni e lavori di studenti delle scuole della zona.

Sotto a cui una ragazza, seduta per terra, approfitta della presa elettrica (e del wi-fi libero, senza registrazione alcuna e gratuito) per caricare il suo smartphone e collegarsi ad internet.
Nessuno si sogna di cacciarla via.
D'altronde, fa male a qualcuno?
Dai, ditemi sinceramente: ve la immaginate la stessa scena in un supermercato italiano?


Sempre nelle vicinanze, c'è anche un centro commerciale, concepito secondo il classico stile americano. 

Mi ha fatto sorridere la fontanella per "cani e umani".
Per i cani, con altezze differenti.
E poi i biscotti gratuiti per i cani.
Gratis e ancora tutti lì, nel contenitore, senza che nessuno l'abbia svuotato o vandalizzato.

Nel Centro Commerciale, fra gli altri negozi, c'era anche un grande magazzino Macys.

Che cerca personale: e allora per chi intende presentare la domanda di assunzione c'è a disposizione un computer sul quale compilare - sul posto, inviandola immediatamente - l'application, il modulo di richiesta impiego. 


Poco lontano, in uno spazio pubblico, altro computer per la ricerca del lavoro: questa volta di un'agenzia di collocamento privata. 

Poi risaliamo in auto.


Ci facciamo una sessantina di chilometri (poco meno del totale del Grande Raccordo Anulare di Roma) e andiamo a farci un giretto nella non lontana e celebre Venice, con il suo lungoceano e la sua spiaggia enorme.






In acqua, solo pochi surfisti testardi, rigorosamente con la tuta da sub, visto che il gelido oceano Pacifico non scherza anche in piena estate!

Tutta la spiaggia è costeggiata da un lungo percorso riservato a pedoni e biciclette.



Accanto al quale vi sono decine di abitazioni di design con il Pacifico di fronte...

Si sa: la forma fisica, in California, è un mito. E ce ne si accorge facilmente passando accanto a volenterosi che fanno esercizi nelle palestre pubbliche all'aperto, o si allenano sui campi di basket... 



mentre poliziotti con il quad gironzolano in spiaggia per assicurarsi che sia tutto tranquillo...



Forse perché l'America mi mette di buon umore, la loro presenza qui non risulta mai opprimente: anzi, a volte, è  rassicurante. 


Anche perché, passeggiando in giro per gli States (e in California in particolare) si possono incontrare persone assai bizzarre.

Come il tizio che ad un chiosco faceva la coda, in assoluta tranquillità indossando il costume da "Spiderman" (se ne incontrano parecchi, di "Uomo Ragno", in giro per l'America e nessuno di loro è stato mai fermato o arrestato...).
O quest'altro, che - ma non mi chiedete il perché, non ho avuto il coraggio di chiederglielo! - si è fatto applicare sulla fronte due corna e se ne andava a spasso impugnandone altre di cervo...

Ok, non facciamoci domande, anche se so che le lettrici saranno state distratte da altro piuttosto che da questi particolari bizzarri.
In fondo si tratta solo di un paio di corna...

Ma ora ritorniamo a Los Angeles, quella più conosciuta dai turisti italiani.
Spesso l'unica conosciuta.
Quella patinata di Hollywood e di Beverly Hills.




Quest'ultima sì con i suoi lussuosi negozi, auto, grandi alberghi e ville da miliardari.

Qui l'atmosfera è simile a quella dell'europea Montecarlo: ville, edifici, marciapiedi, auto e persone trasudano di bigliettoni verdi (da grosso taglio).

Qui, davvero, il lusso colpisce, aggredisce, stordisce.

Beh, ovvio: siamo a Rodeo Drive (che per gli americani fa "più figo" annunciarla in italiano, "Via Rodeo").



Da queste parti, davvero, tutto è lusso estremo.

Come il "Beverly Wilshire Hotel", della catena "Four Seasons", le cui tariffe delle camere vanno dai 760 a 1818 dollari a notte (che sarebbero dai 700 a 1678 €uro a notte!).
I prezzi delle sette suites presenti, invece, non sono noti: vengono definiti "riservati" ai soli clienti realmente interessati.   
Non c'è bisogno di vederne gli interni o le camere per capire che si tratta proprio di "lusso estremo": basta osservare le auto parcheggiate davanti, adeguate alla lussuosa magione. 
Vi dico solo che il prezzo di questa Bugatti Veyron Grand Vitesse - 7993 di cilindrata, 1200 cavalli, sette marce, velocità massima 410 km all'ora (in un Paese dove non si possono superare i 130!), che da ferma raggiunge i 100 Km all'ora in 2,6 secondi, serbatoio di cento litri, visto che in città se ne consumano 37,2 per fare 100 km - il prezzo, dicevo, è di 1.750.000 €uro.
Esatto: un milione e settecento cinquanta mila euro.

Più "economica" la Ferrari gialla parcheggiata dietro: si tratta di un modello "LaFerrari" , che - sempre che si riesca ad entrare nella lista dei fortunati acquirenti - costa "soltanto"  1.400.000 €uro.
Per dovere di cronaca mi sento obbligato a riferirvi che le due auto avevano la targa del Quatar.


Insomma, passeggiando per Bevery Hills può capitare di trovarsi come niente davanti a poco più di SEI MILIARDI "del vecchio conio", come direbbe Bonolis.
Ecco cosa intendevo quando ho scritto che da queste parti, davvero, il lusso colpisce, aggredisce, stordisce...

D'altronde, siamo o non siamo ad Hollywood, e per di più nella sua ricca Rodeo Drive?
Poi c'è l'immancabile (e forse un po' "sputtanata"...) "Hollywood Walk of fame", ("Passeggiata delle celebrità"), con i turisti di tutte le nazionalità che affollano i negozi di souvenir o cercano e fotografano la stella del loro personaggio preferito: attori, registi, cantanti, personaggi dei cartoni animati e giornalisti.


Qui c'è il "China Theatre", nato nel 1927 ma diventato oggi il più grande cinema Imax al mondo, con il suo schermo gigantesco e i suoi 932 posti a sedere. 
Dove, di fronte, i più grandi divi di Hollywood hanno lasciato le impronte delle loro mani su dei blocchi di cemento. 

E qui, dalla terrazza, si può fare facilmente la fotografia che molti si aspettano: quella all'"Hollywood Sign", la celeberrima e gigantesca scritta che domina la città.
(Si può andare più vicino, a fotografarla: all'altezza del 3000 di Canyon Lake Drive, per esempio, o al "Griffith Park Observatory", al 2800 di East Observatory Rd. Ma attenzione alle multe per divieto di fermata, o agli abitanti infuriati per il via-vai plebeo davanti alle loro lussuose ville).

Scritta, che a vederla anche da lontano, suscita non poca emozione...



Ma, come capirete, sarebbero necessarie centinaia di pagine per raccontare "cosa si può vedere", a Los Angeles.
Si tratta di una città così grande (e dispersiva) che spesso, infatti, non lascia un buon ricordo nel turista italiano.

A meno che questi non abbia, fin prima della partenza, una precisa idea su cosa vedere e dove andare.

Tralascio, per esempio, "Disneyland", lo storico e primo parco tematico fondato da Walt Disney nel 1955.
O tutto ciò che potrebbe riguardare il mondo del cinema e gli "Studios" di Hollywood, ai quali gli appassionati potrebbero dedicare - soltanto alla loro visita - anche due, o più, giorni.

Tralascio qui le bellissime Santa Barbara e Santa Monica, che comunque sono da vedere...

Per avere una idea dell'immensità di Los Angeles, si può - sempre in auto, ovvio - percorrere Mulholland Drive, (da dove, poco dopo Runyon Canyon Park c'è una piccola area di sosta da dove fare ottime fotografie dell'"Hollywood Sign")  per poi raggiungere magari luoghi dei quali ci si è appuntati l'esistenza prima della partenza.

Come i"Whisky a Go Go" (all' 8901 di Sunset Boulevard angolo Clark st.), per esempio.

U
n locale che è un mito, per gli appassionati del rock: tempio della musica sorto dove prima c'era una centrale della Polizia.


Pensate: qui, dal 1964, hanno mosso i loro primi passi Jim Morrison e The Doors, Janis Joplin, Frank Zappa, Led Zeppelin, Jimi Hendrix, The Roxy Music, gli Oasis, The Who, i Toto, The Byrds, Otis Redding, Van Alen, The Jam, Elvis Costello, Blondie, Talking Heads, Buffalo Springfield, Black Sabbath, Cream, Guns N' Roses, Metallica, Nirvana, Aerosmith e chi più ne ha, più ne metta.

Confesso che usare il bagno del "Whisky a Go Go" sapendo che lì, proprio lì, prima di me avevano piantato i loro piedi anche Jim Morrison, Jimmy Page, Jeff e Steve Porcaro, David Byrne e Kurt Cobain, ha provocato in me un piccolo brivido.
Per dovere di cronaca mi sembra giusto riferire che qui hanno suonato anche la PFM, Ligabue e Caparezza.
Ma la musica, la confusione, e il traffico di Los Angeles, ammetto, può anche stancare.
E per fortuna L.A. non è solo metropoli. 

Partendo dalla nostra casa americana, con una ventina di minuti di Interstate 5 in direzione opposta, ci siamo trovati in mezzo ad un paesaggio completamente diverso.

Come tutte le Interstate americane, anche questa è talmente larga e comoda da non accorgersi che dal livello del mare quasi ci si alza fino a 500 metri d'altezza.
Passando di fianco al Castaic Lake.


Dall'uscita 176 A o B dell'Interstate, una strada in discesa porta al lago.
Giunti lì, si incontra innanzitutto una "pic nic area" capace di ospitare fino a 600 persone.
E dove molto difficilmente si possono incontrare italiani. A meno che non siano residenti da queste parti.

Ci sono panchine, tavoli e barbeque disponibili per tutti.
Una cosa che non smette mai di stupire noi italiani.

Da qui, una strada porta più in basso, al lago...


... dove ci sono spiagge, gente che fa il bagno, appassionati che vogano sulla canoa o sul kayak, o che corrono con le moto d'acqua. 
Nelle apposite aree lontane dai bagnanti.
A riva, c'è una struttura pubblica con piscina, palestra all'aperto e campeggio. 

Se si pensa che Los Angeles, con la sua gigantesca confusione, è lì a 25 minuti di strada, il tutto davvero sorprende.
Già: non me l'aspettavo per nulla così "la California" attorno a Los Angeles.

Qualche giorno dopo, dalla nostra casa siamo andati invece verso est.
E sempre dopo una mezz'oretta di comoda strada leggermente in salita, ci troviamo circondati dai pini. Insomma: in mezz'ora siamo in piena montagna.

Come tutti i cartelli stradali americani, attenzione in particolare a questo: se lo incontrate, infatti, è meglio prestiate attenzione, perché l'eventualità di vedersi improvvisamente di fronte un orso colossale su queste strade, magari proprio con i suoi cuccioli, è tutt'altro che rara.
Attorno a noi, chilometri e chilometri di boschi, dove d'inverno cade un bel po' di neve, tanto che altri cartelli annunciano che in certi periodi dell'anno queste strade sono chiuse al traffico.




Attorno, solo natura praticamente incontaminata. Qualche laghetto...
e poi ancora verde e boschi...



Raggiungiamo l'unico paesino presente nei dintorni e quasi ci sembra di trovarci sulle nostre Alpi.

Tutto è tranquillo e ordinato.
Le abitazioni sono chalet mono familiari, con le pareti formate da giganteschi tronchi di legno.

Vediamo un campo da golf e un unico bar/ristorante, in mezzo alla tranquillità più assoluta.
Come sempre in questi casi, tornare "in città" fa sempre un po' effetto.
Ancor di più se ci si impiega poco più di quaranta minuti a rientrare nella "Los Angeles area".

Con le sue autostrade a dodici corsie che attraversano i suoi diciotto milioni di abitanti.

P.S.: Poi so benissimo che magari ci sono i vicini antipatici, lo stress per il tempo che si passa in macchina per andare e venire dal lavoro, i colleghi che cercano di farti le scarpe, la fatica quotidiana, la cura dei figli, le bollette da pagare, i propri cari e gli amici d'infanzia in Italia che mancano.
Lo so bene che "non sono tutte rose e fiori"...



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