PERSONE CHE HANNO LETTO O CURIOSATO

giovedì 15 dicembre 2011

"Dall'Italia noi siamo partiti"... Le storie che leggerete

E' una vecchia canzone di emigrazione italiana, a dare il titolo a quello che sarà uno spazio fisso.
Dedicato a storie.
Semplici storie di vita.
Storie (recenti, di questi anni) di emigranti, di italiani che se ne sono andati per le più varie ragioni.

E' sempre stato un mio tarlo, l'emigrazione.
Forse perché nato da genitori emigranti: dal Veneto, dalla Sicilia.
Forse perché ho amici che se ne sono andati.

Ognuno di noi, poi, ha pensato almeno una volta nella vita di "mollare e andarsene", di "andare a lavorare altrove", di "ricominciare da zero" da quale parte. Della serie: "E che tutti vadano affanculo, per la miseria..."

Ho parlato con decine, centinaia di persone, in questi anni, che hanno fatto questa scelta o che sono state costrette a farla; e mi sono accorto che ognuno ha sempre una storia interessante da raccontare.
E quasi tutti, mi hanno sempre detto che se andar via da una parte è stato difficile (a volte "maledettamente difficile"), alla fine è quasi sempre stato più facile di quanto ognuno di loro avesse temuto o creduto.

Vedo che ci sono lettori che capitano in questo blog da mezzo mondo: dall'India, dalla Francia, dalla Russia, dalla Gran Bretagna, dalla Spagna, addirittura dall'Australia, dalla Cina, dal Giappone, dall'Argentina e ovviamente dagli Stati Uniti.
La cosa mi impressiona un po'...
Chi ha voglia di raccontare, di raccontarci, la propria storia me lo faccia sapere: qui troverà sempre una pagina aperta. E io non vedo l'ora di scriverla.

Qualche anno fa ho iniziato a raccogliere testimonianze per un libro che non c'è mai stato. Questa mi sembra un'ottima stanza per questi ospiti e per far conoscere a voi le loro storie.

Sono storie di lacerazioni, di fatica, di paura, di incognite, di testardaggine, di speranze, di soddisfazione, di rabbia e di sorrisi, di gioia e realizzazioni.
"Storie di espatriati" che leggerete nel link qui a destra, che si intitola come questa antica canzone di emigranti: "Dall'Italia noi siamo partiti..."




martedì 13 dicembre 2011

Avete mai guidato il treno di una metropolitana (a New York)?

Avete mai visto New York da questa prospettiva?
E allora salite nella cabina di guida della linea A-C, la linea blu della Subway, direzione Brooklyn.

(Avviso: dopo Fulton st., per andare a Brooklyn, la metro passa sotto il fiume, sotto l'East River! I claustrofobici trattengano il fiato!)



lunedì 12 dicembre 2011

Volete un buon sigaro cubano?

Negli Stati Uniti e a New York si mangia male?
Ma non diciamo cretinate, per favore.
Se vi recate nella Grande Mela, semmai, avrete la possibilità di provare cucine di tutti i continenti, di centinaia di nazioni, a tutti i prezzi.

Vicino alla mia casa di questa estate, al 222 di Thompson st., in pieno Greenwich Village, c'era (ovvio che c'è ancora!)  un ristorante cubano.
Si tratta di un ristorante (ma ve ne sono decine, a New York, di ristoranti cubani) che naturalmente offre solo specialità di Cuba.
Sigari compresi.

Ne volete uno?
In 30 secondi ve ne verrà realizzato uno al momento.
Davanti ai vostri occhi!
:-)
d.

P.S.: Come potrete vedere, qui sotto c'è la possibilità di esprimere un giudizio o vieppiù scrivere la vostra opinione. Basta cliccare il titolo di questo intervento, e vedrete che in fondo, al termine dello stesso, comparirà l'apposito spazio "Posta un commento"! 
:-)

domenica 11 dicembre 2011

Benvenuti!

Mi sono dimenticato di dare il benvenuto in questa "nuova casa" a tutti voi che leggete queste pagine.
A coloro che mi conoscono, e a coloro capitati qui per caso.

In particolare, permettetemi di salutare coloro che si collegano ad Aria Fritta (casualmente, immagino) da lontano.

Vedo che ci sono lettori da Roma, Terni, Milano, Bologna, Padova, Parma, Ravenna, Urbino, Vicenza, financo da Recco (bbbona la focaccia di Recco!), da Pegognaga (Mantova), da Garbagnate Milanese e da Torre degli Alberi, paesino che non conosco ma che ha un nome bellissimo.

Ma ci sono anche sconosciuti che leggono queste pagine dall'estero: dalla Germania, dalla Gran Bretagna, dall'Argentina, dall'India, dagli Stati Uniti!
Non ho idea di come siate arrivati qui, ma un saluto davvero particolare va a voi che siete lontani...

Sentitevi tutti liberi di scrivere, di commentare!
Le cose che pensate, i vostri giudizi, sono importanti per me.

Ho tante cose da dire (e da mettere, se ci riesco...).

Qui a destra, ho messo il link di una telecamera collegata in diretta da Time Sq. a New York.
Trovo sia carino vedere cosa succede là nel momento in cui vi collegate; e osservare la gente, il traffico, ascoltare i tipici rumori della città...

Ma intanto, guardate qui.
Un sabato mattina qualunque nel Greenwich Village, a Bleecker st., New York.




Grazie, dunque, di tutto.
"Ce n'est q'un debut...".
Questo non è che l'inizio.


d.


lunedì 5 dicembre 2011

Il Giorno del Ringraziamento


Cade il quarto giovedì di novembre, il Thanksgiving, ed è forse la festa più sentita dagli americani, anche perché, negli anni, è diventata una ricorrenza anche avulsa dallo stretto significato religioso.
Il giorno prima, il mercoledì, è quello che tradizionalmente registra il maggior numero di automobili circolanti negli Stati Uniti. E infatti
 le precise statistiche Usa affermano che ieri c'erano in giro per le strade e per i cieli americani qualcosa come 42 milioni e mezzo di persone, che  in auto o in aereo raggiungevano la propria famiglia o gli amici.

Attorno ad una tavola bandita con il classico (enorme) tacchino - riempito di cose a noi incomprensibili, come castagne, pane raffermo bagnato nel latte, uva, mirtilli, erbe varie, vino bianco ecc. e cotto in forno per ore... - fin dal 1623 i credenti ringraziano l'Altissimo del raccolto e dell'abbondanza ricevuta.

Ma soprattutto, uno ad uno, ogni componente della famiglia, ogni convenuto alla tavola del pranzo, ringrazia qualcuno dei presenti, dicendo ad alta voce il perché.

E allora io mi limito, più modestamente, a ringraziare i miei amici americani (vecchi e nuovi) che la scorsa estate, e più in generale in tutti questi anni, mi sono stati vicini e mi hanno sempre dato tanto. 
Anche senza accorgersene.
Affetto davvero gratuito, e incoraggiamento, innanzitutto.

Donatella, intanto: il primo dei miei punti fermi di New York (che questa estate, come una sorella, ogni tanto si lamentava che non andavo a trovarla mai...). 
La sua storia è un piccolo esempio di sogno americano realizzato (anche se lei si lamenta sempre un po'... Ma si è ormai dimenticata del periodo in cui a New York dormiva per terra, senza materasso e con qualche topo intorno).
E il suo negozio è sempre splendido,  così come lo sono le sue creazioni.

Gianni, una delle anime più sensibili e intelligenti che io abbia mai conosciuto. Le sue foto sono straordinarie. E quando finirà questo benedetto lavoro che il Gugghenheim gli ha chiesto le potremo vedere tutti. (Un saluto affettuoso anche alla sua bellissima moglie Malena che sorride sempre).

Viviana, che mi ha affittato la sua stanzetta questa estate e i cui vestiti mi facevano il solletico ai piedi, la notte.
Hai ragione: ora mi spiace non aver fatto nemmeno una foto alla mia casetta newyorkese di questo 2011...

Emy (che poi sarebbe Emanuela), arrivata un anno fa dalla Sardegna, che, passeggiando per la città, mi ha raccontato 
un po' di "trucchi" che usano i giovani italiani "fuoriusciti" per vivere a New York, e mi ha fatto conoscere un panorama della città  dal New Jersey che mai avevo visto, e che mi ha fatto partecipe dei suoi progetti.

Giorgio, che è stato costretto a lasciare la Sicilia perché cacciato dalla mafia. E che ora sta realizzando il suo sogno semplice: "Lavorare in grazia di Dio, una casa e la tranquillità per la famiglia".

Lello, costretto a lasciare la Campania perché cacciato dalla disoccupazione. Grazie anche alla sua moglie Julie, che forse non sa cucinare italiano proprio bene, ma che quella domenica ce l'ha messa davvero tutta per far bella figura (e per farmi scoppiare...).

La signora Pina, che conosce tutti gli italiani arrivati negli ultimi quarant'anni a New York a cercar fortuna, e che ne ha aiutati centinaia. Quanto preziosi sono i suoi consigli. (E quanto importanti sono per me i suoi incoraggiamenti...).

Juan, l'organizzatore del "meetup", gli incontri degli americani amanti dell'italiano e della cultura italiana: portoricano che parla alla perfezione la nostra lingua. Grazie anche alla sua giovane moglie canadese che insegna francese in una università di New York, e che mi ha costretto a parlare francese per quasi una intera giornata.
Grazie a tutti coloro che ho conosciuto al "meetup": tra gli altri Bonaventura, Giosia, Irene, Jetta, Mary, Juliet,  Natascia.
Alain, che ha organizzato il "No Berlusconi's day" a New York...

Alberto, che se n'è andato da Napoli ed è riuscito ad aprire un negozio di pizza al taglio (e che ai tempi del referendum mise su internet uno straordinario ed esilarante spot elettorale da lui prodotto... http://www.youtube.com/watch?v=q9y3Q7SfyiA). Grazie a lui, che mi ha fatto capire in un istante quanto può essere dolorosa la distanza dai propri cari.

E poi grazie ai giovani geni dell'Apple store, che hanno risposto con pazienza infinita a tutte le mie più assurde domande (e risolto i miei problemi da impedito...).

Michael Moore, che si è fatto una grassa risata dicendo "Italia Berlusconi!!" quando ha saputo che ero italiano (ma che poi mi ha firmato l'autografo dopo che gli ho detto che non ero proprio un fan del Cavaliere...)

Giulia, che non ha ancora capito se la sua strada è lì, negli Usa, o qui, in Italia. Ma che se non fosse andata lì, dov'è ora...

Laura, che a New York fa mille cose (compresa quella di scrivere un blog seguito come una piccola Bibbia dai turisti italiani); grazie per le cose che abbiamo fatto inisieme, ma soprattutto per essere stata pronta ad adottami come un fratello, quando Irene mi lasciò per due notti in mezzo alla strada.

E grazie a suo marito Luca, che è riuscito a realizzare il suo sogno e ha aperto la sua pizzeria con Antonio, che in Italia si occupava di video... (Ma quanto è buona la vostra pizza!)

E infine grazie a Salvatore.
E a quel suo saluto, che ogni volta che lo ricordo, è una carezza al cuore.
"Ora che sai la strada, puoi venire".

Grazie - davvero grazie - a tutti voi...


dario




P.S.: Come mi era stato richiesto (e come avevo promesso) ho quasi finito di scrivere un intervento più complesso (e assai più lungo) su "Gli Usa: i pro e i contro (per trasferirsi)".
Stay tuned...



© dario celli

28 - L'addio, o meglio, l'arrivederci. Su una New York autunnale, su don Antonio Demo, su un signore il cui nonno era uno schiavo, su un tassista pakistano che corre troppo e sulla voglia di capire il "sogno americano" di molti.

venerdì, settembre 30, 2011


Cambiano repentine, le stagioni, a New York.
E' vero che gli americani girano ancora con le magliette a mezze maniche, ma la temperatura si è decisamente abbassata. Anzi, diciamola tutta: fa freddo.
E' piovuto non poche volte negli ultimi giorni, e nella notte le nuvole basse si divertivano a nascondere le cime dei grattacieli, che ricambiavano il dispetto illuminandole.

































Più volte mi sono fatto a piedi l'intera parte di Fifth Ave da Central Park alla fine, a Wahington sq, ma l'altra sera l'ho fatto per respirare a fondo, ancora una volta, questa atmosfera.

Vagando, sarà stata l'una di notte, passo davanti ad una vetrina illuminata: è quella di un parrucchiere, aperto - incredibile - 24 ore su 24 (della serie: "Questa sera voglio andare a letto con i capelli in ordine, visto che l'umidità di oggi me li ha resi impossibili...").
Davvero un cambiamento repentino quello del tempo, se si pensa che solo qualche sera fa il cielo era limpido e l'atmosfera era questa, decisamente ben differente...
L'atmosfera al Greenwich Village, con le sue palazzine di inizio novecento, è decisamente differente da questa che vedete nella foto che ho fatto da un "roof top", da una terrazza panoramica, dove era stata organizzata una conferenza stampa. Sono pochi i chilometri che dividono "downtown" ai grattacieli di "midtown": eppure qui, al "Village" la gente sembra correre di meno, con la voglia di godersi di più la città.

Scatto qualche foto anche nei pressi di casa.

A due passi, all'angolo fra la 6a Ave e Bleecker st. c'è una piccola piazzetta con giardino.
Si chiama "Father Demo Sq".
Lo spazio, la notte, viene chiuso, mentre il giorno è meta di passanti, vecchiette che chiacchierano, turisti e sfaccendati vari.

Sorrido al pensare alle migliaia di panchine che ci sono a New York e ai periodici roboanti annunci di smantellamento di panchine in parchi pubblici di talune città del nord Italia...
Anzi, che ridere!
Mi chiedo come non si vergognino di fronte al mondo certi politici italiani...


Eccola qua, Father Demo sq.
In mezzo al giardino, un piccolo cippo posto a terra ricorda che la piazza è stata dedicata "dalla comunità italiana e dagli abitanti tutti" al "Reverendo Antonio Demo", parroco della vicina chiesa "Nostra Signora di Pompei" dal 1900 al 1933.
Un ragazzino porta le delizie del famoso "Joe's", negozio di pizza (intera o al taglio - a spicchi) usato tante volte come set cinematografico.



Ammetto di aver ceduto all'assaggio, e un po' mi vergognavo, fra me e me, di trovarla ottima. 
Non sapevo ancora della vera origine italiana di quella pizza, che viene mangiata lì in piedi nel locale, appoggiati ai tavoli, o camminando per strada.
La storia di "Joe's Pizza" me l'ha raccontata un piuttosto corpulento signore sulla sessantina abbondante, che quando mi ha sentito ordinare semplicemente "a slice and Coke", mi ha detto "Italiano, eh? Di dove?". (Minchia, ma avevo detto due - dicodue - parole! ).
Joe's Pizza è stato messo in piedi da lui, arrivato da Santa Maria di Capua Vetere alla fine degli anni '70. Alle pareti, le foto di attori e vip americani, in posa con i pizzaioli e davanti alla classica "slice of pizza...".

Mentre entrava nel suo Suv (di dimensioni colossali, ovvio), mi ha chiesto se conoscevo il suo paese, dove ha un appartamento che si è comprato con i suoi primi risparmi americani, anche se ora lo occupa poche settimane più o meno ogni due anni.

Gli ho detto di sì, ma mi sono dimenticato di raccontargli che ho fatto anche un servizio, proprio a Santa Maria di Capua Vetere, su un cimitero garibaldino, miracolosamente rimasto intatto da un secolo e mezzo, fra orride palazzine di periferia.
Pieno di tombe di giovani 17enni, 19enni e ventenni lombardi, veneti, fiorentini e piemontesi morti per unire l'Italia...

Siamo proprio a pochi passi dalla "Numero 28" (a Carmine st, che qui - ovvio - chiamano "Carmain"), forse la migliore pizza di Manhattan, a mio parere. Se vi piace quella un po' bassa, non "napoletana", però.

Di fronte, ecco la gelateria Grom che, soprattutto i torinesi, conoscono bene.

Sono sceso in strada e mi sono seduto tranquillo con il computer ancora una volta, per respirare ancora boccate d'aria newyorkesi.
Per osservare la gente, le macchine, i taxi, il traffico...
Per vedere, sentire, New York.

Penso a qualche giorno fa, quando qui, davanti a queste panchine, veniva girato un film, con Julianne Moore che mi ha persino rovolto un sorriso e un accenno di saluto con la mano...















Rivedo una vecchietta che viene qui tutti i giorni con una amica, alle panchine di fronte alla scuola,  per dar da mangiare ai piccioni. E' su una sedia a rotelle e i graziosi volatili quasi la coprono tutta.
Con lei che è tutta felice.
Come è felice a rispondere al mio saluto.



Intanto passa una signora con in mano una lettera aperta: la legge camminando e camminando mi rivolge uno sguardo  veloce mentre scrivo con il portatile.
E mi sorride.


Ecco, questa è una delle cose che mi mancheranno certamente, tornato in Italia: la gente che per strada ti sorride, ti saluta, che risponde al tuo saluto, che ti fa i complimenti ("gratis") per come sei vestito, per le scarpe che porti o per la cravatta che indossi.
Sì, lo so: so bene che i rapporti "solidi" sono altri...

L'altra notte mi sono svegliato di colpo.


Mi sono svegliato dalla paura (ma quale paura??) di aver perso l'aereo.
Lo so, fino ad ora non ho mai affrontato l'argomento "ritorno a casa" (ma "la casa" qual è?) in queste pagine.
Qualcuno se ne sarà accorto...
Insomma, l'altra notte mi è venuto quel dubbio che viene improvviso e, quel che è peggio, a notte fonda, mentre si dorme. 
E allora ho sbarrato gli occhi e mi sono alzato di scatto con il cuore che batteva. E ho cercato in una tasca dello zainetto quel foglio di carta stropicciato e dimenticato dal giorno della partenza. 
Quello dove avevo scritto la data del ritorno, l'ora del ritorno, il numero del volo di ritorno.
(Ma tornare dove?)
E allora, in piena note ho acceso il computer per essere certo di che ora fosse, di che giorno fosse, in quel momento...
E ho guardato il giorno e l'ora scritti sul biglietto...



Giorno e ora che alla fine sono arrivati.

Maledizione.



E allora, forse è meglio che salga sul taxi e che mi faccia portare via da qui.

Via.
Via da qui.
Via da New York.
Dopo due mesi e passa...



Saluto Joaquim, il mio coinquilino, che mi viene incontro bellissimo, con quei suoi capelli biondi e lisci come avrei sempre voluto avere io da ragazzo, e con quello suo sguardo azzurro e ingenuo, e pieno di incoscienza, entusiasmo, futuro.

Penso alla moka made in China che ho deciso di lasciargli insieme alla lattina di caffè Lavazza.

Caffè che se li scola tutti e tre insieme e in una volta sola...

Saluto la casa e la mia stanza minuscola, la più piccola stanza dove io abbia mai dormito in vita mia.

Penso a Viviana che ora tornerà nel suo legittimo letto, e che io un po' sento quasi di avere profanato. Penso ai suoi vestiti appesi sopra al fondo del letto, che la notte mi accarezzavano, leggeri, i piedi. 

E io che a volte mi svegliavo per quella strana sensazione e che poi mi riaddormentavo sorridendo.

Penso ai suoi sacrifici (perché non me ne ha mai parlato, ma lo so che sacrifici fa, lei, per vivere qui a New York...) e al suo sogno da raggiungere.
Perché l'America e New York vogliono dire sogno e sacrifici.

Immani.
Penso a come lei scriva bene (ti leggo, sai?) e penso che in fondo, scrivere è un altro modo di dar da mangiare qualcosa - pensieri, parole, immagini, in questo caso... - agli altri.
(Guarda che l'avevo capito che lavoro fai per poter campare a New York, sai? Ma, per quel che conta, sono orgogliosissimo di te!).

...


Il mio cuore sanguina.

Il mio cuore è lacerato.
Dopo una doverosa pausa necessaria a metabolizzare il ritorno, ad assorbire il trauma, il trauma del ritorno a casa ("ma la casa qual è?"), ho deciso che cercherò di capire, di scrivere, di de/scrivere cosa è che rende così potente questa città, questa nazione.

Di capire perché ho visto tanta gente piangere, lasciandola.

Di capire cosa ne rende così difficile, quasi davvero "doloroso", il distacco.
Questo distacco.
Ogni volta.
Anche se magari si sa che si ritornerà.
Anche quando (per la prima volta...) non si esclude di ritornarci per sempre.

Sì, ho bisogno di capire  che cos'è...

Sono forse quei grattacieli che sfidano la forza di gravità e la ragione, a colpirci (al cuore e al cervello)?

Sono le loro luci che brillano come milioni di stelle vicine (ir/raggiungibili)?
Quelle luci che sembrano la proiezione di migliaia di sogni realizzati?


Sono forse le mille facce e le mille razze che vedi per strada?
E' forse tutta quella gente (o i loro genitori, o i loro nonni) arrivata qui in miseria, quei "miserabili rifiuti dei lidi affollati", "senza speranza", che sono arrivati qui senza un soldo, per rimettersi in gioco?
Sono loro a colpirci?

Sono loro a soffiare sul nostro cuore?





















E' forse la frase di quell'anziano afroamericano che dodici anni fa, a Union Sq., qui a New York, mi ha battuto a scacchi in 15 mosse e che salutandomi mi disse, raggelandomi: "Avrei potuto vincerti in cinque mosse, ma ho voluto darti una possibilità, ragazzo. Perché questa è l'America.
La conosci l'America?
Oh sì, tutti ne dicono di tutti i colori, ma io ti dico solo che io  ho un figlio medico e uno avvocato.
E che mio nonno era uno schiavo.
Esatto, schiavo.
La conosci la storia degli Stati Uniti, ragazzo?"...

E' anche questa frase o sono altre parole, quelle presenti nelle mille canzoni americane che abbiamo letto e cantato fin da ragazzini?

Insomma, cosa diavolo rende così così attraente, questo sogno?


Sono forse le valanghe di bambini che si vedono in giro con genitori giovanissimi?


Bambini che scelgono al ristorante cosa mangiare consultando il menu colorato riservato a loro, con tariffe a metà prezzo (alla faccia del cartello "Qui non si fanno mezze porzioni" che si legge in alcuni ristoranti in Italia...)? 


Bambini che si vedono in bici, in tandem, nei passeggini a due o tre posti, nei passeggini con lo skate dietro dove il fratellino più grande sta in piedi, sui pattini, o nelle (nel senso di "dentro") fontane, e senza che i genitori sbraitino? 

(Cazzo, ci sono bambini ovunque, in America...).


Sono le villette placide, tranquille, ordinate e bellissime che ci sono nei paesini lì, subito fuori Manhattan, e in giro per tutta l'America?
E' la natura, selvaggia, potente, immensa, rispettata da tutti, con quelle strade lunghissime che la attraversano, strade che da qualche parte devono pur portare?
Magari proprio al sogno che ognuno di noi ha.
Qualunque esso sia...

Ah, lo so: li vedo benissimo i poveri, i "barboni", i senza casa. Quelli che cercano di raggiungerlo quotidianamente il loro "sogno americano"
O almeno il loro spicchio di sogno...
Esistono certamente le contraddizioni, e ne scriverò, cercando di riassumere i famosi "pro e contro", dell'America, come mi ha chiesto qualcuno.
(Al di là delle ideologie e dei preconcetti, Carlo. Ma tanto so che non leggi...).

Ho deciso che dirò "la mia" dando il mio parere (e un po' di consigli) ai tanti che in queste settimane mi hanno scritto in privato per chiedermi informazioni, per sapere se è "davvero così", per sapere "come si fa". 

A venire qui, a cambiare vita.



E poi...


E poi nulla appare così veloce come il ritorno.
Bagagli da fare, camera da mettere in ordine. Almeno un po'.

Scendo con le valige e faccio al contrario quell'ottantina di gradini ripidi che mi addoloravano le gambe, i primi giorni.

Fuori piove.
E' New York che piange perché me ne vado, ne sono certo...

Ho lasciato l'enorme ombrello giallo a spicchi neri a casa. So che non me l'avrebbero fatto mai portare, in aereo.

E allora, sotto la pioggia alzo la mano e faccio uno dei gesti più "newyorkesi" che si possono fare qui.
E un taxi, maledizione, si ferma subito.

L'unica cosa che mi fa sorridere mentre l'auto gialla mi porta via (ma quanto cazzo corre, 'sto qui? Ha tutta questa fretta di farmi partire?), è il tassista pakistano che quando sente che sono italiano si fa la "solita" risata e mi dice con rara sintesi giornalistica quello che pensa: "Berlusconi, il presidente del Pakistan, gen. Musharraf, mafia: tutti uguali...".


Poi mi dice che parlo benissimo inglese (see, domani...) e mi racconta che lui ha fatto mille lavori, in America, e che ora ha due figli che vanno al college.

"Il regalo - mi dice - che mi hanno fatto gli Stati Uniti d'America".
Poi mi guarda dallo specchietto e vede che ho gli occhi lucidi, maledizione, gli occhi incollati al finestrino.
E allora mi lascia ai miei pensieri che corrono, ma che vorrebbero essere immobili.

Su quelle strade.

Quando in taxi si va verso l'aereo che ci riporterà a casa (ma  la casa qual è?), si parla poco, e si cerca di catturare e di memorizzare, di mangiare, di ingoiare, le ultime immagini che New York e l'America ci regala.


No, non ricordavo che Newark, in New Jersey fosse proprio di fronte a Manhattan.


Quando l'aereo ha iniziato a muovere i suoi primi passi sulla pista, dal finestrino vedo già illuminato, vestito per la sera, l'Empire State Building.
E poi ecco la Freedom Tower e i grattacieli di downtown.
Vedo la vita di New York che fugge via, insomma.
Anche se sono io che mi sto allontanando, maledizione...

Penso alla mia casa che raggiungerò (ma la "mia" casa qual è?), poi chiudo gli occhi, quasi come se non volessi vedere la partenza.

Quasi come se non volessi, in quel momento, vivere.
Vivere...

E chiudo gli occhi chiedendomi perché non sono 
restato lì un altro momento, "solo un piccolo 
momento", nella mia grande città, in quella bellissima stanza minuscola.

E mi addormento.
Mi addormento praticamente all'istante, prima ancora che l'aereo decolli.

Un meccanismo di difesa che conosco bene, che inconsapevolmente uso fin da bambino.
Dormo...
"Ve ne prego: lasciate che io dorma questo sonno...".
Non voglio vedere.

Non voglio vivere...

...


Quando il pianto di una bambina mi sveglia, mi accorgo di essere già a 8457 metri di quota, in pieno Oceano Atlantico. E che mancano ancora (anzi, già...) 4mila e passa miglia all'atterraggio.


Guardo dal finestrino.
Il cielo, sopra le nuvole, è azzurro.
Quassù il sole, splende.


Mi conforta il pensiero delle persone che ho conosciuto in questi mesi americani, il ricordo dei loro sorrisi, della loro disponibilità, dei loro incoraggiamenti, delle loro storie, dei loro progetti, del loro coraggio, della loro incoscienza, della loro testardaggine...


E mi rimbomba come un mantra nella testa e nel cuore la frase che Salvatore, uno dei miei nuovi amici americani, mi ha detto abbracciandomi quando ci siamo salutati.

"Ora che sai la strada, puoi venire...".
Solo che questa volta, maledizione, non sorrido affatto.

Sì, cercherò di scrivere con calma e razionalità i "pro e i contro",  i difetti e le cose che non funzionano, in questo Paese.


Ma "oggi non ho tempo.
Oggi,
voglio stare spento...".


Perdonatemi.



© dario celli. Tutti i diritti sono riservati,

27 - Sulla lavanderia di Cornelia st., su una ferramenta americana e sulla pantofola pedicure


"Conversare" con gli americani è sempre fonte di grande interesse.
La titolare della "Cornelia St. Laundromat", la lavanderia dove porto a lavare le mie cose, visto che non c'erano altri clienti in negozio (una specie di "tubetto di dentifricio", più che negozio...) mi ha finalmente fatto il quarto grado.
Mi ha chiesto da dove venissi (tutti in America lo chiedono, perché tutti provengono da qualche luogo. Differente da New York o dagli Stati Uniti...), che mestiere facessi, perché ero a New York, se fossi sposato ("vieni sempre tu!" - forse aveva una parente da sistemare...) confermandomi poi che è nata in Cina, che è qui da 12 anni e che è cittadina americana.
Avreste dovuto poi vedere la sua espressione stupita quando le ho detto che in Italia ci sono molti cinesi ("Really??", "Davvero??"). La nostra breve conversazione si stava concludendo con una sua domanda che mi ha lasciato un po' interdetto.
"Ma ci sono negozi come questo, in Italia, o vi lavate tutto a casa?"

La mia risposta e la comprensione da parte sua è stata un po' faticosa, e ha bloccato l'attività del suo piccolo negozio, dato l'interesse della questione. Dunque le ho spiegato che effettivamente in Italia ogni famiglia ha in casa la lavatrice e che si va in lavanderia solo per il lavaggio a secco. Che ci sono sì lavanderie, ma non così numerose come a Manhattan (ad un centinaio di metri dalla sua c'è in effetti un'altra lavanderia, mentre poco più in là c'è una mega lavanderia self service con una trentina di lavatrici da dieci chili).
Poi una domanda inaspettata: "Ma da voi le asciugatrici sono  arrivate? Perché io, nei film, vedo sempre che voi  stendete ancora la roba fuori, come fa mia nonna in Cina! Con quei fili da un building, da un palazzo, all'altro...".
Confesso di essere rimasto interdetto. Non sapevo cosa rispondere perché mi confondeva un po' l'idea di essere messo sullo stesso piano della nonna della signora, proveniente, immagino, da uno dei tanti milioni di  microscopici villaggi della Cina rurale...
Dunque mi sono limitato a rispondere sorridendo che effettivamente era così: che le asciugatrici "per tradizione" in Italia non sono così diffuse. Ma che non in tutte le città la gente può stendere le cose fuori, all'aria...
Le ho poi detto, con un certo orgoglio, che io, però l'asciugatrice ce l'ho (seppur incorporata nella lavatrice), omettendo il fatto che sono obbligato a svuotare metà contenuto dopo il lavaggio prima di avviare l'asciugatura.

Dunque ho salutato, e sono uscito con la mia roba.
Le lavanderie americane provvedono a mettere le camicie sulle stampelle di fil di ferro a gruppi di tre sotto la copertura di cellophane, con la parte superiore della stampella (e perciò della camicia) coperta da un triangolo di carta con su stampato un carino "I love (con il cuore rosso) our costumers".
Suvvia, è comunque è sempre meglio che un calcio nel sedere...
Le camicie sono precedentemente sistemate in quella che definirei "posizione Sindone": con le maniche, cioè, incrociate e fissate ai polsi non con un chiodo, ma con una micromolletta di plastica trasparente. Stessa molletta che si trova, chissà perché, all'altezza del primo bottone della camicia, comunque sempre abbottonato.
L'intimo, insieme alle calze, invece, viene riconsegnato lavato ma non stirato in un unico paccone cubico di plastica non trasparente, modello "esule".
Conto per le 5 camice: $ 12,50 (9,19 euro, cioe' 1 euro e 83 cent a camicia); per tutta la bianchieria (sei mutande, svariate calzini e tre magliette) $7,80 (5 euro e 73 cent).
Sorrido pensando al suo saluto: "Oh quanto mi piacerebbe ricevere una cartolina dall'Italia... Ma davvero lì da voi ci sono tanti cinesi?"
Dovrò ricordarmi di mandarle una cartolina...

Non che sia una scena inusuale, per le strade di Manhattan: ma tornando a casa (con le camicie appoggiate dietro, su una spalla, e il paccone con la bianchieria sotto l'altro braccio) ho notato fin dal primo giorno che le donne newyorkesi guardano con uno sguardo tendente alla comprensione e alla solidarietà affettuosa i pover'uomini che camminano verso casa in quelle condizioni. Le statistiche dicono infatti che la maggior parte degli abitanti di Manhattan è single, o comunque non è sposata. Uomini e donne. Sono dunque certo che se avessi indossato la maglietta che ho visto in vendita a Little Italy con la scritta "Italiano soprattutto da qui in giù", avrei avuto il codazzo dietro.
Tutte le amiche italiane a New York mi hanno però confessato che raramente, a Manhattan, hanno conosciuto un americano etero e per di più "libero".
I miei amici e le mie amiche etero (e single) sanno ora dunque dove venire a cercare l'anima gemella senza perdersi troppo d'animo.
(La domanda, una volta conosciuta una persona, arriva inevitabile: "Sei single?" Se vi viene fatta da una donna sposata non abbiate pensieri maliziosi: lei ha sicuramente una amica da sistemare...).

Posate le camicie a casa, sono immediatamente risceso in strada per entrare, finalmente, in un negozio di ferramenta delle vicinanze che avevo sempre guardato da fuori. Ho evitato, invece, di entrare in un altro di casalinghi, perché è davvero difficile, in quel caso, uscire senza avere fra le mani qualche diavoleria inutile (tipo la formina per fare l'uovo fritto a forma di cuore, che ho comprato a Ny e non credo di aver mai usato).

I ferramenta americani sono spunto di considerazione sulla vita di qui e fonte di profonda meditazione per noi italiani.
Noto dunque subito la confezione da 96 mollette di legno a $7,99 (5 € e 87 cent), anche se mi chiedo qual uso venga fatto delle stesse, visto che fuori non si può stendere mentre dubito che vi siano abitazioni a Manhattan in grado di avere lo spazio per farlo in casa.
Tantomeno per un bucato da 96 mollette.
Vedo il mio ferro da stiro (mod. Black&Decker Quick Press Iron) a $21,99 (€16,18, praticamente un quarto di quanto l'abbia pagato a Roma), ma noto anche un ferro più economico ("Toast Master", che a dispetto del nome non fa i toast ma è sempre un ferro da stiro a vapore) che viene $12,99.
Il che significa 9 €uro e 55 cent.

Ero quasi tentato di abboccare al tagliaunghie per cani ("Fast, Easy & Gentle!") ma sono certo che la mia Sofia (amoredolcemiopiccolasofitesoroprimaopoitorneròpurtroppo...) gradirebbe altro.
In uno scaffale vicino, ho poi visto un prodotto che, son certo, farebbe la gioia di qualunque donna: si tratta di "Easy Feet", la "Pantofola Pedicure". "No more bending to clean your feet!". "Cleans, Exfoliantes & Massage!" ("Non dovrete più piegarvi per pulirvi i piedi!"; "Pulisce, esfolia e massaggia!").
Della serie "mai più senza" a soli 11,99 dollari, 8 euro e 82.

Poi c'era il ricambio per lo Swiffer Duster, 10 pezzi a $9,99 (€7,35, voglio proprio vedere, poi, quando lo pago in Italia...), quattro pile "torcia" "Duracell" a 9,49$ (6,98€), 10 stilo a 9,99 e 10 ministilo a 9,49.
Se vi sembra troppo si può optare per altre batterie alkaline non di marca: 16 stilo a 10,99$; 8,08 €uro.

Non mi so piu' fermare, in questi negozi.
E cosi' dopo aver annotato il prezzo della "Caraffa Brita" 27,99 o 33,99 dollari, secondo le dimensioni, e dei suoi ricambi (3 a 23,99 $, €17,86) noto lo scaffale "Home tests kit".
Lo slogan era "Prima di andare ad abitare in una casa nuova fai il test! Proteggi la tua famiglia!!".

Scopro, dunque, che negli Usa ci sono i "detector" per la qualunque.
C'è il "Detector Asbestos Test Kit" ($11,99; €8,82, per verificare la presenza di amianto in casa);
il "Radon in water" e il "Bacteria in water", entrambi a 12,99$ (9 €uro e 55).
Lo so che vorreste ordinarmi una vagonata di queste cose: come per esempio il "Test Water Quality", in grado, ("A soli 12,99 dollari!") di "rilevare la presenza nell'acqua di ben 10 sostanze chimiche nocive!".
Stesso prezzo per il "Test Pesticide in Water".

Un po' caro il "Detector Gas" da installare in cucina ($59,99, 44,14€), mentre è decisamente piu economico lo "Smoke alarm", 11,99 ("Sei sicuro che tuo figlio non fumi di nascosto in camera o in bagno???").
15,99 per il modello "smoke & fire" e 40,99 per quello "smoke e monoxido", nel caso in cui il giovanotto decidesse di passare alle sostanze più forti...

Assai deludente invece è, negli Stati Uniti, il settore serrature.
L'ho già scritto: norme di sicurezza antincendio proibiscono l'uso di porte blindate e, evidentemente, di serrature analoghe. D'altronde lo abbiamo sempre visto o no nei film che gli agenti di polizia - anche i più mingherlini -scardinano una porta di casa con una sola spallata? Dunque, se la serratura della porta americana di casa vostra non vi fa dormire sonni tranquilli (e avete ragione, noi non la faremmo montare nemmeno per l'armadio per le scope) potete sempre appendere alla maniglia della porta (dentro casa) un marchingegno che fa un suono terrificante - potevo non testarlo? - quando qualcuno inizia a girare la maniglia.
Ma sì: è un classico  primo piano nei film "de paura".
11,99 dollari (cioè 8€ e 82 cent) e passa la paura.
O meglio, arriva...

Nel caso, davanti a casa potrete sempre piazzare un simpatico gufo di plastica con gli occhi di vetro gialli: $18,49 (13 euro e 60). L'uso - viene specificato nella confezione - è ottimo per tenere "lontani dal vostro giardino e dalle vostre piante uccelli e altri animali!".
Ma si tratta di una cosa talmente terrificante che, sono certo, anche i ladri ne staranno alla larga...
Se siete superstiziosi o vi stanno antipatici i gufi, potete sempre optare per una "perfetta copia di aquila americana" (sempre in plastica e sempre con gli occhi di vetro gialli): "n. 1 Best Selecter!".
Solo 16 dollari e 99.
Suvvia, per 12 €uro e 55 si può fare!

Passo davanti allo scaffale con decine di caschi da bicicletta per adulti ($15,99) e per bambini ($15,79), rispettivamente 11,81 e 11,66 €uro. "Obbligario per i minorenni, raccomandato per gli adulti!".

Vicino, sotto chiave, i taglierini.
Accanto, una serie impressionanti di lucide e cromate "chiavi inglesi": "Vanadium Chrome 30" only $19,49 (€14,40).

No, cari compagni di scuola: l'ho cercata, ma la "Hazet 36" non c'era...