PERSONE CHE HANNO LETTO O CURIOSATO

martedì 7 luglio 2015

L'ultimo desiderio della professoressa Thompson

La professoressa Thompson faceva i passi lentamente.

Un po' a causa dei suoi 92 anni, un po' perché si voleva guardare bene intorno.
In fondo era la prima volta che entrava lì.

L'esterno del palazzo lo conosceva bene: oh, se lo conosceva!
Così come conosceva bene il seminterrato...

Sorrideva, mentre il fotografo del giornale locale scattava foto a più non posso. Sorrideva un po' per senile vanità, probabilmente, ma soprattutto perché in quel momento si stava togliendo una bella soddisfazione.

Era uno dei desideri che Pearl Thompson - che da un po' viveva in una casa di riposo per anziani a Cincinnati - aveva messo in una lista.  
La lista delle "cose da fare" prima di partire per l'ultimo suo viaggio.
La cui "macchina" - a 92 anni e con problemi al rene e al cuore - era lì con i "motori accesi": pronta a partire e a fermarsi poi per sempre.

L'ultimo desiderio di Pearl era di tornare al suo paese, in quella cittadina dove aveva vissuto da ragazza.
Allora, amici di Aria Fritta, oggi vi porto a Raleigh, in North Carolina.
E siamo nel 1942.
Mentre l'Europa era sconvolta dalla guerra, negli Stati del Sud degli Usa la separazione razziale era vita quotidiana.
La popolazione di origine africana - diceva la legge di allora -  era sì libera dalla schiavitù, vivendo però "libera ma separata" dai bianchi.

Quella di Pearl Thompson era una normalissima famiglia afro-americana: con il padre che ricordava benissimo i racconti del proprio padre e del proprio nonno, entrambi i quali vissero e crebbero schiavi in una piantagione.

Con quella storia alle spalle, il padre di Pearl si sentì quasi un miracolato quando trovò lavoro come portiere in uno dei più prestigiosi alberghi della città, il "Sir Walter Raleigh Hotel", di cui lei aveva un vago ricordo in bianco e nero...
Quando cinque giorni fa Pearl ci passò di nuovo davanti, notò che l'albergo, costruito fra il 1923 e il 1924, era sempre uguale, anche se ultimamente era stato trasformato in residence con appartamenti di lusso.
Quasi le sembrò di vedere ancora là, all'ingresso, suo padre aspettare in piedi i clienti. Lui poteva solo dire "buon giorno" e "buona sera", e non poteva rivolger loro mai la parola, a meno che non gli fosse stato richiesto.
Suo padre, che si era spaccato la schiena e i polmoni per tirare su quattro figli...

Pearl era la più grande, ed era "la stella" di mr. Thompson: per lei, avrebbe fatto di tutto. Financo lavorare come un matto per pagarle l'università, la Shaw University.
            
Perché voleva che sua figlia Pearl diventasse la prima laureata in famiglia.
Una Thompson laureata! 
Per tutte le frustate che lui e suo padre si presero alla piantagione!

E lei, allora, studiava come una matta.
Perché voleva togliere questa soddisfazione al padre.
E a sé.
La prima laureata della famiglia.
Con un padre e un nonno che erano stati schiavi.
Queste sì che sono soddisfazioni!
Quasi come quella che provò quando quel bel ragazzo di Barack Obama arrivò alla Casa Bianca: il primo Presidente afroamericano degli Stati Uniti d'America.
Uh, quante risate l'anziana Pearl si fece quando Obama venne eletto!
Pensava a tutti quei ragazzi che quasi la schifavano quando entrava in biblioteca...

Lei diceva di non badarci più tanto a quei ricordi, di aver dimenticato, di aver perdonato: ma se nella sua "lista dei desideri" aveva inserito anche quello di andare alla vecchia biblioteca pubblica di Raleigh significa (non è necessario essere psic per intuirlo...) che per lei, quello, era un ricordo importante.
Un ricordo che le faceva ancora male al cuore.

Già, perché in tutti gli anni dell'Università, alla studentessa afroamericana Pearl Thompson, i tavoli della biblioteca pubblica di Raleigh erano stati vietati.
Anzi, le era vietato addirittura l'ingresso, in biblioteca.
Perché lei aveva la pelle nera.

Dunque lei, ogni giorno, si presentava alla porta della biblioteca, diceva ad un addetto (bianco, ovvio) il titolo del libro di cui aveva bisogno, e dopo averlo ricevuto, se lo andava a studiare nella stanza a lei riservata.
Uno scantinato.
Che era, invero, una vera e propria cantina.
L'unico luogo che alla studentessa Pearl Thompson era permesso frequentare.

Diceva che aveva perdonato. 
Anche quando suo padre morì di polmonite, presa forse a forza di stare lì, all'aperto, fuori dall'hotel, ad aspettare i clienti, diceva che aveva perdonato.
Aveva perdonato, forse, ma certo non aveva dimenticato. Non aveva dimenticato i sacrifici che sua madre, rimasta vedova, fece per far studiare lei e i suoi fratelli.
D'altronde come avrebbe potuto dimenticare?
Come poteva dimenticare quelle ore, quei giorni, quei mesi, quegli anni, passati a consultare i libri della biblioteca, a prendere appunti, a ripetere a mente le pagine, a studiare relegata in una cantina?

E infatti, nella "lista dei desideri" che aveva compilato con la giovane nipote, c'era quello di tornare a Raleigh.
E così, giovedì scorso, eccola passare davanti alla sua vecchia casa di Lenoir St., dove abitava quando aveva la stessa età della nipote. 
E...

E poi sorrise.
"Sì, voglio passare anche dalla biblioteca...".
Proprio da "quella" biblioteca.
Quella che a lei, per tutto il suo periodo universitario, le era stata vietata.

Settantatré anni dopo, ecco allora la nostra Pearl Thompson entrare, sorridente e lenta nel suo camminare appoggiandosi al girello, alla Wake County Public Library della città dove nacque e dove crebbe quando era studentessa.
Figlia e nipote avevano avvisato del loro arrivo la direzione della biblioteca che, ascoltato a bocca aperta il loro racconto, decise di organizzare lì, su due piedi, una sorta di cerimonia "riparatoria", alla presenza di tutti i dipendenti. 
Durante la quale le avrebbero consegnato "ad honorem" la tessera della biblioteca. 
Il minimo che si sentivano in dovere di fare, dopo settant'anni.

"In effetti ho impiegato un po' di tempo per entrare qui dentro - ha detto ridendo alla piccola folla di giornalisti, impiegati della biblioteca e studenti che le si erano fatti intorno -. Effettivamente il viaggio per entrare è stato un po' lungo...".
Dell'avvenimento è stata avvisata anche Ann Burlingame, vice direttore di tutte le biblioteche pubbliche della Wake County.
Che è arrivata di corsa: "Mi sento morire se penso alla giovane studentessa Pearl Thompson alla quale venne negato il diritto di entrare qui. Il diritto a studiare fra i libri di tutti noi. 
Sento intimamente il bisogno di chiederle scusa a nome di questa e di tutte le biblioteche della Contea", ha detto mentre l'ex studentessa faceva sì con la testa...

E così mentre firmava (finalmente!) la sua tessera personale della Biblioteca, Pearl ha raccontato a tutti la sua storia...
Quella di una giovane studentessa che più la mandavano a studiare in cantina, più si convinceva che sì la sua missione   sarebbe stata quella di insegnare. 
Che la sua vendetta sarebbe stata quella di fare la maestra. Insegnando ai bambini come riconoscere le ingiustizie e come combatterle.
Ed era certa che lo avrebbe fatto molto meglio di coloro che la costringevano a studiare in cantina.

L'ex professoressa ha raccontato di quando dopo la laurea insegnò in una scuola "segregata", l'unica che gli alunni neri di Raleigh e di tutta la Contea potevano frequentare.
"Per me era importante che i bambini neri avessero le stesse opportunità di quelli bianchi. E la cosa più importante era che imparassero a leggere e scrivere".

A chi aveva davanti ha raccontato di quella volta che il Preside le disse che erano finiti tutti i soldi e che la scuola non avrebbe potuto acquistare né banchi e sedie, ma nemmeno quaderni, matite, gessetti. 
Niente, i soldi non arrivavano. "Allora - ha raccontato - sono andata direttamente io dal Sovrintendente per sollecitare i finanziamenti. E lì ho alzato un po' la voce, lo ammetto". 
"Solo un po', però..." aggiunge ridendo

E, divertita, descrive la faccia del suo Preside quando il giorno dopo vide davanti alla scuola un camion (esatto, un camion!) con tutto ciò che mancava: banchi, sedie, lavagne, carte geografiche, e decine di scatoloni con lampadine, quaderni, rotoli di carta, matite, penne, gessetti, palloni da basket, attrezzi per le palestre...

Insegnò dodici anni, in quella scuola, la prof. Pearl Thompson. 
Poi, con il marito, si trasferì in Ohio.

Giovedì scorso, da quella biblioteca, la prof. Pearl Thompson se n'è andata ridendo, aiutandosi sempre con il girello, e tenendo ben stretta nella mano sinistra la tessera di riconoscimento che le hanno regalato.
Rideva.
Dicendo che ora sarebbe potuta morire in pace.

"Per me, la scuola, era il primo strumento per colmare le differenze fra bambini bianchi e neri.
E per me era fondamentale che i ragazzi avessero le stesse opportunità. Che potessero avere gli strumenti per cambiare il mondo. 
Quel mondo che allora era davvero ingiusto...".

Tre anni dopo, a 7363 chilometri di distanza, nell'Appennino Toscano, in una vecchia cascina risistemata nella montagna della frazione Barbiana, un gruppo di ragazzini che avevano abbandonato la scuola venivano raccattati nelle loro case da un prete, don Lorenzo Milani.
Nella Scuola di Barbiana - loro, che di studiare non ne avevano avuto mai nessuna voglia - leggevano e scrivevano mattino e pomeriggio, 7 giorni su 7, così da potersi presentare  agli esami come privatisti.

La loro esperienza è racchiusa in un libro straordinario, "Lettera ad una professoressa"Roba di altri tempi, 1967.

Dove, incredibile, scrivevano le stesse cose, esprimevano gli stessi, identici, concetti.

"Io, invece, ho ripreso a studiare. 
Il mio babbo e il mio fratello vanno al bosco per me. Io non posso ripeter gli anni, e non intendo portar legna addosso, lasciando il mondo così com’è
Avreste troppa soddisfazione...

Così sono tornato a Barbiana, e a giugno mi sono presentato privatista. 
Mi avete fregato di nuovo, come sputare in terra. 
Ma non cedo: sarò maestro e farò scuola meglio di voi".


Ragazzi che, infatti, poi si diplomarono e si laurearono, diventando quasi tutti insegnanti.

Proprio come quella ragazzina che qualche anno prima, in America, a 7363 chilometri di distanza, fu costretta a studiare nella cantina di una biblioteca.





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2 commenti:

  1. Risposte
    1. Già... Che storia, eh?


      d.

      P.S.: Cristian, potresti anche firmarti, però!

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