PERSONE CHE HANNO LETTO O CURIOSATO

domenica 6 ottobre 2013

Quella barca fantasma: l'ultimo viaggio di Diew Sounkar Diemi nel "grande mare del Marocco".

Guardate la foto qui sotto: non sembra il porto di Lampedusa?






E questa imbarcazione, non sembra forse proprio una di quelle tante barche che vengono usate dagli scafisti per caricarle di immigrati alla ricerca - costi quel che costi - del nostro benessere?

Si assomigliano tutte, queste barche. E ne ho viste tante anche io così, quando sono stato inviato a Lampedusa: ancora attraccate ai moli del porticciolo dell'isola siciliana, o nel "cimitero delle barche", dove sono ammassate, semidistrutte ormai. 













Sono decine, centinaia di quintali di legno e ferro: quel che resta delle barche dove si imbarcano gli immigrati che dall'Africa scappano verso l'Europa.
Rottami sui quali qualcuno (anche su questo) specula.

Ma questo è un altro discorso...

Oggi vi voglio raccontare la storia della foto con la quale ho iniziato il racconto. 
E' stata scattata nel maggio 2006, e vi posso dire che quella barca fu avvistata per prima dal capitano di uno yacht francese.

Era assai perplesso, il comandante.
Perché erano ore che col binocolo osservava quell'imbarcazione immobile, al largo di queste coste meravigliose.






A prima vista gli sembrava una normale barca di pescatori: ne incrociava tante così, lui e gli altri comandanti di imbarcazioni di lusso, al largo delle Barbados, Caraibi, arcipelago delle Piccole Antille

Avete capito bene: qui non siamo in Sicilia, in Europa.
Siamo alle Barbados, Continente Americano.

Già, perché l'immagine di quella barchetta all'inizio del racconto è stata scattata a Willoughy Fort, il porto di Bridgetown, capitale dell'isola di Barbados, paradiso terrestre non molto lontano da San Salvador e dalle altre isole del Nuovo Mondo scoperte da Cristoforo Colombo.

Guarda e riguarda, ad un certo punto il comandante dello yacht francese nota alcune persone sdraiate sul ponte: e allora decide che è meglio chiamare immediatamente la Guardia Costiera.

Dal quartier generale della piccola flotta dell'isola - parte integrante del Regno Unito, retta da un Governatore di Sua Maestà la Regina Elisabetta d'Inghilterra - salpa immediatamente l'HMBS Trident, la nave ammiraglia, che vediamo qui sopra galleggiare in quel mare stupendo color acquamarina. 

E quando la Trident arriva a un centinaio di metri dalla misteriosa piccola imbarcazione di sei metri, l'equipaggio nota che effettivamente c'erano persone sdraiate sul ponte.
Immobili.
Quando salgono a bordo si accorgono che si tratta di undici uomini in pantaloncini e magliette colorate, rannicchiati su due punti della barca. 
I loro corpi erano senza vita, ma praticamente intatti. 
"Saponificati", si dice in linguaggio tecnico: la putrefazione, insomma, era stata evitata grazie all'esposizione di giorni e giorni all'umidità, alla salsedine e al sole.

Del mistero dell'"imbarcazione fantasma" - come subito venne definita - in quei giorni si occuparono tutti i giornali delle Barbados, che scatenarono i loro migliori cronisti con il compito di risolvere assolutamente quel rompicapo.
Da dove veniva quella barca?
E chi erano i naufraghi a bordo?



Ed è così che il Daily Nation, il Barbados Today, il Caribbean 360 scoprirono una storia incredibile, della quale praticamente non si sono molto interessati i giornali italiani. Una storia conosciuta grazie a ciò che gli occupanti di quella barca senza nome, hanno scritto in fogli lasciati accanto a loro, o nelle tasche dei propri pantaloni.

In realtà non erano semplici naufraghi di un'imbarcazione, quegli undici: leggendo le loro pagine, si venne a sapere che quelle persone erano migranti africani
Giorno dopo giorno, i cronisti riuscirono a ricostruire tutta la loro storia.




Erano partiti quasi cinque mesi prima dall'Africa, dicevano i loro racconti scritti come testamenti. Anzi, per la precisione, risultavano partiti 135 giorni prima, il giorno di Natale del 2005.
La loro piccola scassata barchetta a vela era salpata dal porto di Praia, nell'isola di Capoverde, di fronte all'Africa. Si tratta di 2800 miglia marine di distanza, quasi 5200 chilometri terrestri.
Scoprirono anche che quel giorno i migranti saliti a bordo erano 52, e non 11.

A Capoverde - si leggeva dalle loro righe trovate nella barca - erano restati un anno in attesa della partenza. E nell'isola africana, erano giunti dalla terraferma, dal Senegal, dove erano stati costretti ad aspettare un altro intero anno, prima di partire. Per un anno furono praticamente segregati a  Bassada un villaggio dell'entroterra
Da dove non potevano muoversi, né sapevano bene quando sarebbero potuti partire, per il loro sogno. 

Chissà come saranno arrivati a Bassada dai Paesi più poveri dell'Africa: Guinea BissauGambia, Mali, e dai villaggi più miseri del Senegal. 
Quel che si sa è che per partire ognuno aveva svuotato i risparmi di famiglia.
Il biglietto per cambiare la loro vita lo avevano pagato  1300 €uro: tra l'altro molto più di un normale biglietto aereo. Ma c'è da scommettere che nessuno di loro lo sapeva...
Un capitale, i risparmi di una vita, più i debiti che avevano contratto, i "pagherò" che avevano firmato. Loro e i loro familiari rimasti in Africa. 
Il "biglietto" da pagare era caro, certo, ma la destinazione era un sogno.

Un biglietto aereo trovato nella barca raccontava che qualcuno era arrivato lì vicino - a Kolda, il capoluogo della regione - dopo un fortunoso viaggio aereo partito chissà da dove in Africa.



Dunque dopo essere stati un anno a Bassada, in Senegal, finalmente i 52 vennero fatti salire su un camion che li portò verso la costa: destinazione  Diembéring, 156 chilometri di distanza. 
Poi l'imbarco per Capoverde
Dove, appunto, sono restati un altro anno, in attesa di partire per la loro destinazione finale: le Isole Canarie, territorio spagnolo. 
Canarie, Spagna: Europa! 
E cioè lavoro, guadagno, qualcosa da mandare a casa. 

Certamente più di quanto ognuno di loro era riuscito a fare fino ad allora.



Pezzo per pezzo, lettera dopo lettera, biglietto dopo biglietto, la polizia e i cronisti dei quotidiani di Barbados riuscirono a mettere in ordine le tessere di questo puzzle misterioso, e a capire cosa era successo.

Era successo che alla fine, dopo due anni di attesa, finalmente il 25 dicembre 2005 quella barca salpò dal porto di Paia, a Capoverde.
Una barchetta: in sei metri dovevano stringersi in 52. Ma, in fondo, non è che dovevano star lì tanto. Il motore cantava come doveva, aiutato dalla vela latina issata sull'albero di tre metri, e i 40 litri di gasolio erano più che sufficienti per raggiungere la destinazione.

Erano tranquilli perché al timone c'erano due che già ne avevano fatti, di viaggi come quelli... 
Uh, quanti ne avevano organizzati!
E poi ognuno sapeva benissimo che altri del loro o di qualche villaggio vicino avevano fatto la stessa strada, lo stesso viaggio, e che alla fine si erano tutti sistemati: chi in Spagna, chi in Portogallo, chi in Francia. 
Stesso viaggio, stessa rotta: Senegal, Capoverde, Canarie, Spagna, Europa...

Com'era bella la lingua del pilota, un meccanico che abitava proprio alle Canarie!
Certo, la barca era un po' sgangherata, e a bordo c'era stato un po' di casino, qualche discussione: tanto che ad un certo punto il pilota spagnolo salì a bordo di un'altra barca che viaggiava vicina, lasciando ai comandi un suo uomo senegalese.
Ma era così sicuro di sé, questo nuovo pilota: si vedeva che sapeva il fatto suo. 
Si vedeva benissimo.

Tanto che ad un certo punto - quando al largo del  porto mauritano di Nouadhibou il motore ha sbuffato un po' per poi spegnersi - quello ha tirato fuori dalla tasca un telefono satellitare e ha chiamato i suoi amici.
Che sono puntualmente arrivati un'oretta dopo.

Dall'altra barca, è sceso uno che ha trafficato per un po' nel vano motore. Poi, in silenzio, è uscito limitandosi a chiedere all'altra barca di lanciare una fune. 
Non capivano molto cosa stava succedendo: nessuno diceva loro niente. Dannazione: forse dovevano tornare indietro, rimandare il viaggio, e aspettare ancora.
Chissà quanti altri giorni...

Per qualche minuto hanno navigato trainati dall'altra barca. 
Poi tutto è successo in un baleno: lo skipper spagnolo e l'amico senegalese se ne andarono sull'altro battello, portandosi con loro i 61 mila e passa €uro che loro 52 avevano sborsato.
I soldi del biglietto...

"Prima di andarsene ci disse di tenere il timone dritto così, ché saremmo arrivati dopo qualche ora: 'Avete il vento a favore e ormai siete di fronte al Marocco. Sempre dritto così e arrivate alle Canarie'. Poi con un macete ha tagliato la cima", lasciò scritto uno dei naufraghi.

Ma la vela era gonfia, il motore cantava. E chissenefrega se ci sarebbero arrivati da soli alle Canarie, in Spagna, in Europa.
Che erano di fronte a loro.


O meglio, che dovevano essere.
Perché in verità loro non vedevano niente.


Non hanno visto nulla all'orizzonte, né due ore dopo, né sei ore dopo.
Non hanno visto nulla davanti a loro, nemmeno quando il motore - consumata tutta la benzina - si è spento e ci pensava la vela a mandare avanti la barca. 
Non hanno visto nulla all'orizzonte né la notte dopo, né il giorno dopo.
Davanti a loro solo mare...
Mare...
Nessuno di loro avrebbe mai immaginato, prima, che il mare del Marocco fosse così grande.

Qualcuno però aveva capito.
Non sapevano certo bene dove fossero queste isole spagnole, ma non potevano essere così lontane. E intanto il vento e la corrente, li stavano spingendo sempre più ad est.
Perché il sole sorgeva di fronte a loro e tramontava alle loro spalle. 
Con "l'Atlantico, immenso, di fronte...".

Qualcuno si era portato qualcosa da mangiare; o forse erano cose lasciate lì dai loro scafisti. Ma a parte un po' d'acqua e dei succhi di frutta, che finirono presto, per sfamarsi avevano solo un po' di scatolette di sardine sotto sale, e altre di pomodori piccanti.
I cibi peggiori, in quelle condizioni.
Che comunque mangiarono fino all'ultima briciola.

Nessuno di loro sapeva pescare o come nutrirsi con i pesci: nessuno di loro, d'altronde, prima d'allora,  aveva mai visto il mare.
E nessuno di loro sapeva come ricavare un po' d'acqua dolce, sfruttando magari l'evaporazione dell'acqua di mare sotto un telo assolato. Ma anche se fosse stato fatto, difficilmente quel vapore sarebbe bastato per sopravvivere.


Non ci misero molto, i più deboli, a crollare.


Qualcuno morì sbalzato fuori dalla barca quando questa, in mezzo all'Atlantico, si trovò - proprio come accadde alle Caravelle di Cristoforo Colombo - in balìa degli Alisei, i potenti venti che in quella parte di oceano spirano da nord-est, spingendo verso sud-ovest. Venti potenti, rabbiosi, che spezzarono come uno stuzzicadenti l'albero di tre metri della barca. 
Quelli rimasti, invece, morirono di sete, prim'ancora che di fame.
E quando ognuno si rendeva conto che stava per andarsene, scriveva due righe ai parenti. E quando chiudeva gli occhi per sempre, il suo corpo veniva gettato in mare.
Avevano bisogno di spazio, gli altri.

Uno dopo l'altro, l'Atlantico se ne prese 40. 
Gli undici superstiti rimasti, a quel punto, erano probabilmente ormai troppo deboli per riuscire a sollevare il corpo del nuovo compagno morto e gettarlo in mare.

L'ultima cosa che fecero era dividersi in due gruppi, forse per favorire l'equilibrio della barca.



I medici dicono che in quelle condizioni non si vive più di un mese: partiti il giorno di Natale, alla fine di gennaio, dunque, dovevano già essere tutti morti. 
La loro barchetta però fece il suo dovere, reggendo il mare per 2800 miglia marine, fin quando cioè - 135 giorni dopo la partenza - il 29 aprile 2006 si trovò inquadrata nel cannocchiale di quel comandante di yacht al largo delle isole Barbados, nelle Antille britanniche.

Spinta dalle stesse correnti e dagli stessi venti che portarono Cristoforo Colombo in America. 





Quando gli agenti della Guardia Costiera delle Barbados, allarmati dalla telefonata di quel comandante, salirono a bordo della barca "fantasma",  fra i tanti biglietti di addio, trovarono una busta. 
Dentro c'era una lettera scritta in francese e 1300 €uro in contanti.

"Chiedo scusa, vengo dal Senegal. 
Sono di Bassada. 
Ho vissuto un anno a Capoverde. 
Sto molto male. Non credo che ne uscirò vivo. 
Ho bisogno che chi troverà questa lettera invii questo denaro alla mia famiglia. 
Per cortesia, contattate per telefono il mio amico Ibrahime Drame. Questo è il suo numero...

Pregate per me.
Arrivederci e scusate.

Questa è la fine della mia vita, nel grande mare del Marocco.

Diew Sounkar Diemi".


© dario celli. Tutti i diritti sono riservati

2 commenti:

  1. Che angoscia questa storia, Dario. Ma chissa' quanti ne sono morti cosi', povera gente. Grazie per questo racconto.

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  2. Terribile. Il cinismo lo odio, mi fa rabbia. E per gente senza scrupoli così non dovrebbe mai esserci spazio.

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