PERSONE CHE HANNO LETTO O CURIOSATO

giovedì 25 maggio 2023

La romantica vendetta di Vera

Cari amici,

qualche volta il titolo del mio raccontino qui su "Aria Fritta" mi viene subito, al volo.
Spesso ancor prima di iniziare a scrivere... 
Questa volta, invece, di titoli me ne sono venuti in mente almeno sei: "La casa di Vera", "La vendetta di Vera", "La resistenza di Vera", "Vera contro Golia", "La soddisfazione di Vera", "Il trionfo di Vera".

Che scemo che sono...
Con i possibili titoli che mi sono frullati in testa, vi ho praticamente anticipato la trama di questo nuovo racconto. 
Un racconto vero, come sempre. 
Così come "Vera" è il nome della nostra amica di oggi. 

Vera, che di cognome fa "Coking".

Eccola qui sotto, mentre - tutta affannata, concentrata e con l'espressione abbastanza arrabbiata e indignata (e come vedremo ne aveva tutte le ragioni...) - frequentava i corridoi del Palazzo di Giustizia di Atlantic City, New Jersey.  

Oggi dunque siamo qui, nella "città del gioco" della East coast americana.
Che per secoli fu solo paludi e isole abitate tranquillamente dai nativi americani "Lenape", almeno prima che i coloni inglesi e francesi li cacciassero via verso la fine del 1700.

Città del New Jersey non lontanissima da Nuova York - poco più di 200 chilometri - Atlantic City, nelle intenzioni degli amministratori locali, avrebbe dovuto spodestare la "game city" del gioco d'azzardo del lontano west americano, Las Vegas.
O almeno tentare di farle un po' di concorrenza... 


Nella foto di qui sopra, come accennavo, la nostra Vera Coking è stata immortalata da un fotoreporter di un quotidiano locale nei corridoi del Palazzo di Giustizia di Atlantic City. 
Per un bel pezzo della sua vita, infatti, la donna ha avuto il suo bel da fare per risolvere una "piccola" questione legale.  

E con un giovanotto che nella foto praticamente non si vede, anche se gli sguardi dei presenti (il poliziotto, il fotografo e la persona che gli era di fronte) erano rivolti tutti a lui. 
Si tratta di quel signore nascosto dal tizio con la mano in tasca alla destra di Vera.

Di lui - l'altro nostro protagonista di questa storia - in quella foto si intravvede appunto soltanto il vestito nero, la camicia bianca, una minuscola striscia di cravatta rossa e i pugni delle mani che lui sbatte fra loro.
Atteggiamento in effetti non proprio rassicurante.

Uh, quanto stava antipatico a Vera quel giovanotto!
Lo considerava soltanto un bambino viziato e arrogante.
(Per la verità, di lui, diceva cose ben peggiori: più avanti citerò fra virgolette - per puro dovere di cronaca, sia ben inteso - le pubbliche dichiarazioni su di lui che la nostra amica rilasciò negli anni ai giornali; tanto per farvi capire quale fosse il suo pensiero).   

Ma per raccontare e capire meglio la vicenda, anche questa volta dobbiamo fare un passo indietro.

Fino al lontano 1961, quando Vera e suo marito Raymond  acquistarono ad Atlantic City una palazzina di due piani al numero 127 di South Columbia Place. 
Che possiamo vedere qui sotto: 

                       

Un sogno che stava per realizzarsi. 
Nei loro progetti, i coniugi Coking l'avrebbero trasformata in un piccolo albergo, di quelli che oggi verrebbero definiti "boutique hotel": tranquillo, stiloso, intimo. Meravigliosa bomboniera di 29 camere, rifugio estivo per clienti in cerca di pace, che lì avrebbero trovato tranquille e romantiche stanze.

Lì, nel loro piccolo "Sea Shell Rooms""Le Camere delle Conchiglie di Mare". Questo il nome del loro piccolo sogno, che si trovava a un centinaio di metri dall'Oceano.

Si trattò di un acquisto assai "impegnativo" per le loro finanze: nel 1961 dovettero infatti sborsare ventimila dollari, che  corrispondono più o meno a mezzo milione di dollari attuali. 
Ma i coniugi Coking erano certi che quello sarebbe stato un buon investimento.

E infatti, con gli anni, la posizione della loro piccola palazzina iniziò a fare gola a molti.

Nemmeno dieci anni dopo, per esempio, in previsione di una successiva ulteriore "esplosione" turistica di Atlantic City, Vera e Raymond ricevettero un'incredibile offerta nientemeno che da Bob Guccione, americano figlio di immigrati siciliani, che forse avrete sentito nominare perché fondatore della rivista patinata "Penthouse", nata per far concorrenza al già affermato "Playboy"
Penthouse che divenne immediatamente nota fra i giovani maschietti di metà anni '60 perché - prima volta in una rivista "per adulti" - mostrò il pelo pubico delle modelle. 

(Narra la sua biografia che prima di intraprendere la carriera di artista-editore porno, il nostro Bob volesse farsi prete. 
Ma non voglio assolutamente insinuare che vi siano correlazioni fra questi due eventi...). 

Come forse saprete, la parola "Penthouse" in americano significa - letteralmente - "Attico""Piano attico": sinonimo di lusso ed esclusività che negli ascensori dei condomini e degli alberghi americani viene normalmente abbreviata con le lettere "PH".
Personalmente mi ha sempre fatto sorridere che una rivista erotica si potesse chiamare "Attico"... 

Insomma, Bob Guccione - assetato di metri cubi a quel tempo "preziosi come l'oro" ad Atlantic City - per la piccola palazzina di Vera e Rymond Coking si disse pronto a staccare un assegno da un milione di dollari per dar spazio, dopo un'inevitabile demolizione, ad un parcheggio a silos del suo "Penthouse Boardwalk Hotel and Casino".

Per la miseria: UN MILIONE DI DOLLARI!!
Cifra corrispondente a 3 milioni e mezzo di dollari di oggi.
Più o meno la stessa cifra in €uro. 

Ma loro, niente. 

Offerta respinta al mittente. 
Che Bob si tenesse pure il suo milione... 
(Ah, ora che ci penso, la nostra storia avrebbe potuto intitolarsi anche "Nessuno tocchi i Coking: è meglio per voi"... 
E qui sorrido...).

Un po' italicamente sbruffone - oh, lo dico con affetto e simpatia, non vorrei beccarmi un'eventuale querela dagli eredi! - Bob Guccione lo doveva essere.
Guardate, infatti, cosa successe alla casa di Vera e Rymond dopo che la coppia rifiutò di vendere la loro casa a lui...

Successe che il suo albergone, Bob Guccione lo iniziò a costruire lo stesso: per la precisione letteralmente intorno alla palazzina dei Coking, come possiamo vedere qui sopra. 
Che così sarebbe stata praticamente circondata.

Ma la nostra amica Vera non si mostrò per nulla intimorita: basta osservarla nella foto di qui sopra, con lei lì in posa, fiera, davanti al suo romantico "Sea Shell Rooms" (che a questo punto avrebbe potuto ribattezzare "Fort Apache Hotel") letteralmente assediato dalle strutture portanti in ferro del nascente albergone di Guccione. 
Possiamo immaginare quanto l'editore miliardario fosse indispettito per non essere riuscito ad entrare in possesso di quei metri cubi, perfetti per il parcheggio multi-piano del suo nascente albergo attiguo. 

Vabbè... 
Alla fine Bob Guccione non se ne curò molto: intanto avrebbe costruito l'albergo.
All'insulsa casetta dei Coking, ci avrebbe pensato più avanti.
 

               

Le cose, però, non andarono esattamente come l'imprenditore italo-americano immaginava (o sperava...).

Rimasto a corto di liquidità, Guccione fu infatti costretto a sospendere e poi interrompere i lavori, con lo scheletro triste e solitario del mega albergo che per tredici anni restò attorno alla casa dei Coking così, nudo e incompiuto.
Bob Guccione che preferì gettare la spugna passando la "patata bollente" ad un nuovo acquirente.

Che se la vedesse "lui" con quella coppia di vecchi testardi che non volevano vendere quei due insignificanti piani di mattoni bianchi. 
"Lui": universalmente conosciuto per essere imprenditore di successo, senza scrupoli, costruttore che mai si era fatto scappare un affare con potenzialità redditizie. 

Lui. 
Che di nome faceva Donald John Trump. 

A questo punto possiamo ritornare alla foto iniziale. Quella in cui Vera usciva di corsa - peraltro vittoriosa - dal Palazzo di giustizia di Atlantic City.

                       

In quella foto, del Donald Trump di allora (era il 1993, quando il tycoon ancora non si sognava nemmeno lontanamente di buttarsi in politica...), si intravede - a sinistra - solo la parte superiore della capigliatura, al tempo ancora castana, prima che esagerate tinture la trasformassero in biondo platino. 

Come ho accennato all'inizio, la nostra Vera non lo sopportava.  Anzi, diciamola tutta, lo odiava cordialmente. Per la verità probabilmente ricambiata.
 
Odiava la costante arroganza di quell'uomo; 
il suo piglio cinico, freddo, disumano;
le sue smorfie piene di disprezzo; 
le sue risate volgari;
il suo sguardo da "io so' io, e voi non siete un ...";
il suo atteggiamento costantemente altezzoso, supponente, la sua postura con quel mento alzato per rafforzare quel suo sguardo "sempre dall'alto", forte del suo metro e novanta d'altezza.

Niente: lei proprio non lo sopportava, Trump. 

Il quotidiano dello Utah "Desert News" si divertì a raccogliere diligentemente alcune dichiarazioni che negli anni la nostra amica rilasciò sul suo vicino di casa.
Forte dalla simpatia che provocava nell'opinione pubblica - e dall'alto dei suoi settanta e poi ottanta anni - di volta in volta la nostra amica Vera definì Donald Trump "una persona impossibile", e poi "una briciola", e "un verme", financo "uno scarafaggio"
Che - come leggo in un sito a lui dedicato (allo scarafaggio, non a Trump...) - "trattasi di un insetto veicolo di numerose malattie che insozza ogni cosa con le proprie feci e la sua maleodorante saliva". 

Non gliele ha mandate a dire, insomma...

La nostra amica, peraltro, rincarò la dose nel corso di una puntata della trasmissione "Real PeopleTv" del novembre 2017:
"Io dovrei vendere a lui? Ma non se ne parla proprio!
Questa è la mia casa, il mio castello, è la casa dove è cresciuta la mia famiglia! 
Non la vendo per nessuna cifra al mondo, e tantomeno poi a quello lì!".  
Con la giornalista che non riusciva a trattenere la risata mentre Vera Coking ribadiva: "Non la venderò mai. Almeno finché sarò in vita io!". 
"Never, never, never!"
"Mai, mai e poi mai!".

Per la verità, a fare gola a Trump, oltre alla casetta dei Coking c'erano anche un piccolo ristorante-pizzeria italiano lì vicino - il "Sabatini's", di Vincenzo e Clara Sabatini, nella foto qui sotto - e il banco dei pegni "Isola d'oro", che comprava oro, preziosi e orologi dai giocatori d'azzardo bisognosi di contanti. 


I Sabatini decisero quasi subito di "gettare la spugna" accettando l'offerta di Trump (pare 2.100.000 dollari). 
"E' giusto così: chiudiamo la questione. D'altronde anche per noi stava arrivando l'età della pensione...", dichiararono con un tono a metà fra il rassegnato e il consolatorio.
Mentre il titolare del banco dei pegni "Isola d'oro", dovette accontentarsi (anche in questo caso, "pare") di 1.600.000 dollari. 

D'altronde ad Atlantic City tutti si accorsero immediatamente che Donald Trump  era potente e con gli "agganci giusti" anche solo dal fatto che nel marzo del 1982 la Commissione di Controllo dei Casinò del New Jersey gli rilasciò la necessaria licenza dopo un colloquio di sole due ore, quando normalmente erano invece necessari svariati mesi di istruttoria prima di avere una risposta, positiva o negativa che fosse. 

Dunque i loro lotti, demoliti, si trasformarono in un grande prato a fianco della fermata dei taxi vicino al casinò. 

I Coking, invece, niente. 
La loro posizione era irremovibile: non avevano nessuna intenzione di arrendersi e anzi decisero di portare la vicenda in Tribunale facendosi tutelare da "Institute for Justice", organizzazione americana di avvocati "pro bono" (gratuiti) la cui missione - riporto fra virgolette ciò che è scritto nel loro statuto - consiste "nel porre fine agli abusi del potere governativo al fine di garantire i diritti costituzionali che consentono a tutti gli americani di perseguire i propri sogni"

E fu lì, in tribunale, che gli avvocati di Vera e Rymond Coking riuscirono a demolire la linea difensiva dei legali di Donald Trump.
I quali tentarono di appellarsi (cercherò di spiegarlo in parole povere, e mi scuso se non saranno giuridicamente precise...) al criterio del "dominio eminente": cioè al fatto che, pur essendo privata, l'iniziativa della società di Donald Trump avrebbe agito per un "interesse pubblico", in quanto grazie ad essa "sarebbe stato realizzato un giardino riccamente alberato a gratuita disposizione della cittadinanza, unitamente ad un parcheggio aperto a tutti e ad un'utile area per le limousine in attesa dei passeggeri".

Concetto di "Dominio eminente" che è presente nei nostri ordinamenti fin dal Medio Evo, quando indicava la "supremazia del Principe su tutto il territorio in quanto tutore supremo del bene pubblico".
Interpretazione che in questo caso trovo assai più calzante...

La trattativa andò avanti senza esclusione di colpi, con i coniugi Sabatini che denunciarono di essere stati sottoposti ad insopportabili pressioni: "Ad un certo punto spuntarono dei filibustieri che vennero da noi 'consigliandoci', diciamo così, di vendere, altrimenti, ci dissero, rischiavamo di essere portati fuori dal nostro ristorante in manette... Magari bluffavano: ma se invece avessero avuto ragione?? 
A quel punto abbiamo deciso di dire 'basta' e di vendere: siamo troppo vecchi, ormai...", dichiararono sconsolati alla stampa. 

Tesi sul "dominio eminente", che peraltro venne respinta l'anno successivo da un giudice di Atlantic City, secondo il quale, appariva evidente che sarebbe stata la proprietà Trump a divenire la principale, se non l'unica, beneficiaria dell'operazione. 
La vicenda giudiziaria arrivò fino alla Corte Suprema del New Jersey, che dopo cinque anni di udienze e perizie diede ancora ragione ai Coking. 

Anzi, alla signora Vera, nel frattempo rimasta vedova.

La sentenza stabilì che lei aveva tutti i diritti "a mantenere integra e per sé la proprietà" poiché, alla fine, il Governo (per la precisione l'Agenzia Statale "Casino Reinvestement Development Authority") non sarebbe stato per nulla il destinatario finale del bene, in quanto risultava evidente che in realtà lo avrebbe poi surrettiziamente ceduto in uso ad un privato.
Donald Trump, appunto.

Entrando nel merito, il giudice Richard Williams sentenziò viepiù che "non vi erano sufficienti garanzie che la Trump Organization avrebbe utilizzato il terreno in modo appropriato", esistendo l'oggettivo e ragionevole rischio che le proprietà in oggetto potessero essere poi utilizzate della stessa "Trump Organization" per altri scopi non a vantaggio della cittadinanza.  
Come, per esempio, ampliare ulteriormente il casinò.

Casa da gioco - disegnata dall'architetto americano Alan Lapidus, specializzato nella progettazione di hotel-casinò - che costò un miliardo di dollari e che venne inaugurata il 15 maggio 1984, con festeggiamenti colossali.

Negli anni, il "Trump Plaza Hotel and Casino" fu frequentato dai più importanti Vip americani di quel periodo, come Madonna, Mohamed Alì, Barbra Streisand, Oprah Winfrey, Mick Jagger, per fare solo alcuni nomi.
All'interno di esso, per svariati anni, si svolsero poi anche i campionati mondiali di Wrestling, e incontri di boxe, mandati in onda dalle tv di tutto il mondo.

Quasi schiacciata dal gigantesco palazzone, resisteva la casetta di Vera Coking, la quale venne considerata dall'opinione pubblica la classica "eroina americana": donna sola contro i potenti e contro lo strapotere dei soldi. 

Una sorta di "Davida contro Golia", titolò un giornale. 
Proprio come visivamente risultava essere quella piccola palazzina di inizio '900 messa a confronto con il vicino, moderno e gigantesco, "Trump Plaza".

                                             

Ma per la nostra amica Vera Coking, le soddisfazioni non erano finite.
Nel 1993, infatti, l'incombente "Trump Plaza" - il gigantesco hotel casinò di Donald Trump, 8.471 mq906 camere, sette ristoranti, centro benessere, 39 piani per 98 metri di altezza, fiore all'occhiello di Donald Trump - iniziò a manifestare i primi segni di crisi: i costi erano altissimi e i clienti sempre meno. 

D'altronde i giocatori dell'est americano non dovevano più per forza andare ad Atlantic City per "divertirsi" scommettendo: nel 2018, infatti, la Corte Suprema ha posto fine al divieto federale sulle scommesse sportive.

Nel settembre dello stesso anno la situazione iniziò  a precipitare: per il Trump Plaza Hotel & Casino prima venne dichiarato lo stato di crisi, poi i 1300 dipendenti vennero licenziati, provvedimento che anticipò di qualche settimana la totale chiusura dell'albergo e la messa in vendita dell'edificio. 
Brutta pubblicità per Donald Trump, che fece causa (senza però vincerla) affinché il suo nome venisse subito rimosso dal suo mega  albergo non più attivo. 

Nel 2014 l'epilogo: come spesso accade negli Usa, piuttosto che la sopravvivenza di un palazzone buio e vuoto, venne ritenuta più conveniente e più pratica la sua completa demolizione. 

Anche perché nel frattempo vetrate e pezzi di cornicioni esterni del Trump Plaza, ormai in stato di abbandono, cadevano in strada mettendo in pericolo passanti e auto.
Eventi che spinsero il sindaco di Atlantic City, Marty Small, a dichiarare la situazione un "pericolo imminente" e a ordinare l'immediata demolizione dell'edificio.

Non solo: il sindaco attaccò duramente il proprietario: "Donald Trump ha apertamente preso in giro la nostra città, dicendo che qui ha fatto un sacco di soldi. Poi, però, se n'è andato...".

La demolizione arrivò alle 9,08 del 17 febbraio 2021, con una "implosione" controllata di tremila candelotti di dinamite che in 19,5 secondi distrussero i 38 piani dell'albergo di Tump. 


Una demolizione avvenuta in puro "Atlantic City style", con pubblico pagante: prezzo base del biglietto 10 dollari, biglietti "Vip" da prima fila a 600 dollari. Non solo: era prevista anche un'asta per stabilire chi avrebbe avuto il privilegio di premere il pulsante dell'esplosione. 
"Un modo per fare il dinamitardo in modo legale", recitava divertito l'annuncio pubblicitario. 

Ma poi non se ne fece niente e l'asta - che inizialmente si pensava avrebbe potuto raggiungere il milione di dollari - venne sospesa "per motivi di sicurezza" quando raggiunse i 175.000 dollari.
Proventi che comunque andarono al "Boys & Girls Club di Atlantic City", organizzazione benefica che fornisce servizi alle  bambine, bambini e adolescenti della città.

Quel giorno però, la nostra amica Vera - la nostra eroina, la combattente ormai 91enne di Atlantic City - non c'era: dopo aver vissuto in quella casa per 32 anni, nel 2018 aveva ormai lasciato la città e il New Jersey, per trasferirsi nella più mite California dove - nella baia di San Francisco - da tempo risiedevano la figlia e i nipoti.

Il "Sea Shell Rooms" resistette ancora qualche anno, fino a quando la figlia della signora Vera decise di metterlo all'asta.

Valutato 995.000 dollari, se lo aggiudicò per 583mila dollari l'investitore Carl Icahn, 26° uomo più ricco del mondo (peraltro amico e sostenitore di Donald Trump). Il quale partecipò alla gara forse per fare a lui un favore, visto che aveva un debito proprio con la "Trump Entertainment"


583.000 dollari: prezzo decisamente inferiore rispetto al milione e ottocentomila dollari che a suo tempo Trump aveva offerto ai coniugi Coking per trasformare il loro alberghetto in un silos per auto...  

Ed eccoci dunque alla fine, cari amici di Aria Fritta.

La nostra storia finisce il 19 novembre del 2014. 
Gli americani sono più pratici di noi europei. 
Noi siamo accumulatori seriali di edifici, di storia... Loro, invece,  vivono la vita con più leggerezza e sanno liberarsi di ciò che poi, col tempo, rischia di divenire un peso, una "palla al piede". 

E infatti anche Carl Icahn si liberò dell'ex albergo dei Coking: non con l'esplosivo (non c'era bisogno) ma con una semplice ruspa, che in un paio di giorni demolì il sogno di Vera e Rymond Coking.

Oggi, al 127 di South Colombia Place, al posto della Casa di Vera, c'è un grande prato con una decina di alberi e un parcheggio pubblico a 10 dollari al giorno.
E senza più l'incombente vicino Trump Plaza Hotel & Casino. 

Sono certo che quando per televisione Vera Coking vide la demolizione dell'albergone del suo ex vicino di casa, un sorriso le sarà scappato. 

Fu, in fondo, la vendetta del suo "Sea Shell Rooms"
La romantica vendetta di Vera.


© dario celli. Tutti i diritti sono riservati 



giovedì 23 marzo 2023

Si fa presto a dire "OK"...

 

Si dice che il termine sia utilizzato per la prima volta proprio un 23 marzo, esattamente il 23 marzo 1839, 184 anni fa.
E dunque oggi è il suo compleanno.
Nel lontano 23 marzo del 1839, infatti, per la prima volta il quotidiano americano "Boston Globe" scrisse in un suo articolo il termine "O.K.", che secondo la versione più diffusa deriverebbe dall'abbreviazione di "Oll Korrect", o meglio, da "All correct" così come si pronuncia: "Tutto giusto".
Probabilmente scritto volontariamente in modo errato per enfatizzarne il significato.
Scopro, però che - come quasi sempre - vi sono altre spiegazioni in merito all'origine della locuzione "OK".

Secondo studiosi russi la paternità del termine sarebbe loro: o meglio dalla trascrizione fonetica di "очень хорошо" ("Ochen' Khorosho") che gli scaricatori del porto di Odessa urlavano quando la stiva era stata correttamente riempita di merci.
Nel dibattito, però, si sono inseriti anche i cultori del greco antico, secondo i quali "O.K." deriverebbe da "Oλα Καλά", che appunto significa "Tutto bene".
Poi c'è anche l'ipotesi che il termine abbia una origine militaresca anglosassone: quando cioè gli addetti a contare sul campo di battaglia il numero dei soldati morti scriveva su un drappo "0K", "Zero Killed", "Zero morti".
Ma forse sono (ovviamente!) arrivati prima i latini, con il loro "Oc Est" ("Così è").
Qui sarebbe necessario l'intervento di un/a antropologo/a (ops!) perché ho letto che da millenni, nella lingua di una popolazione nativa americana, i Choctaw, esisteva il termine "Okeh", che aveva lo stesso significato odierno, e che si pronuncia esattamente nello stesso modo.
Un po' come nella lingua di un'altra popolazione nativa americana, i Sioux (quella di Toro Seduto, Nuvola Rossa e Cavallo Pazzo), che usavano la parola "Hoka hey" che significava, appunto, "Va bene", "Si può fare", con il loro grido di guerra che era "Hoka hey, oggi è un bel giorno per morire!".
Un termine utilizzato anche nella lingua bantu (della famiglia delle lingue "niger-kordofaniane", che copre la parte più vasta dell'Africa centro-meridionale), che foneticamente si può trascrivere "Uou-key", che significava "Certamente Sì", espressione dunque importata nei nascenti Stati Uniti attraverso la lingua degli schiavi africani.
Ma anche dall'antica lingua Occitana, usata nel sud della Francia e nel sud-est del Piemonte, dove "Oc" significa "Sì".
O da quella gaelica, con "Och Aye" ("Oh sì"), con gli immigrati irlandesi che sarebbero stati i "diffusori" del termine negli Stati Uniti.
Meno probabile appare l'ipotesi che il termine OK derivi dalle iniziali del camallo americano Otis Kendall, che agli inizi del 1800 era solito scrivere le iniziali del suo nome sulle merci da lui controllate e "a posto".
Però, chissà...
Quel che appare certo è che da noi il termine "O.K." si diffuse con l'arrivo in Italia delle truppe americane di liberazione.
Con l'indice e il pollice uniti che simboleggiano la "O" e le altre la "K"...
Insomma, un bel mistero.
Potrebbe essere un primo piano

Un po' come l'origine di un gioco universalmente e misteriosamente diffuso in tutto il globo terracqueo (lo dicevo anche prima di "lei"...), di cui vi tedierò nei prossimi giorni. © dario celli. Tutti i diritti sono riservati



domenica 4 dicembre 2022

Il baffo di Carolyn

Ho cercato, ma non sono riuscito a trovare una sua foto di allora dell'amica che oggi entra qui, nelle pagine di Aria Fritta. 

D'altronde, Carolyn, al tempo, (siamo nel 1971) era una normalissima studentessa della facoltà di Design della Portland State University, e quelli non erano certo i tempi in cui si avevano - con sé (e di sé...) - mille o duemila foto fatte con i cellulari. 
Che, ovviamente, non esistevano ancora.

Al massimo di foto, al tempo, lei aveva solo quella della sua tessera universitaria. E sua mamma in qualche album custodito in un cassetto di casa.

Ma possiamo immaginarla: come centinaia di migliaia di studentesse universitarie americane di quel tempo, era certamente bellissima, esattamente come lo erano un po' tutte le ragazze del mondo di inizio anni '70, con quei capelli lunghi, al massimo parzialmente raccolti dietro la nuca.


E con lo sguardo che esigeva di andare lontano. 


In realtà giunse alla facoltà di grafica della Portland State University, Oregon, dopo aver frequentato quella di giornalismo, che abbandonò per la perdita di stimoli.
E quella mancanza di stimoli del giornalismo fu la sua fortuna... 

Nella nuova facoltà non ci volle molto tempo perché lei venisse  notata e tenuta d'occhio, quasi da subito, da
l prof. Phil Knight, uno dei suoi insegnanti.

Che qui vediamo in una sua foto d'oggi...               

Per arrotondare il magro stipendio di docente, il prof, insieme ad un collega e amico, aveva messo su la "Blue Ribbon Sports", un piccolo negozio che importava dal Giappone le "Onitsuka Tiger", uno dei primi modelli di "sneakers" esistenti al tempo. 

Le cose non andavano male, ma la loro sensazione è che forse sarebbero potute andare ancor meglio.
Insomma, il prof e il suo socio decisero di mettere su qualcosa di differente e "più americano", piuttosto che limitarsi semplicemente ad importare un prodotto che poteva essere essere tranquillamente "Made in Usa", fatto negli Stati Uniti... 

Andarono a "step": da una parte iniziarono a contattare un po' di aziende americane del settore delle calzature; 
dall'altra si misero a lavorare sul marchio. 

E qui il prof. Knight decise di scommettere sulle capacità creative della sua alunna più promettente, quella che in aula si mostrava sempre più fantasiosa ed entusiasta, piena di idee e di spirito di iniziativa, come si sa essere quando non si ha nemmeno 30 anni. (E negli Stati Uniti d'America, se mi si permette...). 
Alunna promettente e senza un dollaro, ovviamente, tanto che più volte ai compagni di corso raccontava di averne talmente pochi, di dollari, da non potersi nemmeno permettere l'acquisto dei colori ad olio che le servivano per dipingere in aula. 

"Vabbè, senti un po': vediamo come te la cavi... Butta giù un po' di idee per il nostro marchio e poi vediamo...", le disse il prof. 
Rassicurandola contemporaneamente: "Tranquilla, verrai pagata!".

Ovvio che la nostra Carolyn accettò con entusiasmo la proposta, anche perché per lei - studentessa squattrinata e fuori sede - due dollari l'ora erano pur sempre meglio di un calcio al fondoschiena.

Così, un giorno di maggio del 1971, iniziò a lavorare al progetto.
(Facendo, ovviamente, scattare il cronometro...). 

                                        

Il 30 maggio tutto era pronto per la registrazione del marchio. 

Secondo il conto che poi presentò al professore, Carolyn Davidson impiegò esattamente 17 ore e 5 minuti a disegnare quello che sarebbe diventato uno dei marchi commerciali più famosi (e uno di maggior valore, oggi) al mondo.

Che si ispirava - raccontò - all'ala della dea Nike, la dea greca della vittoria: la celebre Nike di Samotracia, scultura in marmo conservata al museo del Louvre di Parigi, attribuita allo scultore greco Pythokritos, - Pitocrito, figlio di Timocare di Rodi - anch'egli scultore e che venne scolpita fra il 200 e il 180 avanti Cristo.

Il marchio, il disegno, avrebbe dovuto rimandare immediatamente al movimento, allo scatto, alla leggerezza, alla velocità... 
Proprio come scattanti, leggere, veloci dovevano essere le scarpe Nike

Carolyn battezzò il suo marchio con il nome di "swoosh" ("fruscìo"): e infatti, se si pronuncia ad alta voce la parola inglese, ci si può accorgere che il suo suono rimanda proprio al fruscìo provocato dallo spostamento d'aria di chi corre molto veloce. (Ma con le scarpe giuste...).

Pare che Philip Knight, quando presentò nome e marchio ai suoi soci, lo definì, non troppo convinto, "il meno peggio".
Aggiungendo un laconico "vabbè, ok, mi dovrò abituare...". 

Un marchio che però fu un successo, anche se oggi nessuno lo chiama 
"swoosh", ma direttamente "Nike": segno che la scelta commerciale sarà anche stata "la meno peggiore", ma certo fu la più azzeccata. 
 

                               

Dieci anni dopo il "fruscio della Nike" si era ormai imposto in tutto il mondo occidentale, con l'ex professor Knight che, l'anno successivo, decise di ricompensare l'ex studentessa Carolyn Davidson con un regalo: un anello d'oro massiccio incastonato dal marchio "Swoosh" da lei disegnato, formato da svariate decine di piccoli diamanti.
Insieme all'anello di diamanti, 
una busta
Contenente 500 azioni

Che nel 2011 - 40° anniversario di fondazione del gruppo - sono arrivate a valere 1286 dollari.
Ad azione


Nella busta per l'ex studentessa Carolyn, dunque, c'erano (anello di diamanti a parte) 643 mila dollari: cioè più di 610 mila euro di oggi

Nel 2020 il valore del marchio Nike è stato valutato 34 miliardi e 400 milioni di dollari.

                               

Il "baffo di Carolyn" oggi si attesta al 15° posto fra i marchi commerciali più importanti al mondo. 

                                   
Carolyn Davidson dal 2000 è in pensione, e oggi si dedica ai suoi hobby e al volontariato, onorando i suoi impegni settimanali alla Ronald McDonald House e al Legacy Emanuel Hospital & Health Center di Portland, Oregon. 

Hanno portato lontano, le ali della dea Nike...

O meglio, le ali di Carolyn.


© dario celli. Tutti i diritti sono riservati

mercoledì 30 novembre 2022

L'ultimo desiderio di Manola

 

No, questa volta non scrivo di America.

La storia - un po' natalizia, in effetti... - che mi ha spinto ad uscire dal torpore (ma se un po' mi conoscete avrete capito che sono assai scostante, fin dai tempi della scuola - discorso che è meglio che lasciamo perdere, ma che mi pesa ancora evidentemente, se son qui 5 decenni dopo  ancora a parlarne, dannazione! - ) la storia che ho deciso di raccontare, dicevo, non ha niente a che fare con l'America. 

C'entra, invece, con un desiderio.  
Ma trovo, ma non so bene perché (ci devo riflettere su...) che questa storia sia "un po' americana": forse perché, appunto, ha a che fare con un desiderio, con un sogno
. E trovo che l'America molto abbia a che fare con "desideri e sogni", in fondo...

Oggi vi racconto dell'ultimo desiderio di Manola.

Manola è la nostra amica di oggi, e anche se ha 70 anni - è infatti nata nel 1952 - non se li porta molto bene, anzi.

E' degente in una Residenza Sanitaria per Anziani di un piccolo centro ad una ventina di chilometri da Firenze, ha mille acciacchi, e il mondo lo vede ormai quasi solo da una sedia a rotelle.
Ma così almeno non inciampa e non cade.
E ci mancherebbe solo quello, visto che ormai respira anche con difficoltà, tanto da essere costretta a portare sempre gli "occhialini", come viene chiamata in gergo medico quella cannuccia che si regge sulle orecchie, che si pinza all'attaccatura del naso e che soffia dentro le narici il provvidenziale ossigeno di una piccola bombola vicina.

Alla quale deve quasi sempre restare attaccata.  

Insomma, la nostra Manola respira poco e male, e dunque riesce a parlare pochissimo e malissimo: gesticola e risparmia il fiato per riservarlo alle cose importanti.
Quelle necessarie a vivere. 


O per raccontare i propri sogni. 
Perché Manola ultimamente aveva sempre lo stesso desiderio, lo stesso sogno da realizzare: forse il suo ultimo sogno. Se può esistere un "ultimo sogno" nella vita di un essere umano...

Il sogno di Manola era vedere il mare.


Porca miseria: mi è venuto in mente ora - proprio adesso mentre (vi) sto scrivendo - che è un desiderio che spesso ho anche io: e infatti non raramente mi capita di prendere l'auto e andare fino a Fregene o a Ostia (che sono solo ad una quarantina di chilometri da casa, in fondo...) proprio semplicemente "per vedere il mare".

(Ecco - cavoli! - che improvvisamente ho capito perché la storia di Manola ha soffiato oggi sul mio cuore svegliandomi dal torpore creativo che mi attanaglia da tempo: mi deve aver inconsciamente portato alla mente quando a Torino, da ragazzino, andavo a "vedere i treni" alla stazione di Porta Susa, non lontana da casa mia: con i carabinieri che una volta mi fermarono chiedendomi che ci facevo lì - avevo l'eskimo, gli occhialetti che mio nonno portava nel 1920 e che porto ancora oggi, e i capelli a cespuglio, dunque dall'aspetto pericolosissimo, come da foto qui sotto - e con io che, forse un po' strafottente, ho risposto loro "Guardo i treni passare... Perché è forse proibito?".

Con i due militari che, capendo immediatamente di avere a che fare con un gigantesco giovane rompicoglioni, si limitarono a dirmi "No, non è vietato: ma vedi di non finire per sbaglio sui binari mentre passa un treno, ché poi sono grane per noi..."). 


Vabbè, smetto di di/vagare...


Torno a Tavernelle Val di Pesa, Firenze, da Manola e dal suo desiderio
L'ultimo suo desiderio.
 
Che è stato esaudito - chissà se forzando un po' qualche regolamento ottuso - da tre angeli:
Sara, Operatrice della Rsa dove Manola vive da tempo;
Sandro, Assistente Sociale;
e dall'avvocatessa Aurora, la sua "amministratrice di sostegno". 

Tre angeli, che in anticipo di 26 giorni hanno fatto a Manola il più bel regalo di Natale, quello che lei desiderava tanto:
vedere il mare.


"Portami al mare, 
fammi sognare, 
e dimmi che non vuoi morire...".

Come avrei voluto esserci anche io con loro: come avrei voluto vedere gli occhi di Manola, sentire il suo silenzio, il suo respiro mentre il suo sguardo si perdeva al largo, nel lontano mare aperto.
Laddove il mare si fonde con il cielo. 
Come avrei voluto essere con Sara, Sandro e Aurora che le stavano vicino in silenzio, tenendo le loro mani sopra le sue e sopra le sue spalle... 

E come avrei voluto essere nella testa, nel cuore, di Manola, che meravigliata e forse un po' spaventata - con quel rumore di  onde davanti - in quei minuti di fronte alla spiaggia avrà pensato "Mamma mia, 'com'è grande, il mare.
Com'è profondo il mare"...
 

Ecco.
Questa storia di normale - ma forse anche un po' rara... - di piccola umanità quotidiana, finisce così.
Con lo sguardo sognante di Manola. 

Quanto sarà costata alla collettività questo regalo di Natale a Manola? 
Nulla, in fondo.
O poca roba.

Come questa storia, "una storia di poco conto"
Ma come lessi da ragazzo, 46 anni fa ormai, su un tavolo della sede di un gruppo della sinistra extraparlamentare che aveva sede in corso San Maurizio 27 a Torino:

"Se tanta gente di poco conto,
in luoghi di poco conto,
facesse cose di poco conto,
la faccia del mondo cambierebbe...". 


Allora non lo sapevo (ma secondo me non lo sapeva nemmeno chi l'aveva scritta incidendola con una biro su quel tavolo di legno...), ma era una frase che negli anni '60 scrisse il  giornalista cattolico e poeta francese Raoul Follerau.
Il quale era solito ribadire che "Amare è agire". 

Che poi è esattamente ciò che l'altro ieri hanno fatto Sara, Sandro e Aurora: persone forse (ma neanche tanto, poi...) "di poco conto", che in fondo hanno fatto "una cosa di poco conto", in "un luogo di poco conto", come può esserlo una normale "Residenza Sanitaria per Anziani" toscana.
E che con amore (e un'automobile) hanno esaudito quel piccolo, semplice, meravigliosamente infantile ultimo desiderio di Manola.

Che ha lasciato il suo cuore lì, davanti al mare di Livorno. 
Che ora rivede quando vuole.

Basta che chiuda gli occhi...



P.S.: Poi sarei curioso conoscere la storia che sta dietro al nome "Manola", il nome che 70 anni fa i suoi genitori decisero di darle. 
Sono certo che anche quella sarebbe una storia molto interessante.
Vero?



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