PERSONE CHE HANNO LETTO O CURIOSATO

venerdì 21 novembre 2014

I viaggi di Francesca


Quella che vi voglio raccontare oggi è una storia insolita per "Aria Fritta".
Una storia insolita e d'altri tempi. Che, a tratti - un po' come tutte le storie che racconto - ha dell'incredibile.

Quella di oggi, cari amici, inizia in un paesino della Lombardia.
Siamo a Sant'Angelo Lodigiano, e siamo al 15 luglio 1850, giorno in cui Stella Oldini affrontò - nella casa qui sotto - il suo 13° (esatto, tredicesimo!) parto.
Non ho idea di che umore fosse quel giorno il di lei marito: a quei tempi non è che i parti delle mogli fossero affar loro. Tanto più, appunto, il tredicesimo.

La piccola nacque prematura, di sette mesi. E per giorni, quello scricciolo era in preda ad una febbre altissima. 
E poi era piccola, piccolissima, minuscola: e per questo venne subito soprannominata "Cecchina"

Tutto questo preoccupava non poco Agostino Cabrini, il capofamiglia, che per la sua grande assidua frequentazione della locale chiesa, in paese veniva chiamato "il cristianone". Agostino che aveva sì fede, ma che non si faceva illusioni, viste le difficili, critiche, condizioni di salute della sua piccola.
Insieme alla moglie decise allora di battezzare immediatamente, lì, in ospedale, la sua Maria Francesca.  

La cui vita, per le prime settimane, sembrava essere davvero "appesa ad un filo", con i medici che, ogni volta che i genitori cercavano di avere qualche buona notizia, si limitavano ad alzare gli occhi al cielo.

Lui era un ricco proprietario terriero, e per di più cugino di un altro Agostino, il più famoso Depretis.
Quel socialista di Depretis.
Lo avete sentito nominare, sì. 
Lo abbiamo (vagamente) studiato a scuola.

Durante il Regno d'Italia, Agostino Depretis fu infatti ministro dei Lavori Pubblici e poi ministro della Marina, e poi ministro delle Finanze, e poi ministro degli Esteri, e poi ministro dell'Interno, nonché nove volte Presidente del Consiglio, dal 1876 al 1887.
Roba da far concorrenza ad Andreotti...

Fermo oppositore di Cavour (ah, se m'avessero fatto studiare la storia così al liceo...), Depretis era leader della "Sinistra Storica", e nel 1876 guidò il primo Governo di sinistra della storia italiana.
Il suo Governo varò riforme che, a quel tempo, vennero considerate "rivoluzionarie": come l'introduzione in Italia dell'istruzione scolastica obbligatoria, laica e gratuita per tutti i bambini. 

Intanto per quelli dai sei ai nove anni.
Davvero una rivoluzione, per l'Italia sabauda, arretrata e conservatrice di quei tempi.

Fu anche direttore di giornali, Agostino Depretis: il primo lo fondò a Torino il 7 novembre 1850 e lo chiamò "Il Progresso"
Giornale che poi chiuse dopo la fusione e la scissione di varie formazioni democratiche e di sinistra di allora (nulla di nuovo sotto il sole, dunque...), quando fondò "Il diritto", "Organo della Sinistra Italiana".

Insomma, pur essendo nata in una ricca famiglia lombarda saldamente cattolica,  il "retroterra" culturale e familiare della nostra Maria Francesca era questo.
Ma per carità: non si occupava certo di politica, Francesca.

I genitori, cattolici e timorati di Dio, furono funestati dai lutti: dei 13 figli, solo quattro, infatti, raggiunsero l'età adulta. E lei - anche per essere preservata dai possibili danni di una dura vita di lavoro - venne subito da loro mandata in un collegio di suore, peraltro diretto da un'altra delle loro figlie: suor Rosa, maggiore di 15 anni. 
Pare, severissima.
Scuola che aveva come finalità "l'educazione" intesa come "formazione del cuore, sviluppo delle potenzialità, vita di relazione e apertura verso il sociale".

In quel clima familiare e con quel "cristianone" in casa, Francesca, già da bambina, sognava di fare la missionaria. Nulla di particolarmente strano: non è insolito, infatti, un sogno infantile del genere.
(D'altronde io, da bambino, era incerto se "da grande" avrei fatto l'architetto o il Papa.

Eh già...
Con suor Lia - dell'oratorio che frequentavo - che quando dicevo questa cosa rispondeva sempre, sospirando e alzando gli occhi al cielo, "Chissà...").

Insomma, la nostra Francesca fin da bambina sognava di fare la missionaria: forse perché a casa tutti leggevano con avidità fantastici racconti di avventure lontane pubblicati dagli "Annali della propagazione della fede", rivista periodica che raccoglieva lettere e racconti di vescovi e missionari sparsi nel mondo.
Anzi, "Nei due mondi", come recitava il sottotitolo.

E fin da bambina, la piccola Francesca aveva una fissazione: la Cina.
I racconti di Marco Polo (e dei missionari che fino a là si spingevano), la affascinavano.
Sì, aveva deciso: "da grande" lei avrebbe fatto la missionaria.
E in Cina.


Era una "tosta", e anche un po' preveggente: anche se forse non così tanto da immaginare di entrare fra le righe di un blog laico (e ogni tanto peccatore) come questo.
"Tosta" e davvero d'altri tempi.
Tanto che nel 1861, quando aveva 11 anni, decise di fare "voto di castità".
Nel 1868, intanto, si diplomò maestra elementare, gioia che venne mitigata due anni dopo, quando nel giro di 10 mesi le morirono entrambi i genitori. 
Con il "voto di castità" che lei rinnovò di anno in anno, fino al 1874.
Quando divenne novizia con il nome di Francesca Saverio Angelica del Bambin Gesù. Aggiungendo al proprio, il nome maschile "Saverio", in onore di San Francesco Saverio, missionario nel lontanissimo Oriente. 
Tre anni dopo, prese i voti. 

Ma non tra le suore canossiane, dove aveva studiato: era di salute "troppo cagionevole", dissero.
Secondo loro lei non era adatta né a fare la suora, né - tantomeno! - la missionaria in giro per il mondo.

Ma era tosta, la nostra Francesca...

Pensate che dopo il diploma magistrale, riuscì a convincere alcune sue ex compagne di scuola a costituire tutte insieme il primo nucleo di quello che sarebbe diventato il suo ordine religioso.
Proprio mentre insegnavano in una scuola di Castiraga Vidardo, oggi in provincia di Lodi.
Dove un sacerdote del luogo le addocchiò segnalandole al locale vescovo, mons. Domenico Maria Gelmini (non so dirvi se parente...).
La raccomandazione, però, non favorì per nulla il cammino della nostra Francesca verso la Cina; anzi la inchiodò a Codogno - sempre dalle parti di Lodi - a rimettere in sesto un istituto per bambine povere che stava per chiudere, si sentì dire dall'alto prelato, "per una gestione finanziaria poco oculata".

Di Cina, il Vescovo di Lodi, non ne voleva nemmeno sentirne parlare.

Intanto la spinse a fondare l'Ordine religioso, che dopo l'approvazione vescovile di rito si sarebbe chiamato "Salesiane missionarie del Sacro Cuore di Gesù" (oggi "Salesiane di don Bosco"). Poi le ordinò di dirigere l'Istituto che sarebbe sorto a Codogno.
La prima di altre Case fondate, sempre però in Lombardia.

Ma a Francesca, la Lombardia, le stava stretta.
Era evidente.

Lei scalpitava, le sue consorelle (forse) anche.
Allora un giorno si decise ad andare a Roma, capendo che la via per la Cina, per lei, passava obbligatoriamente da piazza San Pietro
Intanto a Roma, nel 1887, fondò sulla via Nomentana la sua prima scuola; mentre l'anno dopo venne premiata con il "Decreto di lode", importantissimo riconoscimento ecclesiastico.
Non stava nella pelle, Francesca, che aveva sempre lì, in un angolo del cuore, il grande sogno che aspettava.

Possiamo solo immaginare quanto lei fosse emozionata quando ricevette la convocazione a Piacenza da parte del locale vescovo, Giovanni Battista Scalabrini, che da tempo, su incarico papale, si dedicava agli emigranti italiani nel mondo. 
E che voleva sviluppare il "ramo femminile" del suo ordine.
Ma chissà quanto restò male, la nostra povera Francesca, quando dalla voce del Vescovo non sentì affatto la parola "Cina"
Perché mons. Scalabrini le propose (anzi le ordinò!) sì di aprire un asilo e una scuola per italiani.

Ma in America.

A Nuova York.

"Doveee?? A Nuova York?? Ma io voglio andare in Cina, accidenti!" 
(Mmmh... no, forse "accidenti" non lo disse...). 
"E poi che ne sarà degli Istituti che ho fondato in Italia? Se li vogliono pappare gli Scalabrini??" 
(Mmmh... no, forse "pappare" non lo disse...). 
"E se vado in America che fine fanno i miei progetti di sviluppo verso Oriente? 
E la mia Cina??".

Lei si arrese solo l'anno successivo, quando ricevette la convocazione nientemeno che dal Capo.
Quello Supremo.
Quello giusto sotto l'Onnipotente.

Convocazione dal Papa, insomma.

Leone XIII, infatti, le concesse udienza privata per manifestarle in poche parole i piani che la Chiesa aveva per lei.

"Non a Oriente, Cabrini, ma all'Occidente... 
La vostra Cina sono gli Stati Uniti d'America! 
Vi sono tanti italiani emigrati che hanno bisogno di assistenza e che lì sono trattati come 'schiavi bianchi'
L'America.
E che Dio vi benedica".
(Ellis Island: registrazione di emigranti italiani) 


(New York: abitazioni di emigranti italiani)
Eccome, se ce n'erano di italiani, negli Usa: basta pensare che solo tra il 1901 e il 1913, negli Stati Uniti sarebbero emigrati qualcosa come cinque milioni di connazionali, di cui oltre tre milioni provenienti dal meridione d'Italia.

Insomma, cari amici: poteva forse una piccola suora lombarda, dire di no a colui che è il Ponte con l'Altissimo?
Ancora grazie che le aveva parlato direttamente!

L'America...

ll 19 marzo 1889 nel convento di Codogno, suor Francesca Cabrini e altre sei religiose, ricevettero da mons. Scalabrini "la Croce" (l'incarico) di Missionarie.

E quattro giorni dopo, il 23 marzo, le sette giovani suore italiane salparono a bordo del piroscafo Bourgogne dal porto francese di Le Havre dirette a Nuova York.

Pensate, cari amici di Aria Fritta: nessuna di queste ragazze aveva mai visto il mare, nessuna di loro aveva mai navigato, nessuna di loro era mai stata all'estero.
E il loro fu un viaggio terribile, fra onde terrificanti e tempeste, passato dalle sette sorelle costantemente a pregare e a vomitare...

(Nove anni dopo, il 4 luglio 1898, proprio lo stesso piroscafo, il Bourgogne, affondò al largo delle coste canadesi di Halifax, provocando la morte dei 549 emigranti, quasi tutti italiani, che erano a bordo. 
Ci ricorda qualcosa, vero?).

Dopo un viaggio tremendo, dunque, il 31 marzo 1889 le sette suore di Codogno sbarcarono nel Nuovo Mondo. Accolte da una fitta pioggia, in una New York infangata.

Sbarcarono sì: ma quando arrivarono, al porto non trovarono nessuno ad aspettarle.
Nessuno.
Non c'era l'arcivescovo di New York Michael Augustine Corrigan, che pure era stato avvisato dal Vaticano dell'arrivo delle suore. Né lui aveva ritenuto di inviare qualcuno in sua vece ad accoglierle.
Michael Augustine Corrigan
Arcivescovo di New York

Il Monsignore pare fosse assai indispettito perché Roma - al posto di inviargli i sacerdoti dei quali aveva fatto ripetutamente richiesta - gli aveva mandato delle suore.

Sette donne!

Diciamola tutta: fu un gran maleducato, mons. Corrigan...

Quelle poverette, non vedendo nessuno al porto, si trovarono costrette a trovare da sole la strada per Little Italy, chiedendo lì ospitalità ai primi italiani che incrociarono. 

Morale: suor Francesca e le sei consorelle passarono la loro prima notte nel Nuovo Mondo in un magazzino di carbone, senza luce, senza acqua, dormendo per terra. 
Di riscaldamento nemmeno a parlarne: le sette ragazze dormirono coprendosi solo con stracci e sacchi di juta, quelli che venivano utilizzati per il carbone, appunto.

Quando poi il giorno successivo riuscirono a trovare la Curia, Mons. Corrigan, appena le vide, le invitò senza mezze parole a tornare in Italia "con la stessa nave ancora in porto", disse testualmente.
Perché il lavoro di cui lui aveva bisogno, disse, "non era adatto alle donne".

"Non era adatto alle donne...".

Ahi, ahi, ahi, caro Corrigan...
Che errore! 
Mi sa che tu, del genere femminile, non te ne intendevi molto, vero? 
Perché è noto che, fin dai tempi di Eva, è assai poco consigliabile dire una frase del genere ad una donna.
Con tonaca o senza.

Oltre tutto, non solo la nostra Francesca non aveva alcuna intenzione di tornare in Italia, ma, "nella manica", aveva "un asso". 

Anzi un paio.
Di lettere.
Scritte nientemeno che dal capo. 
Da Papa Leone XIII in persona.


E infatti Suor Francesca - dopo aver ricevuto il "cortese" invito a tornare in Italia - si limitò a guardare l'arcivescovo dritto dritto negli occhi dicendogli, con uno sguardo che doveva essere tutto un programma. 
"Ah, a proposito, Eminenza eccellentissima: permettetemi solo di darvi alcune lettere per voi. 
Me le ha date personalmente Sua Santità, che mi ha raccomandato più volte di riporle nelle vostre pregiatissime mani.
E sono onorata di portarvi i personali saluti del Santo Padre...".

Cari amici: non avreste voluto anche voi, come me in questo momento, vedere l'espressione del viso del porporato?
Come minimo doveva essere rosso come il colore del suo abito corale: rosso porpora, appunto.

Mons. Corrigan era talmente indispettito, che l'unico alloggio che a quel punto mise a disposizione di suor Francesca e delle sei consorelle fu una catapecchia malsana, con i vetri alle finestre rotti, infestata da topi, scarafaggi e cimici.
Persin peggio del magazzino dove le sette suore avevano dormito la notte precedente.

Non solo: "rosicò" talmente tanto, il monsignore, che non so bene con quale scusa non fece arrivare nemmeno un po' di cibo alle povere suore.

Ma quello fu un boomerang: perché così, costrette a mendicare e a chiedere la carità di porta in porta a Little Italy, in pochi giorni conobbero, poco per volta ma personalmente, uno ad uno, praticamente tutti i nostri emigranti di New York.

Già, è proprio vero: quanto sono duri i primi tempi nel Nuovo Mondo, eh? 


Sorrette da una Fede incrollabile (e dalle direttive del Papa...) suor Francesca e consorelle cominciarono dunque subito a darsi da fare: a lavorare fra gli immigrati italiani, ad insegnare ai bambini quel po' d'inglese che conoscevano, a far visita agli ammalati...

E in pochi giorni, misero su dal niente una mensa per i poveri italiani, con il cibo che loro stesse cucinavano.

Di soldi, non ne avevano. 

A quelli, dicevano sempre, ci avrebbe pensato la Provvidenza (visto che il Monsignore, da quell'orecchio, figuriamoci se ci sentiva...). 

E - incredibile! - le offerte poco per volta arrivarono.
I negozianti di Little Italy, ogni giorno, quando le vedevano passare, donavano loro un po' di pane, e insalata, cavoli, zucche, carote, cipolle.
Ogni tanto anche qualche pezzo di carne!


Perché presto le suore di Francesca Cabrini si fecero conoscere da tutta la comunità di Little Italy, il quartiere di Manhattan dove la mortalità infantile, allora, era altissima, dove intere famiglie di immigrati italiani abitavano in una sola stanza, dove i bambini erano costretti a mendicare o a pulire le scarpe per tirare su qualche centesimo.

In un paio di giorni Francesca si rese dunque conto che fra le esigenze più urgenti c'era quella di dare un tetto alle giovani italiane sole, fornendo un'istruzione adeguata a loro e ai numerosi bambini orfani che vivevano in stato di abbandono nel quartiere italiano di New York.
E la prima casa di ricovero, suor Francesca Saverio Cabrini la aprì il 20 aprile 1889, nemmeno un mese dopo essere sbarcata.


Cari amici, elencare i viaggi che Suor Francesca fece da quel momento occuperebbe un paio di pagine: tornò, infatti, in Italia nel luglio dello stesso anno.
Ma ad aprile del 1890 era già di nuovo a Nuova York, questa volta per trasformare in orfanatrofio per bambini italiani una villa di West Park.
Poi andò di nuovo in Italia, poi venne di nuovo negli Usa, dove questa volta ritornò insieme ad altre 29 sue consorelle.
Poi in Nicaragua, poi a New Orleans, e poi di nuovo in Italia, a Genova...

Nel 1892 era di nuovo a New York, per aprire quello che per 114 anni è stata una istituzione per gli italiani nella Grande Mela: il "Columbus Hospital", il primo (e unico) ospedale italiano della Grande Mela.

Suor Francesca nella sua vita attraversò per ben 24 volte l'Oceano Atlantico: sempre per aprire ospedali, orfanotrofi, asili, dormitori, case per emigranti.
Passando per New York, New Orleans, Panama, Buenos Aires, Barcellona, Parigi, Londra, Liverpool, e ancora Managua, Genova, Buenos Aires, Cuba, Chicago, Madrid, Panama, Brasile, Denver, Seattle.
Dove complessivamente oggi operano più di 1300 suore dell'ordine missionario da lei fondato.


La cosa che lascia perplessi noi laici e miscredenti, è che lei mica arrivava dall'Italia sempre con i soldi della Santa Sede.
Anzi.
Nella maggior parte delle volte, infatti, era costretta ad affidarsi alla disponibilità degli emigranti italiani.

Magari di quelli benestanti o diventati ricchi. 

Come quella volta che a New Orleans incontrò un siciliano che aveva fatto fortuna negli Usa arrivando a possedere navi, imprese edilizie, compagnie di assicurazioni, fabbriche di birra. Un connazionale in quel momento anche proprietario di sedicimila ettari coltivati a cotone e limoni.

Pare che lui, ignaro di quello che gli sarebbe toccato di lì a poco, la accolse con un innocente "Sorella, in cosa posso esserle utile? Di lei, ormai, parla tutta l'America, sa?".

- In niente! Sono io che vorrei essere utile a lei!

"Cara sorella, ma io non ho bisogno di niente! Non chiedo nulla a nessuno, io. Voglio solo che mi lascino fare in pace i miei affari...".

E allora la prende alla lontana, suor Francesca...

- Io, invece, sono una suora e non mi interesso di affari. Ma mi interessa la sua felicità. Mi hanno detto che lei è ricco, sposato da molti anni, ma che non avete figli... Che cosa triste...
"Eh sì, purtroppo è così: mi piacciono molto i bambini, ma...".

L'amico siciliano non lo sapeva, ma in quel preciso momento era già caduto nella celeste trappola di suor Francesca. 

Che colse la palla al balzo: 

- Ma che peccato... E' proprio un peccato! Con tutte queste belle cose che oggi ha, e neanche un figlio a cui lasciarle.
Si è mai chiesto, lei, il motivo di tanti doni piovuti dal Cielo?
Un motivo ci deve essere!
Sono certa che il Signore ha formulato un bel progetto sul suo conto. Non ha idea di quanta gioia possano dare i bambini!".

Lui, a quel punto, le disse di aver effettivamente pensato qualche volta ad una adozione, aggiungendo "Mi lasci riflettere, lasci che ne parli a mia moglie, e se lei è d'accordo ne parliamo di nuovo e lei ci fa conoscere IL bambino".

Era fatta. 
A quel punto suor Francesca assestò il suo colpo definitivo: 

"IL bambino? E chi ha parlato di UN bambino?
Cosa ne direbbe, tanto per cominciare, di 65 bambini?".

Che mi venga un colpo!

Fu così che a New Orleans suor Francesca Cabrini aprì il suo primo orfanotrofio. 

E quando questo divenne troppo piccolo, alcuni anni dopo, il benefattore siculo-americano di dollari gliene regalò ben 65mila. 
Una cifra pazzesca per quei tempi.  
Suor Francesca: che macinò migliaia e migliaia di chilometri...
In nave, a cavallo, a piedi, attraversando oceani, le Montagne Rocciose, la Sierra Nevada, le Ande, le Alpi.
 
Nel 1907 la congregazione da lei fondata contava più di mille religiose. 
E fino ad allora più di cinquemila bambini erano stati presi in carico nelle sue scuole, così come ammontarono a più di centomila i pazienti curati negli ospedali da lei aperti nel Nuovo Mondo.

Nel 1909 Maria Francesca Saverio Cabrini prese la cittadinanza americana e nel frattempo si beccò pure la malaria, contratta chissà quando e dove.


Una delle sue ultime realizzazioni fu il trasloco sulla 19a strada del suo
"Columbus Hospital", l'ospedale italiano di New York, che si prendeva cura di 200 malati.

Suor Maria Francesca Saverio Cabrini morì il 22 dicembre 1917 a Chicago, dove era andata per passare il Natale con i bambini orfani che vivevano nel suo Istituto. 
Il giorno prima aveva passato l'intera giornata ad impacchettare personalmente dolci da regalare ai piccoli.

Aveva 67 anni.

E 67 sono state le strutture, soprattutto sanitarie, che nel corso della sua vita riuscì ad aprire in giro per il mondo.

E' sepolta a New York, nella chiesa vicina alla sua "Mother Cabrini High School"

Nove anni dopo - era il 1926 - le prime sei suore "cabriniane" raggiunsero la Cina, dove l'anno dopo aprirono la prima casa per bambini abbandonati.
E il sogno di suor Maria Francesca era finalmente realizzato.
Un sogno che durò, però, solo 24 anni: nel 1951, infatti, le suore vennero espulse e obbligate a lasciare il Paese.



Maria Francesca Saverio Cabrini venne dichiarata Beata il 13 novembre 1938, e Santa il 7 luglio 1946.

E' stata la prima cittadina americana ad essere proclamata santa. 

Fra i miracoli a lei attribuiti, il più importante riguarda un neonato di nome Pietro Smith, ricoverato proprio nel suo ospedale di Chicago e rimasto cieco a causa di un tragico errore dei medici di quell'ospedale.
Cecità irrimediabile, dissero i numerosi specialisti consultati, disperati e sconvolti dal senso di colpa.
Cecità che poi, però, svanì.
 
Ecco, cari amici di Aria Fritta, se da umile peccatore mi posso permettere di suggerire, forse un piccolo (enorme) miracolo, santa Maria Francesca Saverio Cabrini potrebbe proprio farlo anche oggi.
E cioè illuminare la mente di chi può, o di chi potrebbe, e far rinascere l'ospedale italiano di New York - il "Columbus Hospital", poi chiamato in suo onore "Cabrini Medical Center" - che per 114 anni, ha curato, garantendo ottime prestazioni con personale sanitario italiano, connazionali immigrati e cittadini americani.
Malati poveri e meno poveri.


Il "Cabrini Medical Center", era un ospedale all'avanguardia nella cura per il diabete e le sue conseguenze, per l'Aids, per la cura della demenza senile.
Aveva un reparto di cardiologia all'avanguardia e un servizio di visite a domicilio per i pazienti anziani che abitavano nella zona.

Poi, dopo 114 anni al servizio degli italiani, nel 2006 arrivò la scure del Governatore dello Stato di New York George Pataki, repubblicano, che alla fine del suo mandato presentò un piano di risparmio che prevedeva la chiusura di nove ospedali, di cui cinque a Manhattan, per 4mila posti complessivi. 
Ospedali che erano troppo piccoli per i costi che dovevano essere sostenuti, si giustificò.

E fra questi, appunto, il Cabrini che, per quanto ritenuto piccolo, si sviluppava su 16 piani.



Cavoli, ma vi immaginate come si sarà incazzata la nostra amica Francesca quando l'ha saputo? 
Ma porca miseria, altro che "santa pazienza"! 
Con tutti gli sforzi che fece 114 anni prima per aprirlo! 

Niente da fare...

Ormai chiuso, nel 2006 l'edificio in cui sorgeva l'ultima sede è stato venduto per 130 milioni di dollari, con i quali vennero ripianati i debiti.
Le sue attrezzature furono dirottate verso altri ospedali.
Che peccato.
Davvero un peccato.

Non appena arrivò a Nuova York, nella prima lettera che scrisse al proprio padre spirituale, suor Francesca Saverio Cabrini scrisse: 

"Eccoci sulla banchina di New York, negli ultimi anni del diciannovesimo secolo. 


Qui, alla ricerca di migliori condizioni di vita, vi sbarcano ogni anno fra cinquantamila e duecentomila italiani! 

Tutti sognano di far fortuna, ma intanto vengono relegati nei quartieri popolosi delle grandi città; d'estate, lavorano in qualità di manovali, scaricatori, muratori, minatori, o ferratori; d'inverno, eccoli ridotti alla disoccupazione. 
Ignorando la lingua, i «dagoes», come sono chiamati, sono ampiamente sfruttati".

Già, così venivano chiamati gli italiani: con quel termine derivato dalla parola "dagger", che significa "coltello", "accoltellatore". 
Soprannominati così perché gli italiani erano ritenuti più o meno tutti una manica di delinquenti, ognuno solito ad avere sempre con sé, un coltello. 
E ad usarlo con facilità...



L'8 settembre 1952, santa Maria Francesca Saverio Cabrini venne proclamata "Celeste Patrona di tutti gli emigranti".
Da allora, nel calendario cattolico sarebbe stata ricordata ogni 22 dicembre, giorno della sua morte.


"La missionaria non conosce distanze. 
Per lei, lo spazio, è un punto impercettibile".
(Maria Francesca Saverio Cabrini)



© dario celli. Tutti i diritti sono riservati

giovedì 6 novembre 2014

L'Italia(mi)chiamò...

L'intervista che mi ha fatto la redazione di Italia Chiamò, video trasmissione di "fuoriusciti" italiani, a Boston.

Si è parlato di Stati Uniti e di Aria Fritta.








lunedì 27 ottobre 2014

La battaglia dei due Kevin


Kevin li riconosce al volo. 
Non che siano rare le persone che si fanno quei 2701 metri a piedi. In fondo è solo una bella, bellissima, passeggiata: cinque chilometri, se si tiene conto anche del ritorno.
Ma che passeggiata!
Davvero unica.
Certo: fondamentale è fare la passeggiata lungo il marciapiedi del Golden Gate Bridge quando il cielo è sereno e non nelle condizioni qui sopra, da me fotografate. Cosa non facilissima, visto che spesso il ponte è avvolto nella nebbia.
O meglio, da nuvole basse, che dal mare rendono invisibile la baia dove oggi sorge San Francisco.

Ma è sempre stato così: pensate che la baia è così spesso poco visibile dal Pacifico che venne scoperta solo il 4 novembre 1769, quando l'esploratore Gaspar de Portolà ordinò ai suoi uomini di spingersi più avanti, per vedere cosa ci fosse oltre quelle nuvole.


Fu così che l'esploratore spagnolo, insieme ai suoi 63 uomini (e a 200 fra cavalli e muli) scoprì la baia di San Francisco. Come ricorda questo cippo commemorativo posto all'entrata in quella che oggi è la Golden Gate National Ricreation Area.
È lì che venne fondata "La Misión de Nuestro Padre San Francisco de Asís" (lo sapevate che San Francisco è dedicata al nostro San Francesco d'Assisi?). 
Che presto divenne una città, per brevità detta poi semplicemente San Francisco.
Il collegamento di questa penisola con la terraferma a nord era garantito da imbarcazioni e traghetti che facevano spola fra le due sponde. Ma così non si poteva certamente andare avanti, soprattutto quando si andava sviluppando il mercato automobilistico.
Per questo le autorità della città pensarono che 158 anni di andirivieni, in quel modo, fra San Francisco e Sausalito fossero stati più che sufficienti. Era venuto il momento di collegare la città alle terre del nord con un ponte.

Un progetto ardito, visti i problemi che dovevano essere affrontati.

Le autorità locali decisero di affidarlo ad un ingegnere che, di ponti alle spalle, ne aveva oltre 500: Joseph Bermann Strauss. Che non si fece certamente intimorire.
Sapeva che l'obiettivo di realizzare un ponte di quasi due chilometri - la distanza che c'era fra San Francisco e Sausalito - sarebbe stato cosa facile; più complicato, per quel tempo era realizzarlo con un'unica campata centrale di 1282 metri sospesa a 67 metri, altezza che avrebbe garantito agevolmente il traffico di grandi navi anche durante i record dell'alta marea oceanica.

Il progetto era pronto: il vero problema era trovare i finanziatori per quell'opera che appariva (era!) ciclopica.


Fu così che privati e amministrazioni delle contee vicine sborsarono i soldi emettendo obbligazioni rimborsabili (con gli interessi, ovvio...) per un valore di 35 milioni di dollari. 
Con non pochi risparmiatori che diedero come garanzia la loro fattoria, la loro casa, il loro negozio.

Pensate che la costruzione iniziò il 5 gennaio del 1933, e l'ultima delle obbligazioni venne restituita, all'ultimo dei risparmiatori, 38 anni dopo, nel 1971.

Che, oltre ai 35 milioni di dollari investiti, ricevettero complessivamente qualcosa come 39 milioni di dollari di interessi.

Progetto fatto, soldi trovati, prima di iniziare la costruzione si presentò l'inevitabile problema di deciderne il colore.

Furono subito scartati il nero, il grigio e tutta un'altra serie di varianti cromatiche scure che, data la poca visibilità spesso presente in zona, avrebbe messo a serio rischio la navigazione. 
Fu così che uno dei collaboratori dell'ing. Strauss, l'architetto Irving Morrow, propose un rosso tendente all'arancione.

Arancione??
Arancione! 
Ma che idea strampalata!

Forse sarebbe stato un colore insolito per un ponte di inizio '900, ma almeno avrebbe potuto ovviare ai problemi di visibilità provocati dalla nebbia e, appunto, dalle nuvole basse.

Mah!
Arancione... 


Anzi, cari amici, qui dobbiamo essere precisi: il nome esatto del colore del ponte di Frisco è, infatti, "arancio vermiglio", altrimenti detto "arancio internazionale".



Se per caso volete dipingere qualcosa esattamente dello stesso colore del Golden Gate di San Francisco, dovete farvi fare la miscela "CYMK"corrispondente al "Pantone 180": 19,4% di Ciano, 77,9% di Giallo, 79,6% di Magenta e 3,6% di Nero.

Pensate che a tenere il ponte costantemente efficiente ci pensa ogni giorno una squadra di 16 operai e 33 pittori, che lo esplorano e lo controllano conoscendone ogni centimetro.

 


E mentre questi svitano, avvitano, montano, smontano, raschiano, spennellano e oliano, dall'alto osservano le centomila automobili che ogni giorno passano sulle sei corsie (tre per ogni senso di marcia) e le persone che attraversano il ponte su uno dei due marciapiedi aperto ai pedoni dalle 5 alle 21 (da aprile a ottobre; d'inverno, l'orario è dalle 5 alle 18,30). 

L'altro è riservato ai soli ciclisti.


Ma sono loro, i lavoratori del Golden Gate, le vedette di Kevin.


Già perché il San Francisco Golden Gate Bridge è il secondo luogo al mondo scelto da coloro che decidono di togliersi la vita.

E sono più di due persone al mese quelle che decidono di finire tragicamente la loro vita gettandosi 67 metri sotto, nell'oceano che non perdona e che con l'urto li spoglia, li uccide, smembrandone i corpi.

Dal 28 maggio 1937, giorno della sua inaugurazione, le persone che hanno deciso di finire la loro vita gettandosi da lì sono state più di 1600.
Lungo il ponte, accanto al marciapiede, sono presenti annunci esortativi e vagamente ammonitori, come quello che dice "Saltare da questo ponte provoca conseguenze tragiche e fatali"
Così sono presenti numerosi telefoni collegati a operatori di unità psicologiche d'emergenza, specializzati per aiutare le persone in crisi.

Perché è certo che, in questi casi, può servire parlare.
E, appunto, ascoltare.

Il compito di Kevin Briggs, sergente della California Highway Patrol, di sangue norvegese, è principalmente questo.
Parlare e ascoltare.
Dialogare con chi sta per lasciarsi andare fra le braccia della morte.

Parlare e ascoltare.
Dal 1994 - anno in cui è entrato in servizio sul Golden Gate - parlando (pensate: semplicemente, parlando!) è riuscito a far desistere più di 200 persone
Cioè, ragazzi... questo signore qui sopra ha letteralmente salvato dalla morte più di 200 esseri umani.

"Già, perché - racconta il sergente Briggs - le persone che saltano la ringhiera del ponte, non desiderano necessariamente morire. Se loro, quando riesco ad arrivare dopo l'allarme che abbiamo ricevuto, sono ancora lì, vuol dire che probabilmente vogliono essere salvati.


E allora io, con molta cautela e senza fare prediche, intanto mi metto ad ascoltarli, cercando di capire cosa li ha portati lì, a quel punto. 

E se a quel punto parlano e arrivano a piangere, allora è buon segno: vuol dire che mi stanno ascoltando e che riesco in qualche modo a farli pensare, a farli riflettere. 

E quando mi dicono di non avere prospettive, di non sapere cosa fare l'indomani, io allora dico loro 'Ok, dai: facciamo un piano insieme, io e te. Vediamo cosa potresti fare domani...'".
Perché ci deve essere un domani anche per chi è disperato, senza speranza.
Per queste sue capacità, i suoi colleghi lo hanno soprannominato "il guardiano della Porta d'Oro"

Lui, 
all'inizio agiva d'istinto; poi però ha capito che il buon esito dell'intervento è favorito non tanto dalle sue capacità persuasive, quanto, appunto, da quelle di "ascolto":

"Sì, ascoltare. 
Ascoltare per capire. 
Il mio compito, in quei momenti, non è né discutere, né cercar di dissuadere la persona, o magari farla sentire in colpa facendola pensare a chi rimarrà solo, senza di lei. 
E non è nemmeno tanto utile dir loro che capisco come si sentono...".

Il sergente Kevin Briggs guarda il Golden Gate - il suo luogo di lavoro - e lo definisce "una metafora", "una metafora di ferro".

"Questo ponte, infatti, non collega solo Marin Headlands di Sausalito a San Francisco; ma unisce, collega, anche le persone. Questo è un ponte, e un ponte unisce due luoghi.

Ed è una metafora della vita.

Quando queste persone restano appese dall'altra parte, in bilico fra la vita e la morte, in realtà è come se cercassero un ponte per tornare indietro. 
E ognuno di noi dovrebbe aiutarli, fare questo sforzo.
Il suicidio si può prevenire se c'è aiuto e speranza".

Quello che tormenta il sergente Kevin Briggs è però non essere riuscito a salvare due persone.

Niente, con loro non c'è stato nulla da fare: quelle due volte, quando lui arrivò dopo l'allarme lanciato da un automobilista, ognuno dei due si limitò a fissarlo con occhi ormai lontani, per poi lasciarsi andare un istante dopo nelle acque buie, gelide, e dure come la pietra, dell'oceano Pacifico.

E allora lui si concentra a pensare alle duecento e più persone che invece è riuscito a portare da questa parte.

Dalla parte nostra.

Dal lato della vita.
Come quell'11 marzo 2005, quando improvvisamente alla radio sentì uno dei suoi ragazzi dire quattro numeri in codice:
"34-20".
"10-31".

"34-20": "Goden Gate lato est". 
"10-31": "Pedone fuori dalla ringhiera".

Un secondo dopo Kevin Briggs ha dato tutto il gas possibile alla sua moto, trovandosi così in altri pochi secondi di fronte a Kevin Berthia, un ragazzo di 22 anni.

Che si chiamava come lui.
Che aveva già superato la ringhiera.
Che era già dall'altra parte.

E allora lui intanto lo saluta, e inizia a parlare.

A parlare ma soprattutto, appunto, ad ascoltare.
"In fondo è come essere a Las Vegas: più a lungo riesci a tenere il tavolo, più hai probabilità di uscire con una buona vincita", dice sorridendo.

La battaglia dei due Kevin è durata - così si legge nei precisissimi verbali di polizia - 92 lunghissimi minuti.


92 minuti durante i quali il giovane Kevin Berthia - afroamericano, padre di famiglia, ex impiegato delle poste imprigionato da una forte depressione - ha parlato di cosa lo aveva portato lì, dall'altra parte del muro.

Raccontò - con la testa china, senza mai guardare la persona che aveva di fronte - di avere avuto una bambina nata prematura

di dovere all'ospedale che l'ha salvata 250mila dollari, 

di non sentire da settimane la propria fidanzata, 

di aver lasciato il suo lavoro alle poste da 14$ l'ora per iscriversi di nuovo a scuola e riuscire così a trovarne uno migliore, pagato meglio, 

ma di non essere però riuscito ad avere la borsa di studio che gli avrebbe permesso di frequentarla, 

e intanto c'era l'affitto da pagare, 
e le rate della macchina da pagare, 
e l'abbonamento del telefonino da pagare e che infatti gli era stato staccato, 

e di aver cercato la sua ragazza da una cabina pochi minuti prima, ma lei non aveva risposto
Pure lei, cazzo!

E Kevin raccontò a Kevin che subito dopo aver attaccato la cornetta del telefono pubblico, alzò gli occhi.

E allora lo vide. 
Vide il profilo del ponte.
Quel ponte arancio vermiglio che lo chiamava.

Lo chiamava...

92 lunghissimi minuti, con Kevin (Berthia) che aveva il piede sinistro spaventosamente più "dall'altra parte" che dalla parte nostra, "dalla parte della vita".

92 lunghissimi minuti duranti i quali il sergente Kevin (Briggs) lo ascoltava e ogni tanto gli sussurrava, chissà cosa. 


92 minuti durante i quali l'altro Kevin (che in fondo era l'altra parte di lui, l'altra parte di noi...) con la testa china, fra i singhiozzi, si sfogava, imprecando contro una vita che non sembrava più dargli ascolto
che non sembrava più dargli spazio
che non sembrava più dargli altre scelte.

Se non quella di scivolare giù, 
quella di "lasciarsi andare come foglia al vento. 
Giù, leggero, nel suo abbraccio forte... 
Ma è così cattiva, poi, la morte?"

In quel momento i due Kevin erano in fondo la stessa persona:

"Perché in tutti noi c'è sempre un'altra parte così, una parte di noi che ogni tanto è come se sentisse di avere il piede sinistro per metà già 'dall'altra parte'...", racconta il sergente Briggs.

Quello che accadde alla fine di quei 92 terribili minuti è immortalato nella fotografia che vedrete fra sette righe.
Perché dopo 92 minuti il giovane Kevin Berthia si arrese.
Alla vita. 
Lasciandosi aiutare.

Perché da certe situazioni si esce solo facendosi aiutare.

E nel suo caso, ciò avvenne anche nel senso fisico del termine. 
Il momento in cui il 22enne Kevin Berthia si arrende e accetta di farsi aiutare è stato questo:

E' il momento in cui il sergente Kevin Briggs, aiutato da un collega, lo porta - anzi lo riporta - di qua.
Fra noi.

"E' stato lì che mi sono accorto di aver parlato con un poliziotto", raccontò poi il giovane Kevin Berthia.


Il cui percorso di rinascita è stato lungo.
E faticoso.
Dannatamente faticoso.

Com'è facile immaginare, per lui, le settimane, i mesi, che seguirono non furono facili.

Iniziò un lungo periodo di dura, financo dolorosa, psicoterapia, dove fissò nuovi obiettivi per se stesso, per andare avanti con la sua vita.
Con la vita.

La sua ragazza (che quella volta non aveva risposto al telefono, e che non lo aveva fatto perché - banalmente - non aveva sentito, c'era traffico e un gran casino tutto intorno a lei, in quel momento, cazzo!...) era di nuovo lì, al suo fianco.

Ad aprile nacque un'altra figlia.

A maggio si sposarono.

Subito dopo trovò un lavoro a tempo pieno con una nuova assicurazione, che avrebbe coperto le spese ospedaliere

Poi comprò la casa nella quale andarono ad abitare tutti insieme, lui e le sue tre donne.

Certo, ogni tanto quella vocina maligna spunta fuori e si fa sentire, spingendolo a guardare verso il Golden Gate: ma lui ha imparato a sorridere, a non ascoltarla, a metterla a tacere quella dannata vocina del cazzo...


Ha imparato ad affrontare, a lottare, con la depressione.

Otto anni dopo, il 12 maggio 2013, un Kevin Berthia rinato e sorridente, un gran pezzo d'uomo davvero, decise che era venuto il momento di incontrare Kevin Briggsil sergente della California Highway Patrol, che letteralmente gli diede una mano (anzi, due...) per strapparlo alla morte. 

Un incontro che non poteva che avvenire là, di fronte a quel ponte arancio vermiglio.




Sui piloni del ponte, accanto al marciapiede, decine di cartelli pubblicizzano il numero di telefono gratuito di una hot line.
"1-800-273-8T2A5L5K".



8255. 
Numeri che nella tastiera del telefono corrispondono alla parola "Talk".
"Talk" come parlare, appunto.

Solo nel 2016, 39 persone si sono uccise buttandosi dal ponte, mentre Kevin e i suoi colleghi grazie al loro lavoro sono però riuscite a salvarne - portandole da questa parte, dalla parte della vita - ben 184.

Il 27 giugno del 2014, il Consiglio di Amministrazione del Golden Gate Bridge ha deliberato la realizzazione di una rete di protezione, sei metri sotto il livello marciapiede, lungo tutti e due i lati dei 2 chilometri e 71 metri del ponte.



Costo: 204 milioni di dollari (quasi 175 milioni di €uro!).
I tempi sono stati finora rispettati e i lavori di installazione termineranno nel 2021.


Dopo quattro anni rileggo questa storia e mi viene voglia di cercare il nostro amico Kevin Berthia. 
E così vengo a sapere che poi si è iscritto all'Università di San Francisco - dove si è laureato in psicologia - e che oggi vive a Sacramento. 

Occupandosi proprio di portare "di qua" le persone che - come lui - volevano farsi abbracciare dalla morte. 
Restituendo agli altri, in fondo, ciò che lui aveva ricevuto.
Ciò che lo aveva salvato.



© dario celli. Tutti i diritti sono riservati

sabato 18 ottobre 2014

I dubbi di Angela...


Questa volta la nuova storia di Aria Fritta la dovete scrivere voi con le vostre risposte, cari amici americani che vivete negli Usa.

L'idea, lo spunto, me l'ha fornito Angela, una lettrice che alla lettura del pezzo sulla Lotteria per la Green Card è stata - racconta - sommersa da dubbi.
Comprensibili, legittimi.

"Leggo l'articolo di Dario e mi commuovo sognando una vita negli States!! Io voglio patecipare, e far presentare a domanda anche a mio marito... 
Stiamo cercando di fare una foto decente alla bimba di due anni che non sta ferma un attimo!!!
Ho letto tutte le istruzioni, tutte le domande frequenti e mi sorge un dubbio...
 
Ipotizziamo che io riesca a superare tutti i passaggi possibili e che arrivi il momento di partire...
Non ho nessuno in America, ho una bimba al seguito e mio marito un lavoro stabile qui... 
Dove vado? 
Ok scelgo una città, ma quando poi arrivo mi sarà facile trovare una sistemazione ed un lavoro? 
Non ho un inglese fluente, può essere un problema? 
E mia figlia? 
Arrivata in America posso iscriverla ad un asilo?
E io posso cercare lavoro?? 
Il desiderio di andare a vivere negli Stati Uniti è molto forte... ma ho tanti dubbi...".

Cari amici americani, ora tocca a voi.
Il mio invito va sia agli amici vincitori di Green Card sia a coloro che si sono trasferiti negli States per lavoro e hanno figli, evidentemente.

C'è bisogno della vostra testimonianza: date voi una risposta all'amica Angela!