PERSONE CHE HANNO LETTO O CURIOSATO

venerdì 21 novembre 2014

I viaggi di Francesca


Quella che vi voglio raccontare oggi è una storia insolita per "Aria Fritta".
Una storia insolita e d'altri tempi. Che, a tratti - un po' come tutte le storie che racconto - ha dell'incredibile.

Quella di oggi, cari amici, inizia in un paesino della Lombardia.
Siamo a Sant'Angelo Lodigiano, e siamo al 15 luglio 1850, giorno in cui Stella Oldini affrontò - nella casa qui sotto - il suo 13° (esatto, tredicesimo!) parto.
Non ho idea di che umore fosse quel giorno il di lei marito: a quei tempi non è che i parti delle mogli fossero affar loro. Tanto più, appunto, il tredicesimo.

La piccola nacque prematura, di sette mesi. E per giorni, quello scricciolo era in preda ad una febbre altissima. 
E poi era piccola, piccolissima, minuscola: e per questo venne subito soprannominata "Cecchina"
 
Tutto questo preoccupava non poco Agostino Cabrini, il capofamiglia, che per la sua grande assidua frequentazione della locale chiesa, in paese veniva chiamato "il cristianone". Agostino che aveva sì fede, ma che non si faceva illusioni, viste le difficili, critiche, condizioni di salute della sua piccola.
Insieme alla moglie decise allora di battezzare immediatamente, lì, in ospedale, la sua Maria Francesca.  

La cui vita, per le prime settimane, sembrava essere davvero "appesa ad un filo", con i medici che, ogni volta che i genitori cercavano di avere qualche buona notizia, si limitavano ad alzare gli occhi al cielo.

Lui era un ricco proprietario terriero, e per di più cugino di un altro Agostino, il più famoso Depretis.
Quel socialista di Depretis.
Lo avete sentito nominare, sì. 
Lo abbiamo (vagamente) studiato a scuola.

Durante il Regno d'Italia, Agostino Depretis fu infatti ministro dei Lavori Pubblici e poi ministro della Marina, e poi ministro delle Finanze, e poi ministro degli Esteri, e poi ministro dell'Interno, nonché nove volte Presidente del Consiglio, dal 1876 al 1887.
Roba da far concorrenza ad Andreotti...

Fermo oppositore di Cavour (ah, se m'avessero fatto studiare la storia così al liceo...), Depretis era leader della "Sinistra Storica", e nel 1876 guidò il primo Governo di sinistra della storia italiana.
Il suo Governo varò riforme che, a quel tempo, vennero considerate "rivoluzionarie": come l'introduzione in Italia dell'istruzione scolastica obbligatoria, laica e gratuita per tutti i bambini. 

Intanto per quelli dai sei ai nove anni.
Davvero una rivoluzione, per l'Italia conservatrice di quei tempi.

Fu anche direttore di giornali, Agostino Depretis: il primo lo fondò a Torino il 7 novembre 1850 e lo chiamò "Il Progresso"
Giornale che poi chiuse dopo la fusione di varie formazioni democratiche e di sinistra di allora (nulla di nuovo sotto il sole, dunque...), quando fondò "Il diritto, organo della Sinistra Italiana".

Insomma, pur essendo nata in una ricca famiglia lombarda saldamente cattolica,  il "retroterra" culturale e familiare della nostra Maria Francesca era questo.
Ma per carità: non si occupava certo di politica, Francesca.

I genitori, cattolici e timorati di Dio, furono funestati dai lutti: dei 13 figli, solo quattro, infatti, raggiunsero l'età adulta. E lei, anche per essere preservata dai possibili danni di una dura vita di lavoro, venne subito da loro mandata in un collegio di suore, peraltro diretto da un'altra delle loro figlie: suor Rosa, maggiore di 15 anni. 
Pare severissima.
Scuola che aveva come finalità "l'educazione" intesa come "formazione del cuore, sviluppo delle potenzialità, vita di relazione e apertura verso il sociale".

In quel clima familiare e con quel "cristianone" in casa, Francesca, già da bambina, sognava di fare la missionaria. Nulla di particolarmente strano: non è insolito, infatti, un sogno infantile del genere.
D'altronde io, da bambino, era incerto se "da grande" avrei fatto l'architetto o il Papa.

Eh già.
Con suor Lia - dell'oratorio che frequentavo - che quando io dicevo questa cosa rispondeva sempre, sospirando e alzando gli occhi al cielo, "Chissà...".

Insomma, la nostra Francesca fin da bambina sognava di fare la missionaria: forse perché a casa si leggeva con avidità fantastici racconti di avventure lontane pubblicati dagli "Annali della propagazione della fede", rivista periodica che raccoglieva lettere e racconti di vescovi e missionari sparsi nel mondo.
Anzi, "Nei due mondi", come recitava il sottotitolo.

E fin da bambina, la piccola Francesca aveva una fissazione: la Cina.
I racconti di Marco Polo (e dei missionari che fino a là si spingevano), la affascinavano.
 
Sì, aveva deciso: "da grande" lei avrebbe fatto la missionaria.
E in Cina.


Era una "tosta", e anche un po' preveggente: anche se forse non così tanto da immaginare di entrare fra le righe di un blog laico (e ogni tanto peccatore) come questo.
"Tosta" e davvero d'altri tempi.
Tanto che nel 1861, quando aveva 11 anni, decise di fare "voto di castità".
Nel 1868, intanto, si diplomò maestra elementare, gioia che venne mitigata due anni dopo, quando nel giro di 10 mesi le morirono entrambi i genitori. 
Con il "voto di castità" che lei rinnovò di anno in anno, fino al 1874.
Quando divenne novizia con il nome di Francesca Saverio Angelica del Bambin Gesù. Aggiungendo al proprio, il nome maschile "Saverio", in onore di San Francesco Saverio, missionario nel lontanissimo Oriente. 
 
Tre anni dopo, prese i voti. 

Ma non tra le suore canossiane, dove aveva studiato: era di salute "troppo cagionevole", dissero.
Secondo loro non era adatta né a fare la suora, né - tantomeno - la missionaria in giro per il mondo.
 

Ma era tosta, la nostra Francesca...

Dopo il diploma magistrale, lei convinse alcune sue compagne a costituire tutte insieme il primo nucleo di quello che sarebbe diventato il suo ordine religioso: e intanto insegnavano tutte insieme in una scuola di Castiraga Vidardo, oggi in provincia di Lodi.
Dove un sacerdote del luogo la segnalò al locale vescovo, mons. Domenico Maria Gelmini (non so dirvi se parente...).
 
La raccomandazione, però, non favorì per nulla il suo cammino verso la Cina; anzi la inchiodò a Codogno - sempre dalle parti di Lodi - a rimettere in sesto un istituto per bambine povere che stava per chiudere "per una gestione finanziaria poco oculata".

Di Cina, il vescovo di Lodi, non ne voleva nemmeno sentirne parlare.

Intanto la spinse a fondare l'Ordine religioso, che dopo l'approvazione vescovile di rito si sarebbe chiamato "Salesiane missionarie del Sacro Cuore di Gesù" (oggi "Salesiane di don Bosco"). Poi le ordinò di dirigere l'Istituto che sarebbe sorto a Codogno.
La prima di altre Case fondate, sempre però in Lombardia.

Ma a Francesca, la Lombardia, è evidente che stava stretta.
Allora andò a Roma, capendo che la via per la Cina, per lei, passava obbligatoriamente da piazza San Pietro
E a Roma, nel 1887, fondò sulla via Nomentana, la sua prima scuola; mentre l'anno dopo venne premiata con il "Decreto di lode", importantissimo riconoscimento ecclesiastico.
Non stava nella pelle, Francesca, che aveva sempre lì, in un angolo del cuore, il suo grande sogno che aspettava.

Possiamo solo immaginare quanto fosse emozionata quando ricevette la convocazione a Piacenza da parte del locale vescovo, Giovanni Battista Scalabrini, che da tempo, su incarico papale, si dedicava agli emigranti italiani nel mondo. E che voleva sviluppare il "ramo femminile" del suo ordine.
 
Ma chissà quanto restò male, la povera Francesca, quando dalla sua voce non sentì affatto la parola "Cina". 

Perché mons. Scalabrini le propose (anzi le ordinò!) di aprire un asilo e una scuola per italiani, sì.

Ma in America.

A Nuova York.

"Doveee?? A Nuova York?? Ma io voglio andare in Cina, accidenti! (Mmmh... no, forse "accidenti" non lo disse...). 
E poi che ne sarà degli Istituti che ho fondato in Italia? Se li vogliono pappare gli Scalabrini?? (Mmmh... no, forse "pappare" non lo disse...). 
E se vado in America che fine fanno i miei progetti di sviluppo verso Oriente? 
E la Cina?".

Si arrese solo l'anno successivo, quando ricevette la convocazione nientemeno che dal Capo, quello Supremo.
Quello giusto sotto l'Onnipotente.

Il Papa, insomma.

Leone XIII le concesse udienza privata per manifestarle in poche parole i piani che la Chiesa aveva per lei.
"Non a Oriente, Cabrini, ma all'Occidente... 
La vostra Cina sono gli Stati Uniti d'America! 
Vi sono tanti italiani emigrati che hanno bisogno di assistenza e che lì sono trattati come 'schiavi bianchi'
L'America.
E che Dio vi benedica".
(Ellis Island: registrazione di emigranti italiani) 


(New York: abitazioni di emigranti italiani)
Eccome, se ce n'erano di italiani, negli Usa: basta pensare che solo tra il 1901 e il 1913, negli Stati Uniti sarebbero emigrati qualcosa come cinque milioni di connazionali, di cui oltre tre milioni provenienti dal meridione d'Italia.

Insomma, cari amici: poteva forse una piccola suora lombarda, dire di no a colui che è il Ponte con l'Altissimo?
Ancora grazie che le aveva parlato direttamente!

L'America...

ll 19 marzo 1889 nel convento di Codogno, suor Francesca Cabrini e altre sei religiose, ricevettero da mons. Scalabrini la Croce (l'incarico) di Missionarie.

E quattro giorni dopo, il 23 marzo, le sette giovani suore italiane salparono a bordo del piroscafo Bourgogne dal porto francese di Le Havre dirette a Nuova York.

Pensate: nessuna di queste ragazze aveva mai visto il mare, nessuna di loro aveva mai navigato, nessuna di loro era mai stata all'estero.
E quello fu un viaggio terribile, fra onde terrificanti e tempeste, passato dalle sette sorelle costantemente a vomitare.
(Nove anni dopo, il 4 luglio 1898, proprio il piroscafo Bourgogne affondò al largo delle coste canadesi di Halifax, provocando la morte dei 549 emigranti, quasi tutti italiani, che erano a bordo. Ci ricorda qualcosa, vero?).

Le sette suore di Codogno sbarcarono nel Nuovo Mondo il 31 marzo 1889, accolte da una fitta pioggia in una New York infangata.

Sbarcarono sì: ma quando arrivarono, al porto non c'era nessuno ad aspettarle.
Non c'era l'arcivescovo di New York Michael Augustine Corrigan, che pure era stato avvisato dal Vaticano dell'arrivo delle suore.
Né lui aveva ritenuto di inviare qualcuno in sua vece ad accoglierle.
Michael Augustine Corrigan
Arcivescovo di New York

Il Monsignore era indispettito perché Roma - al posto di inviargli sacerdoti dei quali aveva fatto ripetutamente richiesta - gli aveva mandato sette suore.

Sette donne.

Fu un gran maleducato.
Non vedendo nessuno al porto, quelle poverette furono costrette a trovare da sole la strada per Little Italy, chiedendo lì ospitalità ai primi italiani che incrociarono. 
Morale: suor Francesca e le sue sei sorelle passarono la loro prima notte nel Nuovo Mondo in un magazzino, senza luce, senza acqua, dormendo per terra. 
Di riscaldamento nemmeno a parlarne: dormirono coprendosi solo con degli stracci e sacchi di juta usati per il carbone.

Quando il giorno dopo riuscirono a trovare la Curia, Mons. Corrigan le invitò senza mezze parole a tornare in Italia "con la stessa nave ancora in porto" disse. Perché il lavoro di cui lui aveva bisogno "non era adatto alle donne".

Ahi ahi ahi, caro Corrigan...
Che errore! 
Mi sa che tu, del genere femminile, non te ne intendevi molto, vero? 
Perché è noto che (con tonaca o senza) fin dai tempi di Eva è assai sconsigliabile dire una frase del genere ad una donna.

Oltre tutto, non solo la nostra Francesca non aveva alcuna intenzione di tornare in Italia, ma, "nella manica", aveva "un asso". 
Anzi un paio. 
Di lettere.
Scritte nientemeno che dal capo: da Papa Leone XIII in persona.


E infatti Suor Francesca - dopo aver ricevuto quel "cortese" invito a tornare in Italia - si limitò a guardare l'arcivescovo dritto dritto negli occhi dicendogli, con uno sguardo che doveva essere tutto un programma: "Ah, a proposito, Eminenza eccellentissima: permettetemi solo di darvi alcune lettere per voi. 
Me le ha date personalmente Sua Santità, che mi ha raccomandato più volte di riporle nelle vostre pregiatissime mani.
E sono onorata di portarvi i personali saluti del Santo Padre...".

Cari amici: non avreste voluto anche voi, come me in questo momento, vedere l'espressione del viso del porporato?
Come minimo doveva essere rosso come il colore del suo abito corale: rosso porpora, appunto.
 
Mons. Corrigan era talmente indispettito che l'unico alloggio che mise poi a disposizione di suor Francesca e delle sei consorelle era una catapecchia malsana, con i vetri alle finestre rotti, infestata da topi, scarafaggi e cimici.
Persin peggio del magazzino dove le sette suore avevano dormito la notte precedente.

Non solo: rosicò talmente tanto, il monsignore, che non so bene con quale scusa non fece arrivare nemmeno cibo alle povere suore. 
Ma fu un boomerang: perché così, costrette a mendicare di porta in porta a Little Italy, conobbero poco per volta, ma personalmente, uno ad uno praticamente tutti i nostri emigranti.

Già, è proprio vero: quanto sono duri i primi tempi nel Nuovo Mondo, eh? 


Sorrette da una Fede incrollabile (e dalle direttive del Papa...) suor Francesca e consorelle cominciarono subito a darsi da fare: a lavorare fra gli immigrati italiani, ad insegnare ai bambini quel po' d'inglese che conoscevano, a far visita agli ammalati, mettendo tra l'altro in piedi una mensa per i poveri italiani, con il cibo che loro stesse cucinavano.

Di soldi, non ne avevano. 

A quelli, dicevano sempre, ci avrebbe pensato la Provvidenza, visto che il monsignore, da quell'orecchio, figuriamoci se ci sentiva. 

E, incredibile, le offerte poco per volta arrivarono: con i negozianti di Little Italy che, ogni giorno, quando le vedevano passare, donavano loro pane, insalata, cavoli, zucche, carote, cipolle e ogni tanto anche qualche pezzo di carne...

Perché presto le suore di Francesca Cabrini si fecero conoscere da tutta la comunità di Little Italy, quartiere dove la mortalità infantile, allora, era altissima, dove intere famiglie di immigrati italiani abitavano in una sola stanza, dove i bambini erano costretti a mendicare o a pulire le scarpe per tirare su qualche centesimo al giorno.

Francesca si rese dunque conto che fra le prime esigenze urgenti c'era quella di dare un tetto alle giovani italiane sole e fornire un'istruzione adeguata a loro e ai numerosi bambini orfani che vivevano in stato di abbandono nel quartiere italiano di New York.
 
E la prima casa di ricovero, suor Francesca Saverio Cabrini la aprì il 20 aprile 1889, nemmeno un mese dopo essere sbarcata.
 

Cari amici, elencare i viaggi che Suor Francesca fece da quel momento occuperebbe un paio di pagine: tornò, infatti, in Italia nel luglio dello stesso anno.
Ma ad aprile del 1890 era già di nuovo a Nuova York, questa volta per trasformare in orfanatrofio per bambini italiani, una villa di West Park.
Poi di nuovo in Italia, poi di nuovo negli Usa, dove questa volta arrivò insieme ad altre 29 sue consorelle.
Poi in Nicaragua, poi a New Orleans, e poi di nuovo in Italia, a Genova...
 
Nel 1892, era di nuovo a New York, per aprire quello che per 114 anni è stata una istituzione per gli italiani nella Grande Mela: il "Columbus Hospital", il primo (e unico) ospedale italiano della Grande Mela.

Suor Francesca nella sua vita attraversò per ben 24 volte l'Oceano Atlantico: per aprire ospedali, orfanotrofi, asili, dormitori, case per emigranti.
Passando per New York, New Orleans, Panama, Buenos Aires, Barcellona, Parigi, Londra, Liverpool, e ancora Managua, Genova, Buenos Aires, Cuba, Chicago, Madrid, Panama, Brasile, Denver, Seattle.
Dove complessivamente oggi operano più di 1300 suore dell'ordine missionario da lei fondato.


La cosa che lascia perplessi noi laici e miscredenti, è che lei mica arrivava dall'Italia sempre con i soldi della Santa Sede: nella maggior parte delle volte, infatti, era costretta ad affidarsi alla disponibilità di emigranti italiani.
Magari di quelli ricchi. 

Come quella volta che a New Orleans incontrò un siciliano che aveva fatto fortuna negli Usa e che era arrivato a possedere navi, imprese edilizie, compagnie di assicurazioni, fabbriche di birra, in quel momento anche proprietario di sedicimila ettari coltivati a cotone e limoni.
Pare che lui, ignaro di quello che gli sarebbe toccato, la accolse con un innocente "Sorella, in cosa posso esserle utile? Di lei, ormai, parla tutta l'America, sa?".
- In niente! Sono io che vorrei essere utile a lei!
"Cara sorella, ma io non ho bisogno di niente! Non chiedo nulla a nessuno, io. Voglio solo che mi lascino fare in pace i miei affari...".
 
E allora la prende alla lontana, suor Francesca...

- Io, invece, sono una suora e non mi interesso di affari. Ma mi interessa la sua felicità. Mi hanno detto che lei è ricco, sposato da molti anni, ma che non avete figli... Che cosa triste...
"Eh sì, purtroppo è così: mi piacciono molto i bambini, ma...".
 
L'amico siciliano non lo sapeva, ma in quel preciso momento era già caduto nella celeste trappola di suor Francesca. 
Che colse la palla al balzo: 
- Ma che peccato... E' proprio un peccato! Con tutte queste belle cose che oggi ha, e neanche un figlio a cui lasciarle.
Si è mai chiesto, lei, il motivo di tanti doni piovuti dal Cielo? Un motivo ci deve essere!
Sono certa che il Signore ha formulato un bel progetto sul suo conto. Non ha idea di quanta gioia possano dare i bambini!".

Lui, a quel punto, le disse di aver effettivamente pensato qualche volta ad una adozione:
"Mi lasci riflettere, lasci che ne parli a mia moglie e se lei è d'accordo la chiamo e lei ci fa conoscere il bambino".

Era fatta. 
A quel punto suor Francesca assestò il suo colpo definitivo: 

"IL bambino? E chi ha parlato di UN bambino?
Cosa ne direbbe, tanto per cominciare, di 65 bambini?".

Che mi venga un colpo!
Fu così che a New Orleans suor Francesca Cabrini aprì il suo primo orfanotrofio. 
E quando questo divenne troppo piccolo, alcuni anni dopo, il benefattore siculo-americano di dollari ne regalò a suor Francesca ben 65mila. 
Una cifra pazzesca per quei tempi.   
 
Suor Francesca, che macinò migliaia e migliaia di chilometri: in nave, a cavallo, a piedi, attraversando oceani, le Montagne Rocciose, la Sierra Nevada, le Ande, le Alpi. 
Nel 1907 la congregazione da lei fondata contava più di mille religiose. 
E fino ad allora più di cinquemila bambini erano stati presi in carico nelle sue scuole, così come ammontarono a più di centomila i pazienti curati negli ospedali da lei aperti nel Nuovo Mondo.

Nel 1909 Maria Francesca Saverio Cabrini prese la cittadinanza americana e nel frattempo si beccò pure la malaria, contratta chissà quando e dove.


Una delle sue ultime realizzazioni fu il trasloco sulla 19a strada del suo
"Columbus Hospital", l'ospedale italiano di New York, che si prendeva cura di 200 malati.

Suor Maria Francesca Saverio Cabrini morì il 22 dicembre 1917 a Chicago, dove era andata per passare il Natale con i bambini orfani che vivevano nel suo Istituto. 
Il giorno prima aveva passato l'intera giornata ad impacchettare personalmente dolci da regalare ai piccoli.
Aveva 67 anni.

E 67 sono state le strutture, soprattutto sanitarie, che nel corso della sua vita riuscì ad aprire in giro per il mondo.
E' sepolta a New York, nella chiesa vicina alla sua "Mother Cabrini High School"

Nove anni dopo - era il 1926 - le prime sei suore "cabriniane" raggiunsero la Cina, dove l'anno dopo aprirono la prima casa per bambini abbandonati.
E il sogno di suor Maria Francesca era finalmente realizzato.
Un sogno che durò, però, solo 24 anni: nel 1951, infatti, le suore vennero espulse e obbligate a lasciare il Paese.



Maria Francesca Saverio Cabrini venne dichiarata Beata il 13 novembre 1938, e Santa il 7 luglio 1946.

E' stata la prima cittadina americana ad essere proclamata santa. 

Fra i miracoli a lei attribuiti, il più importante riguarda un neonato, Pietro Smith, ricoverato proprio nel suo ospedale di Chicago e rimasto cieco a causa di un tragico errore dei medici di quell'ospedale.
Cecità irrimediabile, dissero gli specialisti disperati, sconvolti dal senso di colpa.
Cecità che poi, però, svanì.
 

Ecco, cari amici di Aria Fritta, se da umile peccatore mi posso permettere di suggerire, forse un piccolo (enorme) miracolo, santa Maria Francesca Saverio Cabrini potrebbe proprio farlo anche oggi.
E cioè illuminare la mente di chi può, o di chi potrebbe, e far rinascere l'ospedale italiano di New York - il "Columbus Hospital", poi chiamato in suo onore "Cabrini Medical Center" - che per 114 anni, ha curato, garantendo ottime prestazioni con personale sanitario italiano, connazionali immigrati e cittadini americani.
 
Malati poveri e meno poveri.


Il "Cabrini Medical Center", era un ospedale all'avanguardia nella cura per il diabete e le sue conseguenze, per l'Aids, per la cura della demenza senile.
Aveva un reparto di cardiologia all'avanguardia e un servizio di visite a domicilio per i pazienti anziani che abitavano nella zona.

Poi, dopo 114 anni al servizio degli italiani, arrivò nel 2006 la scure del Governatore dello Stato di New York George Pataki, repubblicano, che alla fine del suo mandato presentò un piano di risparmio che prevedeva la chiusura di nove ospedali, di cui cinque a Manhattan, per 4mila posti complessivi. 
Ospedali troppo piccoli per i costi che dovevano essere sostenuti, si giustificò.
E fra questi, appunto, il Cabrini che, per quanto ritenuto piccolo, si sviluppava su 16 piani.


Cavoli, ma vi immaginate come si sarà incazzata la nostra amica Francesca quando l'ha saputo? 
Ma porca miseria, altro che "santa pazienza"! 
Con tutti gli sforzi che fece 114 anni prima per aprirlo! 
Niente da fare...

Chiuso, nel 2006 l'ospedale è stato venduto per 130 milioni di dollari, con i quali vennero ripianati i debiti. Le sue attrezzature furono dirottate verso altri ospedali.

Non appena arrivò a Nuova York, nella prima lettera al suo padre spirituale, suor Francesca Saverio Cabrini scrisse: 

"Eccoci sulla banchina di New York, negli ultimi anni del diciannovesimo secolo. 
Qui, alla ricerca di migliori condizioni di vita, vi sbarcano ogni anno fra cinquantamila e duecentomila italiani! 
Tutti sognano di far fortuna, ma intanto vengono relegati nei quartieri popolosi delle grandi città; d'estate, lavorano in qualità di manovali, scaricatori, muratori, minatori, o ferratori; d'inverno, eccoli ridotti alla disoccupazione. Ignorando la lingua, i «dagoes», come sono chiamati, sono ampiamente sfruttati".

Già, così venivano chiamati gli italiani: con quel termine derivato dalla parola "dagger", che significa "coltello", "accoltellatore". 
Soprannominati così perché gli italiani erano ritenuti una manica di delinquenti, ognuno solito ad avere sempre con sé, un coltello. 
E ad usarlo con facilità...



L'8 settembre 1952, santa Maria Francesca Saverio Cabrini venne proclamata "Celeste patrona di tutti gli emigranti".
Nel calendario cattolico sarebbe stata ricordata ogni 22 dicembre, giorno della sua morte.

"La missionaria non conosce distanze. 
Per lei, lo spazio, è un punto impercettibile".
(Maria Francesca Saverio Cabrini)



© dario celli. Tutti i diritti sono riservati

15 commenti:

  1. bellissimo e documentatissimo racconto, fresco e scorrevole come tutti i tuoi i tuoi lavori, mi piace quello che scrivi e come lo scrivi . . . :)
    Loredana Bonizzoni

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    1. P.S.: Ah, mentre mi documentavo, ho trovato un'altra storia, in questa storia.
      Anche questa un po' incredibile...
      E sarà presto su Aria Fritta!

      d.

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  2. Donna dagli enormi attributi, ( gli avrei spaccato la faccia al signor porporino). Dario le tue storie sono sempre molto interessanti, pur non essendo una cattolica d'eccellenza mi viene da pensare " le vie del signore sono infinite" . Donna determinata un esempio da tenere sempre a mente .

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  3. curioso...
    sono nato e cresciuto a poche centinaia di metri dalla casa natale della Santa Cabrini (non che ora viva molti km di distanza comunque...) e quante volte da bambino ho sentito la sua storia e visitato quella stessa casa...
    poi con gli anni il ricordo si è fatto piccolo e lontano, in qualche angolo della mia testa...
    e non ci ho più pensato fino a quando da adulto, ho cominciato ad appassionarmi e sognare magari di viverci anche, un giorno, nel "nuovo mondo"... e seguendo un (eccellente) blog di storie di vite d'oltreoceano, incontro di nuovo questa Storia... che grazie a te ora capisco e apprezzo in pieno...
    Grazie di averla raccontata!!!

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    1. Curioso...
      Ogni tanto pensavo di approfondire la storia dell'ospedale di New York fino a quando, qualche mese fa, (andando in un outlet vicino a Roma) ho visto che la via dove si trovava era dedicata a lei, alla patrona degli immigrati. (Un po' mi fa sorridere che le abbiano dedicato una via proprio lì!).
      Della quale vita, sinceramente, non conoscevo praticamente nulla...

      (Grazie per i complimenti!)

      d.

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  4. Dario, il tuo racconto laico è uno dei più ricchi di fede che abbia mai letto!
    Cino Wang Platania

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  5. Ho solo una parola da aggiungere a quello che scrivi: Grazie
    grazie per ogni tuo articolo. E' sempre un regalo meraviglioso.

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    1. Luciano, grazie a te che leggi, piuttosto!!!

      d.

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  6. articoli di storia sempre interessanti
    ciao cristian, anche se sai che lo sono sapendo da dove dgt

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  7. Ciao Dario,
    complimenti per la bella storia raccontata, S.Maria Cabrini è stata una di quelle Donne con la "D" Maiuscola...e non voglio usare altri aggettivi blasfemi, anche perchè trattandosi di una suora non mi sembre il caso! :-)
    P.s: sono proprio curioso di leggere la prossima storia che hai trovato dentro questa storia, per riprendere un tuo commento. Come spero, ci farà provare belle sensazioni come ogni tuo racconto sa fare...A presto!

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    1. Grazie, Danilo, per le tue parole!
      La storia nella storia?
      Fra un po' arriva...
      :-)

      A presto!

      d.

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