PERSONE CHE HANNO LETTO O CURIOSATO

venerdì 23 settembre 2016

Assolutamente (entrambi) geniali...



Dei geni.
La nuova pubblicità della Norwegian Air, compagnia low cost.
Chapeau!

 

Il giorno dopo, niente male nemmeno la "risposta" dell'Alitalia...



sabato 17 settembre 2016

L'America, dove anche gli illegali sono una risorsa.


13 miliardi di dollari. 
Tanto, secondo le statistiche governative americane, sono i soldi che gli illegali (quelli che da noi vengono chiamati con una punta di disprezzo "clandestini") versano ogni anno nelle casse della "sicurezza sociale" degli Stati Uniti, lavorando.
"Gli immigrati rendono l'America forte"
Snocciola dati e cifre, Stephen Goss, responsabile della SSA, la "Social Security Administration", in una recente intervista al sito "News Vice.com".
La prima riguarda la stima di quanti immigrati illegali vivono (e lavorano) negli States: intorno ai 7 milioni.
Di questi, più o meno 3 milioni e 100mila lavor
ano usando numeri di previdenza sociale falsi o scaduti.
Ma tutti i lavori, anche quello degli illegali, producono ricchezza: e non solo ai lori datori di lavoro o grazie a ciò che i lavoratori poi consumano.

Per esempio: solo le tasse sui loro salari, sui salari dei clandestini, fanno guadagnare all'America qualcosa come 10-13 miliardi di dollari l'anno.
Ossigeno per le casse del Social Security Trust Fund (per semplificare, l'Inps americana), il fondo fiduciario che provvede alle pensioni di vecchiaia, di reversibilità e di invalidità.
Pensate: secondo stime della SSA, negli ultimi dieci anni soltanto gli immigrati "illegali" che lavorano negli Stati Uniti hanno versato nelle casse americane qualcosa come $ 100.000.000.000.
Ricevendo, in cambio, servizi e vantaggi soltanto per 1 miliardo di dollari.

Avete letto bene: hanno versato cento miliardi di dollari, una media di dieci miliardi di dollari l'anno.
Anche se le persone che vivono negli Stati Uniti illegalmente (pagando però le tasse) è assai improbabile che saranno mai in grado di trarre vantaggio, più tardi nella loro vita, dal versamento dei loro contributi, ammettono alla "Social Security Administration".

Contributi degli illegali che, sempre secondo dati ufficiali attendibili, vivono distribuiti così, negli Stati Uniti.
Per esempio: secondo un'inchiesta di "News Vice.com", la maggior parte delle aziende lattiero-casearie degli Stati Uniti si reggono in gran parte sul lavoro di immigrati illegali.
Offrono, infatti, paghe troppo basse - che i lavoratori americani non accettano - ma nello stesso tempo non sono in grado di assumere legalmente lavoratori stranieri.
Così come le aziende agricole.
Anche se però - come ha osservato il proprietario di una di queste - i suoi dipendenti (quelli illegali) non ottengono poi il sussidio di disoccupazione, nonostante siano assunti e versino regolarmente le tasse.

Il Dipartimento per la sicurezza e l'immigrazione ha anche tracciato una cartina che evidenzia le nazionalità d'origine di lavoratori illegali maggiormente presenti negli Stati Uniti, messicani a parte.
Lavoratori che, con il tempo, cercano di regolarizzare la propria posizione.

Vi chiederete: ma come è mai possibile tutto questo?

I lavoratori immigrati illegali, di solito, presentano al datore di lavoro una documentazione falsa (documenti e numeri di previdenza sociale).
Un "segreto di Pulcinella", diciamo, un fatto di cui i datori di lavoro sono praticamente sempre al corrente. 
Ma per loro basta che il dipendente abbia voglia di lavorare e non sia un "pianta grane".

Una volta assunti, questi "lavoratori dalla documentazione discutibile" - come eufemisticamente li chiama il proprietario dell'azienda di cui sopra - finiscono a tutti gli effetti sul libro paga dell'azienda.

Con le tasse derivate dal loro lavoro che, dunque, vengono versate automaticamente allo Stato, come accade a qualsiasi altro dipendente.


Un fatto che viene visto positivamente nel corso delle pratiche di "naturalizzazione": un atto di buona volontà da parte di chi (il lavoratore clandestino) non sarebbe certamente tenuto a farlo.
A versare le tasse.
Il lavoratore illegale, così, fornisce ricchezza non solo al suo datore di lavoro, ma anche alla società americana.

Il denaro derivato dai versamenti dei clandestini americani, infatti, va al Ministero del Tesoro federale, che lo utilizza (anche) per finanziare il Medicare, il programma di assicurazione medica gratuita che, dal 1965, riguarda gli ultra 65enni, indipendentemente dal loro reddito.


Mica scemi, gli americani...
Strano Paese, l'America, vero?


 © dario celli. Tutti i diritti sono riservati 

Occhio alle papere (e ai coccodrilli...)!

W. Lansing Gleason Park, Indian Harbor Beach, Florida.
(Foto di ©Stefania Muggianu)

venerdì 9 settembre 2016

Green Card: il 4 ottobre aprono i termini per la nuova Lotteria.


Ci siamo!
Prendete nota!

I termini per la partecipazione alla prossima lotteria per la Green Card sono dalle 18 (ora italiana) del prossimo 4 ottobre, alle 18 (ora italiana) del 7 novembre 2016.



Tutte le informazioni sulla Lotteria Green Card, QUI 

sabato 13 agosto 2016

Per tutti



Il capitolo "Ma l'America è sempre lì a prenderci in contropiede e a divertirsi a distruggere le nostre certezze" si arricchisce.

Bagni pubblici della Rowan University, Glassboro, NJ.
Senza distinzione alcuna.








martedì 9 agosto 2016

Cavalli selvaggi e cow-boy...

Cavalli selvaggi, cow-boy, mandrie da spostare.
Negli Stati Uniti il mito della grande Frontiera esiste ancora.

Browning, Glacier County, Montana. 
The Blackfeet Reservation.
Eccovi il passaggio di una mandria di cavalli sull'Interstate 89. 
(Notare il prezzo della benzina: 85 cent. di € al litro).
                                     





sabato 30 luglio 2016

Springer & Lewis

Quando sentì il messaggio alla segreteria telefonica, a Mr. Springer venne un brivido, che partì dalla nuca e gli attraversò tutta la schiena.
Eppure era un messaggio assolutamente generico, brevissimo.

Chi aveva telefonato, infatti, disse semplicemente il proprio nome ("My name is Lewis...") e il suo numero di telefono, senza dilungarsi sul motivo della telefonata.
E mr. Springer, dopo averlo ascoltato, almeno un paio di volte, mi sa..., richiamò immediatamente.
Come preso da uno strano presentimento.
E le sue sensazioni istintive ebbero conferma non appena mr. Lewis rispose alla sua telefonata con il classico "Hallo??". In quel momento mr. Springer "riconobbe" immediatamente quella voce, anche se in verità non l'aveva mai udita prima d'allora.

Già.
Era la voce di suo fratello gemello.
Che non aveva mai conosciuto.
Poiché loro erano stati separati dalla nascita. 

La storia che vi sto per raccontare, cari amici (sì, lo so, vi ho trascurato un po'...) si è svolta in Ohio, dove, appunto, abitano mr. Lewis e mr. Springer.
Ora: non so se fra voi lettori di Aria Fritta vi sia qualcuno, o qualcuna, che ha un fratello o una sorella gemella. Certo tutti sappiamo che ciò che lega due gemelli è qualcosa di speciale, a volte incomprensibile. 
Qualcosa di così "speciale" che qualche volta assume contorni incredibili.

Della donna che mise al mondo i due gemelli non ho trovato nulla. Logico, d'altronde: si trattava di una ragazzina di 15 anni che anonimamente, già in ospedale, diede in adozione i suoi piccoli.
Dei quali, invece, esiste questa foto, con loro in braccio ad una infermiera.

Una fotografia che venne fatta poco prima che le vite dei due bambini prendessero due strade separate.
Per sempre.
"Separate"...
"Per sempre"...
Mica tanto, veramente!
Un filo invisibile, infatti, ha legato quei due bambini fin dall'inizio.

Negli anni successivi - quando i bambini iniziarono a fare domande - entrambi i genitori dissero loro la classica "mezza verità": che erano stati adottati e che avevano avuto un fratello gemello. "Purtroppo morto alla nascita".
Ma è subito dopo la nascita che, inconsapevolmente, i due piccoli sono protagonisti di una serie di incredibili coincidenze.
La prima è che le due coppie di genitori - che non ebbero fra loro mai alcun contatto, nemmeno in ospedale - decisero di dare al loro figlio lo stesso nome: Jim.
Fu da quel momento che iniziò l'inconsapevole vita "parallela" di Jim Springer e Jim Lewis, così come scoprirono nel 1977, 39 anni dopo, con quella famosa telefonata.

Fu tutto merito di Jim Lewis se i due fratelli si sono incontrati.
Fu lui, infatti, che ad un certo punto volle sapere di più del suo passato.
E fu lui, infatti a trovare le prime tracce del suo gemello negli atti del Tribunale locale: dove compariva, oltre al suo, Lewis, anche un altro cognome, "Springer".
E fu lui, Jim Lewis, a fare la famosa telefonata, quasi quarant'anni dopo la loro separazione in ospedale.
E fu lui, Jim Lewis, ad andare, quattro giorni dopo a casa di Jim Springer, il fratello mai conosciuto.

Logico che i due gemelli separati dalla nascita, iniziarono a raccontarsi pezzo per pezzo la loro vita.

Scoprirono, intanto, che avevano sempre vissuto ad una settantina di chilometri l'uno dall'altro: uno in un paesino che si chiama Lima e l'altro a Piqua, ad una oretta di distanza, sulla Interstate 75.

Poi che tutti e due avevano un fratello adottivo che si chiamava Larry;
poi che da ragazzini entrambi avevano chiamato il loro cane "Toy";
poi che a scuola entrambi andavano bene nelle stesse materie (matematica e applicazioni tecniche) e malissimo in grammatica e ortografia.
Ma non basta.
Jim e Jim scoprirono che entrambi si erano sposati due volte, e con donne che avevano gli stessi nomi: Linda, la loro prima moglie, e Betty, la seconda.
Insomma: la loro "Twilight Zone", la loro "Zona Gemella", era piena di altre incredibili combinazioni. Per esempio, i gemelli Jim e Lewis avevano dato al loro primo figlio lo stesso nome.
Anzi, lo stesso doppio nome: "James Allen".
Ma non basta.
Entrambi vivevano nell'unica villetta "singola" presente nel loro quartiere;

entrambi non riescono a vincere il vizio di rosicchiarsi le unghie;

entrambi erano accaniti fumatori (e della stessa marca di sigarette);

entrambi soffrono di emicrania;

entrambi avevano l'abitudine di lasciare in giro per casa bigliettini d'amore alle rispettive mogli;

entrambi, qualche anno prima, avevano acquistato lo stesso modello di auto, una Chevrolet, che la notte infilavano in un garage che conteneva la stessa piccola officina e la stessa attrezzatura per lavorare il legno;

così come entrambi, da sempre, bevevano lo stesso tipo e la stessa marca di birra.
Ah, entrambi (ancora!) avevano fatto il vice-sceriffo: seppur in contee differenti dell'Ohio.
Ed entrambi avevano poi svolto lavori inerenti la sicurezza.

Che dire, poi, del loro tempo libero?

I due gemelli separati dalla nascita, amavano tutti e due il mare. E per entrambi il luogo preferito era St. Petersburg, in Florida, 1641 chilometri più a sud: anche se non si erano mai incrociati, visto che andavano in due spiagge differenti.

A tre isolati l'una dall'altra.


Ovvio che i gemelli Jim, negli anni sono stati oggetto di approfonditi studi da parte di varie Università americane.

E anche qui gli esami medici sono stati assai sorprendenti: le loro cartelle cliniche, per esempio, sono praticamente identiche, così come sono tranquillamente sovrapponibili le loro onde cerebrali.
Le loro risposte ai test sono state sempre talmente simili (quando non identiche), tanto da sembrare frutto della stessa persona e da dubitare che questi fossero stati compilati in stanze differenti.


Ora i fratelli gemelli Jim Springer e Jim Lewis hanno 75 anni.
Abitano sempre in due città differenti.
E quando oggi si rivedono, si divertono a raccontare, davanti ai loro figli e nipoti increduli, i continui episodi identici accaduti nei mesi in cui non si sono visti.

Questo racconto è dedicato a Erika e Davide.
I miei splendidi figliocci gemelli.





© dario celli. Tutti i diritti sono riservati 

lunedì 2 maggio 2016

lunedì 18 aprile 2016

Bobbi e Nick: storia di musica, amore e anarchia...

Nello slogan c'era tutto il programma.
Sarebbero stati “Tre giorni di pace e musica”. 

Nelle intenzione doveva essere un "normale" (grande) concerto. 
Nella realtà diventò invece il manifesto di una generazione, il momento più “alto” della diversa - e radicalmente opposta - concezione di vita rispetto alle convenzioni borghesi dell'America di allora.

E basta scrivere una sola parola per farvi capire cosa sto per raccontarvi: Woodstock. 

Woodstock, dal nome di un piccolo paese (oggi di seimila abitanti) dello Stato di New York.

Simbolo dell’iniziativa era una colomba (della pace) appollaiata su un manico di chitarra, impugnato da una mano le cui dita fanno più o meno l'accordo "re6".
Come si legge nel poster, affisso a migliaia di copie un po' dovunque nello Stato di New York, l'appuntamento era per il 15, il 16 e il 17 agosto del 1969.

“Doveva vedere la strada da cui arrivano tutti: è ancora il primo giorno ma è uno spettacolo! Tutti qui parlano liberamente, tutti sono mezzi nudi!”, raccontava una ragazza (ovviamente nuda) ad un compassato cronista del New York Times tutto vestito per benino, che la intervistava mentre lei faceva il bagno in un laghetto insieme ad altre decine di giovani.

Anch’essi completamente, o praticamente, nudi.




L'idea venne a quattro giovanotti per bene (e forse un po' "hippy" nell'anima) di New York: Michael Lang, Artie Kornfeld, John P. Roberts e Joel Rosenman.

Dei quattro, erano questi ultimi due ad avere un po' di soldi da parte; denaro, dissero, che volevano investire in qualche iniziativa.
Redditizia, ovviamente, e (possibilmente...) divertente.

John P. Roberts e Joel Rosenman
Presentandosi addirittura come"Challenge International Ltd", pubblicarono una improbabile inserzione sul New York Times e sul Wall Street Journal: "Giovani con capitale illimitato cercano interessanti opportunità (legali) di investimento e proposte d'affari".
"Improbabile" ma comunque efficace con quel "capitale illimitato"... 
Oddio, forse lì avevano un po' esagerato. Ma doveva pur abboccare qualcuno, no?

E infatti i nostri amici John e Joel vennero contattati da due loro coetanei aspiranti discografici, Michaele e Artie, che da tempo avevano in testa un'idea "meravigliosa": aprire uno studio di registrazione in un piccolo centro della Contea di Ulster, Stato di New York.

 


Era, ne erano convinti, il paesino perfetto per questo genere di iniziativa.
Seimila abitanti, 145 chilometri a nord di New York, già ai tempi della sua fondazione - nella prima metà dell'800 - era teatro di un piccolo festival annuale, e negli anni venne scelta da artisti, scrittori, pittori e musicisti, proprio come luogo dove vivere e trarre ispirazione
. 
Le sue campagne, per esempio, ospitavano anche la casa "fuori porta" di Bob Dylan. 
Una (ancor oggi) graziosa cittadina che si chiamava Woodstock.


("Gli hippy sono sempre benvenuti")

Iniziando a discutere della cosa, ad un certo punto ripiegarono verso un'idea ancora più divertente (e meno impegnativa, in fondo...): organizzare un grande concerto, una grande kermesse musicale - a pagamento, si intende - con i maggiori cantanti e gruppi rock americani del momento. 
Un'idea, ne erano convinti, che sarebbe stata in grado di attirare financo alcune migliaia di persone paganti.

O almeno così speravano...

Iniziarono a contattare gli artisti e - non so come, visto che loro non si erano mai occupati di concerti - riuscirono a mettere insieme ospiti davvero "stellari".
Quasi i migliori di quei tempi. 

Peccato per chi disse "no": Bob Dylan (che aveva il figlio malato), John Lennon (che subordinò la sua presenza a quella di Joko Ono e Plastic Band), Led Zeppelin (che volevano essere l'unica band presente), Jethro Tull (pare che Jan Anderson odiasse gli hippies...) e i Doors (che in quel periodo avevano un po' di grattacapi con la legge; e poi pare che Jim Morrison fosse un po' agorafobico)... 

Alla fine, comunque, misero su un cast di tutto rispetto: ben 32 cantanti e gruppi del rango di Joan Baez (che, tra l'altro era al sesto mese di gravidanza), Richie Havens, Country Joe McDoland, Janis Joplin, Arlo Guthrie, Santana, Canned Heat, Grateful Dead, The Who, Credence Clearwater Revival, Crosby Steel Nash &Young, Jafferson Airplane, Jimi Hendrix, Ten Years After, Joe Cocker, Ravi Shankar e vari altri.

Erano decisamente altri tempi, e la motivazione "spirituale" (e forse la giovane età degli artisti), spinse un po' tutti ad accettare ingaggi - resi noti solo l'anno scorso, 45 anni dopo - che in effetti, oggi, in alcuni casi fanno sorridere.

Il più pagato fu Jimi Hendrix, che ricevette 18mila dollari. 
Considerato (non a torto) la star del momento, lui esigette il cachet più alto e di cantare alla fine. 
Ma quest'ultima, come vedremo, non fu proprio una brillante idea...

I Blood, Sweat & Tears, invece, vennero pagati 15.000 $, Joan Baez e Creedence Clearwater Revival 10.000 $, The Band, Janis Joplin e Jefferson Airplane 7.500 $, e via fino ai Canned Heat che ricevettero come compenso 6.500 $, The Who 6.250 $, Arlo Guthrie e CSNY 5.000 $, Grateful Dead 2.500 $, Joe Cocker 1.375 $. 
Infine, pensate: Carlo Santana accettò di suonare per soli 750 dollari.

Per quei tre giorni di “pace e musica” (e tanto "sessamore"…) i biglietti costavano, in prevendita, 18 dollari (equivalenti a 120 dollari attuali, circa 106 €uro), mentre ai botteghini il prezzo per l'intera "tre giorni" saliva a 24 $.
L’evento, in verità, sarebbe dovuto passare alla storia con il nome assai meno evocativo di “Festival di Bethel”, visto che il consiglio comunale di Woodstock - improvvisamente terrorizzato dalla calata di possibili cinquantamila "Lanzichenecchi" - tolse l'autorizzazione a poche settimane dal via, vietando con un inatteso voltafaccia l’uso del proprio territorio.
Un disastro.

Ma John, Joel, Michael e Artie furono fortunati: trovarono quasi subito una location differente e fecero appena in tempo a ristampare alcune centinaia di manifesti con la nuova indicazione della località: White Lake, località 
nella campagna di Bethel, cittadina di duemila anime che era ad una settantina di miglia da Woodstock.

112 chilometri più in là: manco a "due passi".
Poco meno della distanza fra Torino e Milano.

Questo grazie ad un giovane di Bethel che aveva già in mano il permesso di effettuare un concerto e che, dopo il dietro front delle autorità di Woodstock, provvidenzialmente si fece avanti.
Oddio: è pur vero che il permesso non riguardava "proprio-proprio" un concerto di musica rock. Per la verità, lì a Bethel, il giovanotto ogni anno organizzava per la pro-loco una (assai soporifera, diciamola tutta...) esibizione di"musica da camera". 

Certo, il genere musicale - e il pubblico - non sarebbero poi stati simili: in quei giorni, a Bethel, nell’aria non avrebbero risuonato infatti soavi e rilassanti arie classiche... Così come non sarebbero arrivati i soliti 150 spettatori (quasi tutti over 70...) che negli anni precedenti avevano sempre assicurato la loro presenza all'evento organizzato da quel bravo ragazzo.

Ma intanto dovevano risolvere un problema non certo secondario: dove farlo, quel concerto. Perché, diciamo, il "gazebo" in ferro battuto bianco che veniva solitamente montato sulla Main Street del paese, non era certo proprio adatto...

Ma furono tutti fortunati: provvidenzialmente, proprio da quelle parti (a "White Lake", località nei dintorni di Bethel) si trovava un grande appezzamento di terreno di proprietà di tal Max Yasgur che si fece avanti assai divertito all'idea di vedersi gratis un bel po' di big del rock di quegli anni. 

I quattro andarono a dare un'occhiata a quel "grande prato" e decisero che sì, il terreno a "conca" era perfetto, effettivamente adatto a contenere un bel po' di persone.

Il concerto dunque, quasi all'ultimo minuto, venne spostato qui, anche se i manifesti parlavano ancora di Woodstock.

Meno male che c'era la radio con i suoi notiziari locali...

Pare che i genitori di Max, tipi un po' all'antica, non fossero inizialmente molto d'accordo: ma le loro perplessità svanirono all'istante quando si trovarono in mano un assegno di 50.000 (CINQUANTAMILA!) dollari, che equivalgono, praticamente, a 353.000 dollari di oggi, che significano più o meno 313mila euro...

Per la miseria! 
E chi li aveva mai visti, tutti insieme, quei soldi??

Certo, 50.000 dollari vi potrebbero sembrare tanti per l'affitto di un campo inutilizzato, dove non c'era nulla, e in piena campagna: ma bisogna tenere conto che i quattro ragazzi di New York, nella sola prevendita, di biglietti ne avevano comunque già venduto 186.000 biglietti.

E 186.000 per 18 dollari a biglietto facevano già (e solo di prevendita) 3 milioni e 348 mila dollari!
Tanto per capire: 18 dollari del 1969, oggi equivalgono a 120 dollari: dunque stiamo parlando complessivamente di 22 milioni di dollari di oggi.
Poco più (secondo il cambio del giorno in cui scrivo) di 19 milioni e 300 mila euro.

Porca miseria!

A Bethel, però, non giunsero soltanto le duecentomila persone che avevano comprato il biglietto in prevendita, e che erano state preannunciate alle autorità locali. 
Altre centinaia di migliaia di ragazzi acquistarono i biglietti, infatti, una volta giunti davanti ai botteghini.



I giornali, che prima di quel momenti avevano "snobbato" l'avvenimento ritenendolo solo un banale concerto di quattro capelloni, furono costretti ad occuparsene quando il traffico bloccò quell'intera parte dello Stato di New York. 

Quando poi gli spettatori che arrivarono raggiunsero quota 500mila, il meccanismo sfuggì dalle mani dei tre giovani promoter, andando gioiosamente “in tilt”. 
Regalando così a tutti gli altri che arrivarono lì ancora senza biglietto, tre straordinari giorni di, altrettanto straordinaria, musica gratis.

Sulle strade della contea di Sullivan, infatti, secondo la Polizia locale - che ad un certo punto praticamente si arrese di fronte a questa specie di "invasione aliena" e che era tentata di chiedere l'aiuto della Guardia Nazionale - si riversarono più di due milioni di persone.

Un milione soltanto la domenica.

Con la situazione sulla State Road 17B, la strada locale, che si presentava così...



Fu pazzesco.
Un evento mai visto.

Successe, appunto, che da tutto l'est degli Stati Uniti giunsero lì, con ogni mezzo, due milioni di ragazzi: un flusso tale di auto, pullman, gente a piedi, che provocò quasi per l'intera settimana la paralisi del traffico di quella parte dello Stato di New York.


Dove, praticamente per sette giorni, la situazione fu questa:  


Fu una mezza rivoluzione (pacifica).

Mai, nella storia degli Stati Uniti, era successo che centinaia di migliaia di ragazzi si trovassero tutti insieme in un luogo, dormendo, poi, dove capitava: in tenda, nelle auto, per terra, ai bordi delle strade di campagna, nei campi, sotto gli alberi. 

Giovani, giovanissimi che, nella maggior parte dei casi, anzi, quasi non dormirono affatto; visto che il concerto andò avanti per tre giorni 24 ore no stop.
Con pause tecniche soltanto per il cambio dei gruppi sul palco e degli strumenti (e per aspettare la fine di improvvisi e violenti nubifragi).

Ragazzi che, per la prima volta, si sentirono "comunità", se non "gruppo".

Furono davvero tre giorni e tre notti straordinariamente di "pace, amore e musica", e che nemmeno alcuni giganteschi acquazzoni - che trasformarono presto l'intera area in un immenso pantano - riuscirono a fermare.





Certo, un milione e più di giovani che per giorni fecero abbondante uso di marijuana, Lsd e alcool, poteva far presagire una vera e propria "apocalisse". 
Ma il bilancio, da quel punto di vista, alla fine fu di (soli) due morti: un ragazzo ucciso da una overdose di eroina ed un altro investito accidentalmente da un trattore mentre dormiva, praticamente invisibile, nel bel mezzo di un campo di grano.

Nelle stesse ore due ragazze incinte - che non avevano voluto rinunciare all’avvenimento nonostante l’avanzata gravidanza - si trovarono a partorire, con il rock che faceva da colonna sonora all'arrivo dei due neonati.

Impossibile, invece, quantificare le migliaia di sicuri concepimenti avvenuti in quei tre giorni a White Lake...


Tre giorni di musica, pace, libertà, fiori nei capelli, amore, spinelli, nudismo, sesso libero, autogestione, anarchia.
E anche di spensierata e allegra disorganizzazione.



Tre giorni di esperimento collettivo, di provocazione e di rivolta ideale, ma anche di pazienza e tolleranza.
In fondo, proprio quello che sembravano aver bisogno quei giovani sempre più insofferenti alle regole opprimenti della società borghese americana di fine anni '60. 

Quanta gente alla fine venne?
 


Complessivamente nei tre giorni - dissero i responsabili della Polizia locale che si limitarono (facendo gli scongiuri...) a fare qualche sporadico controllo e a vedere stupefatti quella massa di ragazzi che pacificamente aveva invaso Bethel e le strade dei paesini dei dintorni - fra il milione e mezzo e i due milioni di persone. 

D'altronde basta guardare le fotografie di allora: roba da far accapponare la pelle.









Due milioni di ragazzi che, pur senza dirselo, avevano deciso di trovarsi lì, in quel puntino sperduto dello Stato di New York, per il puro piacere di stare insieme.

E di stare liberi.

"Insieme e liberi di godere uno stile di vita che è in se stesso una dichiarazione di indipendenza", come scriveva in un editoriale di quei giorni il New York Times, cercando di interpretare e di spiegare ai lettori, assai sbigottiti, cosa diavolo stesse succedendo.

Doveva essere un normale concerto di musica rock, ma le strade completamente paralizzate della Contea e i temporali che provocarono continui black-out, mandarono presto in tilt l'allegra macchina da guerra di John, Joel, Michael e Artie.

Qualche cantante, infatti, non riuscì a raggiungere "White Lake", altri arrivarono solo grazie ad elicotteri.
Con la "scaletta" che così ne uscì allegramente stravolta, e con artisti che salirono sul palco con svariate ore di ritardo.

Ma si sbaglia a pensare che quelli furono tre giorni di "sola" musica.

Furono tre giorni che segnarono contemporaneamente
sia il momento più “alto”, sia l’inizio della parabola discendente di quell’epoca americana, pervasa da sogni e utopie:

il '68, in realtà nato negli Stati Uniti nel 1964 dal discorso dello studente italo-americano Mario Savio all'Università di Berkeley;

dai sogni musicali di Scott McKanzie che cantò l'amore universale e la spensierata bellezza dei fiori nei capelli dei ragazzi di San Francisco;

quella cresciuta con le libere cavalcate delle moto di "Easy Rider" negli infiniti spazi liberi americani;

quella dei giovani obiettori di coscienza americani che, una volta reintrodotta la leva obbligatoria - perché così esigeva la sciagurata guerra del Vietnam - disertarono,  andando in galera o scappando in Canada o in Gran Bretagna.

Di "politica", in realtà, durante i tre giorni di Woodstock se ne parlò poco o niente.
Anzi, il tentativo dell'attivista hippy Abbie Hoffman di perorare, durante l'esibizione degli Who, la causa del poeta beat John Sinclair - in quei giorni condannato a ben 10 anni di carcere per il possesso di due soli spinelli - fu interrotto da Pete Townshend con un violento colpo di chitarra che scaraventò il malcapitato giù dal palco.

"Ma fu solo perché quel tizio cercò di interrompere la nostra performance", si giustificò successivamente il leader degli Who...

Ecco qua.



E questo scatto realizzato da Burk Uzzle, fotografo del settimanale "Life" - proprio mentre, alle sei del mattino, Grace Slick dei Jafferson Airplane cantava "Somebody to Love" ("Non vorresti qualcuno da amare? Non avresti bisogno di qualcuno da amare?") - è forse il simbolo di questa parabola.

Il simbolo della fine di quell'epoca.

Una fotografia che è l'immagine di un grande movimento sfiancato, spossato.
Di due milioni e mezzo di persone sfinite dalla stanchezza al termine di quella pacifica ribellione (soltanto) musicale durata (soltanto) 72 ore.

E' l'immagine di due ragazzi consci che, forse, in quel momento tutto stava davvero finendo. 
"Tutto", e non solo il concerto. 
Due ragazzi che cercavano consolazione in mezzo a quel meraviglioso e faticoso disordine "post rivolta".

Due ragazzi che in quel momento sembravano dire: "Ecco chi siamo, noi di Woodstock.
Ecco chi siamo.

Guardateci: siamo noi, il movimento".
 
Una splendida istantanea, fotografia che, infatti, venne scelta come copertina dell'album - triplo, 21 brani - del concerto.

Una fotografia che sembra dirci
"Ecco chi siamo stati. 
Ed ecco cosa rimane di noi...".

Rimanevano quei due giovani abbracciati - al riparo da tutto il mondo, sotto la loro rassicurante coperta calda - colti in un momento di intimità quasi consolatoria, dopo tre giorni e tre notti di musica, amore, anarchia e libertà.
Quando si era convinti che la musica, e il rock, avrebbero davvero potuto cambiare il mondo.

Rimanevano quei due ragazzi abbracciati, che proprio in quel momento sembrano accorgersi che la strada per proseguire quel cammino passava all'interno del loro "privato". 

Della loro vita di coppia.

L'unica certezza che, in quel mondo così assurdo e incomprensibile, a quel punto sembrava esserci.
Non più la rivolta e la lotta collettiva, ma l'energia provocata dalla forza dell'amore, c
he nessuno - quella davvero nessuno, nemmeno il potere degli adulti o il potere di Washington - avrebbe potuto scalfire.

Nessuno.
E a culo tutto il resto.

Finito tutto, Max Yasgur, il proprietario del terreno, dichiarò stupito ai giornali americani che se gli adulti si fossero ispirati a quei ragazzi "potremmo superare quelle avversità che sono i problemi attuali dell'America, nella speranza di un futuro più luminoso e pacifico". 
Ed in effetti (sarà un caso...) nei giorni di Woodstock non ci furono né aggressioni, né i tanto paventati saccheggi. 

Quei due ragazzi immortalati nella più celebre foto di Woodstock, si chiamavano (anzi, si chiamano) Bobbi Kelly e Nick Ercolin. 
E in quel 17 agosto - quando il fotoreporter Burk Uzzle, all'alba, li fissò nell'obiettivo di Woodstock - avevano vent'anni.

Oddio
, non è che Bobbi e Nick fossero due "hippie": anzi, in verità non lo erano quasi per nulla, raccontano.

Ma avevano vent'anni, e anche loro ascoltavano quella musica e sentivano "dentro" quelle sensazioni, quel movimento. 
Quella confusione...
Quel disagio... 
Quella voglia di girare pagina...
Di cambiare tutto.

Oggi lei racconta che più che altro era, e si sentiva, una semplice ragazza di campagna, mentre il suo Nick era l'intellettuale che studiava al college. 
Nick che, per pagare il college, si sparava due lavori contemporaneamente.

E' una vita che raccontano agli amici la loro storia: di quando sentirono alla radio cosa stava succedendo nella campagna di Bethel, appena fuori New York, non molto lontano da dove abitavano loro.
Di quando, con gli amici Mike, Kate e Jim - quest'ultimo nemmeno ventenne e già veterano del Vietnam (dal quale, almeno, era tornato vivo) - decisero di andarci anche loro e di arrivarci passando dalle strade di campagna attorno alla casa di Jim. 

Solo che ad un certo punto intuirono che presto sarebbero rimasti bloccati. 
Raccontano di quando riuscirono a parcheggiare l'auto alla bell'e meglio a bordo di un campo e quando vennero poi caricati da un furgone di hippy.
Tutti nudi.

Arrivarono quando il festival era in pieno svolgimento:
"Era un oceano di umanità giovanile - ricordano Bobbi e Nick -: c'era chi, troppo lontano, ascoltava come poteva la musica del palco, chi suonava la chitarra, chi faceva l'amore incurante delle centinaia di persone che passavano accanto, chi fumava uno spinello, chi si vomitava anche il cervello. 
Era un bombardamento di sensazioni... 
Ma sì, in fondo erano buone vibrazioni".

"Good vibrations", appunto...

Visto che non abitavano lontanissimo, Bobbi e Nick aspettarono fino alla fine, e furono fra i (soli) duecentomila che riuscirono a sentir suonare Jimi Hendrix, il quale a causa dei ritardi dovuti ai temporali, ai black out, ai colossali ingorghi dei dintorni e all'allegra disorganizzazione - avendo voluto esibirsi per ultimo - alla fine scivolò alle nove del mattino di lunedì.
Quando ormai se n'erano andate almeno trecentomila persone.

Poterono ascoltare, però, quello che è ritenuto uno dei capolavori di Hendrix: la provocatoria, volutamente distorta, scandalosamente anticonvenzionale, dissacratoria versione dell'inno degli Stati Uniti.
La sua protesta contro un'America che combatteva in Vietnam e che poco rispettava i diritti delle minoranze: quella nera prima fra tutte.

E' una bella storia, questa, cari amici di Aria Fritta.

Una storia di musica, anarchia e amore.

Perché Bobbi e Nick, oggi, stanno ancora insieme.
Sono sposati da una quarantina di anni, hanno due figli, i quali hanno regalato loro due nipoti.

Dopo i giorni di Woodstock, Bobbi lavorò come infermiera in una
scuola elementare; mentre Nick, il suo ragazzo, dopo il college fece il falegname.

E tutti e due ora sono in pensione.
Lui si è pure candidato alle scorse elezioni del proprio comune.
La loro vita si svolge ancora ad appena 45 minuti di distanza da dove fu scattata quella celebre fotografia.

Mi ricordano un po' 
Paolo e Sibilla, miei compagni di scuola che stanno insieme dai nostri, assai turbolenti, anni del liceo (anni "post Woodstock", diciamo...), e che anche loro hanno due figlie, ormai laureate.

E che abitano ancora lì, a cinque minuti dalle aule del Quinto, il nostro mitico liceo di Torino.
"Mitico" non solo perché eravamo giovani pieni di speranza, desideri e sogni...

 
Ogni tanto (ma solo ogni tanto, magari solo per portarci qualche loro nuovo amico...) Bobbi e Nick vanno ancora là, a White Lake.

Dove oggi non va quasi nessun turista, preferendo la famosa Woodstock: la cittadina che però tradì, rifiutando il concerto. 



A White Lake, invece, quel grande prato, c'è sempre.
Là dove loro, e un'intera generazione di giovani americani, vissero quei giorni senza troppi pensieri.
Giorni che entrarono nella storia del movimento giovanile mondiale.

Là dove, loro, giovani innamorati (e con tutta una vita davanti), vennero fotografati e messi sulla copertina di un disco che vendette in giro del mondo decine di milioni di copie.


E dove oggi un cippo di cemento - con quella colomba sul manico di una chitarra - ricorda il luogo dove due milioni di ragazzi americani, dal 15 al 17 agosto del 1969, vissero tre giorni di straordinaria, magnifica, utopia.

Fatta di gioventù, musica, fratellanza universale e sogno.

E pace.
E amore.
E giustizia.
E libertà... 

Aggiornamento:
Bobbi Kelly Ercoline, la dolce Bobbi del disco Woodstock, ci ha lasciato oggi, 24 marzo 2023. 
Ma il suo sorriso, i suoi sogni di un mondo di gioventù, musica, fratellanza, pace, amore, giustizia e libertà non moriranno mai...

Mai.


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