PERSONE CHE HANNO LETTO O CURIOSATO

martedì 17 gennaio 2012

In America alla faccia dei Maya!

Lo so, ci avrete fantasticato chissà quante volte.
Per quanto mi riguarda, si tratta di uno degli argomenti preferiti fra le inutili conversazioni dell'ultimo dell'anno, quando le stupidaggini che si sparano sono abbondantemente provocate anche dal tasso alcolemico del sangue, in quelle ore sopra il livello di guardia: come spendere i soldi in caso di vincita milionaria.


Insomma, se per caso doveste essere baciati dalla fortuna e vincere al Superenalotto, vi consiglio di lasciare da parte 592mila €uro (750mila dollari) e fare un investimento davvero stra-ordinario.


Perché notevole è lo chalet che vi propongo - e che, appunto, attualmente è in vendita non molto lontano da New York - e straordinaria è la sua posizione.


Si trova, infatti, nel cuore delle Adirondack Montains, in pieno "Adirondack State Park", un immensa riserva naturale di 24mila chilometri quadrati (più della Toscana, per intenderci; più o meno come l'intera Sardegna) nella parte nord dello Stato di New York.


Un piccolo paradiso terrestre: basta pensare che nell'"Adirondack State Park" - dove ci sono qualcosa come tremila laghi e 48mila chilometri di fiumi e torrenti - vivono in libertà una cinquantina di specie diverse di animali.
L'unico pericolo per i centomila o poco più abitanti che vivono in una dozzina di minuscoli centri abitati o in villette più o meno isolate (se volete fare un confronto pensate che in Toscana abitano 3milioni e 700mila persone, mentre in Sardegna sono poco più di un milione e mezzo...) consiste nei cervi  che si possono investire inavvertitamente per strada, o negli orsi che vengono a curiosare nell'immondizia, nottetempo.


Ebbene, ho scoperto che proprio qui, fra le tante, c'è una villetta davvero particolare in vendita.
Si trova nei pressi di Saranacambita meta turistica lambita dal bellissimo Saranac Lake.


La posizione della casa è isolata e romantica, circondata da boschi secolari, patria per millenni dei nativi Mohawk.
Come è decisamente romantica la strada per arrivarci...









E' vero, però: Manhattan non si può certo dire "dietro l'angolo" visto che è a 509 chilometri di distanza: 5 ore e 31 minuti di strada (ma alle distanza "americane" dovrete farci l'abitudine, però!).

Se dunque questo, comprensibilmente, vi mette pensiero, ecco il primo colpo di scena: la casa che vedrete fra poco e dentro la quale vi farò entrare, è tranquillamente raggiungibile anche in aereo, visto che la vostra proprietà è dotata anche di pista d'atterraggio per piccoli velivoli da turismo.
















Dai, che vi ci porto in aereo...



Dunque, in poco più di un'ora di volo potrete passare dalla caotica e affascinante atmosfera di Manhattan, all'assoluta pace delle foreste dello Stato di New York, e dedicarvi a fine settimana di passeggiate nei 76mila metri quadri di terreno di vostra proprietà, oppure praticare, lì, pesca, caccia, meditazione o sci invernale.

No, niente lusso sfrenato, come potreste pensare.
Le particolarità di questa villetta sono ben altre!























Ristrutturata nel 1999, le sue dimensioni non sono poi nemmeno troppo esagerate: nei suoi onesti quasi 300mq hanno però trovato spazio un grande salone, quattro camere da letto e quattro bagni.
Decisamente d'effetto il suo living al pian terreno, che racchiude l'intera "area giorno", con appunto il soggiorno, l'angolo studio, la cucina e la zona pranzo.
Luminosissimo il grande salone, così come luminose e panoramiche sono le camere da letto, al piano di sopra, ognuna dotata - come già detto - di bagno indipendente.


Ma lo so cosa vi tormenta: che questo investimento si riveli inutile con l'incombere della noiosa previsione Maya sull'imminente fine del mondo.

Alla quale però, siore e siori, qui, certamente sfuggireste!
Provate infatti ad immaginare cosa cela questa porta? 
(Notare a sinistra il tastierino per far scattare la serratura digitando la combinazione elettronica...)
Nasconde una semplice rampa di scale che porta qui:

Forse avete indovinato!
La porta super blindata ad assoluta tenuta stagna conduce ad un vero e proprio (ma soprattutto sicuro) rifugio anti-atomico.

Ma se la parola "rifugio" vi fa pensare ad arredamenti spartani e dozzinali, siete fuori strada. D'altronde - nella malaugurata ipotesi che siate costretti ad utilizzarlo - la vostra vacanza forzata qui sotto deve essere di massimo comfort!

E' la parte destra ad essere arredata, pronta ad essere abitata magari dai vostri ospiti ai quali volete far passare un week end davvero insolito. (Pensate: potete farci un bel "bed&breakfast"!).

I piani abitativi sotterranei sono due e sostanzialmente gemelli, con pareti/pavimenti/soffitti/colonne portanti di spesso cemento armato che vi garantiranno sicurezza assoluta unita ad un tocco di classe.
I pavimenti autoriscaldanti in parquet vi permetteranno di camminare a piedi scalzi senza provare alcun disagio anche durante i rigidi inverni dell'Adirondack.
Le finestre che danno in una intercapedine sono illuminate secondo l'intensità e i tempi della luce naturale esterna.

Vabbè, ammetto che il letto lascia un po' a desiderare, ma potrete sempre comprarvene un altro e aggiungere tutto il mobilio e gli elementi d'arredo più consoni al vostro carattere.
D'altronde, come vedete, nei due piani gemelli di 213 mq ciascuno, di spazio libero ve n'è.

Potrete anche far passar la bufera facendo un po' di bagni nella Jacuzzi, purtroppo (mannaggia!) ad una sola piazza...
Poi, se non vi basta, potete sempre ristrutturare l'immenso e spaventoso silos parallelo (quello a sinistra, che quattro foto sopra si vede nella piantina sotterranea della villa), un enorme spazio di nove piani sotterranei che fino al 1991 era occupato da un missile intercontinentale Atlas-F  - e sto parlando sul serio! - in grado di colpire l'Unione Sovietica e anche oltre, visto che la sua "gittata" superava i 10mila chilometri...

Inutile dire che l'intera proprietà è dotata di generatori di corrente autonomi per l'inevitabile emergenza, e di un deposito/depuratore d'acqua potabile di 1800 galloni, più di 6800 litri.

Se siete ancora dubbiosi, forse vi potranno convincere le immagini di un servizio su questo posto mandato in onda dalla Cnn.
E guardate in che posto magnifico si trova tutto ciò... 


A proposito, non preoccupatevi: sono certo che ai russi sia stato notificato che i micidiali missili intercontinentali "Atlas-F" puntanti su Mosca sono stati dismessi...


© dario celli

Libertà di parola negli Stati Uniti



Stati Uniti, California (2010).
Davanti ad una chiesa di San Francisco...
                                                           
               "Dio odia i froci"        <--- "Si fotta, 'sto tizio"   



venerdì 13 gennaio 2012

Sulle panchine d'amore a Central Park. Dedicato ai sindaci di Foggia, Brescia e Gavardo (e di New York, ovviamente...)



Il sindaco di Foggia, Gianni Mongelli - Partito Democratico - nel dicembre 2011 ne ha tolte quattro in viale XXIV maggio (ma poi, dopo le incazzature dei pensionati della zona la ha fatte rimettere precipitosamente a posto qualche giorno dopo). Motivo della rimozione: le panchine erano "postazioni usate da persone poco raccomandabili e prostitute", disse.

Su al nord medesima iniziativa la prese, qualche mese prima, l'assessore ai Lavori Pubblici di Brescia, Mario Lobani - Lega Nord -, che firmò il decreto di rimozione per quelle di Piazza Rovetta, affermando, convinto, che erano "diventate un bivacco di perdigiorno".
Il tutto proprio nello stesso periodo in cui analoga decisione fu adottata dal loro collega Emanuele Vezzola - Pdl - sindaco di Gavardo, sempre nel bresciano: "Perché troppi immigrati stanno lì seduti e fanno baccano", ribadì

Quelli le tolgono, mentre a New York, invece, sulle panchine il Comune ci guadagna.

L'idea è nata nel 1986 da un gruppo "no profit", il "Comitato delle donne volontarie di Central Park", e si chiama "Adopting a bench", "Adotta una panchina".
Un'idea geniale (e simpatica) che finora ha portato nelle casse del Comune di New York qualcosa come 15 milioni di dollari (avete letto bene QUINDICI MILIONI!).

In cosa consista l'iniziativa lo potete immaginare già dal nome: inviando la domanda - anche on line, ovvio - all'apposito ufficio del "Central Park Conservancy" e utilizzando l'apposito modulo, si può "adottare" una panchina; o meglio, la si può "dedicare" a qualcuno. 
Si indica con precisione la panchina prescelta, il breve testo che dovrà essere inciso in una placca metallica, si verserà un obolo "una tantum", ed è fatta. Ecco così che si ha la possibilità di dedicare una delle novemila panchine presenti a Central Park a qualcuno che si ama. 
Una dedica eterna da lasciare ai posteri. 
Nello stesso tempo, in questo modo si aiuta l'amministrazione a manutenere il parco più importante della città, il "polmone" di New York.


Dal 1986 ad oggi, nei 3,4 kmq di Central Park - un rettangolo di 800 metri per 4 chilometri - sono state più di 2000 le panchine "dedicate".
Dunque se volete avere un pensiero gentile, un po' originale (e terribilmente romantico), sappiate che ve ne sono altre 7000 libere.

E' pur vero che la dedica, il ricordo o il pensiero, non costa poco: a fare i conti, un po' meno di un anello di finanziamento di Tiffany (ai prezzi italiani...). Con la differenza, però, che questo pensiero, davvero, è per sempre
La tariffa è 7.500 dollari, poco meno di 6.000 €uro; fatta eccezione per la targa prevista per la panchina dal modello definito "rustico" - sostanzialmente in tronchi in cemento finto legno, francamente un mezzo orrore... - opzione, non so bene perché, che costa ben 25mila dollari.  
Ma è tutto denaro, spiegano al "Central Park Conservancy", che i contribuenti (americani) potranno ovviamente dedurre dalle tasse.

La dimensione della targa è unica: ci si può sbizzarrire solo sui caratteri, quattro a disposizione. E sul testo: che comunque deve limitarsi ad una dedica o a un ricordo. Tempo sei-otto settimane dall'ordine, e la targhetta sarà messa sullo schienale della panchina richiesta. 
Se è libera, ovvio.

Dunque le panchine di New York vengono dedicate a chi si vuole.
Per esempio in ricordo di una persona speciale...

In affettuoso ricordo di Tillie Goldman, 
che amava New York nel mese di giugno
un brano di Gershwin
Central park è stata la sua casa per 95 anni meravigliosi.

O dei genitori:


In affettuoso ricordo di Laura e Arthur Galli
Insieme hanno vissuto, amato e riso
per 54 meravigliosi anni

O anche per ricordare una amicizia collettiva e un luogo di appuntamento comune. Come questo di un gruppo di amiche che ha deciso di "segnare" la panchina divenuta negli anni il loro luogo di appuntamento periodico per la lettura di un libro:


Dopo l'11 settembre, tante sono le panchine di Central Park dedicate a qualcuna delle vittime.
Come questa, che ricorda un ragazzo di 27 anni:
In affettuoso ricordo di Aaron Jacobs
"Salve a te, spirito allegro"
Hai portato gioia e grazia a tutti  
Non so se esista un censimento, ma credo di poter dire che la maggior parte delle dediche sono splendidi, romantici (e a volte struggenti) pensieri d'amore.
Per il mio cavaliere dall'armatura splendente;
l'amore della mia vita,
la tua topolina

Manhattan:
siamo venuti, abbiamo visto
ci siamo innamorati
Innamorarsi, si sa, già rincoglionisce un po' (a proposito, mi avete fatto venire in mente un'altra cosa che racconterò prossimamente in queste pagine...): potete allora immaginare qual può essere il livello di rincoglionimento che si raggiunge se ci si innamora a New York...
E infatti, in argomento "amore e dintorni", sulle panchine di Central Park si legge di tutto. 
Ci sono i maschietti forse un po' timidi o forse solo un po' originali che affidano la proposta di matrimonio a lei, alla solita panchina di Central Park utilizzata per amoreggiare romanticamente con la diletta:

M.L. 
vuoi sposarmi?
Ti amo
Alan

O ci sono coloro che utilizzano la panchina per annunciare a lei l'intenzione...
... lasciando poi alla panchina vicina anche la previsione di come  ("un giorno...") lei risponderà:
                                             
C'è anche chi ha voluto specificare dettagliatamente le "istruzioni per l'uso" della panchina "personale"...  
Panchina di Margherita 
Si prega di utilizzarla per dire a qualcuna/o quanto vi preoccupate di lei/luiper baciarla/o, abbracciarla/o, coccolarla/o, toccarla/o, sorriderle/gliridere, tuffarsi nei suoi tricipiti e nelle sue tette!
(Che dite: la traduzione di questi due ultimi concetti è giusta?)
Ad una più attenta lettura, considerate anche le abitudini che hanno i newyorkesi di utilizzare Central Park come una palestra a cielo aperto, mi è stato suggerito che l'ultima frase potrebbe voler dire in realtà 
"fare flessioni e piegamenti!"


"Ah l'amour, lòn ca fa...", si dice sospirando a Torino. 
"Ah l'amore, quel che riesce a fare..."

Ma fra tutte le "bench dedication plaques" che ho visto a Central Park io forse preferisco questa, da me fotografata tre anni fa.
Vorrei davvero che Leonard sia riuscito, prima che lei se ne andasse per sempre, a far vedere alla sua Evelyn questo regalo.
Perché se ciò è avvenuto, sono certo che lei ha lasciato questo mondo - e Central Park - con il sorriso sulle labbra...
 
Riservata soltanto agli innamorati.
In ricordo dei 40 anni felici vissuti  
da Evelyn e Leonard Lauder



© dario celli

Dal vostro inviato...

Ma sì, la metto anche qui.
Tanto questi sono appunti personali e qui siamo fra amici. E dunque saprete perdonare un po' di narcisismo, vero?

In fondo il mio lavoro, la mia passione, è raccontare.
Magari, un giorno, ne metterò una con un "contesto" diverso, come sfondo...
;-)


giovedì 12 gennaio 2012

"Dall'Italia noi siamo partiti". Le storie che leggerete


E' una vecchia canzone di emigrazione italiana, a dare il titolo a quello che sarà uno spazio fisso.
Dedicato a storie.
Semplici storie di vita.
Storie (recenti, di questi anni) di emigranti, di italiani che se ne sono andati per le più varie ragioni.

E' sempre stato un mio tarlo, l'emigrazione.
Forse perché nato da genitori emigranti: dal Veneto, dalla Sicilia.
Forse perché ho amici che se ne sono andati.

Ognuno di noi, poi, ha pensato almeno una volta nella vita di "mollare e andarsene", di "andare a lavorare altrove", di "ricominciare da zero" da quale parte. Della serie: "E che tutti vadano affanculo, per la miseria..."

Ho parlato con decine, centinaia di persone, in questi anni, che hanno fatto questa scelta o che sono state costrette a farla; e mi sono accorto che ognuno ha sempre una storia interessante da raccontare.
E quasi tutti, mi hanno sempre detto che se andar via da una parte è stato difficile (a volte "maledettamente difficile"), alla fine è quasi sempre stato più facile di quanto ognuno di loro avesse temuto o creduto.

Vedo che ci sono lettori che capitano in questo blog da mezzo mondo: dall'India, dalla Francia, dalla Russia, dalla Gran Bretagna, dalla Spagna, addirittura dall'Australia, dalla Cina, dal Giappone, dall'Argentina e ovviamente dagli Stati Uniti.
La cosa mi impressiona un po'...
Chi ha voglia di raccontare, di raccontarci, la propria storia me lo faccia sapere: qui troverà sempre una pagina aperta. E io non vedo l'ora di scriverla.

Qualche anno fa ho iniziato a raccogliere testimonianze per un libro che non c'è mai stato. Questa mi sembra un'ottima stanza per questi ospiti e per far conoscere a voi le loro storie.

Sono storie di lacerazioni, di fatica, di paura, di incognite, di testardaggine, di speranze, di soddisfazione, di rabbia e di sorrisi, di gioia e realizzazioni.
"Storie di espatriati" che leggerete nel link qui a destra, che si intitola come questa antica canzone di emigranti: "Dall'Italia noi siamo partiti..."






mercoledì 11 gennaio 2012

Su New York, e l'aria di yoga e tango sulla riva dell'Hudson...

Come ho già scritto, chi non c'è mai stato non crederà mai che New York è forse la città più "a misura d'uomo" che io abbia mai visto: in mezzo ad una città di otto milioni di abitanti, trovano infatti i loro spazi adulti, bambini, anziani, disabili, sportivi, ciclisti, chi circola con i pattini, con lo skate, chi vuole pescare, chi vuole prendere il sole, fare yoga all'aperto o ballare il tango all'uscita del lavoro.




Oggi andiamo sulle rive del fiume Hudson, che bagna da un lato Manhattan, segnando il confine fra New York (la città e lo Stato) e il New Jersey.
C'è uno stupendo "lungofiume", soprattutto la sera, quando sono illuminati i grattacieli dell'altra riva, quella da dove il bambino Frank Sinatra stava ore la sera a guardare Manhattan, giurando a se stesso che un giorno l'avrebbe "conquistata".


Sono capitato lì un pomeriggio, ed era la mia prima volta.
Sotto gli alberi c'erano delle sedie: ne ho presa una e sono stato lì, in silenzio, a guardarmi intorno e a contemplare il panorama, seduto un paio d'ore pensando chissà a che...
O meglio: so benissimo a cosa pensavo.

Sul lungo Hudson c'è chi passeggia, da solo o con il cane, o chi fa jogging o va in bici, senza il timore delle auto. 


Qui ci sono prati perfettamente rasati che sono punto di ritrovo di coppie o di gruppi di ogni tipo.
Quel giorno ce n'era uno che si dedicava ai lavori "a maglia" - con le più esperte che affiancavano le più giovani (ma c'erano anche alcuni uomini...) - e, poco lontano, un altro gruppo che si ritrovava lì, come ogni settimana, per fare yoga.
Ovviamente aperto anche a chi volesse essere introdotto per la prima volta alla pratica. 


Rifiutata educatamente l'offerta, ho chiacchierato un po'. Sono gruppi che si autofinanziano: poca roba, tipo 5 dollari la volta, meno di 4 euro; che servono a pagare l'istruttore o a chi porta eventuale attrezzatura.


L'ora di yoga terminava giusto quando nell'aria iniziarono a diffondersi le note di un tango argentino.
Poco lontano, infatti - in fondo al molo che si vede nella prima fotografia, dopo quel gruppo di alberi - prendeva il via l'appuntamento settimanale di uno dei tanti gruppi di "tangueros" che esistono nella Grande Mela. 


Strana, splendida, città, New York: mentre la città corre, frenetica e rumorosa, sul lungo Hudson una mamma allatta al seno il figlio e guarda col sorriso chi balla il tango, mentre un'enorme nave portacontainer risale il fiume lenta, silenziosa, alle spalle dei tangheros incuranti di lei.




                                               (Cliccare sull'icona You Tube per poterlo vedere ingrandito)


"Il tango è un pensiero triste che si balla", ha scritto qui sotto Gio citando Enrique Santos Discépolo, il massimo esponente argentino dell'impegno politico del tango. 
Un "pensiero triste", sì. Ma forse, come poi ha aggiunto Giovanna, "sulle rive dell'Hudson, lo è un po' meno...".


Più in là, sullo sfondo, alle porte della baia, una donna da 125 anni alza, solenne e altera, la sua lampada "davanti alla porta dorata".





© dario celli

domenica 8 gennaio 2012

Sui grattacieli americani (salite con me sull'Empire?) e sul parco più piccolo del mondo...

Per la verità è la cosa che faccio sempre non appena giungo a New York.
Ed è la cosa che consiglio assolutamente a chiunque arrivi a New York per la prima volta: posare i bagagli e uscire immediatamente a farsi una bella passeggiata per quanto stanchi si sia, anche se si è svegli da dodici ore e più, e anche se in Italia, ormai, è praticamente notte.
D'altronde camminare fa bene anche alla circolazione, dopo le nove ore passate seduti, quasi immobili, in aereo.
Consiglio, dunque, dopo aver mollato le valigie, di dirigersi subito verso la Quinta Strada, per "respirare" immediatamente un po' di New York.
E camminare fino al numero 350 della Fifth Ave, sopportando poi con stoica pazienza le lunghe code che condurranno in cima dell'Empire State Building, ad oggi il punto più vicino al cielo che c'è nella Grande Mela.


A meno che non si sia molto (ma molto!) fortunati, le code per arrivare in cima all'Empire sono un po' lunghette. Ma come vi dirà chiunque c'è stato, ne vale la pena.
Ma se le code, a volte, sono lunghe, gli ascensori bisogna dire che non perdono molto tempo!
(Notare la velocità dei numeri "segnapiano"- 1 minuto e 10 secondi per farne 80... - e ascoltate i commenti degli italiani).



Le file sono quattro: una per fare i biglietti, una per arrivare agli ascensori che portano all'80° piano, (dove già siamo arrivati);
una per gli ascensori che raggiungono l'86° piano dell'Obsevation Deck, dove si può ammirare il panorama al chiuso, dietro ampie vetrate;
poi quella per raggiungere il 102° piano, ultima tappa prima del traguardo.

Bisogna sgomitare un po' e avere un po' di pazienza per arrivare alla prima fila: ma ormai ci siete.
Non è un posto da andar di fretta, l'ultimo piano dell'Empire State Building: e allora datevi tempo, visto che ve lo siete guadagnato, e dopo aver raggiunto la prima posizione pensate a dov'eravate 12 ore prima,  lasciate che il vostro sguardo si perda e che la vostra mente voli... 

                                                       Panorama verso sud                                      
                                                       (cliccare sul simbolo You Tube per poter ingrandire il filmato)

E questo è quello che si vede guardando verso est:

                                                       (cliccare sul simbolo You Tube per poter ingrandire il filmato)

Se poi riuscite da arrivare intorno alle 6 del pomeriggio (in Italia sarà mezzanotte, ma voi non pensateci, d'altronde siete a New York, per la miseria!) avrete la possibilità di godervi il panorama con l'ultima luce del giorno e vedere il tramonto, con milioni di luci che si accenderanno davanti (anzi, sotto) a voi.
Un tramonto che rimarrà incollato al vostro cuore...




























Milioni di luci in migliaia di palazzi che si proiettano verso l'alto...
Come potrete anche immaginare, anche se non ci siete mai stati, a New York (o meglio nell'isola di Manhattan, uno dei cinque distretti di New York) lo spazio è prezioso, preziosissimo.
Per questo fin dagli inizi del '900 la maggior parte degli edifici sono stati via via sostituiti da più "remunerativi" grattacieli.

Quello a destra della foto qui sotto è uno dei più famosi: è il "Flatiron Building", 87 metri d'altezza, 22 piani. Una vera opera ardita per l'anno in cui è stato costruito, il 1902.
Da notare il building a sinistra, 31 piani, palestra al 1° piano, bar condominiale al 30°, proprio allo stesso piano dove, anni fa, ho avuto la fortuna di abitare per un mese.
A sinistra della foto, un modernissimo e altissimo grattacielo ancora in fase di ultimazione.


Trovo che siano qualcosa di meraviglioso, i grattacieli.
E ogni volta che andrete a New York state sicuri che vi troverete sempre a camminare con la testa all'insù...
Ce ne sono di meravigliosi: come questi due, a Columbus Circle (la rotonda che si trova all'angolo sinistro di Central park, con la colonna con Cristoforo Colombo in cima che guarda l'Europa...). Sono le torri del "Time Warner Center", 229 metri di altezza, 232mila metri quadrati di uffici, centri commerciali, appartamenti privati (225, per la precisione) e studi televisivi (della Cnn) ...


In più nella torre di destra c'è il più lussuoso albergo di New York: il Mandarin hotel, 250 camere che iniziano dal 40° piano.
Se pensate di non vi potervi permettere le sue stanze, certamente vi potrete permettere un semplice caffè o una bibita seduti ad uno dei tavoli vicini alle finestre (basta non andare là in pantaloncini e maglietta...).
Per una decina di dollari, al bar dell'hotel, al "pian terreno", al 40° piano appunto, potete fare una sosta e godervi questo...












Come probabilmente l'amica Santy starà pensando, c'è in realtà una città americana dove si possono trovare i grattacieli forse più belli e più all'avanguardia degli Stati Uniti: Chicago, in Illinois (Santy abita lì).

Una città straordinaria, Chicago, con ville e palazzi da sempre architettonicamente bellissimi, città attraversata da canali navigabili con le imbarcazioni che costringono i ponti a diventare "levatoi", per permettere il loro passaggio.

Quando ci sono stato, quelli che più mi hanno colpito non sono stati tanto i bellissimi grattacieli contemporanei, ma le torri del "Marina City" costruite quasi mezzo secolo fa, nel 1964 (!). 


Si tratta di condomini di 61 piani - l'ultimo piano si trova a 180 metri d'altezza - dotati di teatro da 1700 posti, auditorium, una pista da ghiaccio, una piscina, una banca, un ristorante, 450 appartamenti e 19 piani di parcheggio caduno (compresi quelli sotterranei) capaci d'ospitare complessivamente 896 auto...


Ma Chicago è sempre stata all'avanguardia in fatto di architettura edile: basta pensare alle strepitose ville disegnate e costruite da queste parti dall'architetto Frank Lloyd Wright, all'inizio del '900.
Guardate, per esempio, la sua "Robie House", quella qui sotto, oggi edificio dell'università di Chicago: avreste mai scommesso che si tratta di una costruzione del 1910?



Certo, negli Usa, c'è una diversa concezione degli spazi, rispetto a quella italiana o europea.
Vi stupirete, forse, a sapere che le metropoli americane superiori a un milione di abitanti sono solo nove, e le città con una popolazione superiore a 100mila abitanti sono solo 250. La stragrande maggioranza degli americani, dunque, non vive nelle metropoli, ma in cittadine e centri abitati con meno di 50mila abitanti.

Ma si tratta di zone dove non ci sono problemi di spazio, e dove ogni famiglia può dunque avere la propria casetta con il giardino.
Ben differente è il discorso nella grandi città.
Come a New York, dove ogni metro è preziosissimo. Guardate in quanto spazio hanno intenzione di costruire un nuovo grattacielo, proprio verso l'inizio della Fifth Avenue.


Alla fine, il grattacielo (tutto a vetri) verrà fuori così...


E' sostanzialmente per la mancanza di spazio che Manhattan si è sviluppata "in verticale". In queste condizioni lo spazio nella Grande Mela è roba preziosa che non può essere sprecata.

E proprio qui, nella New York dei grandi numeri, degli enormi grattacieli di vetro, si può invece trovare quello che forse è il più piccolo parco pubblico del mondo: 160 metri quadrati, come un grande appartamento.
Si trova sulla W71a strada, all'altezza dell'incrocio fra la Broadway e Amsterdam Avenue, nell'Upper West Side, la parte nord-ovest di Manhattan.

Il minuscolo parco si chiama "Septuagesimo Uno": proprio così, come il numero della strada, "71", in latino.
E' uno spazio verde ricavato dai pochi metri rimasti fra i due palazzi: comprato il 28 marzo del 1969 dalla municipalità di NY, dal 1981è di proprietà del "New York City Parks".


Mi ci sono imbattuto casualmente, attirato, più che altro, dalla scritta latina. E come succede quando una cosa è necessaria, mi sono trovato lì proprio il pomeriggio in cui avevo scariche sia la batteria della macchina fotografica, che quella del telefonino. 
Così, per farvi conoscere questo minuscolo angolo verde quasi miracoloso, le foto le ho "rubate" dal web...

E' bellissimo farvi una sosta per riposarsi dalle defatiganti passeggiate che si fanno a Ny.
Sembra davvero di essere in un altro mondo...


Una vera, rara, unica mini oasi di pace nella frenetica capitale del mondo.
Un prezioso tesoro sconosciuto ai più e che chi abita nei dintorni ama come non mai...

© dario celli

sabato 7 gennaio 2012

Siamo rimasti in mutande...

E' una delle tante cose nate dalla mente di Charlie Todd, attore, regista, "performer", documentarista, uno che fa un sacco di cose con video e immagini.


Lui - tanto per capire - è colui che ha praticamente inventato i "flash mob", che in America sono cose serie e perfettamente organizzate, come vedrete se continuerete a leggere queste pagine.
Così come è perfettamente organizzata (anche se, per la verità, in questo caso non è necessaria grande preparazione) l'iniziativa nata nel 2001 e che si svolge domani.


Di cosa si tratta lo si capisce fin dal titolo: "No Pants Subway Ride", "Viaggio in metropolitana senza pantaloni".
Lo so, è una (mezza) cazzata, ma è sempre carino vedere la reazione della gente quando vede un po' di persone che - come se niente fosse - viaggia in mutande.
E con 'sto freddo, poi...


L'appuntamento è per domani, domenica 8 gennaio alle 3 del pomeriggio.
A New York, i luoghi di ritrovo sono sei: due a Manhattan, e poi ad Astoria, a Brooklyn, a Williamsburg, nel Queens.


Tutto si svolge in modo semplicissimo: si tratta, infatti, di andare in giro in modo assolutamente naturale senza pantaloni o gonne, ma solo in mutande. "Niente biancheria eccessivamente sexy", raccomandano le istruzioni. Lo scopo, d'altronde, è solo quello di provocare stupore, meraviglia (o perplessità), ma non scandalo.


I partecipanti o salgono nei vagoni già senza gonna o pantaloni, o se li tolgono con assoluta naturalezza a bordo, continuando invece ad indossare giacca, camicia, cravatta o giubbotto, cappello, guanti.


E, naturalmente, c'è sempre qualcuno che riprende.


Bellissime le espressioni della gente (e dei bambini): ci sono quelli che guardano stupiti, o quelli che si impongono assolutamente di non fissare quegli strani compagni di viaggio "in mutande".
Bellissimo anche il dialogo ripreso l'anno scorso fra una signora ed un papà, entrato senza pantaloni in metro con la sua piccola nel marsupio (anche lei senza pantaloncini! Ma nella metro di New York si muore di caldo!).
"Che è successo che sei senza pantaloni??"
- Oh, niente... Me li sono solo dimenticati!
"Ah certo, ovvio! Hai dimenticato di metterli..."
:-)
Ecco il filmato dell'evento, l'anno scorso, a New York:


Il primo anno che è stato realizzato - era il  2001- il "No Pants Subway Ride" vide a New York la partecipazione dell'ideatore Charlie Todd e di sei suoi amici.
Domani (domenica) coinvolgerà invece decine di migliaia di persone di tutte le età in 59 città di tutto il mondo. 


In Italia l'evento si svolgerà nelle metropolitane di  Torino e Milano.


Buon viaggio!





© dario celli

giovedì 5 gennaio 2012

Il leone si è (solo) addormentato, stanotte...

E allora ancora una puntatina a Washington Sq, la piazza che segna "l'ingresso" della zona del "Greenwich Village".
Da qui inizia la Quinta st., esattamente da questo arco (vaga imitazione dell'Arco di Trionfo di Parigi: agli americani, nell'800 e nel '900 piaceva molto richiamarsi allo stile neoclassico europeo...), sotto il quale quasi ogni giorno - ma questo avviene un po' in tutta la piazza, come vedrete se continuerete a leggere queste pagine - si esibiscono, in cambio di qualche spicciolo o dell'acquisto di un cd, cantanti, visto che in questo punto c'è una acustica davvero eccezionale.


Le riprese non sono granché, ripeto (quelle che vedete qui le ho fatte o con il telefonino o con la macchina fotografica), ma volevo dividere con voi anche queste.


E poi il messaggio è chiaro e mi piace.
"Il leone si è addormentato, stanotte".
Soltanto addormentato.
Sorrido...






P.S.: Buon anno a tutti...


© dario celli