PERSONE CHE HANNO LETTO O CURIOSATO

venerdì 3 novembre 2017

L'amore di Maria

Ferrandina, è un grazioso comune in provincia di Matera abitato, oggi, da poco più di novemila persone.
Adagiato su una collina di nemmeno 500 metri di altitudine, le sue case si sviluppano partendo dalla piazza principale e via via scendono verso valle.
Attorno alla collina, campi coltivati.
C'erano solo due proprietari, di tutto questo (città e campagna, intendo): due famiglie durante il Regno delle Due Sicilie dei Borbone e due famiglie (ovviamente sempre le stesse) durante il Regno d'Italia dei Savoja-Carignano.
Insomma, come disse alla fine del 1400 lo scrittore toscano (e politico assai pragmatico) Francesco Guicciardini, "Franza o Spagna, basta che se magna...".

Ma Borbone o Savoia si mangiava poco da quelle parti, e miseria, fame e morte erano sempre lì, pronte a presentare il conto.
I bambini nascevano, ma spesso per morire subito dopo: una dolorosa probabilità alla quale si erano ormai abituate, le donne del luogo.
Filomena, per esempio, madre di Maria (la protagonista della nostra storia) di figli ne aveva visti morire fra le sue braccia ben quattro. E poco poteva fare il di lei marito, Michele Barbella.
Anzi faceva quasi l'impossibile, dividendosi fra i campi, dove coltivava qualcosa da mangiare, e il lavoro di sarto, grazie al quale confezionava camicie e vestiti che lui non poteva permettersi.

A valle, più in basso, ancora oggi c'è Ferrandina scalo: quattro case lungo la ferrovia, quella che collegava il paesino al resto del mondo.
38 chilometri per arrivare a Matera, 78 per raggiungere Potenza, 443 per spingersi fino a Roma e...
7253 chilometri per andare fino a Nuova York.

Perché alla fine era lì che avevano deciso di andare, per non morire di fame. E possiamo solo immaginare gli sforzi che Filomena e Michele fecero per racimolare le lire necessarie per raggiungere il Nuovo Mondo, in quel novembre del 1892.
Sforzi immensi, ma al paese di alternative non c'erano.
Per primo partì - in "avanscoperta" - il figlio Giuseppe, che gli archivi di Ellis Island (dove venivano registrati tutti coloro che arrivavano in America) annotarono proveniente però da "Feccandina, Italy". 
Ma non era raro, a quel tempo, che sbagliassero a trascrivere i nomi italiani, magari già nell'elenco passeggeri delle navi: a lui, almeno, avevano salvato il cognome.

La famiglia Barbella si riunì nel corso del 1892, quando Giuseppe fu raggiunto nel Nuovo Mondo dal padre Michele, dalla madre Filomena, dalle sorelle e dai fratelli: Maria, Antonia, Carlo, Giovanni e Carmela.
E beh: bisogna dire che lì, a Nuova York, la "musica" era decisamente diversa. Maria - che aveva imparato dal padre l'arte del taglio e cucito - nonostante avesse solo 17 anni mise subito a frutto le sue capacità sartoriali lavorando per la fabbrica tessile "Louis Graner & Co", che a quel tempo produceva soprattutto calde mantelle per ripararsi dal freddo e dalla pioggia. E poi, finito il turno, a casa.
Tagliando e cucendo, giorno e notte, riusciva anche a tirar su ben otto dollari la settimana.
Un sogno, in Italia.


Abitavano in Elisabeth st, e ogni giorno per andare sulla Broadway all'angolo con Spring st., dove lavorava, si faceva un bel giretto a piedi in mezzo a quel dedalo di vie abitate quasi interamente da italiani, e quasi tutti provenienti dal meridione d'Italia. 
Era proprio come sentirsi a casa. 

Da quelle parti, proprio fra il Tribunale e il Municipio, su Elm st. (che oggi si chiama Elk st.), Maria passava davanti al piccolo chiosco di un lustrascarpe. Si chiamava Domenico, ed era italiano, anzi quasi compaesano, emigrato da Chiaromonte, un paesino a 79 km da Ferrandina: Domenico, che di cognome faceva Cataldo.

Era uno sveglio, Domenico: e bastò uno sguardo per fargli intuire che quella ragazza era italiana. Fin dal primo giorno che la vide la riempì di complimenti.

E a lei quanto piaceva quel ragazzo, per di più assai "in carne" (ben nutrito, dunque probabilmente con soldi!). 
Lo aveva sempre osservato senza farsi vedere, con la "coda dell'occhio", come si conviene ad una ragazza educata: ma da subito fu conquistata dal fascino che quell'omone emanava, con quei capelli sempre perfettamente impomatati e quegli occhi con cui divorava le donne.
Donne, ne era certa, che si sarebbero volentieri fatte divorare da lui.  

Sembrava già uomo fatto e gli ricordava un po' Rodolfo Valentino, anche se Domenico aveva i baffi ed era più rotondetto. E anche se di lavoro lui non faceva l'attore, ma il lustrascarpe.

Come vi ho detto, lui, ovvio, notò Maria fin dal primo giorno: d'altronde lei era giovane, sempre ben vestita e profumava di pulito. E ogni giorno Domenico rimaneva senza fiato quando quel fiore gli passava davanti.

Ogni volta faceva un po' lo spiritoso: prima un sorriso, poi un complimento, a volte solo un sospiro un po' plateale, fino a quando, un giorno, si spinse persino a pronunciare a voce alta una battuta galante. Con lei che tirava sempre dritto senza (dargli l'impressione di) guardarlo, con lo sguardo basso e un po' furtivo.


Ma ogni giorno di più, con il sorriso sulle labbra.
Un gioco e una sorpresa, per quella ragazza ventiduenne  che quasi non diceva una parola in inglese: un mezzo miracolo per lei, che non si riteneva per nulla attraente.

Finché...
Finché una sera lei non abbassò più gli occhi e rispose al saluto del suo cavaliere.
Eh sì: quella volta fu lui a rimanere sbalordito.
Lei gli aveva parlato! Gli aveva rivolto la parola e sorriso!

Andarono avanti così per qualche settimana: un saluto, un sorriso, un cenno con la testa e poi "arrivederci a domani!",
poi "faccio un pezzo di strada con voi", e poi "Chissà cosa penserà mio padre se ci vede insieme", e "Cosa può mai pensare: io vi accompagno soltanto davanti a casa"...
Era un appuntamento quotidiano: anzi, un doppio appuntamento che entrambi, giorno dopo giorno, senza dirlo, aspettavano con impazienza.

Ogni tanto era talmente emozionata di quello che le stava succedendo, che si sentiva mancare.
Anzi, quasi perdeva conoscenza.
Scherzi dell'amore, pensava. D'altronde anche da bambina le accadeva di vivere momenti di assenza...

E come volavano le ore alla "Louis Graner & Co" sapendo che fuori, poi, ci sarebbe stato lui, il suo Domenico, ad aspettarla.

Lui che la faceva ridere e le diceva mille cose: come quando, sottovoce, le confessò che in quegli anni, in America, aveva messo da parte qualcosa come 900 e più dollari! "E sì: se trovo la ragazza giusta la sposerò...", le diceva "buttando lì l'amo".
C'era una cosa strana, però: anche dopo due mesi, quel ragazzo evitava sempre - ogni giorno con una scusa differente - di salire a casa per conoscere mamma Filomena, papà Michele e il resto della famiglia di Maria. 

Ma si sa: l'America è come un grande paese, e ancor più lo è Nuova York. Figuriamoci la "piccola Italia" di quel tempo.
E infatti il padre di Maria non impiegò molto a sapere che quel giovanotto - quello con cui sua figlia si faceva vedere in giro - in Italia, al paese, aveva una moglie e due figli.

Quel giorno, quando Maria tornò a casa, non ci fu bisogno nemmeno di parlare: a lei bastò incrociare lo sguardo del padre per capire che era successo qualcosa di terribile.

Solo in quel momento Maria ebbe l'illuminazione, capendo finalmente perché il suo Domenico non voleva mai salire in casa: non era né timidezza, né (tantomeno!) buona educazione. Il motivo era molto più semplice: non voleva presentarsi ai genitori di lei perché così come era messo, non poteva "entrare in famiglia".

Il padre fu irremovibile: "Non puoi vederlo più, quel disgraziato non ti merita".

New York era grande già allora: e infatti i due ragazzi riuscirono a non incrociarsi per tre anni. Lei, infatti, là davanti al chiosco di Domenico non passò più e poi, per andare al lavoro o tornare a casa, cambiava strada ogni giorno.
Anche Domenico i primi tempi fu prudente e cambiò le sue abitudini: meglio, perché sapeva che rischiava di buscarsele dal signor Michele, se solo si fossero incrociati anche per sbaglio.
Padre che, nel frattempo, impose a Maria anche di cambiare lavoro. Così quello là, non avrebbe avuto nessuna speranza di trovarla.

Lui smise di cercarla un giorno di marzo del 1895 quando, per puro caso, la incrociò per strada.
E si sa come vanno queste cose: anche se erano passati tre anni, non ci volle molto perché l'una tornasse fra le braccia dell'altro. 
Soprattutto perché lui le disse di non averla mai dimenticata, che la moglie in Italia era ormai solo un ricordo, che non si scrivevano nemmeno più. Aggiungendo, poi, che quei tre anni in cui non si erano più visti per lui erano stati un inferno, e che ormai aveva capito che nella sua vita c'era solo lei.

Come andò a finire quel loro incontro? 
Come volete che sia andato a finire, cari amici di Aria Fritta... 

Finì che Maria, innamorata come non mai, si lasciò stringere fra le sue braccia. 
Finì che accettò di salire in casa da lui.
Finì che accettò "qualcosa da bere".
Finì che lei si sdraiò un momento sul letto.

Dove fecero l'amore. 
E dopo che lei gli donò tutta se stessa, lui le disse all'orecchio cinque parole che le fecero tremare il cuore: "Te lo prometto, ci sposeremo".

Era quello che voleva sentirsi dire per restare con lui per sempre. 
E infatti decise di trasferirsi lì, a casa del suo uomo. 
D'altronde, di lì a poco, sarebbe diventata sua moglie.

Era davvero il suo amore.
L'amore di Maria.


In realtà fu l'inizio del disastro.
Fra i due, i momenti di tenerezza e di passione si alternavano a periodi di promesse e a momenti in cui lui tutto dimostrava tranne che le sue matrimoniali intenzioni.

Fino al 26 aprile del 1895, quando dopo l'ennesima promessa seguita dall'ennesima lite, lui alzò la voce, la mandò al diavolo e se ne uscì sbattendo la porta, lasciando la ragazza sola in casa, disperata, a piangere. 


Quel giorno fu la madre di Maria a prendere in mano la situazione. 


Fu una vicina a metterla al corrente della cosa, e quando arrivò a casa della figlia la trovò piangente mentre sistemava la cucina: "Andiamo a parlargli insieme: vedrai che lo convinceremo. Andrà tutto bene...".
Lei chiese alla madre di aspettare un momento, che aveva bisogno di prendere lo scialle in cucina.

Non ci impiegarono molto a raggiungere Domenico, le due donne. Sapevano entrambe che lo avrebbero trovato al solito bar della East 13a st dove ogni giorno lui andava a giocare a carte.
Il bar di Vincenzo e Caterina Mancuso.

E lui, infatti, era lì con le carte in mano ad un tavolo, di fronte al quale la ragazza singhiozzava, con la madre che lo implorò: "Anche tu sei italiano, tu lo puoi capire: ora che tu le hai preso la cosa più preziosa, il padre non l'accetta più a casa".

La reazione di lui fu sprezzante: guardò le due donne e si mise a ridere.
Rise sguaiatamente in faccia alla giovane che aveva illuso, ma soprattutto alla madre di lei.

I verbali della polizia raccontano che lui, dopo essersi fatto la risata, in dialetto e con un tono che non nascondeva il suo disprezzo, rispose che non poteva certo sposare una ragazza che non aveva "nemmeno il vestito adatto".

Un testimone riferì che allora la ragazza, fra i singhiozzi, disse che non le importava niente del vestito, che lei lo amava e che era pronta a sposarlo subito, anche in quel momento: "Così come sono ora!", disse.

Un altro testimone dichiarò che lui, a quel punto, aggiunse che era anche disposto a sposarla, ma "a patto che lei avesse duecento dollari di dote. E in contanti". E che mentre la madre cercava di spiegargli che si trattava di una cifra pazzesca, che loro erano poveri e non avevano tutti quei soldi, quel disgraziato, ridendo, ringhiò: "Ma cosa vuoi... Ormai, così come sei, solo un porco potrà sposarti!".

"Ormai...".
"Solo un porco".

Mio Dio...

Dopo quelle parole, tutti rimasero a bocca aperta: la madre Filomena, la giovane Maria, gli altri uomini presenti al tavolo, tutti gli avventori del bar.
Tutti immobili, senza fiato. Come se avessero intuito che qualcosa di terribile sarebbe accaduto lì, da un momento all'altro.

I verbali di polizia ci dicono ancora che a quel punto Maria smise di piangere. E che guardò il suo (ex) amore con occhi diversi, strani. 
In quelle righe si legge che lei, con uno sguardo come se fosse stata da un'altra parte, piano piano calò lo scialle che nascondeva i capelli e le braccia nude da sguardi indiscreti.

Scialle che scese fino a scoprire la mano destra.
Che impugnava un coltello.
Un grande coltello da cucina appena lavato.

Il primo colpo di Maria fu fulmineo. E preciso.
La lama tagliò la gola di Domenico Cataldo da destra a sinistra.
Poi arrivò il secondo, qualche centimetro più sotto, questa volta da sinistra a destra.

Lui non fece in tempo a dire nulla.

Dai suoi occhi non uscivano più sguardi minacciosi o strafottenti: Domenico riuscì solo a fare qualche passo indietro barcollando verso l'uscita e a trascinarsi
 tenendosi la gola verso l'angolo dell'Avenue A. 
Dove si inginocchiò con gli occhi sbarrati, increduli, mentre le sue mani non riuscivano a trattenere il sangue che dalla gola usciva ritmicamente a flutti, imbrattando il marciapiede.

Poi, sfinito, Domenico Cataldo cadde completamente a terra e fece un ultimo respiro.

Maria Barbella non tentò nemmeno di scappare: rimase lì, intontita, con il coltello insanguinato in mano. 
E così la trovarono i poliziotti che arrivarono di corsa. 
Che la portarono subito via, rinchiudendola quella sera stessa a The Tombs, la prigione di Nuova York, e  dopo qualche giorno, in quella di Sing Sing, il carcere di massima sicurezza dello Stato di New York.
Dove, dalla sua cella, non poteva nemmeno vedere il cielo, visto che i vetri erano stati verniciati di nero.

Il processo iniziò nemmeno tre mesi dopo, l'11 luglio. L'aula del tribunale era gremita da un centinaio di persone che si erano tuffate nella vicenda leggendo avidamente per settimane articoli scandalizzati e prodighi di particolari truculenti.


Gli elementi per una campagna di stampa ostile c'erano tutti ed erano in atto già dal giorno del delitto.

Responsabile dell'orribile fatto di sangue era una donna, per di più emigrata;
anzi italiana; di più, del sud Italia;
una malafemmina quasi analfabeta che aveva corrotto un onesto lavoratore, padre di famiglia che sudava per inviare il denaro alla moglie e ai figli lontani.

Una giovane sfascia-famiglie diventata per di più assassina: una giovane donna corrotta dentro che non solo non ha saputo resistere alla tentazione (come da donna avrebbe dovuto saper fare), ma che poi ha ammazzato con due colpi di coltello un pover'uomo che non poteva, né voleva darle, ciò che lei con protervia pretendeva. 

"Perché gli italiani sono così", si poteva leggere in uno di quegli articoli sotto terribili titoli cubitali: "Non c'è niente da fare: gli italiani sono veloci di coltello. Donne comprese, come abbiamo visto"

Al processo, Maria appariva come intontita in mezzo a tutto quel clamore. 
Anche perché riusciva a capire ben poco di quel che veniva detto in aula. C'era sì un interprete, solo che questo quasi non conosceva l'inglese. E dunque le giustificazioni, le accorate dichiarazioni dell'imputata, venivano tradotte sommariamente alla Corte, presieduta dall'annoiato giudice John W. Goff.
O alla giuria popolare. 
Formata interamente da uomini, tutti anglosassoni con sguardi molto severi e scandalizzati.

Eccoli qui con l'imputata al centro, nell'illustrazione di un giornale locale che sbagliò persino il cognome della giovane.
Non era da meglio la sua difesa: all'imputata Maria Barbella, venne assegnato un legale d'ufficio, visto che la sua famiglia non era in grado di pagare un avvocato decente. 
E quello che le capitò fu debole, svogliato, rassegnato al peggio.

E il "peggio" in questione era la pena di morte mediante sedia elettrica.

Ne parlarono molto i giornali e anche con un certo entusiasmo: perché, quella, sarebbe stata la prima volta per lo Stato di New York dove fino ad allora, per giustiziare un condannato alla pena capitale, veniva utilizzata l'impiccagione.
Anzi, Maria sarebbe stata addirittura la prima donna a subire una condanna a morte negli Stati Uniti dopo il 1899, anno in cui venne introdotta nel sistema giudiziario americano.

Perché, alla fine, come era già scritto dal primo giorno, Maria Barbella venne condannata. D'altronde anche il giudice aveva chiaramente detto la sua: "Non possiamo pubblicamente proclamare una donna 'non colpevole' solo perché l'uomo che le ha proposto il matrimonio ha poi cambiato idea...".

"Il codice americano ha trionfato su quello italiano - commentava con soddisfazione in un editoriale il quotidiano "Brooklyn Daily Eagle" -. Qui siamo negli Stati Uniti, non in Italia, e gli italiani che vengono qui devono imparare che da noi coltelli e rasoi, come strumenti di giustizia, sono proibiti. D'altronde, in Italia, una ragazza che uccide chi l'ha ingannata non viene punita. Anzi, secondo i loro criteri, fa pure una cosa giusta.
Ma qui non siamo in Italia..."
.

E non erano da meno gli altri giornali.

Cinque giorni, durò il processo.
Che si concluse con la condanna a morte.
Alla sedia elettrica, mai utilizzata per una pena capitale, ma che le pressioni lobbistiche della Edison - gestore insieme alla Westinghouse della distribuzione dell'energia elettrica negli Usa - imposero in sostituzione del tradizionale cappio, ritenuto troppo "medioevale".

La notizia, con i suoi tempi, fece il giro del mondo e arrivò, ovviamente, anche in Italia, dove Cora Slocomb Savorgnan di Brazzà, giovane americana con simpatie socialiste sposata ad un conte italiano, la conobbe leggendo il titolo del New York Times riportato qui sotto, che dopo un mese di navigazione arrivava in Italia.
«Ucciso perché rifiuta di sposarla. Una giovane donna, Maria Barbella, taglia la gola a Domenico Cataldo», si leggeva poi nell'articolo del quotidiano.
«La sentenza sarà eseguita a Sing Sing il 19 agosto.
Sarà la prima donna ad essere giustiziata con la sedia elettrica».


Ricca aristocratica, figlia di un latifondista americano, Cora Slocomb era sposata con il conte Detalmo Savorgnan di Brazzà, fratello dell'esploratore italiano Pietro Brazzà - da cui prese il nome la capitale del Congo, Brazzaville.
La donna si appassionò al caso, peraltro come migliaia di "suffragette" americane, protofemministe in una società patriarcale che negava alle donne i più elementari diritti. 
Primo fra tutti quello di voto (e di scegliersi liberamente il marito...).

Cora e Detalmo, dunque, vennero in America un bel po' di volte per seguire direttamente il caso.
E come prima cosa procurarono a Maria Barbella un collegio di difesa degno di questo nome. 

Ora finalmente accanto a Maria c'erano tre avvocati a quel tempo i più famosi a New York: Frederick House, Emanuel Friend ed Edward Hymes. Che, come primo passo, riuscirono a presentare appello ottenendo il riesame del processo denunciando anche la mancanza di imparzialità del giudice Goff.

I difensori a quel punto chiamarono a testimoniare in aula innanzitutto medici, psicologi, specialisti in neurologia e una girandola di periti le cui deposizioni durarono nove giorni.

Esaminando con attenzione l'imputata e la sua storia medica e interrogando in aula lei, genitori, fratelli, sorelle e vicini di casa (questa volta con un interprete che conosceva bene l'italiano e l'inglese) questi scoprirono che la ragazza, negli anni, aveva sofferto di epilessia, di depressione e altri disturbi, più o meno lievi, di natura psicologica.
Un vero colpo di scena che provocò sconcerto a New York.

Il clamore attorno al caso era tale che fu necessario assegnare alla contessa Cora e al conte Detalmo una guardia del corpo poiché avevano iniziato a ricevere numerose minacce di morte. 
L'agente che da quel momento in poi ebbe il compito di non mollarli nemmeno un secondo, era un giovane che in verità era stato arruolato come addetto alle pulizie (e lustrascarpe!) della Centrale di New York.
 
Era un poliziotto d'origine italiana, matricola 285tal Giuseppe Petrosino, detto Joe
Esatto: proprio quel Joe Petrosino che anni dopo avrebbe guidato l'Italian branch, il primo reparto di poliziotti italo-americani appositamente da lui istituito per combattere la Mano Nera, la mafia italiana in America. 
Che, anni dopo, - il 12 marzo 1909 - lo uccise a Palermo.

Il processo d'appello a Maria Barbella durò 24 giorni, e il 10 dicembre 1896 la sentenza stabilì che la ragazza, al momento dei fatti, non era capace di intendere e di volere.
Maria, così, fu assolta e rimessa in libertà.

Poco meno di un anno dopo, il 4 novembre 1897, si sposò con un compaesano di Ferrandina, Francesco Paolo Bruno, di professione barbiere, e due anni dopo ebbero un figlio che la coppia chiamò Frederick.

Ma la vita sentimentale della donna non fu molto fortunata: quel che si sa è che lui, una volta ottenuto il passaporto americano, la lasciò e si sposò con un'altra donna di Ferrandina, con la quale tornò negli Usa, mentre nel 1902 Maria Barbella tornò a vivere con i genitori.

Solo qualche anno fa, consultando gli archivi del comune di Ferrandina, la scrittrice italiana Idanna Pucci scoprì quello che forse fu il vero movente della rabbia di Maria Barbella: quando ebbe la relazione con Domenico Cataldo, Maria non aveva in realtà 22 anni, ma 27.
E a quel tempo, una ragazza di quell'età, ancorché non più "illibata", non aveva praticamente alcuna speranza di trovare marito. 


Oggi, il 541 della Broadway è un palazzotto tipico di Soho circondato da altri simili in questa parte di Manhattan, tutti con grandi negozi sulla strada. 
Al piano terra, gli store di Guess e Lacoste.
 
Dubito assai che i ragazzi che lì lavorano conoscano la storia della loro collega Maria Barbella.




© dario celli. Tutti i diritti sono riservati 
 








8 commenti:

  1. molto interessante

    ciao da cristian

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  2. Molto interessante, davvero. Grazie al tuo racconto sembra quasi di vederla, Maria, per le strade malsane di Brooklyn, tra suoni odori e fumo che somigliano a casa ma casa non sono...Povera Maria. Una storia che somiglia a tante altre storie di donne ingannate, tradite, abbandonate. Storia giudiziaria, anche, per fortuna con esito diverso da altre più tragiche e più note, inquinate dal pregiudizio. Manca però un reale lieto fine per Maria, che ha solo salva la vita: ma mi chiedo quale sia stata, dopo, la sua vita, dopo quella tragedia, dopo un nuovo inganno e un nuovo abbandono. Me la immagino vecchia anzitempo, indurita, irredenta. Che canta nenie lucane al suo bimbo. Il primo, forse, veramente libero. Il primo forse davvero americano della sua famiglia.
    Grazie Dario
    Nicoletta Lucci

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    1. Già, Nicoletta: quando finisco di scrivere mi chiedo spesso cosa sia successo "dopo" ai protagonisti delle storie che racconto.
      Ti confesso che, anche questa volta, ho fatto qualche ricerca: ma non ho trovato nulla.
      D'altronde forse è giusto così.
      Dopo tanto dolore, dopo tanta tragedia, forse è giusto chiedere a se stessi di dimenticare.
      E agli altri, a noi, di non sapere.

      Grazie per essere passata da qui, Nicoletta.
      Ci sono tante altre storie su Aria Fitta che ti aspettano...

      d.

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  3. Ferrandina, Frannìn la città delle sette Effe.
    Il paese di mio padre, delle mie zie, dei miei nonni. Lo conosco troppo poco, purtroppo. Ci sono stato poche volte.
    Sicuramente i miei bisnonni dovevano conoscere la famiglia Barbella.
    Ho una forte curiosità: sapresti dirmi chi erano le due famiglie a cui appartenevano il paese e le campagne?
    Grazie per avermi regalato questo pezzo di storia

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    1. Caro Luciano,
      i Quinto e i Manfredi, e poi i Mastrogiulio, i Cariglia, i Faliero, i Blotti (o Bilotti), i Panetta: da quelle parti le famiglie "importanti" erano sempre le stesse che poi si imparentavano fra loro tramite matrimonio.
      Poi ogni coppia che si sposava generava almeno cinque-sette figli.
      Quei cognomi ti dicono qualcosa?

      Grazie per essere passato da qui!

      d.

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    2. Grazie a te, Dario. Questi cognomi sono comuni in zona, però purtroppo non mi suonano noti. Avrei giurato di trovarci fra questi i miei bisnonni, che erano, che io sappia, una delle famiglie ricche del paese.

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  4. Ciao Dario, come al solito riesci sempre a trovare delle storie avvincenti che ci fanno vedere il "sogno americano" anche da altri punti di vista. La storia è amara e la cosa che mi è saltata agli occhi sono le tante analogie tra i commenti dei media dell'epoca con quelli odierni riguardo il fenomeno dell'immigrazione. Passano gli anni, i decenni ma i comportamenti umani sono spesso gli stessi. Ti ringrazio anche stavolta per la bella storia, come al solito mirabilmente raccontata. Ciao Enzo.

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    1. Ti ringrazio, Enzo.
      E' esattamente ciò che mi ha colpito leggendo i documenti dell'epoca.
      E ti ringrazio anche per il "mirabilmente", un po' esagerato, forse!

      d.

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