PERSONE CHE HANNO LETTO O CURIOSATO

mercoledì 9 marzo 2016

Il sogno del piccolo Jack


Cari amici di Aria Fritta, oggi vi porto (per la seconda volta) in uno dei "Farmer's Market" degli Stati Uniti.
Ve ne avevo già parlato quando andai ad Atlanta, dove incontrai un ex professore di matematica italiano che stufo dell'Italia - e complice l'amore... - si è trasferito negli Usa dove ora lì alleva galline, produce uova biologiche realizzando pasta fresca che vende, appunto, in uno dei 41 mercati dei contadini (41, esatto, e tutti "bio"...) presenti solo ad Atlanta.

Quello di oggi è invece qui, ad Erie, quasi nel centro del Colorado, una trentina di chilometri da Denver, piccola città delle Montagne Rocciose, a 1500 metri d'altezza.
Si tratta di una tipica cittadina degli Stati Uniti, dove evidentemente c'è una buona qualità della vita, visto che gli abitanti sono passati dai poco più di 1200 del 1990, ai 6200 di dieci anni dopo, per arrivare agli attuali 20.500.

Ho scoperto, poi, che a Eire c'è una importante comunità di artisti, vi abita la maratoneta Costantina Dita (medaglia d'oro alle Olimpiadi di Pechino del 2008) e Erdne Ombadykow, monaco buddista e leader tibetano, che lì vive in santa pace.

Un po' come tutti i ventimila abitanti, che forse - anche dall'alto dei loro 108.508 $ di reddito familiare medio (98.335 euro, mentre il reddito annuo "pro-capite" è invece di 39 mila dollari, 35.420 euro ad oggi) - osservano con sereno distacco la frenesia di New York e i pericoli e le brutte notizie che arrivano dal resto del mondo.

Mondo che visto da qui appare lontano.
Davvero lontano.

Eccola qui, Erie, con la sua tranquilla, classica, Main Street, la via principale che la attraversa da est a ovest... 

Non lontano dalla quale, lungo Wells st.il giovedì dalle 17 alle 20 vengono montati 54 "gazebo" dove contadini arrivati dalle campagne vicine vendono i prodotti delle loro fattorie.
Dunque a "chilometro zero", oltre che rigorosamente biologici, certificati e controllati

Ed eccolo, il mercato dei "farmers" di Erie.
 

Come accennavo, qui si trova in vendita ogni prodotto alimentare della zona: frutta, verdura, miele, fiori, tisane, vino, liquori, gelati, carne, noci e frutta secca, fino ad articoli di piccolo artigianato o di abbigliamento. Questi ultimi realizzati a mano con lana o cotone provenienti da allevamenti o coltivazioni dei dintorni.
Sempre tutto certificato "organic".


Fra le 6485 famiglie che vivono ad Eire, c'è quella di Jack Bonneau, piccolo di otto anni, il quale ha anche una sorellina di 11 anni, la piccola Halle.

E allora vi presento Jack, il protagonista della nostra storia.
Jack che aveva un desiderio e, come tutti i bambini della sua età, testardamente lo chiedeva in modalità "martello pneumatico" al padre Steve.

Il sogno, l'oggetto del desiderio del piccolo Jack, era questo:
Eh sì, prendo atto che i mattonicini Lego bianchi e rossi (e poi quelli neri o quelli trasparenti, straordinaria novità con i quali si potevano fare le finestre) sono davvero preistoria.
(Io, che da bambino volevo fare l'architetto, ci costruivo solo case. Al massimo qualche tentativo di automobilina, quando sono arrivate le ruote. Case, tranne nel periodo in cui, reduce da un funerale di un anziano zio a Milano, per tre mesi ho fatto solo tombe: una con la croce qui, l'altra con la croce sopra, l'altra senza croce, una familiare, l'altra singola e così via...
Dovrebbero farci un pensierino, gli eredi di Ole Kirk Christiansen, il fondatore della danese "Legt Godt" ["gioca bene"],  dalle cui prime due lettere delle parole è venuto fuori Lego).

Insomma, oggi è tutta un'altra storia: niente a confronto di quello che fu agli inizi degli anni '60.

Il "Lego Death Star" è una scatola da 3.738 pezzi (e 24 omini) che pezzo dopo pezzo vi porta a costruire la gigantesca astronave base di Star Wars.

In vendita negli Usa a 400 dollari, (e 449 €uro in Italia, ma da noi è esaurita da tempo).

Un'impresa immane, che alla fine porterà - figli e padri, ovviamente... - a costruire questa cosa qui:

 
 
Ora, non so se papà Steve era più atterrito dal prezzo o dalla prospettiva di essere sottoposto dal figliolo a tale tortura per i mesi (e mesi...) successivi: sta di fatto che dalla bocca del genitore uscì un perentorio e saggio "no".

Non se ne parla nemmeno, gli disse un giovedì pomeriggio mentre passeggiavano fra i banchi del mercato dei contadini di Erie: "E poi son 400 dollari, Jack! Quattrocento! Son mica bruscolini! (No, questa frase "alla Bersani" forse non l'ha detta... NdA). Bisogna guadagnarseli, i soldi... Ma hai idea di quanti siano 400 dollari??".
"Ecco no, papà - disse il piccolo Jack - non lo so. Hai ragione. Ma posso provare a guadagnarli! Come posso fare??".

Steve Bonneau, ex ingegnere nucleare e oggi commerciante di oggetti usati, non sapeva che rispondere.
Si grattò un po' il mento, e mentre passeggiava con il figlio, guardandosi intorno venne folgorato da un'idea...
"Sai cosa potresti fare, Jack? 
Potresti aprire un 'Lemonade Stand'!"
Gli appassionati di Charlie Browne e dei Peanuts di Schulz ricorderanno certamente le strisce in cui Lucy, per guadagnare un po' di soldi, aveva messo su (oltre al banchetto da piccola psic, visto che tutti si confidavano con lei...) anche uno che offriva spremuta di limone, adeguatamente diluita con acqua zuccherata e fredda.  
("Good grief!"="Santo cielo!")
Vi confesso che, leggendo da ragazzo la rivista Linus, ho sempre pensato che quella fosse una classica "americanata": un'idea di fantasia partorita soltanto dalla straordinaria mente dell'autore, Charles Schulz.
 
Finché un giorno, a New York, non passai davanti ad una casa dove c'era questa ragazzina...
Ci fermammo subito, ovviamente!

Lei ci assicurò che i limoni li aveva comprati con la mamma al mercato biologico e li aveva appena spremuti in casa (abitava in uno degli appartamenti di quel palazzo) e che dal succo aveva diligentemente tolto tutti i semi.
L'acqua con cui aveva diluito il tutto era fredda il giusto, e un bicchiere, come potete vedere dal cartello che aveva scritto e che mostrava con orgoglio, lo vendeva ad un dollaro.

Vi confesso che non amo le limonate: ma in cambio della fotografia e della breve chiacchierata, potevo forse non scucire un dollaro e gustare davanti a lei un bicchiere della sua limonata?

Era tutta contenta: eravamo i suoi primi clienti, aveva sistemato il suo banchetto da pochi minuti; con la mamma che la sorvegliava discretamente da dietro il portoncino (di lei si intravvede il riflesso sul vetro, se guardate la foto con attenzione).
Lo vedete anche voi, vero?, l'accenno di sorriso soddisfatto e orgoglioso che trapela dalle labbra di quella bambina.
Gli avrei dato il dollaro anche senza prendere la limonata: ma mi sembrava poco educativo...

2859 chilometri a ovest di Manhattan - più in là, nella piccola Erie, Stato del Colorado, pieno "West", dunque - papà Steve suggerì la stessa idea al piccolo Jack.




Che, spalancò gli occhi di fronte a quella rivelazione. Proprio come sanno fare i bambini.
Lui ne fu immediatamente entusiasta: "Ma è una bellissima idea, papà!!".
Il quale (qui sotto nella foto...) intuì al volo che quella era l'occasione per iniziare a far capire al figlio, in modo "soft", un paio di cosette che gli sarebbero servite nella vita: il valore dei soldi, il concetto di investimento, la fatica per guadagnare, la gestione del risparmio...

E anche "far di conto": forse, in quel modo, avrebbe reso "pratici", più attraenti, i sempre astratti esercizi di aritmetica elementare.

Chissà...
Non voleva certo smorzare l'infantile entusiasmo del figlio, Steve, che però si trovò costretto a spiegargli che sì, era una bella idea, ma che quella avventura aveva dei "costi".
E allora si informarono insieme...

Per esempio, bisognava pagare la tassa di iscrizione all'East Boulder County Farmer's Markets, l'ufficio della Contea che si occupa dei mercati dei contadini:
50 dollari.

Poi pagare la "First Time Vendor", con l'"Application"  (l'iscrizione) e la tariffa per le prime due settimane anticipate: 
150 dollari.

Infine la "Weekly Booth Fee", la tariffa settimanale per installare il proprio banchetto:
ed erano altri 50 dollari.

Il piccolo Jack si sentiva perso.
Quelle erano cifre da capogiro, per lui. Ma poi, scusa, quasi quasi è proprio quanto costa il "Lego Death Star"
E allora, tanto vale, che compriamo quello, no?

"Ma papà, dove li trovo tutti questi soldi?", chiese invece quasi senza speranza Jack...

Così Steve raccontò al figlio che esistono le banche, che sono quei posti dove ti tengono in custodia i soldi (pagandoti una cosa che si chiama "interessi") e che in caso di bisogno te li prestano anche, i soldi, (pagando tu qualcosa).
Jack faticava un po' a capire.

"Vediamo, cerco di spiegarti... 
Se tu vuoi delle caramelle le paghi, giusto?
Perché le caramelle costano, vero?
E beh, anche i soldi 'costano', sai? Ma stai tranquillo: in questo caso i soldi per aprire il tuo banchetto te li presto io e 'a tasso zero'.
Che vuol dire che ti presto i soldi ma non ti faccio pagare il disturbo che mi prendo, il fatto che usi i miei soldi, che nel periodo in cui te li do non li posso usare: il costo del prestito, insomma.
Ma ricordati, questo sarà appunto 'un prestito'. E quei soldi me li dovrai restituire, ok?". 


Jack spalancò gli occhi, tirò un sospiro di sollievo e abbracciò il papà, tutto contento e orgoglioso di quello che avrebbe potuto fare.
Anche se bene-bene non è che avesse capito alla perfezione quella questione "soldi-interessi-prestito". Ci avrebbe ragionato più tardi. 
Aveva ben capito, però, che li avrebbe dovuti restituire.

Arrivati a casa, papà Steve tirò fuori da una scatola in garage un vecchio fumetto di Shultz.
Proprio dove Lucy Van Pelt vendeva tutta orgogliosa (ma prima di fare la piccola psic... o dopo? Sapete che non ricordo?) dissetanti bicchieri di limonata fredda.
E gli occhi di Jack si illuminarono di nuovo e decise che sì, il banchetto l'avrebbe voluto così.
Proprio uguale-uguale.

Padre e figlio andarono allora con quel fumetto in un "brico center", e lì comprarono il legno necessario per fare lo stand. Ma sempre, ovvio, con i soldi di papà.
Con il piccolo Jack che iniziava ad essere un po' preoccupato per tutti quei prestiti.

Poi, insieme, ci diedero dentro a martellare, avvitare, tagliare, bullonare, verniciare.
E infine a disegnare l'insegna.
Finché...
Che tenerezza fa l'espressione felice e orgogliosa di Jack quando l'estate passata si fece fotografare davanti al suo "Jack Lemonade Stand" al mercato di Erie, Colorado, vero?
Ovviamente fu un successo.
I contadini della zona che gli vendevano i loro limoni bio facevano a Jack un generoso, paterno, sconto; così come il grossista dell'acqua gassata e naturale, con la quale il nostro piccolo Jack allungava il succo di limone.

Insomma, davanti al suo "Jack Lemonade®" (esatto, ®, perché previdentemente il papà di Jack registrò il marchio...) c'era sempre una bella coda di clienti disposti a sborsare volentieri 2 dollari e 75 centesimi per un bicchierone enorme di freschissima limonata bio spremuta da un bambino che al posto di passare il suo tempo libero davanti ai videogiochi aveva deciso di darsi da fare...

Bastarono solo quattro settimane a Jack non solo per restituire al padre il prestito utilizzato per far partire l'impresa, ma anche per raccogliere i 400 dollari con i quali si comprò il "Lego Death Star", l'astronave di Star Wars. 

Che però non so quanto impiegò a costruirla: perché a quel punto ci prese gusto e decise di non rinunciare al business.
Senza però trascurare lo studio, ovviamente. 
Condizione irrinunciabile stabilita da papà Steve.

E infatti il primo problema di fronte al quale si trovò era come mandare avanti "la baracca" quando lui doveva studiare, andare in piscina o giocare a baseball.
E così gli venne in mente che avrebbe potuto "affittare" il suo chiosco ad amici fidati.

"Affittare", esatto.
I bambini sono diabolici...


Gli amichetti non sarebbero mancati di certo, visto che a scuola la voce si sparse presto e non erano pochi quelli che gli chiesero di entrare nel suo "business", quello della limonata di Jack.
Ovviamente pronti a riservare a lui una piccola percentuale sugli incassi.
D'altronde non avevano investito nulla, loro..

Il primo fu Josh Banks (otto anni), qui sotto sorvegliato dalla sorellina di Jack, Halle che di anni ne ha 11.
E che forse un po' si vergognava e allora davanti al fotografo indossava gli occhiali da sole...

Eccolo qui, Jack, ad osservare con attenzione (e con un po' di preoccupazione, in effetti...) il lavoro del suo nuovo collaboratore.
Jack che intanto continuava a ricevere proposte da parte di molti amici. Ma lì, ad Erie, i turni nel "Jack Lemonade" al locale Farmer's Market erano ormai tutti coperti.

E allora andò su internet, e lì scoprì che c'erano mercati di contadini settimanali anche in alcuni paesini vicini ad Erie: Lafayette, Louisville, Westminster
Scoprendo, soprattutto, che in nessuno di questi veniva venduta limonata fresca in bicchiere.
Perfetto!
Il piccolo Jack, ovvio, ne parlò subito con il padre: ma immediatamente capì che quella volta la musica sarebbe stata differente. 
Papà Steve, infatti, gli spiegò che no, non poteva aiutarlo più e che ora, con l'attività ormai così bene avviata, avrebbe dovuto arrangiarsi da solo.
Insomma, non avrebbe più potuto contare su di lui.

Tipico americano.
Della serie: ti ho aiutato all'inizio ma ora te la dovrai cavare da solo.


Il padre, però, gli suggerì una soluzione.

"Sai, Jack - gli disse - è proprio in questi casi che ci si rivolge ad una banca".

Cari amici di Aria Fritta, immagino la faccia che starete facendo in questo momento: la vedo la vostra espressione, sapete?
D'altronde è la stessa che ho assunto io quando ho conosciuto questa storia.

Come-come? 
Ho capito bene?
Un bambino di otto anni avrebbe dovuto chiedere un prestito in una banca?
Questa sì che è una "americanata"!

E invece...


E invece non sapevo che negli Usa esiste la "Young Americans Bank", un istituto bancario (no profit) che ha sede proprio a Denver. 
Banca nata specificatamente per bambini, ragazzini e adolescenti. 

A fondarla nel 1987 fu Bill Daniels, "padre" della Tv via cavo americana (e ricchissimo): si indignò e decise che avrebbe dovuto fare qualcosa quando seppe che ad un gruppo di studenti di una scuola elementare di Denver venne negato un prestito bancario per realizzare un progetto scolastico. "Non date sufficienti garanzie", disse loro un ligio impiegato di una banca locale.
Fu allora che Bill Daniels decise di muoversi.
Fondando una banca apposita per giovani.

La "Young Americans Bank" di Bill Daniels (qui sopra oggi, bello e sorridente) funziona esattamente come una normale banca: solo che è riservata ai giovanissimi. 
Dai 22 anni in giù.

Istituto bancario che in Colorado ha tre sedi e che organizza nelle scuole elementari e superiori dello Stato corsi di finanza elementare, gestione e responsabilità del denaro, e possibilità di investimento. 
Argomenti affrontati anche nel corso di appositi campi estivi.

Soprattutto, però, apre conti correnti, libretti di risparmio, certificati di deposito ai ragazzini, fornendo i propri giovanissimi clienti (che finora sono stati 79mila...) di regolari libretto di assegni, bancomat e carta di credito.



Non solo: la "Young Americans Bank" è l'unico istituto che non applica alcun costo quando i ragazzini portano in banca i loro sacchetti di monete per poterli cambiare in biglietti verdi: "Noi amiamo le monete! La maggior parte delle banche impone un costo per il conteggio delle monete con l'apposita macchina. Non noi! Il conteggio delle monete è una delle cose che preferiamo fare! Quindi, portaci pure tutte le monete che hai nel salvadanaio, versale tu nel nostro contatore, e guardale trasformarsi in dollari!".

Periodicamente, poi, il Consiglio di amministrazione della "Young Americans Bank" convoca in apposite assemblee i ragazzi per ascoltare le loro proposte e le loro osservazioni.

"Venite a trovarci in banca con i vostri genitori, potremo insegnare loro un paio di cose interessanti!", dice uno dei manifesti appesi alle pareti della banca.


Scrivendo questa storia, dagli abissi della mia memoria è emerso improvvisamente un ricordo delle elementari (è pur vero che si tratta di mezzo secolo fa...) quando a ottobre, in occasione della Giornata italiana del Risparmio, si presentava a scuola un signore di qualche banca che ci portava un salvadanaio di metallo pesante, invitandoci a risparmiare e a riempirlo di monetine.
Esattamente come questo:

Che tenerezza, l'Italia...

Uno degli scopi della banca è però anche concedere ai ragazzi finanziamenti per progetti, appunto, ritenuti interessanti.

Ah, come avrei voluto assistere al colloquio che un funzionario della banca - ovviamente giovanissimo, come tutti i dipendenti di Bill Daniels - ebbe con il piccolo Jack. Il quale si presentò all'appuntamento (ok, accompagnato dal padre Steve) con un quaderno pieno di conti e operazioni di aritmetica.

In una colonna aveva messo i costi che avrebbe dovuto sostenere: la tassa di iscrizione, più le due settimane anticipate, più la tariffa settimanale d'affitto.
In un'altra, il costo del materiale per realizzare i nuovi stand, quello dei boccioni per la limonata, dei bicchieri di plastica e dei tovaglioli.
Poi c'era la colonna riservata a quanto spendeva per il materiale di consumo: i limoni, l'acqua e lo zucchero...
Infine, i dati su quanti bicchieri di limonata vendeva in media, e l'ammontare delle percentuali distribuite agli amici quando lo sostituivano al banchetto.

"Vede, io ho avuto una bella opportunità, ho avuto fortuna e ora vorrei offrire le stesse cose anche ad altri bambini come me.
Vorrei aprire altri banchetti in altri mercati dei dintorni, ma non ho i soldi.
Voi li avete, vero? Me li prestate?".

Non ero presente all'incontro, ovviamente, ma sono certo che quel funzionario di banca, a quel punto, sorrise.
So, però, che disse sì.
Il progetto lo convinceva, e rientrava proprio nello spirito della banca del vecchio Bill Daniels.

Era andata! 
La "Young Americans Bank" avrebbe dunque finanziato "volentieri" - con cinquemila dollari! - l'apertura di altri Jack Lemonade Stand, questa volta nelle cittadine di Lafayette, Louisville e Westminster.
Dove così avrebbero potuto "lavorare" (sempre in modo "giocoso", nel tempo libero da studi e impegni vari, sia chiaro...) gli amichetti di Jack.
Cinquemila dollari che sarebbero serviti per comprare le nuove strutture in legno, altri boccioni, altri frigo portatili, e realizzare altro materiale pubblicitario.

Non solo: la banca sarebbe diventata il primo "sponsor" dei Jack Lemonade Stand!

Il piccolo Jack, nel frattempo ha ampliato il business, accettando, per il pagamento, carte di credito e "bitcoin", cioè pagamenti "peer to peer", quelli che passano da un conto "virtuale" (ma vero), e che gli evitano di avere troppo denaro contante in cassa.



Non solo: i ragazzini interessati a lavorare in uno dei quattro Jack Lemonade Stand attualmente operanti, possono prenotare on line sul suo sito la loro presenza. Prepagando però una tassa di 35 dollari che verrà rimborsata solo quando arriveranno allo stand. 

Dove, nel frattempo, oltre alla limonata sono stati messi in vendita anche succo di mele, latte di cocco e cioccolata calda.


"Voi portate il vostro entusiasmo e il buon umore; a tutto il resto penso io", scrive Jack (otto anni, lo ricordo) nel suo sito internet.
Dove garantisce che in 3 ore/3 ore e mezza di lavoro, i ragazzi (che come partecipanti all'iniziativa potranno bere gli stessi prodotti che vendono "al vantaggioso prezzo di 50 cent.") porteranno a casa non meno di 20 dollari.
Tips (mance) escluse.
Mance che i clienti lasciano sempre con grande generosità ai ragazzini dietro al banco.

Un successo, che la scorsa estate ha portato a lavorare nei suoi quattro stand oltre cento ragazzini di queste parti.
Stand che diventeranno presto sei, ma dove potranno lavorare sempre e solo suoi coetanei, rigorosamente fra i 7 e gli 11 anni.
Inutile dire che oggi, il piccolo Jack Bonneau, oltre al sito internet ha una pagina Facebook, un account Twitter e una pagina Instagram.

E un discreto conto in banca.

"Ho avuto un fatturato di duemila dollari - ha dichiarato il nostro amico nientemeno che al New York Times che lo ha intervistato - con un guadagno netto rimasto nelle mie tasche di 900 dollari".
Ammettendo, poi, che questa esperienza (fatta di addizioni dei profitti, sottrazioni delle spese, divisioni dei soldi per gli altri ragazzi, percentuali sui possibili futuri incassi e così via...) gli ha aumentato la sua fiducia nella scuola.

Con il padre, Steve, che alle sue spalle sorrideva, sornione...


Cari amici di Aria Fritta, ho finito.
Scrivendo, mi è venuto in mente anche il bellissimo racconto di qualche anno fa di Antonio Menna: "Se Steve Jobs fosse nato in provincia di Napoli...".
E scrivendo mi sono chiesto cosa succederebbe se questo ragazzino e suo papà Stefano vivessero in Italia.

Io me lo vedo il balletto di Vigili Urbani, multe, ufficio d'igiene, multe, relazioni di assistenti sociali, intervento del Tribunale dei Minori, avvocati e interviste a sociologi e psicologi e Bruno Vespa e Barbara D'Urso...

E voi?


© dario celli. Tutti i diritti sono riservati  

12 commenti:

  1. la tipica cittadina di provincia americana dove si possono realizzare questi piccoli progetti che poi diventano grandi cose.
    ma si sa che gli usa in generale sono così. se hai un'idea con pochi soldi iniziali puoi diventare grande.
    in italia per metter su questo banchetto propedeutico oltre che remunerativo, avrebbe speso molti più soldi in permessi ed autorizzazioni varie, avrebbe avuto controlli asl nas gdf cfs vvff pl e forse, vista la nostra burocrazia avrebbe potuto metter su il banchetto quando si sarebbe laureato.

    ciaoo cristian

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    1. Già, sono proprio d'accordo con te (per una volta!). :-)

      Grazie per essere fra i lettori!


      d.

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  2. ...quindi c'è speranza che i nostri studenti possano acquistare l'isola di Budelli....ne sarei fiera. grazie Dario

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    1. Se fossimo in America, forse.
      Ma in Italia...

      Ciao, Cinzia...


      d.

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  3. Risposte
    1. Vero?
      Mi stupivo ogni riga che scrivevo...


      d.

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  4. Storia deliziosa, come sempre.
    Se fossero stati qui in Italia, probabilmente, sarebbe rimasto tutto un sogno.

    Un abbraccio.

    Rita
    (Esau_Rita su fb)

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  5. Ciao Dario, ho un'idea simile e, se vinco la Visa, mi sa che la metto in pratica. Sai, queste storie stimolano a fantasticare su progetti impossibili quì in Italia ma possibilissimi negli States dove non si viaggia con il freno a mano tirato! Comunque ottima storia, come sempre, ma che te lo dico a fare, tanto non ne sbagli una.....

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  6. Bel post! Complimenti. Posso chiederti dove posso indirizzare alcune domande sulla vita americana? Per esempio, dove posso chiederti qualche curiosità riguardo ai medici ed alle farmacie? - Sara

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    1. Sara, se tu vai nella colonna a destra, al fondo c'è il link per raggiungermi su Facebook!
      Ti aspetto (ma fatti riconoscere!).

      d.

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