PERSONE CHE HANNO LETTO O CURIOSATO

venerdì 10 aprile 2015

Il (nuovo) punto più alto di New York

Cari amici, nella prossima vostra visita a New York questo appuntamento non potete proprio mancarlo.

Quando mi viene chiesto come iniziare a conoscere New York consiglio sempre di andare, non appena giunti in albergo e mollati i bagagli, sull'Empire State Building e osservare la città illuminarsi. Un'emozione incredibile, se solo si pensa dove si era dieci ore prima... 
Per capire, è da lì - dalla cima dell'Empire - che ho fatto la foto di copertina di questo blog.

Ma la Grande Mela merita di essere salutata anche prima della partenza.
E allora c'è un altro modo unico per farlo: arrampicarsi (ma tutto il lavoro lo farà l'ascensore) fino al punto più alto di New York.
Laddove oggi c'è la Freedom Tower. 
Ora, infatti, è ufficiale: finalmente apre l'"One World Observatory" - l'osservatorio panoramico all'ultimo piano della "Freedom Tower" - e finalmente presto si potrà osservare Nuova York da sud, ma soprattutto da un punto più alto dell'Empire State Building.

Dal punto più alto della città.

L'"One World Observatory" aprirà fra poco più di un mese, il 29 maggio.


Prendete nota: alla Freedom Tower arrivano le linee A, C, J, M, Z, 2, 3, 4 e 5  (fermata Fulton st/Broadway-Nassau Station), oppure la E (fermata World Trade Center Station, uscita Church st.), o la linea R (fermata Cortland St, la meno vicina, a tre isolati).
Tutte con indicazioni adeguatamente segnalate, tranquilli!


I biglietti per salirvi - in vendita anche on line da qualche giorno - forse sono un po' cari.
Ma si sa New York è New York, e poi non si tratta di una tariffa per salire semplicemente in un ascensore: 32 dollari, (29 euro e 50 centesimi al cambio di oggi) per gli adulti, 30 dollari per chi ha più di 65 anni, 26 dollari per i bambini dai 6 ai 12 anni mentre i minori di 6 anni entrano gratuitamente.

Lo immaginerete, forse: è molto probabile che vi sia una bella coda da fare prima di riuscire a salire; e allora è stato studiato un biglietto apposito (a 54 dollari) per il "Priority Acces & Express admission" e altre formule di prezzi (ancor più maggiorati) per ingressi liberi da orari e senza coda.

I primi però ad entrare nel grattacielo più alto della loro città saranno - qualche giorno prima, giovedì 28 maggio - gli alunni di alcune scuole di New York. Con loro, i figli di chi, in questi anni, ha contribuito a costruirlo.

Come saprete certamente la Freedom Tower (uno dei nomi con cui è chiamato il One World Trade Center) è alta 1776 piedi, 541,3 metri. 
1776, come l'anno dell'Indipendenza Americana.

L'Osservatorio si trova a 382 metri d'altezza e conta ben tre piani: il 100°, il 101° e il 102°.
E per arrivarci, gli Sky Pods (gli ascensori) impiegano esattamente un minuto. 


L'ingresso è al 285 di Fulton St, laddove vengono venduti anche i biglietti di ingresso.










All'ingresso, al pian terreno, i visitatori entreranno nel "Global Welcome Center" dove in tempo reale si saprà il totale dei visitatori e, grazie ad un enorme planisfero luminoso, la loro provenienza geografica. 

Camminando verso gli ascensori, le pareti proietteranno il documentario sulla costruzione. Anzi, della ricostruzione.
Decine e decine di fotografie e di storie personali degli uomini e delle donne che hanno costruito il grattacielo più alto della Grande Mela.




Lo "spettacolo" inizia già nell'ascensore. 
Quelli riservati ai visitatori sono cinque e sono di dimensioni enormi. 
E pavimento, pareti e soffitto sono, infatti, di vetro. Vetro sul quale vengono proiettate in "time-lapse" immagini dello sviluppo di New York dal 1600 ad oggi.

Con i visitatori che vivranno più o meno una situazione di questo genere...


In totale, però, nella Freedom Tower funzioneranno ben 71 (settantuno!) ascensori, ai quali si debbono aggiungere nove scale mobili.
Pensate: in Italia la velocità media di un ascensore è di 5 secondi per piano; dunque se gli ascensori del One Workd Trade Center andassero alla velocità "italiana", per arrivare al "One World Observatory" i visitatori ci impiegherebbero qualcosa come 8 minuti e mezzo...

Poi, partendo dalle fondamenta e dalle antichissime rocce che sostengono l'isola di Manhattan, si arriva su.
Al 101° piano il primo "belvedere", con tre bar dove ci si può rifocillare godendosi quell'incredibile panorama.

Le uniche foto per ora a nostra disposizione sono quelle scattate nel corso dei lavori...
Come queste, dove orgogliosamente gli operai ammirano ciò che il frutto del loro lavoro permette di vedere.
Che panorama, eh?















Al 102° piano ci sarà anche un teatro: 2800 metri quadrati dove un sevizio di catering è in grado di soddisfare gli appetiti di trecento persone.

Insomma, c'è ben altro che una sola, semplice, terrazza che toglierà il fiato.

Per saperne di più bisogna portare pazienza fino al 29 maggio, il giorno della sua apertura.
Ma intanto, se non soffrite di vertigini e riuscire a restare saldi alla vostra sedia, cliccate qui sotto e preparatevi a volare...

Ah, dal 29 maggio al 7 settembre l'orario è dalle 9 del mattino a mezzanotte (con l'ultimo biglietto che verrà messo in vendita alle 23,15). 
L'orario invernale è invece dalle 9 del mattino alle 20 (ultimo biglietto in vendita alle 19,15).


© dario celli. Tutti i diritti sono riservati

mercoledì 1 aprile 2015

Il pescatore di uomini

Il Pastore Rickie Rush ricorda perfettamente quando ha avuto l'ispirazione, ma non sa spiegarsi perché proprio quella volta.
Già, quel versetto (Matteo 4:19) chissà quante volte l'aveva letto o declamato.
Eppure, quella volta...

Cari amici, questa volta andiamo in chiesa. 
O meglio, in uno dei tanti edifici religiosi degli Stati Uniti d'America. 
Stati Uniti che sì, portano addirittura il nome di Dio sulle banconote ("In God We Trust", "In Dio confidiamo", c'è stampato nel retro di ogni biglietto) ma che sono, e restano, uno Stato assolutamente, graniticamente, laico.
Negli Usa, infatti, non solo non c'è mai stata nessuna "religione di Stato", e nessuna confessione religiosa ha più "diritti" di altre. 
La Costituzione Americana - dal 1787! - stabilisce  solennemente nelle prime parole del primo articolo (il PRIMO!), che "Il Congresso" non avrebbe potuto mai promulgare "leggi per il riconoscimento ufficiale di una religione".

D'altronde, bisognava capirli, i Padri Fondatori: giungevano da un Continente, l'Europa, dove la religione e le molte guerre combattute in suo nome, nei secoli avevano provocato milioni di morti durante centinaia di sanguinosi conflitti.

Gli stessi parlamentari del Congresso americano, oggi, risultano aderire a ben 24 religioni differenti (ma ci sono anche tre parlamentari che si sono dichiarati atei). 
Una recente ricerca, poi, ha registrato che seppur facendo riferimento in qualche modo al "ceppo" cristiano, negli Stati Uniti sono attive ben 37 confessioni religiose differenti.

Ma "Stato laico" significa che gli Usa non possono elargire alcun finanziamento, diretto o indiretto, ad alcuna confessione religiosa. 
Zero dollari. 

Le Chiese americane, dunque, devono darsi quotidianamente da fare a racimolare i finanziamenti per il proprio sostentamento, e lo fanno attraverso le donazioni volontarie dei propri fedeli (detraibili dalle tasse, ovviamente). 

I Pastori americani, insomma, devono fare attenzione: fanno qualche stupidaggine o magari sono poco brillanti, noiosi, nei loro sermoni? 
La conseguenza immediata sarà l'abbandono dei fedeli, che cambieranno chiesa. Dirottando altrove le loro donazioni. 
E poche donazioni, significa "chiusura".

Non sono rari, infatti, i casi di chiese che hanno dovuto chiudere per "fallimento". 
Con gli edifici demoliti e i terreni venduti.
Magari per costruirci un bel condominio o un centro commerciale.

Facile capire perché, qui negli Usa, un Pastore deve darsi da fare per far entrare nella propria chiesa i fedeli pigri e quotidianamente obiettivo di tentazioni secolari. 

Il mondo secolare il Pastore Rickie Rush lo conosceva bene.
Un personaggio singolare, il nostro Rickie.
Da giovane ha frequentato l'università del Texas ad Arlington dove si è laureato in discipline umanistiche; 
poi si è preso anche una laurea in medicina;
poi, per 17 anni, ha insegnato "arte teatrale" alla Skyline High School.
Fino a quando ha affiancato a queste sue attività quella di Pastore, che ad un certo punto è diventata una missione a tempo pieno.
E qui ha subito sfruttato la sua capacità migliore: la dialettica, la capacità di dialogare, di predicare. 
Anche usando la più secolare delle prime diavolerie moderne, la televisione.
Poi, il grande salto, quando nell'estate del 1990 il Pastore Rickie Rush, insieme ad altri nove "fratelli" (in senso "ecumenico-religioso"), fondò a Dallas la "Iboc", "Inspiring Body of Christ Church", "Chiesa del Corpo di Cristo Ispirante". 
Si tratta di una Chiesa cosiddetta "non confessionale", che non fa riferimento, cioè, né al cattolicesimo, né a chiese cristiano protestanti o evangeliche, né a quelle copte o ortodosse. 

Descrivere l'arcipelago delle confessioni religiose negli Usa è difficile: di cosiddette Chiese "non confessionali" ce ne sono di tutte le specie, a volte anche bizzarre o inquietanti. Quella del Pastore Rush, per lo meno, fa diretto riferimento alla dottrina insegnata da Cristo attraverso le Sacre Scritture: e per questo accoglie a braccia aperte i credenti di ogni fede cristiana.

E la "Iboc" - partendo dall'ottobre 1990, questua su questua, effettuate anche attraverso le trasmissioni radiofoniche e televisive del Pastore Rush e confratelli - nel giro di dodici mesi crebbe così tanto da riuscire ad acquisire il primo edificio.
E poi, alle soglie del 2000, un grande terreno.
Quello dove si trova attualmente la chiesa.

Senza finanziamenti o da parte dello Stato o tramite esso, potete facilmente immaginare quanto sia difficile per una congregazione religiosa americana tirare a campare.

Teleprediche a parte, uno dei momenti più classici di autofinanziamento è la "questua" che viene fatta in chiesa durante le funzioni.

Una volta a New Orleans ho assistito ad una funzione dove il Pastore - che doveva ristrutturare completamente la cucina della mensa parrocchiale per i poveri - interruppe la Messa fino a quando, con la questua fra i banchi, non venne raggiunto il budget previsto per quel giorno.

Dunque, sermone dopo sermone, in chiesa o in televisione,  dollaro dopo dollaro, nel 2009 il Pastore Rickie Rush riuscì a raccoglierne ben una quarantina di milioni
Qualcosa come 37 milioni di €uro.
Cose dell'altro mondo...
Obiettivo raggiunto e superato, visto che il preventivo per la costruzione della nuova chiesa era equivalente a poco più di 28 milioni di €uro. 

Il progetto venne affidato ad uno dei più importanti studi del Texas, il "Barron&Bennet Architecture", che si vanta di essere in grado di sviluppare e realizzare qualsiasi idea "partendo anche da un semplice schizzo o disegno del committente".

Cari amici, lo schizzo originario che il pastore Rush portò a quelli della "Barron&Bennet Architecture" non sono in grado di farvelo vedere. 
Ma sta di fatto che, alla fine, venne proprio fuori quello che lui desiderava...








Un edificio imponente - 16.351 metri quadri - costruito in un terreno di quasi 146.000 metri quadri che avrebbe permesso il parcheggio a migliaia di auto.

"Imponente" non è affatto un aggettivo esagerato: basta pensare che al suo interno possono trovare comodamente posto fino a 4.200 fedeli.


Ma quando andò a parlare con gli architetti, il nostro Pastore disse che la sua chiesa non doveva essere soltanto "imponente": lui voleva che quelli della "Barron&Bennet Architecture" rendessero realizzato architettonicamente quel versetto del Vangelo di Marco - il 4:19 - che da alcuni giorni gli rimbombava in testa. 
Quello che dice "Seguitemi, e io vi farò pescatori di uomini...".

"Ecco - disse a loro solo un po' stupiti - mi piacerebbe che i fedeli, entrando nella mia chiesa, abbiano l'impressione di entrare in, DENTRO a, un oceano. Che abbiano l'impressione di essere pesci fra i pesci, peccatori fra i peccatori...".

Nessun problema, devono aver risposto quelli: una cosa tipo questa?
Mmmh...
Il Pastore Rickie Rush era vagamente deluso. 
"Veramente io voglio qualcosa di stupefacente, come stupefacente è stata la pesca di Gesù!".

Con calma, iniziò a spiegare di volere qualcosa che esprimesse al meglio il concetto "dell'ingresso nella pace di Dio"; il concetto "del passaggio dei fedeli peccatori nel mare purificatore"

Potete facilmente immaginare, a questo punto, gli occhi spalancati e la fronte corrugata di quegli architetti miscredenti, vero?

E allora, davanti a quei testoni, il nostro Pastore si mise a fare quasi un sermone...
"Insomma, vorrei che il fedele, da qualunque lato decida di fare il suo ingresso in chiesa, venisse accolto, anzi 'entrasse', nell'acquario purificatore'. D'altronde, nel versetto di Marco, Gesù ha definito, o no, noi Pastori 'pescatori di uomini'?"

Per spiegarsi meglio, aggiunse poi, sempre più ispirato: "Mi piace immaginare che i fedeli, entrando, si sentano come 'pescati' da Gesù, e che camminino circondati da pesci di tutte le specie e provenienti da tutti i mari del mondo". 

"L'ingresso nella mia chiesa - disse - dovrà essere una specie di metafora del processo di 'decontaminazione' che ogni peccatore deve affrontare prima di presentarsi al cospetto di Dio.
E non deve esserci possibilità di passaggio diverso...".

Deve essere davvero un grande trascinatore di folle il nostro Pastore Rickie, se uno dei progettisti dopo aver ascoltato le sue idee, definì la sua "un'energia contagiosa, un modo che fa venire voglia di fare meglio per Dio". 
Immagino che Greg Barron e colleghi, da buoni professionisti americani, non abbiano battuto ciglio mentre i loro cervelli iniziavano a lavorare, immaginando, fantasticando.
E mentre già si sfregavano le mani... 


D'altronde cosa c'è di meglio, per un architetto, che avere un cliente con un budget enorme e sciogliere la briglia alla propria fantasia creativa facendo in modo che questa poi si trasformi in muri e mattoni?
Anzi, in questo caso in vetro, acqua e pesci!
All'esterno, pur essendo annunciata da una stupefacente  insegna led da 281 "trillioni" (281.000 miliardi) di colori, l'edificio non ha, dimensione a parte, nulla di particolare.


Ma quello che contengono quei muri...

Già, perché ciò che venne fuori da quel sermone improvvisato del Pastore Rickie Rush, cari amici, è a mio parere una delle più spettacolari e simboliche chiese esistenti al mondo.

Intanto, l'intera parete in fondo al grande atrio-ingresso 
della "Inspiring Body of Christ Church", presenta l'affresco qui sotto, raffigurante il profilo di una moderna città americana con i suoi grattacieli, e un Gesù che parla con Maria Maddalena e un gruppo di discepoli. 

Sotto l'affresco, il versetto dell'evangelista Marco scritto a caratteri cubitali: "Seguitemi, e io vi farò pescatori di uomini".

Poi, appunto, il gigantesco acquario.
E l'aggettivo non è esagerato.

Si tratta, come potete vedere qui sotto, di un acquario da 75.000 galloni (circa 284.000 litri!) d'acqua salata, dove nuotano placidi più di trecento pesci di ottanta specie diverse





Ogni giorno, per mantenere in efficenza il colossale acquario (costato, fra progettazione e costruzione, 4 milioni e 700 mila dollari, quasi 4 milioni e 360 mila €uro) vi lavorano a tempo pieno due biologi marini, mentre sei dietisti specializzati (in pesci) si turnificano per nutrirli e mantenerli in salute. 



Ed è appunto in mezzo a questo mare che i fedeli, per entrare in chiesa, sono costretti a passare.

Un edificio enorme, ma non il più grande degli Usa, questo.
Secondo una rivista specializzata, la "Inspiring Body of Christ Church" è infatti soltanto all'87° posto negli Stati Uniti sulla base di frequenza settimanale.

Le spese sono modeste, visto che a gestire la chiesa, c'è un enorme numero di volontari. Decine e decine ogni giorno, organizzati oltre che dal pastore Rickie Rush, anche da sette dipendenti a tempo pieno (biologi compresi). 

Anche il coro della chiesa è da record: conta, infatti, ben 300 persone.
Tutte volontarie, ovvio. 
E grazie alla sua capacità dialettica, unita alle scenografie dell'enorme coro, che le sue funzioni sono sempre un grande successo di fedeli.
(E di offerte...).

Anche perché lui, nel caso, i fedeli li va a "pescare" a domicilio, con l'apposito pulmino della Chiesa.

Gratis, ovviamente.
Trovare nell'agenda del pastore Rickie Rush un minuto libero è davvero difficile.
A malapena, ad uno sconosciuto europeo autore di un miserrimo blog, risponde telegraficamente via e-mail.

Mi è sembrato di vederlo quando, preso dai suoi mille impegni, alla fine si è alzato e se n'è andato.
E quasi mi è sembrato di sentire fin qui il motore della sua macchina...


Forse è partito per raggiungere un fedele da confortare in qualche angolo di prateria dell'immenso Texas, o per recuperare con il suo furgone personale qualche cavallo del maneggio della Chiesa fuggito.
Furgone che sul fianco reca un monito per tutti gli automobilisti che incontra lungo la strada ("Hai un incontro con Dio").
(No, non ho idea se poi gli automobilisti rispondano in modo scomposto...).



















Sul retro del furgone per cavalli del Reverendo Rush, un versetto del Libro di Geremia: "E vi darò dei pastori secondo il Mio cuore...".



© dario celli. Tutti i diritti sono riservati

sabato 28 marzo 2015

Quella carezza sul viso


Questa storia l'ho scritta ascoltando compulsivamente QUESTA bellissima versione di "I Shall Be Released" , brano di Bob Dylan qui cantata da Jack Johnson.
Prima di andare avanti, attaccatela: trovo sia un perfetto sottofondo.

...



Mi chiedi quando l'America è entrata nella mia vita.
La mia vita, la nostra vita di giovani e meno giovani italiani, è 
sempre stata "piena di America".

Io sono cresciuta guardando telefilm americani, "Genitori in blue jeans""I Robinson""Charlie's Angels""Dallas". Ed è solo un elenco parziale.
E grazie (o a causa...) di questi film e telefilm, in tutti noi c'è un po' d'America, non pensi?


Da semplice, giovanissima telespettatrice (forse non poco ingenua...) mi affascinavano le cose normali della vita americana, quelle di tutti i giorni: i frigo enormi, le famiglie numerose con un sacco di figli, le fette di tacchino, le salse, il formaggio giallo, le bottiglie enormi di latte e di succo d'arancia.

Per non parlare delle case, che mi sembravano immense, bellissime...


Adoro le case grandi, quelle villette a due piani con la scala interna, quelle case con il patio fuori, con la veranda di legno sulla quale c'è una sedia a dondolo o dei divanetti di vimini. Quell'angolo di casa esterno dove anche d'inverno puoi svegliarti dal torpore notturno facendoti schiaffeggiare dall'aria fredda magari mentre bevi un caffè bollente avvolta in una calda coperta di pile...

Ok, erano film, era tutta fiction.
Tutto finto.
E io sarò anche romantica, ok.
Ma...

No, guarda, Dario: non è grazie a queste immagini forse un po' "stereotipate" che oggi ti parlo della mia storia...

Dell'America, poi, conoscevo quello che mi raccontava la mia amica "Lelolla", Eleonora, una mia compagna di liceo i cui genitori ad un certo punto si trasferirono negli Usa per lavoro.
Loro, non lei. 
Perché lei non era pronta a lasciare i suoi amici, "e poi - mi diceva - in Italia l'università è migliore. Al massimo io andrò là a lavorare.
Al massimo".
Al massimo...

Visto che andava spesso a trovare i suoi, e ogni volta ci stava parecchio, è attraverso lei che sentivo e imparavo tante cose "dell'America".

E lei mi raccontava di quello strano Paese, delle abitudini curiose degli americani, di come si pagavano le bollette, di come era assente gran parte della burocrazia borbonico-savoiarda che c'è in Italia...

E poi mi portava sempre le sigarette, e i cioccolatini ripieni alla crema di burro d'arachidi, e magliette, e felpe. 
Ché ogni volta che rientrava dalle sue vacanze americane, per me era un Natale.



Poi è arrivato il febbraio 2009, quello di questa foto: guarda, è il giorno della mia laurea, con mia mamma che era forse più felice di me.


Con mia mamma, Teresa, con quello sguardo.


Me lo hai fatto notare tu che in quell'istante fissato per sempre, mia madre - euforica come me - non stava guardando l'obiettivo, e che in quel secondo lei aveva gli occhi   che "guardavano più in là".
E che sembra davvero vedesse cose che in quel momento io non vedevo.
Che nemmeno immaginavo.

Uno sguardo che guardava lontano. 

Mi ero laureata.
Ero a Perugia, lontana dalla mia terra, come tanti miei coetanei. Ma ero biologa: avevo finalmente raggiunto il mio  grande obiettivo. 
E allora con mio marito decidemmo di aggiungere un nuovo mattone a quel muro "portante" che stavamo costruendo giorno dopo giorno: decidemmo che era venuto il tempo di comprare casa.

A Perugia lavoravo in un call center, e anche se il lavoro non era granché, ero comunque pagata abbastanza bene; che di questi tempi, se ci pensi, è una gran fortuna. D'altronde di trovare lavoro come biologa dalle mie parti, in un piccolo paese della provincia pugliese, non se ne parlava nemmeno.
Volevamo stabilità e a quel punto della nostra vita, decidere di comprare casa divenne per noi un passo naturale.

Ci siamo "salvati per un pelo", Dario...
Già, perché la casa che avevamo scelto, aveva "sul tetto" più debiti del suo valore, e per fortuna ne siamo usciti in tempo...
Era il 2009.
Mamma mia, mi sembra ieri quando ci accorgemmo che stavamo per perdere tutti i risparmi che avevamo e che ci stavamo ficcando in un casino senza fine...

E proprio quell'anno, una sera eravamo a cena fuori con la mia amica Eleonora e il suo fidanzato: e lui, a tavola, cosa ci dice tutto euforico? "Ho partecipato alla lotteria per avere la Green Card e ho vinto. Sono stato estratto!!". 

Non mi rimproverare troppo, Dario: no, non ero lettrice di Aria Fritta, dunque non sapevo nulla di nulla di Green Card e della Lotteria.
E ti dico la verità: io non fui affatto felice quando sentii da loro  quella notizia. 
Perché avevo capito.
Avevo capito cosa sarebbe successo.

Sarebbe successo che Eleonora, la mia compagna di scuola, la mia amica del cuore - la Lelolla, che sentivo ogni giorno e anche più di una volta al giorno, la custode dei miei segreti più profondi - ora avrebbe realizzato la sua previsione...
Ricordi? Quando da ragazzina mi disse: "Al massimo andrò là a lavorare...".

Lo sentivo, maledizione, che sarebbe successo... 
Ecco, lo sapevo, stava finendo tutto.
L'America...
Ma l'America, Dio mio, è lontana. Dall'altra parte della luna.

Lo sentivo. 
Stava finendo tutto.
Lo sapevo...
E tutto per colpa di quei fottuti frigo enormi, delle famiglie con un sacco di figli, delle fette di tacchino, delle salse, del formaggio giallo, delle bottiglie enormi di latte e di succo d'arancia.
E delle case che fino ad allora mi sembravano immense, bellissime.

Proprio come quella dalla quale ti sto parlando.
La casa della mia amica Eleonora...

E poi io avevo il terrore di volare. Ricordo che le dissi "Ma pensi forse che io possa affrontare nove ore di volo per vederti? 
Ma sei matta? Mi vuoi forse morta?"

Poi...

Poi successe che mia madre ebbe un incidente stradale. 
Ne uscì viva per miracolo.
Aveva tutte le ossa rotte, ma era viva.
Stette in ospedale un mese e mezzo.
Noi, allora, mollammo tutto: lasciammo Perugia e tornammo in Puglia, per stare vicini a lei, che aveva bisogno di tutto.
Siamo stati praticamente un anno intero, noi, chiusi in casa.

A ottobre, prima della partenza, Eleonora venne a salutare mia mamma. Lì per lì non mi sono bene resa conto che stava per partire, per andare lontano, "dall'altra parte della luna". 
Per sempre. 

L'ho capito quando qualche giorno dopo venne a salutarci Tiziano, il suo compagno, che partiva dopo di lei.
L'ho capito quando ho sentito il suo silenzio, quando ho visto il suo sguardo perso nel vuoto, quando l'ho visto andarsene, scendere le scale, quando lui si girò per l'ultimo saluto.
Che voleva dire: "Vado lontano, Michela. Lontano. Ti ho voluto bene...".

Per me e per Andrea le cose sembravano però rimettersi nei binari giusti. Ok, la mia amica del cuore era lontana, ma una bella notizia c'era: a distanza di un anno dall'incidente, mia madre riuscì a rimettersi in piedi.

E "in piedi" ci rimettemmo anche noi, io e mio marito.
Nel nostro piccolo paese in provincia di Foggia aprimmo un laboratorio artigianale di candele, che vendevamo anche attraverso internet.

Eravamo gasati, felici, ottimisti.
Oh, finalmente!

Lo so, non era gran cosa: non era una cosa da diventar milionari. Ma sarebbe stata, era, una cosa tutta nostra. E poi lavoravamo con le mani: creavamo ogni cosa dal niente.
Era una specie di nostro piccolo miracolo quotidiano.
Facevamo di tutto, non solo "candele": ci siamo inventati bomboniere, lampade, e tutte di cera...


Nel 2011 Eleonora mi telefona e mi dà un'altra notizia che avrebbe dovuto farmi fare i salti di gioia. Ma così lontane, come si fa? D'altronde come si fa a continuare ad essere "sorelle" quando in mezzo c'è un mare. 
Anzi, un mare più un oceano...
Insomma: mi disse che si sarebbe sposata con il suo Tiziano il 24 settembre di quell'anno.

No, non potevo mancare al suo matrimonio, cavolo.
Siamo due sorelle, abbiamo la stessa "voglia" sulla coscia... Potevo forse mancare al suo matrimonio? 


Non smetterò mai di ringraziare mia mamma anche per questo: perché sapendo quanto ci tenessi ad essere presente al matrimonio della mia "anima gemella", lei - come se io fossi stata ancora la sua figlia adolescente - decise di regalarci i soldi per il biglietto aereo per l'America.

Quando me lo disse, rimasi a bocca aperta.
Spalancai gli occhi.
E poi piansi, abbracciandola proprio come un'adolescente.
Come se io fossi stata ancora la sua piccola Michela.
Le nove ore - quelle che immaginavo come nove terribili ore di volo, con me sospesa nell'aria sopra l'oceano - passarono invece in un baleno.
In un batter di ciglia.
E quando i carrelli dell'aereo toccarono la pista non ci credevo, non riuscivo a crederci...
Porca miseria, eravamo in America!


Davvero, non poteva che essere vero...
Eppure doveva essere per forza così: c'erano bandiere a stelle e strisce dappertutto, le scritte in inglese, gente con la pelle di tutti i colori, dei macchinoni...
Sì, ero in America.
Cavolo, mi dicevo: Michela, ma hai capito? 
Sei in America!


Dario, credimi: è stata l'esperienza più bella della mia vita.

Guarda: in quei sette giorni io e Andrea avremmo fatto cento, duecento, cinquecento fotografie.
Ci sentivamo come i turisti giapponesi che a Roma fotografano tutto: anche i piccioni, i sanpietrini, i cartelli stradali, gli autobus.

E noi avremmo fotografato anche l'aria, se solo avessimo potuto...
Perché quello che "di botto" mi colpì di più era "lo spazio"l'immenso cielo americano
Quegli spazi che mi hanno liberato l'anima.
Quegli spazi che l'anima me l'hanno rubata per sempre...



Anche se avevamo dormito pochissimo, anche se li avevamo vissuti intensamente, quei sette giorni "volarono".
Andarono quasi più veloci dell'aereo.

Puoi immaginare come sia stato traumatico il nostro ritorno.
Anzi, no: lo sai benissimo, così come lo sa chiunque dall'America sia ritornato alla sua casa italiana.
Se poi pensi che il mio paesino ha quattromila anime...
Passammo un anno con quel ricordo dentro, quelle sensazioni, quelle immagini, quegli odori, quei rumori. Nella mente, negli occhi, nel naso, nelle orecchie.
E intanto eravamo lì a fare candele, un giorno dopo l'altro.
Con dentro quel viaggio di sette giorni che sconvolse la nostra vita.

E allora iniziammo ad informarci sulla Green Card, a leggere ogni cosa come matti, a pensare come fare, a come trasferirsi: ma sapendo che non è affatto facile vincerla pensammo anche a come trasferire eventualmente la nostra piccola attività.
Ma saputo della "Diversity Visa", della Lotteria, ci rendemmo conto che per noi era paradossalmente forse "più facile" vincere la Green Card in quel modo, piuttosto che ottenerla con l'apertura di una nostra attività.

Ricordo benissimo il giorno in cui entrai nel sito del Governo americano per compilare il modulo.
Improvvisamente mi sentii paralizzata. 
Già trovandomi di fronte soltanto quel questionario da compilare mi vennero vampate di calore, mi tremavano le gambe, mi mancava il fiato dalla paura...
"Ma che cavolo sto facendo??", mi chiedevo immobile davanti allo schermo. 
E poi, quasi per vincere la paura: "Dai, come se bastasse una volta per vincerla...". E infatti dissi proprio questo ad Antonia, l'altra mia amica del cuore, colei alla quale dico tutto e che mi consiglia su tutto, al punto di soprannominarla  "la mia Guru". 
Aggiungendo, poi: "E se poi dovessi vincere come diavolo faccio?".

Niente, mi sentivo paralizzata...
Con lei che rispose, lapidaria: "Michela, non puoi stare qui a fare sempre la crocerossina"...
Sì, lei è la parte dura che manca a me. E in casi come questi  io la chiamo e lei mi dà uno schiaffone.
Anche per telefono...


E mia madre, "che da madre qualcosa l'ha intuito e sa leggere, da madre, ogni mio sguardo", in quel periodo vedeva benissimo che non ero serena, che mi sentivo tormentata, inquieta dentro.
E quando mi chiedeva cosa avessi, io mi limitavo a dirle soltanto che non stavo bene "dentro" e che "avevo fatto una domanda per una cosa importante".

"Sai, mamma, è però una cosa troppo grande: sarebbe troppo bello. Ma io ci devo provare.
Perché io non voglio solo le briciole, mamma: vorrei la pagnotta intera. Sai, fino ad ora mi sono sempre accontentata: ma adesso, per una volta, vorrei provare ad ottenere una cosa grande..."


Ricordo benissimo il suo sguardo, quello di quel momento: era un po' preoccupato, un po' interrogativo.
E un po' rassegnato...
Del tipo "Sei grande, ormai. Tu sai qual è la cosa giusta". E anche se io le dissi "Guarda, è una specie di lotteria, non c'è niente di sicuro..." lei non si trattenne e scoppiò a piangere.

Era l'ottobre 2012.

L'estrazione sarebbe stata resa nota il 1° maggio 2013.

E mia mamma - Teresa, quella donna che alla mia laurea urlava euforica, ma con quello sguardo che andava lontano - se ne andò improvvisamente un mese prima. 

Proprio quando l'incidente sembrava ormai superato, arrivarono improvvise complicazioni.

Morì il 4 aprile.


Oh, come possono cambiare di colpo le cose in pochi istanti, in poche ore, Dario.
Come possono cambiare le prospettive...
Come cambia il senso del tempo.
Come cambia tutto.
Tutto ti sembra senza senso, a quel punto. A parte mio marito, tesoro, che avevo sempre vicino, che era sempre, solido, al mio fianco.

Arrivò maggio, finalmente.
Uscirono i risultati della Lottery: ma niente
Figuriamoci se venivo estratta... 
Lo sapevo, me lo sentivo.
Delusione e rassegnazione si aggiunsero così ad un periodo nero, triste.
Senza prospettive.

Avevo un secondo lavoro: lavoravo in una cucina di un pub. Lo facevo per riuscire a mettermi un po' di soldi da parte. Perché avevo bisogno di fare il pieno di ossigeno. Avevo bisogno di andare lontano.
Avevo bisogno di andare in America.

Non volevo andare da nessun'altra parte se non così lontano e se non lì.

E proprio il lavoro nel pub ci permise di evadere negli Usa per la seconda volta.
Finalmente un po' di ossigeno.
Finalmente un po' di benzina per andare avanti.
Solo che io diventavo un motore che ne aveva sempre più bisogno di "quella benzina", per andare avanti.
Mi rendevo conto che qualche viaggetto negli States  (benedetto e provvidenziale) non bastava più.
Ma che fare?

Niente, partecipammo ancora ad una volta alla Lotteria: ecco cosa facemmo. 
"Eddai, Andrea: tanto che ci costa...".

Il tempo non passa mai, quando hai quasi una sola cosa in testa.
E vola, al tempo stesso.
E volò fino a quel 1° maggio 2014 ("Primo maggio, su coraggio!"), giorno in cui uscivano i risultati della "Lottery".
Fra me e me sorrisi: ma era un misto di amarezza e rassegnazione. 'Dai - mi diceva la solita vocina italica, maligna e pessimista che conosciamo tutti noi italiani - come può andare diversamente rispetto all'anno scorso?'.
Figuriamoci...

Mi chiedi cosa ricordo di quel momento: oh, mi ricordo tutto alla perfezione, Dario.

Ero nel retro del negozio: nell'aria c'era odore di cera fusa. Veramente, lo ammetto, era Andrea a lavorare in quel momento. Io ero lì a cazzeggiare al computer.

Non gli dico nulla, e apro il sito della Diversity Visa
Inserisco il codice che sei mesi prima mi era stato rilasciato al momento dell'invio del modulo...
"Tanto che credi, Michela? Questo è un periodo di merda: e non può che andare peggio...".
Eccola ancora, quella maledetta vocina.

Ma...
Ma mi ero dimenticata di quello sguardo.
Dello sguardo di Teresa.
Di mia mamma che guardava lontano.

Che mi venga uno stramaledetto colpo...

You have been randomly selected for further processing in the Diversity Immigrant Visa Program for the fiscal year 2015 (October 1, 2014 to September 30, 2015). Selection does not guarantee that you will receive a visa because the number of applicants selected is greater than the number of visas available. Please print out this letter and take it with you to your visa interview'. 

Mi metto le mani davanti alla bocca.

Di scatto mi alzo in piedi, che quasi butto giù la sedia...

Andrea si volta, si spaventa, mi guarda con lo sguardo di chi chiede "Ehi, ma cosa è successo??"

Non riuscivo a parlare.
Mi mancava il fiato.
Mi sentivo mancare.

Mi tremavano le gambe e riescii solo a dirgli: "Andrea... Sono... Sono stata estratta".

Lui era lì, a guardarmi.
E dopo quel primo secondo con l'espressione interrogativa, arrivò il secondo con quella che diceva "Ma che dici, mi stai a cojonà!? Mi stai prendendo in giro!?".
Poi il terzo secondo, quello con la faccia che significa "Non si scherza con questa cosa, lo sai...".

E tutte queste sue espressioni le ebbe mentre teneva il termometro della temperatura della cera in aria, quasi come fosse stato un direttore d'orchestra colpito da un incantesimo.

Tirando il fiato, Andrea riuscì soltanto a dirmi un "Ma che dici?? Veramente?".

E io...

E io volevo urlare, volevo uscire dal negozio urlando fino ad avere mal di gola, urlare come una matta...
Ma non potevo farlo. E poi sapevo benissimo che l'estrazione era solo il primo step, il primo gradino: d'altronde lo scrivevano chiaro nella comunicazione miracolosa: "Sei stata selezionata a caso per i passi successivi del Diversity Immigrant Visa Program 2015 (...) L'essere stati selezionati non garantisce la concessione del visto...".

Come sono stata in quei giorni, mi chiedi...
Mi sentivo scema, infantile.
Una bambina, sì.
Alternavo momenti in cui volevo saltare come una matta, a istanti in cui mi sentivo (ed ero, e di nuovo!) paralizzata: perché sapevo che dovevo attendere una seconda comunicazione. 

E poi sapevo che a quel punto avrei davvero dovuto smuovere il culo.
E fare, smettere di lamentarmi, smettere di sognare.


Contemporaneamente pensavo che io, nella vita, non avevo mai vinto nulla, nemmeno un pesciolino rosso alle giostre. Sapevo che finora, nella giostra della vita, ero rimasta sempre al sicuro, al riparo, nell'angolo. 
Sapevo che non avevo mai azzardato nulla nella vita, non senza prima valutare "i pro e i contro", e poi ancora una volta valutare "i contro e i pro", e poi ancora una volta... D'altronde sono del segno del Toro, e noi "Toro" siamo fatti così: vogliamo sempre avere tutto sotto controllo, elaborare un progetto sicuro, certi, in anticipo, che tutto vada per il verso giusto.

Ma quella volta avevo voglia di fare la rivoluzione, anche se i risultati non erano ancora certi. Avevo voglia di fare davvero le "pulizie di primavera": di aprire porte e finestre, e tirare fuori i materassi, svuotare cassetti e armadi.
Con tutta la mia storia bella e brutta che contenevano.
Avevo voglia di mettere all'aria la casa.
E me stessa.

Avevo voglia di alleggerirmi, finalmente. E mi sentivo in grado di cambiare tutto.

Ma intanto c'erano da affrontare tutta una serie di problemi.
Burocratici, e pratici.
Per esempio: io e Andrea non eravamo sposati.
E poi c'era il problema di come dirlo a mio papà...
E poi c'era il problema che non c'era nulla di certo.

Che uomo, il mio Andrea! 
Ha avuto un coraggio da leone.
Con estrema calma, qualche giorno dopo (ci siamo dati un po' di tempo per razionalizzare e riprenderci dall'emozione...) lo vidi prendere il telefono in mano e inspirare tutto il fiato possibile.
Che tirò fuori tutto insieme dicendo a mia suocera: "Sai mamma, Michela è stata estratta ad una lotteria per poter lavorare in America. No, non è una truffa, tranquilla, anche se però non c'è ancora nulla di certo. Ma sarebbe una bella cosa, no?
Capisci che è un'occasione unica, vero?".
Alla fine di quella telefonata sapevo che ora sarebbe toccato a me.

Dovevo dirlo a mio padre.


Sai, Dario, io e mio padre abbiamo sempre avuto problemi di "comunicazione". Spesso non parlavamo, e passavamo subito alla litigata.
Con il tempo ho capito che in fondo lui è stato più educato alla durezza del confronto, piuttosto che all'abbraccio della comprensione.

Mi resi conto che quasi non avevo mai parlato con lui di cose  "davvero mie". 
Da quando non c'era più la mamma, poi...

"E ora? Come cavolo glielo dico a papà?" mi chiedevo di continuo in quei giorni. 

Eravamo in pizzeria, era estate, ormai.
E ad un certo punto feci un cenno ed Andrea. Sì alzò portando con sé mio cugino che era con noi.
Dovevo essere sola.
Io e lui.
Io e mio padre.

Anch'io presi fiato e dissi tutto senza fermarmi. 
"Papà ho la possibilità di lavorare all’estero, ma per  fare in modo che ci possa lavorare anche Andrea, noi ci dobbiamo sposare... Per l’estero che dici? E' una grande occasione... Tu sei ancora giovane e te la cavi solo".
Lo ricordo benissimo ancora il suo sguardo di quel momento. Sembrò come invecchiato di colpo vent'anni...

Feci una pausa per riprendere fiato, lo guardai negli occhi e gli dissi: "Papà, lo sai, se non lo faccio ora, non lo farò più...".

Lui rimase immobile.
E dopo qualche istante riuscì a dirmi soltanto: "... Se lo ritieni giusto, fallo...". 
Ma puoi immaginare con quali occhi, con quale sguardo, con quale tono della voce, mio padre mi disse quelle cinque parole.
D'altronde, di colpo, avevo dato a quel pover'uomo tre notizie choc, per un padre. E per di più vedovo: 
"Mi sposo" 
"Però me ne vado dall'Italia" 
"Però me ne vado a vivere in America".

In quel momento mi sentii sollevata, e assalita dai dubbi, e felice come non mai, e in colpa come non mai... 
Con quelle sue cinque parole mi rimbombavano nella testa.
E che mi rimbombano anche ora, ogni tanto, credimi.
"Se lo ritieni giusto, fallo...".

Dario, credimi, non è facile essere figlia unica e decidere di lasciare - di abbandonare, in fondo - il proprio padre che non ha più la propria compagna al fianco.
Sono riuscita ad andare avanti soltanto ripetendo a me stessa "Vai avanti Miky, niente è facile nella vita, vai avanti fino alla fine, tutto ha un costo. Ma tu vai avanti. 
Fallo per te.
Questa volta devi farlo per te".



Il 30 agosto 2014 - la scorsa estate, praticamente l'altro ieri - fu l'ultimo giorno di lavoro del nostro laboratorio. Ma il tempo della chiusura era già venuto da tempo: ormai pagavamo e basta. Le tasse, l'affitto... 
E poi la gente di un paesino del Sud Italia, di questi tempi, l'ultimo pensiero che ha è quello di comprarsi una candela artistica. 
Non ne uscivamo, Dario. 
Era diventato tutto impossibile.


Poi...

Poi tutto scivola veloce, in questi casi.
Nella mia casella di posta elettronica arrivò la più benedetta delle mail. 
Quella bellissima, meravigliosa, fantastica, stratosferica lettera che ci fissava la data del colloquio: 12 novembre 2014.

Tutto, a quel punto, assumeva un'altra prospettiva.
Nell'aria c'era ansia e tante incognite. Ma nell'aria c'era anche qualcosa che sapeva di buono, di gentile, di nuovo.
Vivevamo attimi di "pacata gioia", direi: momenti di euforia si alternavano a momenti di preoccupazione e di angoscia.

Ma cercavamo di contenerci, perché non c'era ancora nulla di certo.
No.
Non era ancora venuto il momento di sognare...

Per me e per Andrea era invece venuto il momento di sposarci: d'altronde stavamo insieme da 15 anni...


Fu una cerimonia semplice. 
No, niente vestito bianco: la mancanza di mia mamma si sentiva.
Ma secondo me, in quel momento, sorrideva: perché secondo me lei sapeva che se non avessi vinto la Green Card, dopo 15 anni di convivenza e 5 di lavoro insieme, probabilmente io e Andrea non ci saremmo mai sposati.
Con noi che le avevamo detto sempre; "Dai che il prossimo viaggio torneremo da New York sposati...".
E lei che ci guardava un po' storto.

No. Quando siamo estratti non abbiamo detto niente praticamente a nessuno.
Non so... Forse per stupida scaramanzia.
Ma è che questo mondo, questa Italia, ci porta ad essere prudenti, diffidenti, egoisti.
Quando ero davanti al computer, in negozio, per la verità c'erano due fra i nostri più cari amici. E fu impossibile non spiegare tutto a loro, in quel momento di nostro delirio.
E i pochi altri che lo sapevano, ci dicevano tutti che ormai "era fatta": ma noi sapevamo che fino a quando non avremmo ricevuto la seconda comunicazione non c'era davvero nulla di certo.

Poi, la seconda mail - quella dell'appuntamento a Napoli - arrivò.
Dario, ti confesso: non capivamo niente; in quei giorni sembravamo due squilibrati.
Ci trovavamo a ridere, poi diventavamo serissimi, poi ridevamo, e poi di nuovo seri, preoccupati.

Prenotammo una camera al B&B "La dimora di Nettuno". Su internet scrivevano che erano a 200 metri dal Consolato e che fornivano assistenza per tutte le pratiche che si dovevano svolgere per il rilascio della Green Card.


Arrivammo a Napoli il 10 novembre.
Il 10 novembre dell'anno scorso, Dario. 
Mamma mia, davvero ieri.

Ricordo che abbiamo subito lasciato le valige in camera e siamo andati a fare un giro. Non stavamo nella pelle. Volevamo vedere dov'era il consolato, volevamo fare la strada che avremmo percorso il giorno dopo.

Ora che ci penso avrebbero potuto pensare che fossimo dei mezzi terroristi; o dei matti: perché arrivati al Consolato ci sedemmo lì, sul muretto del lungo mare di fronte.
Solo che non guardavamo il mare... 



Saremo stati più di un'ora, ad osservare quella palazzina bianca, mentre tutto il traffico ci girava intorno. Mentre il mare, dietro, festeggiava per noi quel momento con il rumore delle sue onde.

Che notte, quella notte...
Dormimmo davvero solo qualche ora.

Il giorno dopo avevamo le visite mediche, e ovviamente mettemmo la sveglia. E per sicurezza chiedemmo la sveglia anche alla signora del Nettuno.

Ma alle cinque del mattino eravamo già lì, immobili, sul letto, con gli occhi spalancati, sbarrati, con dentro un'ansia grande come tutti gli Stati Uniti.
Non ce la facevamo proprio a restare a letto, e ricordo che ci preparammo in fretta e furia, quasi avessimo dovuto partire.
Abbiamo acceso la tv e aspettato, catatonici e in totale silenzio, le 7,30.


Poi arrivammo al Varelli.
Mamma che ansia... 
Facemmo tutto in fretta, senza intoppi: i prelievi, le lastre, le tre vaccinazioni obbligatorie.
Alle 10,30 eravamo fuori.


Quante storie abbiamo sentito, quella mattina: è stato bello parlare con altre persone in attesa, ognuna con la sua, di  storia.
Riuscii a sbirciare l'elenco: oltre noi c'era un'altra persona per la Green Card, che però non si è presentata.
Chissà se si è pentita, ora...


Alle visite andò tutto bene, ma noi cercavamo sempre di contenere l'euforia.
E la seconda notte, se possibile, dormimmo ancora meno della precedente. 


Anche quella mattina - la mattina decisiva, quella del colloquio! - alle 5 ci trovammo svegli come grilli. Tanto che poco dopo le 7,30 eravamo già davanti al portone del consolato.
Fummo i primi.
C'eravamo noi, e i militari di guardia.

Ci fecero aspettare fuori fino alle otto e un quarto, e nel frattempo arrivarono le persone che avevamo incontrato il giorno prima all'ambulatorio.
C'era una ragazza di Milano che era lì per il visto "K", quello per fidanzati, e che ci raccontò la sua storia con i cuoricini negli occhi;
e c'erano due signori con mogli americane che richiedevano il visto per riunirsi alle loro famiglie.
E quando sentivano che eravamo lì perché avevamo vinto la Green Card alla Lottery, rimasero tutti a bocca aperta...
E pensa a come ci sentivamo noi!


Quando aprirono il cancello ci diedero un numeretto come al supermercato e finalmente entrammo.
Sinceramente, lo devo dire, trovai l'ambiente un po’ spoglio:  me lo aspettavo più pomposo, più "americano". Invece c'erano solo un paio di bandiere e una tv con la Cnn accesa. Ricordo che pensai che la mia camera da letto era molto "più americana" del Consolato!

Arriviamo così davanti al primo sportello dove consegnammo i documenti. E la signorina, leggendo il mio cognome, mi disse che "ormai eravamo amiche di lettera", visto che scrissi molte volte al consolato perché non riuscivo ad aggiungere Andrea alla pratica.  

Controllò tutto, ricordo che  mancava un documento, ma lei  andò avanti lo stesso, dandoci il modulo per pagare il visto e mandandoci allo sportello per il versamento. 
Dopo di che aspettammo seduti, immobili, in silenzio, quasi trattenendo il fiato, la chiamata del vice console. 


Era il 12 novembre 2014, e proprio mentre la Sonda Rosetta, a dieci anni dal lancio, si posava sulla superficie di quella cometa dal nome impronunciabile, arrivò il nostro turno.

Quello stesso giorno, il 12 novembre 1492, Cristoforo Colombo, scriveva nel suo diario: 
"Andammo in un'isola accompagnati da indiani. E questi con insistenza affermavano, a segni, che lì gli abitanti raccolgono l'oro sulla spiaggia. 
Di notte. 
A lume di candela". 


Dario, è stato tutto cosi veloce...


Sentimmo il mio nome e arrivammo allo sportello in un secondo, come volando.

Il Console controllò sommariamente la pratica e i documenti allegati e ci fece giurare che tutto quello che avevamo presentato - e tutto quello che avremmo detto - corrispondeva a verità.
Poi ci riprese le impronte e tranquillamente mi chiese quante volte avevo partecipato alla Lottery. E quando gli dissi che era la seconda volta lui disse, tutto contento, "It's cool!" ("E' fantastico!"). 
E io che, intontita da tutto quello che ci stava succedendo, capii (ma anche Andrea capì la stessa cosa...) che ci avesse detto "Che culo!".


Smettemmo di ridere come scemi solo quando ci disse, appunto, che mancava ancora un documento.
Sprofondai.
Lui deve avermi letto l'angoscia negli occhi tanto che subito mi disse di stare tranquilla: "Fai questo documento e mandacelo via mail entro questo mese".

Uscimmo da lì con questa angoscia, ma dopo telefonate, fax, telefonate e altri fax, due giorni dopo il documento era lì, al Consolato.
E subito arrivò la loro risposta: "Lunedì i vostri passaporti con i vostri visti saranno pronti".
O mio Dio...


Poi successe una cosa assurda: noi viviamo in Puglia ("Viviamo"? Michela, amica mia, guardati intorno, guarda dalla finestra e guarda dove vivi oggi! Bel lapsus, però...) e prova un po' ad indovinare che indirizzo avevamo indicato per il ritiro della famosa bustona gialla, quella da consegnare al nostro arrivo negli Usa all'immigrazione? 
Avevamo messo la crocetta sull'ufficio DHL di "Casandrino, provincia di Napoli".
Va a sapere perché...


Insomma, una volta arrivati via mail i codici per il ritiro, dalla Puglia siamo partiti alle sei del mattino per andare lì, a Casandrino.
Tre ore dopo eravamo davanti alla sede della DHL, dove ritiriamo i passaporti.


Apro il mio, lo sfoglio.
Cazzo, non c'era nulla.
Nulla!
"Visto che avevamo capito male??" dico su suggerimento, ancora, di quella maledetta vocina...
"Andrea, ma come è possibile?".


E lui, rassicurante e calmissimo: "Guarda meglio, sfoglia con calma".
E infatti...

E infatti, eccolo.
C'era.

Il visto era incollato ad una pagina, lì sotto i miei occhi, e non lo vedevo.
L'ho annusato, l'ho baciato... Lo guardavo, lo baciavo, lo accarezzavo.

Erano mesi che sognavo quel momento.
Erano anni che cercavo di immaginarlo.
Ed ora ero lì, con il passaporto e con il visto in mano.
Sotto i miei occhi.
Il visto che mi avrebbe portato alla Green Card.


Sai cosa ho pensato, Dario? 
In quel momento ho pensato "Ecco. Allora anche io posso ottenere delle belle cose. Anche io nella vita posso fare qualcosa di buono...".
Questo ho pensato.
E lo dicevo a me ma soprattutto a quella maledetta vocina. 
Quella vocina che ci vuole immobili, che ci vuole trascinare giù.

Ci saremmo fatto una decina di foto per ricordare il momento.

Partimmo in macchina con la felicità "a mille".
Poi siamo stati in silenzio, poi abbiamo riso, poi in auto abbiamo urlato, finalmente...
E durante il viaggio, silenzio entrambi con gli occhi fissi sulla strada, poi una risata e poi silenzio. Era come se non credessimo. Mi dicevo che forse ce ne saremmo resi conto solo quando avremmo avuto i biglietti aerei.

Ma sai, Dario: ormai sono mesi che andiamo avanti così. Che ci guardiamo in faccia, ci guardiamo intorno e non ci crediamo.
Non crediamo a ciò che è successo.
Non crediamo a dove siamo.


Quando stavamo per partire non sapevamo certo a che punto saremmo arrivati, cosa avremmo raggiunto, come ci saremmo trovati veramente.
Non sapevamo quante volte saremmo potuti tornare in Italia per le ferie, quanto saremmo potuti stare con i nostri cari. Ma eravamo certi di una sola cosa: "Ci dobbiamo provare. E' meglio provare o forse è meglio poi avere magari rimpianti o, peggio, rimorsi?"


Poi è arrivato il nostro ultimo giorno italiano.
E' stato a fine gennaio.
Quel giorno avrei voluto essere già partita, perché davvero non sapevo come avrei fatto a salutare i miei zii, mia nonna...
E mio papà.

Mi rendeva infinitamente triste il pensiero di renderli tristi, ma cercavo di non pensarci.
E' stato un po' come si fa da bambini: se non ci pensi, non sta accadendo.

Una delle ultime immagini che ho di quei momenti è quella della stradina di casa mia.
Sì ce l'ho ancora, la casa. 
Dai, non si sa mai... Anche se non so se ci vorrei mai tornare ad abitare, al paese. 
Troppi ricordi.
Troppo dolore...

L'ultima immagine è quella di mia nonna di spalle che ritornava a casa sua facendo lentamente una strada a scaloni.
Mio padre, invece, quella mattina era andato a lavoro al solito orario, e mi aveva salutato così.
Ma io, prima di arrivare alla stazione ho voluto rivederlo di nuovo. E sono passato dove lavora. 
Che belli sono stati i suoi occhi stupiti, i suoi occhi di padre emozionato, quando mi hanno vista! 

E questa è l'ultima immagine che ho di lui.
Quel testone che non vuole venirmi a trovare. 

Poi siamo partiti per Roma, a casa di cugini dove abbiamo dormito la notte prima della partenza.
Era il 30 gennaio: nemmeno due mesi fa, Dario. 

Avevo organizzato tutto: con noi ci siamo portati poche cose. Abbiamo spedito due pacchi e siamo partiti con due valigie grosse e due piccole.
Ed è strano, perché io conservo sempre tutto. I ricordi mi piacciono.
Ma questa volta ho deciso di non portarli con me. Ho deciso di portarmi nel Nuovo Mondo solo poche cose.
Volevo ripartire da zero.
I ricordi pesano, sai?

Con me ho portato un biglietto che conservo dai tempi dell'Università. Un piccolo post-it giallo con una frase di Oscar Wilde: "Solo chi non sa dove sta andando, può andare lontano". 
Sai cosa mi fa sorridere? Che mai, quando facevo l'università, avrei immaginato che un giorno sarei poi davvero andata a vivere in America.


E quell'ultima notte in Italia, dai cugini di Roma, sembrava non finire.
Non arrivava il mattino.

Io avevo solo voglia di volare, di andarmene, di arrivare.
E Andrea era (pensa!) più agitato di me.
Non ero ancora in aeroporto ma sapevo che no, che ormai non potevo più tornare indietro.
Non ero più io...

Quando poi, quella mattina, arrivammo al Terminal 5, ecco, lì il mio stomaco si bloccò di colpo.
Davanti alla porta di vetro scorrevole, le mie gambe diventarono "molli molli", al punto che dissi ad Andrea di aspettare un momento perché non riuscivo più a muovermi...

Ero felice e terrorizzata allo stesso tempo.

Poi ho fatto un bel respiro.
E a quel punto mi sono sentita meglio, e con un sorriso stampato sulla faccia siamo entrati.

Ah, Dario, come mi sentivo bene, in aereo...
Mi sentivo leggera, sopra alle nuvole, sopra ai problemi, sopra ai ricordi, sopra al passato.
Davanti a me avevo solo il futuro.
Ho visto un film, ho dormito, ho mangiato, ho visto un altro film, ho mangiato...
Il volo mi è sembrato infinito.
Le altre volte dormivo di più. Questa volta avevo fretta di arrivare.


Philadelphia ci ha accolti con una splendida giornata e l'aereo, prima di atterrare, ha fatto uno splendido giro sulla città.
E noi che vedevamo la nostra nuova vita dall'alto.
Un bel benvenuto, non c'è che dire...


Poi eccoci nei corridoi dell'aeroporto con i bagagli e con il benedetto bustone giallo in mano.
Ed eccoci, per la prima volta nella mia vita, entrare negli Stati Uniti d'America non più dalla corsia "Aliens" ma in quella riservata agli "Us Citizen".

Come mi sentivo orgogliosa, forte, coraggiosa, in quel momento, mentre camminavo verso il controllo.


Il funzionario dell'Immigrazione, non appena ha visto la busta la prese dicendoci di seguirlo.
Ci ha portato all'Ufficio Immigrazione, e ci ha fatto segno di attendere seduti. C'erano poche persone, in quel momento.
Ci parlavano in inglese, ma per fortuna molto, molto lentamente. Saranno abituati, forse. 
Oh, qui sì che sudavo.
Mi sudavano le mani in modo incredibile...

Gli agenti dell'immigrazione furono molto bravi.

Ma anche qui fu tutto veloce.

E quando uno di loro ci disse “Bienvenidos in the United States” (sì, in spagnolo, in uno spagnolo che mi fece tenerezza perché certamente lo usò per farci sentire in qualche modo "a casa") quasi mi venne da piangere...

Avevamo varcato "la porta dorata".

Fuori, ad aspettarci, c'era la mia amica Eleonora, "Lelolla".
Lo ammetto, non so se avrei fatto tutto questo se non avessi avuto lei, se non avessi avuto l'appoggio che ci sta dando.
Lei qui fa la ricercatrice: lavora in un centro per la ricerca sul cancro. E' il classico cervello italiano in fuga.

Il mio pensiero, ora, è perfezionare il mio inglese: aiuto la sorella di Eleonora, che ha una panetteria italiana. E stare lì mi serve molto, perché ascolto l'inglese della gente normale e sono costretta a parlarlo...
Non ho ancora raggiunto il livello che mi ero prefissata, ma ora sono ad un 80%. 

Ho voglia di fare, Dario: ho tanta voglia di fare tante cose. So che non sarà facile e che dovrò rimboccarmi le maniche, ricominciare da zero. 
Certo: io Andrea e non siamo due imprenditori arrivati qui con la loro cassa. Siamo due persone normali: due italiani giunti qui con i loro risparmi.
So che sarò e sono una straniera in questa terra, ma sarò, e sono, una straniera con la voglia di fare come lo sono stati qui decine di milioni di italiani, e io non mi tirerò indietro. 

Di una cosa sono certa, guarda: qui è difficile, ma non mi sono pentita per niente.

Devo solo liberarmi di alcune zavorre: come il senso di colpa che sento. 
Quando penso a mio padre sento una stretta al cuore. E' una sensazione che mi si spezza l'anima. Sono io che ho voluto tutto questo, e spesso mi trovo a pensare che mi manca la sua presenza accanto.

Come sento la terribile mancanza di mia mamma. E di una sua carezza.
Una normalissima carezza.
Ma stringo i denti e vado avanti.
Ora devo perfezionare il mio inglese.
Poi inizierò a realizzare alcune mie idee. Ne ho mille, devo solo farle "partire". 

Certo non è facile.
Qualche giorno, per esempio, fa sono stata rifiutata in una scuola per un corso che volevo fare a causa del mio inglese non ancora certamente perfetto.
Mi hanno dato un nuovo appuntamento a giugno.
Ma quando il mio inglese sarà super ho tanta voglia di chiamarli e "mandarli a quel paese"
Troverò un'altra scuola.
Mi hanno colpita, ma non affondata.

Sì, Dario, rifarei tutto.
Senza alcun dubbio.
E' duro, ci si sente lontani, sì. Mancano gli amici, la famiglia.
Ma rifarei tutto.

Ne vale la pena.
A volte mi sento a terra, ma è normale, no?
E allora mi guardo intorno, faccio una passeggiata, guardo queste case, guardo questo cielo, guardo le persone, penso ai loro nonni o ai loro bisnonni arrivati qui con le "pezze al culo", guardo loro che ora si sentono "parte" di una nazione, guardo le bandiere che qui sono dappertutto e mi dico: "Io posso farlo".
E ci credo davvero, guarda.

Io posso farlo.
Posso parlare l'americano. 
Posso trovare un lavoro che stimoli la mia creatività.
Posso realizzarmi.
Posso realizzare il mio sogno.
Anzi, STO realizzando un sogno.
Sì, io sto realizzando il mio sogno.

So che mia mamma mi direbbe "dai vedrai che tutto si mette al suo posto. Ora sei qui. Non credevi che potesse mai accadere, vero? E invece, hai visto?"...

Oh, Dario, non hai idea di quanto io stia bene qui... Anche se questo inverno ha fatto un bel po' di freddo ed è scesa una incredibile quantità di neve.
Che ha reso questa casa e tutto, qui intorno, ancora più magico.
E non immagini quanto sia bello stare negli Usa senza il "tic tac" dell'orologio che ti ricorda che DEVI tornare...

Appena avremo il “credito” per prendere una casa in affitto andremo ad abitare da soli.
E così potremo ospitare tutti gli amici che ci chiedono di venire a vedere anche loro come si sta qui.

E a chi in Italia ha sogni come i miei, direi di provare, di farlo, di trovare la via, di elaborare "un piano", di non non aspettare.
Di non rassegnarsi.
C'è odore di aria pulita e fresca, qui.
Qui apri la porta e ti senti libero anche senza fare niente.
Non mi chiedere come mai. 
Non lo so...

Sarà perché qui nessuno ti giudica: nessuno bada a come sei, se sei grassa o magra, se hai la cravatta o no.
Qui sei "una persona", e nessuno ti osserva dall'alto in basso.
Qui la gente ti sorride anche se non ti conosce.
Qui c'è un cielo blu che ti entra dentro...
Non ci credi?
Guarda.
L'ho fotografato per te, proprio oggi...
L'altro giorno dopo il rifiuto di quella scuola sono poi andata al supermercato.
Al parcheggio, uscendo dall'auto, una signora mi ha chiesto una cosa, e io, per l'imbarazzo, per la fretta di rispondere, per la mia maledetta mania di "essere perfetta", ho risposto immediatamente.
Anche se mi resi subito conto che avevo capito "ceci per fave", come si dice...

Ma sai, Dario: agli americani non importa. Anche se si rendono conto che non hai capito una cippa, loro sono comunque gentili e ti sorridono.
E infatti quella signora, prima di andarsene, mi ha sorriso e mi ha ringraziata.
Ma io sono rimasta lì, a pensare bene cosa mi avesse detto. 
E lì mi sono resa conto che io avevo risposto “a cavolo”. Allora ho aspettato che tornasse alla macchina.

Quando l'ho rivista, le ho chiesto scusa per la risposta senza senso che le avevo dato.
E così abbiamo iniziato a chiacchierare un po'...


Era decisamente stupita di rivedermi e subito mi ha chiesto da dove venissi.
Sai, tutti negli Usa ti fanno quella domanda, perché tutti negli Usa sono giunti lì da un altro luogo: loro, o i loro genitori, o i loro nonni...

E quando le ho detto "Italia" ha spalancato gli occhi e mi ha tirato fuori un bellissimo "Italy!?! Wow!!!".
E subito mi ha chiesto perché ero negli Usa e quando fossi arrivata in America... 

In quel momento mi sono sentita un po' come il tassista del film “The Terminal”, quello della scena finale, al quale Tom Hanks chiede da quanto tempo fosse negli Usa; quello che gli rispose con la naturalezza dell'emigrato "di lungo corso" "Da quanto sono a New York? Ummhh... Da giovedì!".
Ricordi quella scena?

“Da quanto tempo sono in America...”, ho pensato.
"Sono qui da un mese", le ho risposto.

E allora lei, quella donna americana sconosciuta, ha spalancato gli occhi, mi ha fatto un bellissimo sorriso, si è congratulata con me, e mi ha fatto un sacco di auguri facendomi persino i complimenti per il mio inglese.

No.
Non l'ho più rivista, quella donna.
Eppure ci sono andata tante altre volte in quel supermercato.
Mi guardo sempre intorno, quando sono lì. 
Ma lei non l'ho più incontrata...
Eppure, ti giuro, era una persona vera, in carne ed ossa. E ogni giorno vorrei ringraziarla per quel breve incontro. 

E per quel che accadde quando ci siamo lasciate.

Quando lei, proprio come una madre, salutandomi, mi diede una leggera, dolcissima, carezza sul viso.

Sì. 
Bella, l'America.



"Dicono che tutti hanno bisogno di protezione
e dicono che tutti devono cadere.
E tuttavia giuro che vedo il mio riflesso
da qualche parte, al di là di questo muro.

Vedo la mia luce che splende
da ovest ad est.
Da un momento all'altro, 
da un momento all'altro,
io sarò liberato".




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