New York, dopo l'uragano Sandy.
"Ho l'energia elettrica: usatela pure per ricaricare il vostro telefonino!"
Senza parole...
Su New York, gli Stati Uniti d'America e altre storie. Ma sì, suvvia! Questa è solo "aria fritta". Non mettetemi alle strette: "Sono solo canzonette", in fondo...
PERSONE CHE HANNO LETTO O CURIOSATO
sabato 10 novembre 2012
mercoledì 7 novembre 2012
sabato 3 novembre 2012
Irene, Isaac e Sandy...
Lo sapete, o lo immaginate, o lo avete già letto, in queste pagine. Negli Stati Uniti tutto è grande: le strade, i palazzi, l'aria condizionata, gli spazi (financo alla carta igienica...).
E anche le manifestazioni meteo sono adeguate al "gigantismo americano".
Vi ho raccontato quando mi sono trovato (non ero nel Sahara, ma in California...) in mezzo ad una vera e propria "tempesta di sabbia". In pochi istanti, la visibilità - che era come quella che vedete qui sotto - divenne poi praticamente "zero".
Tutto divenne praticamente notte, mentre il vento laterale - fortissimo - sballottava un enorme camion che avevamo davanti, con il suo rimorchio che si sollevava sulle ruote laterali sballottandolo di qua e di là.
Qualche anno fa, il nostro cammino in auto nel nord-est americano era stato preceduto da un (mini?) uragano: ci trovammo così a passare su strade che avevano alberi sradicati, pali della luce spezzati sulla strada, paesini in black out.
In uno di questi, ad un certo punto sentimmo suonare nell'aria una sirena modello "allarme aereo". Eravamo nei pressi di una caserma dei Vigili del Fuoco, dalla quale stava uscendo, come se niente fosse, questo mezzo che mi fece spalancare gli occhi.
Questa estate, invece, l'arrivo dell'uragano Isaac ci costrinse a cambiare i piani del viaggio, ad abbandonare abbastanza precipitosamente la Florida già sotto le raffiche di vento e la pioggia, come si può vedere nell'ultima foto fatta in aeroporto dal finestrino dell'aereo.
Puntammo, dunque, a 3000 chilometri più a nord, lontano da pioggia, vento, bufera, trovando rifugio nell'accogliente casa di una cara amica, che con il marito e i suoi due meravigliosi bambini abita non lontano da Chicago.
Di come ho vissuto il passaggio dell'uragano Irene l'anno scorso ne ho parlato in questo racconto e in alcuni seguenti, mentre dell'ultimo uragano che ha investito (insolitamente, per questa stagione) New York qualche giorno fa ne avete letto/visto un po' dappertutto.
Ma proprio oggi ho avuto l'opportunità di leggere la testimonianza diretta del mio amico Giorgio che oltre al racconto, di per sé emozionante, contiene elementi interessanti sulla vita americana.
"Non mi era mai capitato di vivere l'esperienza di subire un uragano... E' un'esperienza strana ritrovarsi in situazioni critiche e viverle con apprensione mista a sorpresa per il fatto stesso che sta capitando a te. E' un po' come trovarsi a dire, a pensare 'Ma che c'entro io? Ma che minchia ci faccio qui??'.
Non so se vi siete trovati mai in questo tipo di situazioni...
Poi prendo atto del fatto che l'uragano verrà, con o senza il mio disappunto e la mia approvazione, e allora cerco di prepararmi.
Compro qualche scatoletta di tonno, e poi, pane, acqua, candele, pile per le torce e per la radio, un po' d'affettato...
'In fondo dura solo un giorno', penso mentre guardo la gente che svuota gli scaffali dei supermercati come se l'uragano dovesse durare tutta la vita.
Con il senno del poi devo dire che avevamo tutti torto.
Oggi mi rendo conto che loro esageravano nel comprare, mentre io invece potevo organizzarmi meglio. Perché l'effetto di un uragano non dura un giorno, ma settimane...
Quando ieri, finito tutto, eravamo in fila per fare benzina, ci siamo accorti che alcuni supermercati aprivano anche senza energia elettrica e regalavano ai clienti acqua, ogni sorta di scatolette, biscotti, bibite...
Tornando alla sera dell'uragano, devo dire che non ero preoccupato.
Oddio, non ero nemmeno sereno: la verità è che non sapevo cosa sarebbe successo, e allora ero lì ad aspettare con una curiosità mista a vaga preoccupazione.
Si 'sentiva' che stava per scatenarsi qualcosa di serio: l'aria era diventata opaca e la temperatura era scesa parecchio.
Ci siamo chiusi in casa con le finestre serrate, e dalle fessure guardavo fuori gli alberi che cominciavano a dondolare. Fino a quando il vento che iniziava a farsi sempre più forte...
Poi, improvvisamente, una montagna d'acqua.
Una prepotente bufera di vento acqua e buio.
Buio fuori e dentro casa. L'energia elettrica se n'era andata.
Il rumore della tempesta era diventato nitido.
Niente televisione, niente radio, niente di niente.
Solo buio, silenzio e furia della tempesta.
Erano rumori per niente paragonabili a ciò che succede durante le normali situazioni di maltempo a cui ero abituato. Era un rumore fitto, martellante.
Durato ore.
Poi siamo riusciti ad andare a letto. Ci siamo andati molto preoccupati, ma siamo riusciti ad andarci.
Non so come sono riuscito a dormire. Ma in realtà non sono riuscito a dormire affatto.
Il mattino dopo, da dentro casa vedevo una leggera pioggerellina fitta, niente rumore.
'Tutto è passato', pensavo...
Poi sono uscito, e quello che ho visto per le strade era qualcosa di incredibile.
Devo premettere che il New Jersey è detto "Gardenstate", lo "Stato giardino" degli Usa: ci sono giardini, alberi, boschi e foreste ovunque...
Il paese dove vivo è tra i boschi (un piccolo paradiso, mi permetto di aggiungere, NdA): c'è un lago, ci sono prati, colline piene di verde, fauna bellissima che ti trovi davanti mentre cammini, mentre sei in auto...
Quel mattino, invece, attorno a me c'erano solo strade piene di alberi a terra, letteralmente sradicati dal vento, pali della luce abbattuti, fili elettrici dappertutto, case distrutte, alberi finiti su auto e case...
Sono tornato a casa pensando che la mia casa era stata risparmiata, vergognandomi di essermi lamentato come un bambino per avere perso l'energia elettrica, per essere stato al buio in casa.
I rifornimenti di benzina fino ad oggi hanno funzionato con i generatori elettrici, ma sono pochi e aprono a singhiozzo. Quando si sparge la voce che un distributore ha aperto, cominciano le file, che arrivano fino a qualche miglio.
Ci ho messo un'ora e mezza di fila per fare carburante.
E' incredibile come sono gli americani: durante la sosta per la benzina, i ragazzi e le ragazze che lavorano nei locali vicini al distributore passavano con bibite e panini che offrivano gratis agli automobilisti in attesa.
Ieri a mezzogiorno in casa non avevamo ancora l'energia elettrica e così siamo andati a mangiare in un diner: non ci crederete ma avevano un menu compilato apposta per coloro che avevano la casa senza energia elettrica.
Che voleva dire grilled chikhen o cheesburger, patatine e bibita gratis.
Esatto, senza pagare.
E per gli altri, tutto quello che era più necessario costava di meno.
Probabilmente fra qualche giorno mi renderò conto meglio di ciò che è stato: per il momento mi sembra ancora irreale quello che c'è fuori dalle mura della mia casa.
Purtroppo molti non hanno nemmeno più i muri della loro casa, e solo a pensare questo, mi mette in confusione...".
E' un racconto che mi ha lasciato senza parole, soprattutto perché è successo ad una persona che conosco, un amico.
Ok, vorrei finire con un sorriso...
Un altro amico americano, Vladimir (non Ilich Ulianov, ma qualcosa mi dice che suo padre avesse qualche simpatia per il compagno Lenin...) mi ha inviato una foto che lui stesso ha fatto a Manhattan, anzi a South Manhattan beach.
I sacchi di sabbia riuscirono a bloccare un bidone di metallo distorto dalla furia del vento, qualche tavolino; sacchi di sabbia messi lì per "proteggere" due auto...
Beh, lo ammetto: per un istante ho dimenticato i disastri provocati da Sandy e ho sorriso.
© dario celli. Tutti i diritti sono riservati
E anche le manifestazioni meteo sono adeguate al "gigantismo americano".
Vi ho raccontato quando mi sono trovato (non ero nel Sahara, ma in California...) in mezzo ad una vera e propria "tempesta di sabbia". In pochi istanti, la visibilità - che era come quella che vedete qui sotto - divenne poi praticamente "zero".
Tutto divenne praticamente notte, mentre il vento laterale - fortissimo - sballottava un enorme camion che avevamo davanti, con il suo rimorchio che si sollevava sulle ruote laterali sballottandolo di qua e di là.
Qualche anno fa, il nostro cammino in auto nel nord-est americano era stato preceduto da un (mini?) uragano: ci trovammo così a passare su strade che avevano alberi sradicati, pali della luce spezzati sulla strada, paesini in black out.
In uno di questi, ad un certo punto sentimmo suonare nell'aria una sirena modello "allarme aereo". Eravamo nei pressi di una caserma dei Vigili del Fuoco, dalla quale stava uscendo, come se niente fosse, questo mezzo che mi fece spalancare gli occhi.
Questa estate, invece, l'arrivo dell'uragano Isaac ci costrinse a cambiare i piani del viaggio, ad abbandonare abbastanza precipitosamente la Florida già sotto le raffiche di vento e la pioggia, come si può vedere nell'ultima foto fatta in aeroporto dal finestrino dell'aereo.
Puntammo, dunque, a 3000 chilometri più a nord, lontano da pioggia, vento, bufera, trovando rifugio nell'accogliente casa di una cara amica, che con il marito e i suoi due meravigliosi bambini abita non lontano da Chicago.
Di come ho vissuto il passaggio dell'uragano Irene l'anno scorso ne ho parlato in questo racconto e in alcuni seguenti, mentre dell'ultimo uragano che ha investito (insolitamente, per questa stagione) New York qualche giorno fa ne avete letto/visto un po' dappertutto.
Ma proprio oggi ho avuto l'opportunità di leggere la testimonianza diretta del mio amico Giorgio che oltre al racconto, di per sé emozionante, contiene elementi interessanti sulla vita americana.
"Non mi era mai capitato di vivere l'esperienza di subire un uragano... E' un'esperienza strana ritrovarsi in situazioni critiche e viverle con apprensione mista a sorpresa per il fatto stesso che sta capitando a te. E' un po' come trovarsi a dire, a pensare 'Ma che c'entro io? Ma che minchia ci faccio qui??'.
Non so se vi siete trovati mai in questo tipo di situazioni...
Poi prendo atto del fatto che l'uragano verrà, con o senza il mio disappunto e la mia approvazione, e allora cerco di prepararmi.
Compro qualche scatoletta di tonno, e poi, pane, acqua, candele, pile per le torce e per la radio, un po' d'affettato...
'In fondo dura solo un giorno', penso mentre guardo la gente che svuota gli scaffali dei supermercati come se l'uragano dovesse durare tutta la vita.
Con il senno del poi devo dire che avevamo tutti torto.
Oggi mi rendo conto che loro esageravano nel comprare, mentre io invece potevo organizzarmi meglio. Perché l'effetto di un uragano non dura un giorno, ma settimane...
Quando ieri, finito tutto, eravamo in fila per fare benzina, ci siamo accorti che alcuni supermercati aprivano anche senza energia elettrica e regalavano ai clienti acqua, ogni sorta di scatolette, biscotti, bibite...
Tornando alla sera dell'uragano, devo dire che non ero preoccupato.
Oddio, non ero nemmeno sereno: la verità è che non sapevo cosa sarebbe successo, e allora ero lì ad aspettare con una curiosità mista a vaga preoccupazione.
Si 'sentiva' che stava per scatenarsi qualcosa di serio: l'aria era diventata opaca e la temperatura era scesa parecchio.
Ci siamo chiusi in casa con le finestre serrate, e dalle fessure guardavo fuori gli alberi che cominciavano a dondolare. Fino a quando il vento che iniziava a farsi sempre più forte...
Poi, improvvisamente, una montagna d'acqua.
Una prepotente bufera di vento acqua e buio.
Buio fuori e dentro casa. L'energia elettrica se n'era andata.
Il rumore della tempesta era diventato nitido.
Niente televisione, niente radio, niente di niente.
Solo buio, silenzio e furia della tempesta.
Erano rumori per niente paragonabili a ciò che succede durante le normali situazioni di maltempo a cui ero abituato. Era un rumore fitto, martellante.
Durato ore.
Poi siamo riusciti ad andare a letto. Ci siamo andati molto preoccupati, ma siamo riusciti ad andarci.
Non so come sono riuscito a dormire. Ma in realtà non sono riuscito a dormire affatto.
Il mattino dopo, da dentro casa vedevo una leggera pioggerellina fitta, niente rumore.
'Tutto è passato', pensavo...
Poi sono uscito, e quello che ho visto per le strade era qualcosa di incredibile.
Devo premettere che il New Jersey è detto "Gardenstate", lo "Stato giardino" degli Usa: ci sono giardini, alberi, boschi e foreste ovunque...
Il paese dove vivo è tra i boschi (un piccolo paradiso, mi permetto di aggiungere, NdA): c'è un lago, ci sono prati, colline piene di verde, fauna bellissima che ti trovi davanti mentre cammini, mentre sei in auto...
Quel mattino, invece, attorno a me c'erano solo strade piene di alberi a terra, letteralmente sradicati dal vento, pali della luce abbattuti, fili elettrici dappertutto, case distrutte, alberi finiti su auto e case...
Sono tornato a casa pensando che la mia casa era stata risparmiata, vergognandomi di essermi lamentato come un bambino per avere perso l'energia elettrica, per essere stato al buio in casa.
I rifornimenti di benzina fino ad oggi hanno funzionato con i generatori elettrici, ma sono pochi e aprono a singhiozzo. Quando si sparge la voce che un distributore ha aperto, cominciano le file, che arrivano fino a qualche miglio.
Ci ho messo un'ora e mezza di fila per fare carburante.
E' incredibile come sono gli americani: durante la sosta per la benzina, i ragazzi e le ragazze che lavorano nei locali vicini al distributore passavano con bibite e panini che offrivano gratis agli automobilisti in attesa.
Ieri a mezzogiorno in casa non avevamo ancora l'energia elettrica e così siamo andati a mangiare in un diner: non ci crederete ma avevano un menu compilato apposta per coloro che avevano la casa senza energia elettrica.
Che voleva dire grilled chikhen o cheesburger, patatine e bibita gratis.
Esatto, senza pagare.
E per gli altri, tutto quello che era più necessario costava di meno.
Probabilmente fra qualche giorno mi renderò conto meglio di ciò che è stato: per il momento mi sembra ancora irreale quello che c'è fuori dalle mura della mia casa.
Purtroppo molti non hanno nemmeno più i muri della loro casa, e solo a pensare questo, mi mette in confusione...".
E' un racconto che mi ha lasciato senza parole, soprattutto perché è successo ad una persona che conosco, un amico.
Ok, vorrei finire con un sorriso...
Un altro amico americano, Vladimir (non Ilich Ulianov, ma qualcosa mi dice che suo padre avesse qualche simpatia per il compagno Lenin...) mi ha inviato una foto che lui stesso ha fatto a Manhattan, anzi a South Manhattan beach.
I sacchi di sabbia riuscirono a bloccare un bidone di metallo distorto dalla furia del vento, qualche tavolino; sacchi di sabbia messi lì per "proteggere" due auto...
Non so cosa darei per sapere come diavolo sia capitata lì, in quell'angolo di New York vicino all'Atlantico, quella Fiat 500L rossa amaranto ancora targata Alessandria...
© dario celli. Tutti i diritti sono riservati
mercoledì 26 settembre 2012
La New York che stupisce... (Roba da matti?)
E va bene, scrivo...
Non so bene perché ho deciso di iniziare da qui, ma l'importante è ricominciare, no?
Dunque, se non l'avete capito, questa estate sono stato a New York (prima di andare verso sud - e scappare poi verso nord, ma vi racconterò tutto con calma...). E uno dei luoghi che non manco mai a New York con i miei compagni di viaggio è Columbus Circle.
E' rivolto verso l'Europa, il volto della statua di Cristoforo Colombo. Così lo volle, infatti, Gaetano Russo.
Era una tipica scelta romantico-nostalgica degli scultori italiani negli Usa di allora, visto che fu analogamente adottata nel 1888 da Gaetano Turini quando scolpì la statua di Garibaldi realizzata per essere esposta a Washington sq, della quale ho scritto qui più volte nelle scorse pagine.
Buffo, eh? Si tratta di una statua messa lì PRIMA della "nascita" della piazza.
Ma tornando a questa estate, questa volta non feci alla statua nessuna fotografia: non avrebbe "reso", visto che era avvolta da impalcature.
Per un restauro, pensai...
Beh, non avevo capito una cippa...
"E' proprio vero, l'America è sempre lì a sconvolgere le nostre certezze", ho pensato ancora una volta l'altro ieri.
Quando, cioè, dando un'occhiata on line al New York Times, ho scoperto che le impalcature attorno alla colonna del monumento, non erano state affatto montate per restaurare Cristoforo Colombo, già risistemato, ho saputo, nel 2005.
Sbarrai gli occhi quando nell'articolo lessi che in realtà si trattava di una "installazione", un'opera artistica "temporanea", del giapponese Tatzu Nishi:"Discovering Columbus".
I sei piani di scale di legno (che nella foto sopra possiamo vedere illuminate ai lati dell'impalcatura) portano, infatti, in una stanza,
un vero e proprio saloncino-appartamento, al centro del quale...
Sentite: non so voi, ma io sono rimasto senza parole...
Avete capito bene: la grande stanza con il pavimento a parquet, è stata costruita e arredata ATTORNO alla statua di Cristoforo Colombo di Gaetano Russo, statua che viene così a trovarsi al centro, su un tavolo, attorniata da poltrone, divani, libreria, quadri, appliques accese alle pareti tappezzate.
Un modo davvero unico per sfogliare qualche libro, lì a disposizione come alcune copie del giorno del New York Times.
O anche solo per poter ammirare la statua vis-à-vis, da vicinovicinissimo. Come si è divertito (beato lui!) a fare in solitudine, per primo, Tatzu Nishi, l'artista stesso.
Se siete a New York nelle prossime settimane, approfittatene, perché l'"opera attorno all'opera" verrà smontata il 19 novembre.
Dopo di allora non potrete più sedervi, in compagnia di Cristoforo Colombo, a contemplare il caotico traffico che da più di un secolo gli gira attorno.
Né potrete più guardarlo in faccia così da vicino, magari aggiornandolo su cosa succede in Italia.
Magari vi potrete far leggere da lui le righe che scrisse nel suo diario quel 12 ottobre del 1492: "Scesi a terra e vidi alberi verdissimi e molte acque e alberi e frutta di diverse specie e meraviglioso sapore..."
Vi confesso che ho pensato come sarebbe bello se Tatzu Nishi facesse una cosa simile a Roma, magari attorno alla colonna Traiana o a quella Antonina.
(Ma secondo voi glielo permetterebbero?).
Ah, a proposito: andare lassù, a chiacchierare un po' con Cristoforo Colombo e a godersi con lui il panorama, non costa nulla, se non far un pò di scale a piedi.
L'ingresso, infatti, è gratis.
© dario celli. Tutti i diritti sono riservati
Non so bene perché ho deciso di iniziare da qui, ma l'importante è ricominciare, no?
Dunque, se non l'avete capito, questa estate sono stato a New York (prima di andare verso sud - e scappare poi verso nord, ma vi racconterò tutto con calma...). E uno dei luoghi che non manco mai a New York con i miei compagni di viaggio è Columbus Circle.
Come dice la parola stessa, Columbus Circle è una "rotonda" posta ad uno degli angoli di Central Park, che da questa foto vedete spuntare a sinistra.
Si chiama così perché la piazza, progettata nel 1905, ruota attorno al monumento dedicato a Cristoforo Colombo eretto peraltro 13 anni prima, in occasione del 400° anniversario della scoperta dell'America.
Da allora, sopra ad un piedistallo in granito alto 21 metri si erge una statua del navigatore italiano scolpita dall'artista Gaetano Russo. Scultura voluta e finanziata dal principale quotidiano italiano che si stampava allora negli Stati Uniti, "Il Progresso Italo-americano".
E' rivolto verso l'Europa, il volto della statua di Cristoforo Colombo. Così lo volle, infatti, Gaetano Russo.
Era una tipica scelta romantico-nostalgica degli scultori italiani negli Usa di allora, visto che fu analogamente adottata nel 1888 da Gaetano Turini quando scolpì la statua di Garibaldi realizzata per essere esposta a Washington sq, della quale ho scritto qui più volte nelle scorse pagine.
Buffo, eh? Si tratta di una statua messa lì PRIMA della "nascita" della piazza.
Ma tornando a questa estate, questa volta non feci alla statua nessuna fotografia: non avrebbe "reso", visto che era avvolta da impalcature.
Per un restauro, pensai...
Beh, non avevo capito una cippa...
"E' proprio vero, l'America è sempre lì a sconvolgere le nostre certezze", ho pensato ancora una volta l'altro ieri.
Quando, cioè, dando un'occhiata on line al New York Times, ho scoperto che le impalcature attorno alla colonna del monumento, non erano state affatto montate per restaurare Cristoforo Colombo, già risistemato, ho saputo, nel 2005.
I sei piani di scale di legno (che nella foto sopra possiamo vedere illuminate ai lati dell'impalcatura) portano, infatti, in una stanza,
un vero e proprio saloncino-appartamento, al centro del quale...
Sentite: non so voi, ma io sono rimasto senza parole...
Avete capito bene: la grande stanza con il pavimento a parquet, è stata costruita e arredata ATTORNO alla statua di Cristoforo Colombo di Gaetano Russo, statua che viene così a trovarsi al centro, su un tavolo, attorniata da poltrone, divani, libreria, quadri, appliques accese alle pareti tappezzate.
Un modo davvero unico per sfogliare qualche libro, lì a disposizione come alcune copie del giorno del New York Times.
O anche solo per poter ammirare la statua vis-à-vis, da vicinovicinissimo. Come si è divertito (beato lui!) a fare in solitudine, per primo, Tatzu Nishi, l'artista stesso.
Se siete a New York nelle prossime settimane, approfittatene, perché l'"opera attorno all'opera" verrà smontata il 19 novembre.
Dopo di allora non potrete più sedervi, in compagnia di Cristoforo Colombo, a contemplare il caotico traffico che da più di un secolo gli gira attorno.
Né potrete più guardarlo in faccia così da vicino, magari aggiornandolo su cosa succede in Italia.
Magari vi potrete far leggere da lui le righe che scrisse nel suo diario quel 12 ottobre del 1492: "Scesi a terra e vidi alberi verdissimi e molte acque e alberi e frutta di diverse specie e meraviglioso sapore..."
Vi confesso che ho pensato come sarebbe bello se Tatzu Nishi facesse una cosa simile a Roma, magari attorno alla colonna Traiana o a quella Antonina.
(Ma secondo voi glielo permetterebbero?).
Ah, a proposito: andare lassù, a chiacchierare un po' con Cristoforo Colombo e a godersi con lui il panorama, non costa nulla, se non far un pò di scale a piedi.
L'ingresso, infatti, è gratis.
© dario celli. Tutti i diritti sono riservati
venerdì 21 settembre 2012
Obama al David Letterman Show
Prendetevi 37 minuti e ascoltate il Presidente Barak H. Obama l'altro ieri ospite al David Letterman Show.
(Tranquilli, ci sono i sottotitoli in italiano!)
Niente, niente male...
(Tranquilli, ci sono i sottotitoli in italiano!)
Niente, niente male...
martedì 11 settembre 2012
Dove eravamo rimasti?
L'ho scritto più volte, qui.
Il "risveglio" dopo il ritorno dagli Usa è sempre duro.
Almeno per me.
Si tratta di elaborare il viaggio che si è fatti e mettere ordine alle sensazioni, ai ricordi.
E si tratta di aggiungere altre idee, altri nuovi progetti, ai vecchi.
Quest'anno, per una serie di ragioni, ho scelto di fare un viaggio di tipo diverso. Inferiore il tempo a disposizione, ho deciso di rivivere l'America "da turista": vivendo in albergo, dunque, dopo alcuni anni in cui avevo invece abitato in case, in appartamenti.
Il fatto poi di vivere una settimana insieme ad una coppia in viaggio di nozze mi ha fatto tornare - con gioia - "turista" (ma anche "guida turistica"), dunque i ritmi quotidiani sono stati decisamente più serrati rispetto a quelli dell'anno scorso, quando per due mesi ho abitato - da solo, peraltro - in un appartamento.
La scelta di quest'anno è stata quella di essere a New York una decina di giorni per partire poi alla volta della calda Florida di Miami Beach prima di una settimana caraibica a Key West, a poche miglia da Cuba...
Ma l'uragano Isaac ha contribuito a cambiare il programma.
Non sono una particolare novità gli uragani da quelle parti e in particolare d'estate. Anzi, sono un rischio da tenere conto: si tratta solo di riuscire ad infilarsi fra l'uno e l'altro, cercando di evitarli...
Oppure si tratta di essere pronti ad abbandonare in fretta e in tempo le zone interessate, per non perdere due o tre giorni di vacanza destinati altrimenti ad essere passati nel chiuso di una camera, nella migliore delle ipotesi.
Ma i cambi di programma non sono un problema, negli Usa, e favoriscono, anzi, nuovi incontri.
Nuove preziose e deliziose conoscenze...
Sì, cari amici, cari fedeli lettori, mi sto svegliando dal torpore, dal consueto trauma del ritorno.
Non che smetterò di "ringhiare"; non che smetterò di avere in quattro e quattr'otto l'espressione luttuosa di questi giorni (unitamente a profonda apatia, chiusura in casa che porterà inevitabilmente all'intervento di una task force formata da guardia medica, nucleo batteriologico-chimico dell'esercito e guardia veterinaria...); no.
Ma almeno, fra poco, potrete leggere - se mi onorerete ancora della vostra attenzione - nuovi racconti di Aria Fritta.
Dunque dove eravamo rimasti?
Il "risveglio" dopo il ritorno dagli Usa è sempre duro.
Almeno per me.
Si tratta di elaborare il viaggio che si è fatti e mettere ordine alle sensazioni, ai ricordi.
E si tratta di aggiungere altre idee, altri nuovi progetti, ai vecchi.
Quest'anno, per una serie di ragioni, ho scelto di fare un viaggio di tipo diverso. Inferiore il tempo a disposizione, ho deciso di rivivere l'America "da turista": vivendo in albergo, dunque, dopo alcuni anni in cui avevo invece abitato in case, in appartamenti.
Il fatto poi di vivere una settimana insieme ad una coppia in viaggio di nozze mi ha fatto tornare - con gioia - "turista" (ma anche "guida turistica"), dunque i ritmi quotidiani sono stati decisamente più serrati rispetto a quelli dell'anno scorso, quando per due mesi ho abitato - da solo, peraltro - in un appartamento.
La scelta di quest'anno è stata quella di essere a New York una decina di giorni per partire poi alla volta della calda Florida di Miami Beach prima di una settimana caraibica a Key West, a poche miglia da Cuba...
Ma l'uragano Isaac ha contribuito a cambiare il programma.
Non sono una particolare novità gli uragani da quelle parti e in particolare d'estate. Anzi, sono un rischio da tenere conto: si tratta solo di riuscire ad infilarsi fra l'uno e l'altro, cercando di evitarli...
Oppure si tratta di essere pronti ad abbandonare in fretta e in tempo le zone interessate, per non perdere due o tre giorni di vacanza destinati altrimenti ad essere passati nel chiuso di una camera, nella migliore delle ipotesi.
Ma i cambi di programma non sono un problema, negli Usa, e favoriscono, anzi, nuovi incontri.
Nuove preziose e deliziose conoscenze...
Sì, cari amici, cari fedeli lettori, mi sto svegliando dal torpore, dal consueto trauma del ritorno.
Non che smetterò di "ringhiare"; non che smetterò di avere in quattro e quattr'otto l'espressione luttuosa di questi giorni (unitamente a profonda apatia, chiusura in casa che porterà inevitabilmente all'intervento di una task force formata da guardia medica, nucleo batteriologico-chimico dell'esercito e guardia veterinaria...); no.
Ma almeno, fra poco, potrete leggere - se mi onorerete ancora della vostra attenzione - nuovi racconti di Aria Fritta.
Dunque dove eravamo rimasti?
sabato 18 agosto 2012
lunedì 6 agosto 2012
sabato 4 agosto 2012
mercoledì 1 agosto 2012
L'occhio di Brandon
Brandon Stanton è un fotografo di New York.
O meglio, lo è diventato in modo ufficiale - è stato intervistato da tutti i media Usa - dopo aver avuto l'idea di andare in giro per la Grande Mela con la sua macchina fotografica cercando (ma chi è stato a New York sa che non è per nulla difficile...) gente, volti, espressioni.
Anche qui, in queste righe, e soprattutto fra i commenti che avrete letto da parte di chi c'è stato, è che una delle cose che manca di più a chi lascia la città americana è "la sua gente". Ed è questo il contenuto, il "contesto" del suo lavoro.
La gente.
Il suo lavoro, la sua idea, si chiama, infatti, "Humans of New York", appunto; "Esseri umani di New York".
Ha iniziato nell'estate del 2010. In realtà - racconta - il suo progetto iniziale era di fotografare diecimila newyorkesi, mettendo su di una mappa di Manhattan i suoi preferiti "punti di osservazione". Poi ha capito che di gente di New York da fotografare ce n'era a bizzeffe, ogni giorno di più.
"La mia idea era quella di costruire una specie di censimento fotografico di New York City", racconta nel suo sito e nella sua pagina di Facebook, che ha 165mila fan che lo seguono.
E dopo aver visto i suoi lavori, credo proprio di poter dire che il suo è davvero un modo per capire, attraverso le immagini di chi ci abita, una città, in fondo.
Ad un certo punto della sua avventura, Brandon Stanton ha iniziato a fare foto per "argomenti": la festa dei sik di New York; il Purim della numerosissima comunità ebraica della città; le iniziative di "Occupy Wall St."...
Ma le foto che mi piacciono di più sono quelle che ritraggono "gente normale", da lui incontrata per caso per strada...
Vi ricordate cosa disse Pierpaolo Pasolini di New York a Oriana Fallaci la prima volta che lui venne a New York? Le sue parole (che troverete QUI) sarebbero state perfette per le immagini di Brandon Stanton, che ha fissato nella memoria della macchina digitale adulti e bambini, anziani e giovani ragazze, gente "strana" e un po' bizzarra" e gente normale.
Ma tutta gente speciale.
Gente di New York, appunto...
Dalla cartina che lui ha messo nel suo sito, e che potete vedere sopra, si capisce facilmente che le "persone di New York" migliori, Brandon le trova da metà Central Park in giù. E chi conosce un po' l'isola sa che non ha tutti i torti, in effetti.
Vorrei metterle tutte qui, le sue immagini di New York, della "gente di New York", ma basta che andiate o sulla sua pagina di Facebook che lui aggiorna quotidianamente (Cliccate Qui) o direttamente nelle sue pagine web (Cliccate Qui) per vederle tutte.
Intanto ecco in 200 secondi 200 suoi ritratti.
E, per la miseria!, che colonna sonora...
E, per la miseria!, che colonna sonora...
Buona visione (cliccate sulla freccia) e buona New York a tutti!
(Tutte le immagini sono di proprietà di Brandon Stanton)
©All the images are Brandon Stanton's property
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© dario celli. Tutti i diritti sono riservati
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