Su New York, gli Stati Uniti d'America e altre storie. Ma sì, suvvia! Questa è solo "aria fritta". Non mettetemi alle strette: "Sono solo canzonette", in fondo...
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martedì 22 luglio 2014
Su un colloquio di lavoro, l'amarezza e il brindisi di un giovane italiano
"Gentile dottore, lei non si ricorderà di me, ne avrà mandati a casa tanti...
Si tranquillizzi: non le scrivo per perorare ancora una volta la mia causa, per chiederle di prendere in esame nuovamente la mia candidatura per quel posto nella sua ditta.
No, anzi: ho deciso, infatti, di scriverle questa mail per ringraziarla.
Sì, perché le sto scrivendo dagli Stati Uniti d'America. E precisamente dalla scrivania dell'azienda americana che proprio oggi mi ha comunicato l'intenzione di assumermi.
Non solo: la stessa azienda oggi mi ha anche detto di essere disposta contemporaneamente a 'sponsorizzare' la mia richiesta di Green Card, che - come forse lei saprà - è il permesso di lavoro e di residenza permanente negli Stati Uniti.
Quello che dopo cinque anni mi permetterà di diventare cittadino americano, visto che lavorerò, pagherò le tasse e contribuirò a far crescere e rendere ricco questo Paese.
Egregio dottore, ho ripensato tante volte a quei momenti, brevi ma intensi, durante i quali lei e altri responsabili di aziende come la sua, mi avete trattato 'dall'alto in basso', come l'ultimo degli inutili, uno tra i tanti, nel corso dei vari colloqui di lavoro che ho avuto in Italia.
Quasi io fossi stato un pacco senza valore, da mettere - nella migliore delle ipotesi - ora qua, ora là.
Da questa scrivania - da quando la mia Compagnia americana mi ha comunicato che mi avrebbe assunto e soprattutto che si sarebbe presa carico delle spese per la Green Card - ho pensato a tutte le umiliazioni e alle situazioni ridicole che ho dovuto subire in Italia in questi anni, durante i miei numerosissimi colloqui di lavoro.
Dubito che lei abbia mai pensato a me: come ho appunto scritto all'inizio, ne avrà mandati a casa tanti di giovani come me.
Ma voglio raccontarle cosa è successo dopo l'incontro che io e lei abbiamo avuto...
Deluso da lei, dai suoi colleghi e dall'Italia, ho deciso di tornare negli Usa dai miei parenti, e nel giro di pochi mesi e un bel po' di colloqui, varie Compagnie mi hanno detto che erano interessate ad assumermi.
E allora sa cosa ho fatto, dottore?
HO SCELTO IO!
Già, dottore, pensi: sono stato IO a scegliere la Compagnia migliore, quella che mi proponeva le condizioni migliori, la Società che ha più creduto in me e nella mia professionalità al punto di propormi l'assunzione e di pagarmi le spese per il visto di lavoro (qualche migliaia di dollari, dottore, mica bruscolini!) che mi permetterà di avere la Green Card e di diventare fra qualche anno cittadino americano.
Ho scelto, dottore, la Compagnia che mi darà (e mi sta già dando, peraltro...) uno stipendio che in Italia non avrei potuto sognare nemmeno dopo quindici anni di anzianità; la Compagnia che ha dimostrato di stimarmi, di volermi valorizzare, di voler investire su di me.
Non immagina nemmeno che risate (educate, però...) io mi sia fatto in questi mesi quando ho ripensato a lei: suvvia, lo sa anche lei che voi, nella migliore delle ipotesi, mi avreste offerto qualche (finta) 'consulenza' e poi qualche contratto a termine: oltretutto pagato una vergogna da qualche agenzia di lavoro interinale.
I suoi colleghi americani, invece, al momento dell'assunzione, mi hanno chiesto 'per cortesia' (esatto, pensi, 'per cortesia'!) l'impegno a restare nell'azienda almeno tre anni.
Da non credere davvero!
Dottore, dica la verità: non ci crede neppure lei, vero?
A volte mi chiedo perché lei e il mio Paese non siate riusciti a darmi queste semplici gioie.
La "semplice gioia" di lavorare in cambio della mia professionalità che io avrei messo a disposizione per arricchire lei e la sua azienda.
E la nostra Italia.
Non riesco davvero a trovare risposta...
Ma forse è meglio così.
Le soddisfazioni me le sta dando un altro Paese, quello che mi ha riaccolto a braccia aperte dopo averlo 'tradito' per essere tornato in Italia.
Si ricorda la mia storia, vero?
Ero stato qui, in America da alcuni parenti per capire se potevo dare una svolta alla mia vita. E qui negli Usa lo avevo trovato, un lavoro. Poi, però, complice la nostalgia, ho voluto dare una nuova possibilità all'Italia.
Ed ero tornato. E ne avevo fatti, di colloqui.
E' in quel periodo che ci siamo conosciuti, dottore.
Dai, se la ricorderà la mia storia, no?
L'America, l'impiego trovato, la nostalgia e la volontà di voler lavorare per il mio Paese...
Per l'Italia...
Le raccontai la mia storia durante il colloquio, quando lei faceva 'sì' con la testa. Vagamente assente, un po' annoiato.
Ricordo benissimo quei minuti: quasi lei non vedeva l'ora che finisse quel colloquio.
Non le dico io, dottore...
Ma ora basta con questi discorsi.
Ora voglio solo brindare.
All'America, e a quest'altra giornata importante che l'America mi ha regalato.
Lo sapevo che avrei fatto bene a ritornare qui.
Ma brindo anche a lei, dottore.
Perché, in fondo, io la devo ringraziare.
Penso, infatti, a come sarebbe oggi la mia vita, e a come sarebbe stato il mio futuro, se lei mi avesse assunto.
'Certo, mica subito, giovanotto!', speravo, allora, che lei mi dicesse.
Magari dopo cinque, sette, dieci o quindici contratti a termine. Ovviamente sottopagati.
Ero quasi pronto a tutto.
Quasi.
Ah, lo so cosa mi risponderebbe, oggi, dottore: che in Italia c'è crisi, e che mi avrebbe assunto volentieri, se solo lei avesse potuto...
E bla, bla, bla...
Proprio come poi ha assunto uno degli altri candidati.
Certamente più 'bravo' di me, vero?
Le confesso una cosa, dottore: ero pieno di rabbia, delusione, frustrazione, quando dopo settimane di silenzio ho capito che voi non mi avreste mai preso.
Ma lei non sa, dottore, quanto oggi sono invece contento che lei sia stato così poco intuitivo e lungimirante.
In queste ore, mi creda, non smetto di ringraziarla col pensiero.
Con immensa riconoscenza.
Un cordiale saluto dagli Stati Uniti d'America".
P.S.: Io mi sono limitato a raccogliere la testimonianza e a fare alcuni aggiustamenti "stilistici".
Ammetto, però: le prime due righe sono una citazione delle prime righe di "Lettera ad una professoressa" de La Scuola di Barbiana di don Milani.
Le ho messe perché mi sembravano assolutamente "calzanti".
E conosciuta la storia del nostro protagonista mi sono immediatamente venute in mente.
Ne avrà bocciati tanti, di candidati, quell'imprenditore italiano che - come l'Italia - ha regalato all'America un altro giovane, un altro lavoratore, un buon professionista.
Avanti il prossimo.
© dario celli. Tutti i diritti sono riservati
martedì 7 maggio 2013
venerdì 13 luglio 2012
Antonietta e Davide
Diciamola tutta: Antonietta e Davide non si può dire che non abbiano avuto fortuna, finora.
Della fortuna hanno avuto due assaggi, un anno di seguito all'altro.
E che assaggi!
Antonietta e Davide hanno partecipato alla lotteria con la quale il Governo americano ogni autunno mette in palio 55 mila Green Card.
Ci partecipano svariate decine di milioni di persone in tutto il mondo, e mediamente vincono la Green Card qualche centinaio di italiani ogni anno.
Conosco chi tenta da anni la lotteria senza successo; mentre Antonietta e Davide nel giro di due estrazioni sono stati sorteggiati entrambi.
Prima lui e poi lei.
Insomma, non hanno nemmeno dovuto sposarsi per "passarsi" la Green Card vinta.
Un avvenimento straordinario che li ha colti - non lo negano - di sorpresa.
Davide adorava gli Stati Uniti: ci era stato molte volte per andare a trovare la sorella a San Diego, dove abitava da una quindicina d'anni.
La sua passione per gli Usa lo aveva anche portato a tentare l'ammissione in una università statunitense; ma le possibilità di essere accettato in quanto straniero erano molto basse, e la pratica di "avvicinamento" chiesta da sua sorella al Governo per i suoi genitori e successivamente per lui si prospettavano molto lunghe.
Una decina di anni, per questi tipi di ricongiungimenti familiari.
"Nel 2008 partecipiamo alla lotteria. Io, personalmente, non è che fossi molto convinta al trasferimento, al cambio di vita, anche se lo ritenevo inevitabile nella (assolutamente teorica, praticamente impossibile) eventualità che venisse estratto lui. Certo non avrei mai accettato che lui se ne andasse in America senza me al suo fianco.
E allora, per affettuoso dispetto, ho passato giorni a dirgli 'Tanto verrò estratta io, e tu, che quando si affronta 'un certo' argomento' fai sempre il vago, vedrai che verrai da me supplicandomi di sposarti!"
Questo a novembre.
Poi...
"Poi un giorno di maggio 2009 ricevo una telefonata da lui che, con una tranquillità incredibile, come se fosse stata una notizia qualunque, mi dice che aveva ricevuto una busta (a quel tempo la Lottery non si svolgeva in modo telematico nda) dal Kentucky, dal Kentucky Consular Center. Mi hanno estratto, sai? Ho vinto la Green Card!'.
Era veramente incredibile, la mitica busta di cui tutte le persone estratte parlano era lì, davanti a noi. Un momento indimenticabile, incancellabile.
Alla fine, quello che sembrava un 'gioco' impossibile proprio come le lotterie a premi, si è rivelato un fatto reale. A quel punto tutto ci sembrava possibile e ottenuta la carta per l'uno non potevamo che ritentare la sorte anche per l'altra.
Nell'autunno 2010, a novembre, tento di nuovo - mi racconta Antonietta -, senza troppe speranze, ovvio. Va bene provarci ancora, mi dicevo, ma quante possibilità potevo mai avere di essere estratta anche io? Pochissime, come quelle di tutti coloro che frequentano i forum sulla Green Card e raccontano di provarci da tre, quattro, cinque anni senza esito...".
A febbraio dell'anno scorso Antonietta accompagna Davide a Napoli, per espletare con diligenza tutte le numerose formalità che si devono affrontare dopo la fortunata estrazione: Davide ha così presentato tutti i documenti necessari, passato i tre giorni canonici fra visite, analisi sanitarie e colloqui, ha speso i soldi necessari per fare il tutto, per poi arrivare, al terzo giono al tanto temuto colloquio finale con il console.
Proprio perché inattesa, la loro preziosa Green Card così fortunatamente vinta l'hanno tenuta nel portafogli, limitandosi ad andare negli Stati Uniti giusto il tempo per non farla decadere.
Non posso dire di conoscerli bene, Antonietta e Davide, ma posso immaginare che anche se non sono - come me, come quasi tutti i torinesi - piemontesi "doc", con il crescere da quelle parti abbiano acquisito inconsapevolmente nel dna un po' di quel maledetto bögia nen ("Noi autri i bögioma nen", "Noi da qui non ci muoviamo" disse il Conte di San Sebastiano di fronte alle truppe francesi sulla Piana dell'Assietta, il 19 luglio del 1747) presente nel sangue di tutti noi che siamo nati o anche solo cresciuti da quelle parti, dalle parti di Torino.
Quel maledetto elemento che, pur in presenza della voglia di provare strade nuove dirette verso orizzonti mai esplorati e lontani, ci fa andare piano, o addirittura ci paralizza (e che ci fa tanto incazzare).
- Posso immaginare come ti sentissi con quella opportunità più grande di te e di tutti i tuoi parenti messi insieme, che aveva davanti.
"Mah, se devo essere sincera fino al mio arrivo a New York non mi sono mai resa conto davvero di quanto fosse realmente importante avere quel documento, e forse non ho mai creduto fino in fondo di poter riuscire davvero in quello che poi ho fatto, in quello che sto facendo...".
Posso immaginare come si sentiva mentre andava a fare lezioni e supplenze avendo nel portafogli quel biglietto della lotteria vincente che si chiama"Green Card".
Posso immaginare come si sentisse, con tutti quei parenti
che le dicevano "In America???" o con quei suoi amici, qualcuno affettuosamente un po' invidioso, qualcun altro tutt'altro che affettuosamente.
"Beh, dire a tutti che sarei partita per New York, e non per 'vacanza', mi sono poi resa conto che per me era un modo per rendere a me stessa 'reale' il progetto ancora appena abbozzato e per portarlo davvero a conclusione, per realizzarlo".
Per il suo primo ingresso negli States per conservare la Green Card, Davide fa il viaggio da solo, visto che Antonietta doveva completare ancora le pratiche. Arriva a New York e ci va con un amico.
"Tutti i nostri amici, sia chi c'era stato, sia chi non aveva mai messo piede in America, dicevano di amare New York... Ma quando ne sentivo parlare non riuscivo, sinceramente, a capirne il motivo. 'Tutta quella grande quantità di grattacieli, quel gran casino... Cosa ci sarà mai di bello?'.
Poi Davide torna dal suo primo viaggio con un milione di giga di fotografie.
Di solito, quando si vedono le foto di viaggi vissuti da altri, alla quarantesima foto uno inizia a sbadigliare. Io, invece, nonostante fossi un po' diffidente, mi sono sentita catturata, foto dopo foto.
Passavano i giorni e mi tornavano in mente le immagini di New York vista dall'Empire, proprio come quella che tu hai come copertina di Aria Fritta. Quindi, visto che negli Usa c'ero già stata (a San Diego dalla sorella di Davide, a Las Vegas, a Los Angeles, nella west coast, forse troppa west coast...) decidiamo che a fare gli onori per il mio primo ingresso da 'permanent resident', sarebbe stata New York.
Il nostro albergo si trovava a Brooklyn, e ricordo perfettamente che camminando per il quartiere subito dopo essere scesi dall'aereo, ancora con i nostri pesanti trolley trascinati per mano mi sono fermata e ho detto a Davide 'Questa è la mia città!'.
Ma è stata una delle sere successive, poco dopo il tramonto al Broklyn Bridge Park, ad avere l'illuminazione definitiva.
Ero seduta ad una delle panchine che danno su Manhattan sono stata in silenzio quasi un'ora (o forse erano solo dieci minuti, ma non so...) a godermi quello spettacolo di luci e vita che ho deciso che non mi bastava più fare la spettatrice, che avevo deciso di voler entrare a far parte dello spettacolo...".
Poi, il ritorno.
Antonietta ha iniziato a cercare lavoro negli Usa dall'Italia, con pochi risultati confortanti, per la verità.
Influenzati anche, forse, dal "pessimismo cosmico" italiano che spesso ci porta ad una devastante inattività e che secondo me ci avvolge in una nuvola di negatività:
"Sì, ho iniziato ad inviare un po' di curricula negli Usa, 'random', quasi a caso, ma con risultati nulli", confessa Antonietta. Che a gennaio decide il grande cambiamento di rotta.
"Per evitare di arrivare ancora una volta negli States esprimendomi all'aeroporto con l'inglese di un bambino di un anno, in Italia mi sono iscritta ad una scuola di lingua. Contemporaneamente ho deciso di seguire un corso di cucina e di 'Tecnica di preparazione della pizza da pizzeria'. Nel frattempo continuavo le mie supplenze a scuola...".
Ammetto di averglielo consigliato io, il corso di cucina e pizzeria: c'è ancora richiesta di italiani, in quel settore: a patto che siano in regola con i visti, ovvio.
Poi Antonietta e Davide si rendono conto che era arrivato il momento di "allungare davvero le radici negli Usa", di avere una casa a Ny dove abitare, di avere un indirizzo americano.
Ma la ricerca su internet non aveva portato buoni frutti: o non arrivavano risposte, o arrivavano, racconta, palesi truffe.
"Come quella volta che ci rispose un nigeriano che diceva di avere un appartamento libero da affittarci nientemeno che a Wall Street. Ma siccome in quel periodo era in Nigeria noi avremmo dovuto mandargli i soldi in Africa. E prima che lui ci spedisse chiavi ed indirizzo. Oppure ci rispondevano dandoci però un appuntamento in giornata".
Insomma, avanti così fino a quando agli inizi di giugno, proprio un paio di settimane fa, Antonietta e Davide si decidono: con un piccolo, piccolissimo gruzzolo partono per New York "a la ventura".
Seduti al finestrino non stanno nella pelle e non resistono a non fotografare quelle ali che li stanno portando lontano, tagliando quel cielo azzurro, che non può che non sapere di ottimismo...
New York li accoglie come la città accoglie sempre tutti: con quella confusione colorata, con tutta quella gente che corre chissà dove, con i suoi taxi gialli.
A dire il vero non è che le loro prime ore nella Grande Mela siano state molto rilassanti. Avevano prenotato una stanza in un ostello per una sola notte (a 104 $ a notte), visto che l'indomani avevano appuntamento con una ragazza che affittava una stanza.
Che però, nel frattempo era già stata affittata. "Ci venne allora proposta una specie di topaia a 1200 dollari (953 €uro) al mese". A quel punto decidono di affidarsi ad una agenzia.
Che ha offerto loro un appartamento perfetto nel quartiere Badford-Stuyvesant di Brooklyn anche se a 15 minuti dalla metropolitana.
Quando poi però hanno consultato le tabelle che le agenzie forniscono a chi cerca casa, quelle sui dati del quartiere (presenza di uomini, donne, celibi, nubili, divorziati/e, fasce d'età degli abitanti, presenza di bambini, scuole, servizi, animali domestici e dati relativi alla criminalità) hanno desistito:
"Già: le dettagliate statistiche del New York Police Department dicevano che era una zona con un indice di criminalità più alto della media, a Brooklyn.
No, grazie".
La casa, Antonietta e Davide l'hanno invece trovata su Craiglist, sito di annunci strafamoso, negli Usa:
"L'annuncio di Marlon appariva perfetto: al mattino abbiamo risposto e nel pomeriggio avevamo già l'appuntamento. Era perfetta! Appena ristrutturata, molto grande con stanze ampie e luminose.
Ovviamente noi occupiamo solo uno di questi ambienti mentre condividiamo bagno e cucina con altre sei persone. Una convivenza di massa che per fortuna non ci ha ancora messo in difficoltà, dato che al momento solo noi siamo in vacanza mentre i nostri coinquilini sono moto impegnati e quindi sempre fuori casa".
Certo, è "solo" una camera. Ma che camera!
Grande, con una finestra che di giorno la illumina a dovere, parquet per terra... Ma per ora "va bene così". Si cambia casa tante volte in città come New York.
"Insomma, nel giro di 24 ore siamo passati dalla condizione di potenziali homeless a quelli di affittuari di una casa a Manhattan..."
A quel punto possono finalmente fare i turisti, Antonietta e Davide. Passano ore (e ore, e ore) a passeggiare, a guardarsi intorno, a mangiare quella Grande Mela, morso per morso, coscienti che questa volta, loro, non sono più lì per vacanza, non dovranno tornare più tornare in Italia.
"Problema casa" risolto, "potevamo finalmente goderci la rimanente settimana da turisti prima di dedicarci alla ricerca del lavoro", anche perché il "piccolo gruzzolo" di risparmi che si erano portati dall'Italia stava per finire.
Certo, raccontata così - ancora una volta - tutto sembra facile. Ma quanto influisce l'educazione che abbiamo ricevuto (prima di tutto la mancanza di ottimismo e una piccola dose di incoscienza presenti invece nel dna degli americani) è facile, per noi, da immaginare.
Quello che ci frega è quella vaga sensazione di "paralisi" che si impadronisce di noi, in certe situazioni, e della quale ho già accennato.
..
"La scelta di buttarsi in questa avventura non è stata certo facile - mi racconta Antonietta - ma la forza di attrazione che ha avuto su di me questa città è stata troppo forte per non assecondarla.
Prima di visitare New York avevo ovviamente sentito molte persone dire quanto fosse bella, anche se è riduttivo definirla così, o quanto fosse straordinaria: come ti ho già detto, sinceramente in me non era mai maturata la curiosità di visitarla. Poi, però, l’obbligo di entrare negli States ogni sei mesi per conservare la Green Card mi ha portata qui a giugno 2011 e ho subito sentito la necessità non solo di visitarla, ma di viverla in pieno, da 'abitante'".
Obiettivo per Antonietta e Davide, a quel punto, divenne "il lavoro".
Scrive una mail al responsabile di "Eataly New York", che le fissa un appuntamento per tre giorni dopo. Poi prende appuntamento con una persona che io ho conosciuto l'anno scorso, anche lui vincitore di Green Card, giovane, napoletano, che ha aperto un negozio di pizza al taglio.
Nessuna raccomandazione: mi sono limitato a scrivere a quel mio amico chiedendogli se poteva ascoltare una mia amica e darle consigli, indicazioni.
Difficile star dietro agli eventi che in questi frangenti spesso accadono negli Usa o a New York.
Antonietta arriva davanti al negozio dove doveva incontrarsi con il mio amico e vede il cartello"Help Wanted": "Così quella che doveva essere una normale chiacchierata amichevole fra immigrati, si trasforma all'istante in un colloquio di lavoro per stare dietro al bancone di una pizzeria al taglio di Manhattan".
Si mette d'accordo per un giorno di prova, ma proprio mentre stava studiando il menù e gli ingredienti delle pizze, ecco che riceve una breve mail da parte di un cuoco che aveva incontrato il giorno prima. Una mail fatta di sole dodici parole: "I would like to give you chance to work with us": "Vorrei darti la possibilità di lavorare con noi".
"Improvvisamente ho dovuto mettere sul piatto della bilancia due offerte di lavoro.
A New York.
A Manhattan.
Una come addetta al banco di una pizzeria al taglio e un'altra come 'pasta-maker'. Ovviamente non potevo che scegliere di portare oltreoceano un po' delle mie capacità e quindi ho scelto di fare orecchiette per otto ore al giorno! Certo, il lavoro è un po' monotono e ogni sera per le prime due settimane ho dovuto tenere il pollice nel ghiaccio per mitigare il dolore, ma non nego di sentire una certa soddisfazione nel pensare a tutte quelle persone che mangiano le mie piccole opere".
Anche il fidanzato di Antonietta, Davide, ha trovato un lavoro negli stessi giorni.
Come bus boy, il "grado" più basso fra i camerieri che lavorano nei ristoranti americani: quello che riempie d'acqua (e di una montagna di ghiaccio) i bicchieri dei clienti non appena si siedono ai tavoli.
"Davide ha subito puntato un locale dove, anche lì per caso, abbiamo letto 'HELP WANTED'. Ci siamo guardati e i nostri occhi si dicevano 'Ma sì, dai! Entriamo, vediamo...'. Proprio in quel momento, dentro, c'era il proprietario che faceva i colloqui. Stewart, si chiamava così, ha subito dato a Davide il foglio con i dati da compilare. Poi è venuto a parlargli..."
"Hai esperienza come cameriere?"
- Veramente no...
"Apprezzo la tua sincerità. Ma se io ti insegno, tu impari?"
- Vedi il mio titolo di studio? Sono laureato in fisica teorica, sono un fisico, e la fisica insegna ad imparare..."
Mi sembra quasi di vederlo, il sorriso dell'americano Stewart, mentre Davide l'italiano gli diceva queste parole.
Come è andata a finire lo immaginate, a questo punto: siamo in America, mica in Italia (perdonatemi...) e il padrone del ristorante ha dato ad un fisico teorico quel lavoro da cameriere.
Un lavoro provvisorio, perché a luglio Davide inizierà il dottorato in fisica a Newcastle Upon Tyne in Inghilterra.
Un altro cervello che l'Italia si è lasciata sfuggire.
Una mattina Antonietta decide di tagliarsi i capelli: un taglio, netto, drastico, quasi a zero, modello Sinéad O'Connor.
E quando una donna prende una decisione di questo tipo, significa evidentemente qualcosa...
"Che dire? - mi scrive Antonietta - Ora siamo a posto: abbiamo una bella casa e un lavoro a New York. Possiamo lamentarci?
Ci sentiamo presto.
Antonietta".
Poi mi manda questa foto...
"E' la mia prima busta paga americana. E' una paga per i miei primi tre giorni di lavoro. Ma già solo con questa, pago metà della mia parte d'affitto a (l'altra la paga Davide...). Prendo 310 dollari a settimana, 1240 dollari al mese, che comprendono anche i soldi dei pasti che faccio lì. Ancora una settimana e se non mi licenziano potrò finalmente sperperare il mio denaro in modo sconsiderato", mi dice ridendo.
"Lo so, i camerieri guadagnano ben di più con le mance, ma non hanno contratto e io sono assunta. E poi so che in America si cambia posto in fretta. E si migliora".
Sorrido...
© dario celli. Tutti i diritti sono riservati
Della fortuna hanno avuto due assaggi, un anno di seguito all'altro.
E che assaggi!
Antonietta e Davide hanno partecipato alla lotteria con la quale il Governo americano ogni autunno mette in palio 55 mila Green Card.
Ci partecipano svariate decine di milioni di persone in tutto il mondo, e mediamente vincono la Green Card qualche centinaio di italiani ogni anno.
Conosco chi tenta da anni la lotteria senza successo; mentre Antonietta e Davide nel giro di due estrazioni sono stati sorteggiati entrambi.
Prima lui e poi lei.
Insomma, non hanno nemmeno dovuto sposarsi per "passarsi" la Green Card vinta.
Un avvenimento straordinario che li ha colti - non lo negano - di sorpresa.
Davide adorava gli Stati Uniti: ci era stato molte volte per andare a trovare la sorella a San Diego, dove abitava da una quindicina d'anni.
La sua passione per gli Usa lo aveva anche portato a tentare l'ammissione in una università statunitense; ma le possibilità di essere accettato in quanto straniero erano molto basse, e la pratica di "avvicinamento" chiesta da sua sorella al Governo per i suoi genitori e successivamente per lui si prospettavano molto lunghe.
Una decina di anni, per questi tipi di ricongiungimenti familiari.
"Nel 2008 partecipiamo alla lotteria. Io, personalmente, non è che fossi molto convinta al trasferimento, al cambio di vita, anche se lo ritenevo inevitabile nella (assolutamente teorica, praticamente impossibile) eventualità che venisse estratto lui. Certo non avrei mai accettato che lui se ne andasse in America senza me al suo fianco.
E allora, per affettuoso dispetto, ho passato giorni a dirgli 'Tanto verrò estratta io, e tu, che quando si affronta 'un certo' argomento' fai sempre il vago, vedrai che verrai da me supplicandomi di sposarti!"
Questo a novembre.
Poi...
"Poi un giorno di maggio 2009 ricevo una telefonata da lui che, con una tranquillità incredibile, come se fosse stata una notizia qualunque, mi dice che aveva ricevuto una busta (a quel tempo la Lottery non si svolgeva in modo telematico nda) dal Kentucky, dal Kentucky Consular Center. Mi hanno estratto, sai? Ho vinto la Green Card!'.
Era veramente incredibile, la mitica busta di cui tutte le persone estratte parlano era lì, davanti a noi. Un momento indimenticabile, incancellabile.
Alla fine, quello che sembrava un 'gioco' impossibile proprio come le lotterie a premi, si è rivelato un fatto reale. A quel punto tutto ci sembrava possibile e ottenuta la carta per l'uno non potevamo che ritentare la sorte anche per l'altra.
Nell'autunno 2010, a novembre, tento di nuovo - mi racconta Antonietta -, senza troppe speranze, ovvio. Va bene provarci ancora, mi dicevo, ma quante possibilità potevo mai avere di essere estratta anche io? Pochissime, come quelle di tutti coloro che frequentano i forum sulla Green Card e raccontano di provarci da tre, quattro, cinque anni senza esito...".
A febbraio dell'anno scorso Antonietta accompagna Davide a Napoli, per espletare con diligenza tutte le numerose formalità che si devono affrontare dopo la fortunata estrazione: Davide ha così presentato tutti i documenti necessari, passato i tre giorni canonici fra visite, analisi sanitarie e colloqui, ha speso i soldi necessari per fare il tutto, per poi arrivare, al terzo giono al tanto temuto colloquio finale con il console.
Concluso positivamente.
"Ora avevamo solo un problema: risparmiare un po' di soldi (altri soldi...) per organizzare il viaggio che gli avrebbe permesso il ritiro della Green Card negli Usa e metterci nell'ottica di tornare sul suolo americano ogni sei mesi fino al definitivo trasferimento per non farla decadere, per non perdere la Green Card.
Sì, altri soldi..."
"Due mesi dopo la 'tre giorni napoletana' torno a casa con Davide e mi ritrovo una busta indirizzata a me. Pensavo fosse l'avviso della Biblioteca Civica che mi sollecitava la consegna di un libro. Ma quando vidi il mittente, quando lessi 'Kentucky Consular Center' mi prese un colpo.
Stetti con la bocca spalancata e con la nebbia nella mente per qualche secondo.
O forse erano minuti.
O forse erano ore.
Non lo so, il tempo mi si fermò.
,
Quando mi ripresi, quando riapresi a pensare, riflettei sul fatto che prima di allora io non è che impazzissi dal desiderio di andare negli Stati Uniti. Solo in quel momento mi resi conto che erano gli Usa a volere me".
"Due mesi dopo la 'tre giorni napoletana' torno a casa con Davide e mi ritrovo una busta indirizzata a me. Pensavo fosse l'avviso della Biblioteca Civica che mi sollecitava la consegna di un libro. Ma quando vidi il mittente, quando lessi 'Kentucky Consular Center' mi prese un colpo.
Stetti con la bocca spalancata e con la nebbia nella mente per qualche secondo.
O forse erano minuti.
O forse erano ore.
Non lo so, il tempo mi si fermò.
,
Quando mi ripresi, quando riapresi a pensare, riflettei sul fatto che prima di allora io non è che impazzissi dal desiderio di andare negli Stati Uniti. Solo in quel momento mi resi conto che erano gli Usa a volere me".
E così nel febbraio 2011 Antonietta raggiunge due importanti obiettivi: "Mi laureo e torno al Consolato di Napoli, questa volta per la mia Green Card".
Proprio perché inattesa, la loro preziosa Green Card così fortunatamente vinta l'hanno tenuta nel portafogli, limitandosi ad andare negli Stati Uniti giusto il tempo per non farla decadere.
Non posso dire di conoscerli bene, Antonietta e Davide, ma posso immaginare che anche se non sono - come me, come quasi tutti i torinesi - piemontesi "doc", con il crescere da quelle parti abbiano acquisito inconsapevolmente nel dna un po' di quel maledetto bögia nen ("Noi autri i bögioma nen", "Noi da qui non ci muoviamo" disse il Conte di San Sebastiano di fronte alle truppe francesi sulla Piana dell'Assietta, il 19 luglio del 1747) presente nel sangue di tutti noi che siamo nati o anche solo cresciuti da quelle parti, dalle parti di Torino.
Quel maledetto elemento che, pur in presenza della voglia di provare strade nuove dirette verso orizzonti mai esplorati e lontani, ci fa andare piano, o addirittura ci paralizza (e che ci fa tanto incazzare).
- Posso immaginare come ti sentissi con quella opportunità più grande di te e di tutti i tuoi parenti messi insieme, che aveva davanti.
"Mah, se devo essere sincera fino al mio arrivo a New York non mi sono mai resa conto davvero di quanto fosse realmente importante avere quel documento, e forse non ho mai creduto fino in fondo di poter riuscire davvero in quello che poi ho fatto, in quello che sto facendo...".
Posso immaginare come si sentiva mentre andava a fare lezioni e supplenze avendo nel portafogli quel biglietto della lotteria vincente che si chiama"Green Card".
Posso immaginare come si sentisse, con tutti quei parenti
che le dicevano "In America???" o con quei suoi amici, qualcuno affettuosamente un po' invidioso, qualcun altro tutt'altro che affettuosamente.
"Beh, dire a tutti che sarei partita per New York, e non per 'vacanza', mi sono poi resa conto che per me era un modo per rendere a me stessa 'reale' il progetto ancora appena abbozzato e per portarlo davvero a conclusione, per realizzarlo".
Per il suo primo ingresso negli States per conservare la Green Card, Davide fa il viaggio da solo, visto che Antonietta doveva completare ancora le pratiche. Arriva a New York e ci va con un amico.
"Tutti i nostri amici, sia chi c'era stato, sia chi non aveva mai messo piede in America, dicevano di amare New York... Ma quando ne sentivo parlare non riuscivo, sinceramente, a capirne il motivo. 'Tutta quella grande quantità di grattacieli, quel gran casino... Cosa ci sarà mai di bello?'.
Poi Davide torna dal suo primo viaggio con un milione di giga di fotografie.
Di solito, quando si vedono le foto di viaggi vissuti da altri, alla quarantesima foto uno inizia a sbadigliare. Io, invece, nonostante fossi un po' diffidente, mi sono sentita catturata, foto dopo foto.
Passavano i giorni e mi tornavano in mente le immagini di New York vista dall'Empire, proprio come quella che tu hai come copertina di Aria Fritta. Quindi, visto che negli Usa c'ero già stata (a San Diego dalla sorella di Davide, a Las Vegas, a Los Angeles, nella west coast, forse troppa west coast...) decidiamo che a fare gli onori per il mio primo ingresso da 'permanent resident', sarebbe stata New York.
Il nostro albergo si trovava a Brooklyn, e ricordo perfettamente che camminando per il quartiere subito dopo essere scesi dall'aereo, ancora con i nostri pesanti trolley trascinati per mano mi sono fermata e ho detto a Davide 'Questa è la mia città!'.
Ma è stata una delle sere successive, poco dopo il tramonto al Broklyn Bridge Park, ad avere l'illuminazione definitiva.
Ero seduta ad una delle panchine che danno su Manhattan sono stata in silenzio quasi un'ora (o forse erano solo dieci minuti, ma non so...) a godermi quello spettacolo di luci e vita che ho deciso che non mi bastava più fare la spettatrice, che avevo deciso di voler entrare a far parte dello spettacolo...".
Poi, il ritorno.
Antonietta ha iniziato a cercare lavoro negli Usa dall'Italia, con pochi risultati confortanti, per la verità.
Influenzati anche, forse, dal "pessimismo cosmico" italiano che spesso ci porta ad una devastante inattività e che secondo me ci avvolge in una nuvola di negatività:
"Sì, ho iniziato ad inviare un po' di curricula negli Usa, 'random', quasi a caso, ma con risultati nulli", confessa Antonietta. Che a gennaio decide il grande cambiamento di rotta.
All'inizio di quest'anno, Antonietta e Davide hanno iniziato a fare sul serio, convincendosi che era venuto il momento del "grande passo".
Ammetto di averglielo consigliato io, il corso di cucina e pizzeria: c'è ancora richiesta di italiani, in quel settore: a patto che siano in regola con i visti, ovvio.
Poi Antonietta e Davide si rendono conto che era arrivato il momento di "allungare davvero le radici negli Usa", di avere una casa a Ny dove abitare, di avere un indirizzo americano.
Ma la ricerca su internet non aveva portato buoni frutti: o non arrivavano risposte, o arrivavano, racconta, palesi truffe.
"Come quella volta che ci rispose un nigeriano che diceva di avere un appartamento libero da affittarci nientemeno che a Wall Street. Ma siccome in quel periodo era in Nigeria noi avremmo dovuto mandargli i soldi in Africa. E prima che lui ci spedisse chiavi ed indirizzo. Oppure ci rispondevano dandoci però un appuntamento in giornata".
Insomma, avanti così fino a quando agli inizi di giugno, proprio un paio di settimane fa, Antonietta e Davide si decidono: con un piccolo, piccolissimo gruzzolo partono per New York "a la ventura".
Seduti al finestrino non stanno nella pelle e non resistono a non fotografare quelle ali che li stanno portando lontano, tagliando quel cielo azzurro, che non può che non sapere di ottimismo...

A dire il vero non è che le loro prime ore nella Grande Mela siano state molto rilassanti. Avevano prenotato una stanza in un ostello per una sola notte (a 104 $ a notte), visto che l'indomani avevano appuntamento con una ragazza che affittava una stanza.
Che però, nel frattempo era già stata affittata. "Ci venne allora proposta una specie di topaia a 1200 dollari (953 €uro) al mese". A quel punto decidono di affidarsi ad una agenzia.
Che ha offerto loro un appartamento perfetto nel quartiere Badford-Stuyvesant di Brooklyn anche se a 15 minuti dalla metropolitana.
Quando poi però hanno consultato le tabelle che le agenzie forniscono a chi cerca casa, quelle sui dati del quartiere (presenza di uomini, donne, celibi, nubili, divorziati/e, fasce d'età degli abitanti, presenza di bambini, scuole, servizi, animali domestici e dati relativi alla criminalità) hanno desistito:
"Già: le dettagliate statistiche del New York Police Department dicevano che era una zona con un indice di criminalità più alto della media, a Brooklyn.
No, grazie".
La casa, Antonietta e Davide l'hanno invece trovata su Craiglist, sito di annunci strafamoso, negli Usa:
"L'annuncio di Marlon appariva perfetto: al mattino abbiamo risposto e nel pomeriggio avevamo già l'appuntamento. Era perfetta! Appena ristrutturata, molto grande con stanze ampie e luminose.
Ovviamente noi occupiamo solo uno di questi ambienti mentre condividiamo bagno e cucina con altre sei persone. Una convivenza di massa che per fortuna non ci ha ancora messo in difficoltà, dato che al momento solo noi siamo in vacanza mentre i nostri coinquilini sono moto impegnati e quindi sempre fuori casa".
Certo, è "solo" una camera. Ma che camera!
Grande, con una finestra che di giorno la illumina a dovere, parquet per terra... Ma per ora "va bene così". Si cambia casa tante volte in città come New York.
"Insomma, nel giro di 24 ore siamo passati dalla condizione di potenziali homeless a quelli di affittuari di una casa a Manhattan..."
A quel punto possono finalmente fare i turisti, Antonietta e Davide. Passano ore (e ore, e ore) a passeggiare, a guardarsi intorno, a mangiare quella Grande Mela, morso per morso, coscienti che questa volta, loro, non sono più lì per vacanza, non dovranno tornare più tornare in Italia.
"Problema casa" risolto, "potevamo finalmente goderci la rimanente settimana da turisti prima di dedicarci alla ricerca del lavoro", anche perché il "piccolo gruzzolo" di risparmi che si erano portati dall'Italia stava per finire.
Certo, raccontata così - ancora una volta - tutto sembra facile. Ma quanto influisce l'educazione che abbiamo ricevuto (prima di tutto la mancanza di ottimismo e una piccola dose di incoscienza presenti invece nel dna degli americani) è facile, per noi, da immaginare.
Quello che ci frega è quella vaga sensazione di "paralisi" che si impadronisce di noi, in certe situazioni, e della quale ho già accennato.
..
"La scelta di buttarsi in questa avventura non è stata certo facile - mi racconta Antonietta - ma la forza di attrazione che ha avuto su di me questa città è stata troppo forte per non assecondarla.
Prima di visitare New York avevo ovviamente sentito molte persone dire quanto fosse bella, anche se è riduttivo definirla così, o quanto fosse straordinaria: come ti ho già detto, sinceramente in me non era mai maturata la curiosità di visitarla. Poi, però, l’obbligo di entrare negli States ogni sei mesi per conservare la Green Card mi ha portata qui a giugno 2011 e ho subito sentito la necessità non solo di visitarla, ma di viverla in pieno, da 'abitante'".
Obiettivo per Antonietta e Davide, a quel punto, divenne "il lavoro".
Scrive una mail al responsabile di "Eataly New York", che le fissa un appuntamento per tre giorni dopo. Poi prende appuntamento con una persona che io ho conosciuto l'anno scorso, anche lui vincitore di Green Card, giovane, napoletano, che ha aperto un negozio di pizza al taglio.
Nessuna raccomandazione: mi sono limitato a scrivere a quel mio amico chiedendogli se poteva ascoltare una mia amica e darle consigli, indicazioni.
Difficile star dietro agli eventi che in questi frangenti spesso accadono negli Usa o a New York.
Antonietta arriva davanti al negozio dove doveva incontrarsi con il mio amico e vede il cartello"Help Wanted": "Così quella che doveva essere una normale chiacchierata amichevole fra immigrati, si trasforma all'istante in un colloquio di lavoro per stare dietro al bancone di una pizzeria al taglio di Manhattan".
Si mette d'accordo per un giorno di prova, ma proprio mentre stava studiando il menù e gli ingredienti delle pizze, ecco che riceve una breve mail da parte di un cuoco che aveva incontrato il giorno prima. Una mail fatta di sole dodici parole: "I would like to give you chance to work with us": "Vorrei darti la possibilità di lavorare con noi".
"Improvvisamente ho dovuto mettere sul piatto della bilancia due offerte di lavoro.
A New York.
A Manhattan.
Una come addetta al banco di una pizzeria al taglio e un'altra come 'pasta-maker'. Ovviamente non potevo che scegliere di portare oltreoceano un po' delle mie capacità e quindi ho scelto di fare orecchiette per otto ore al giorno! Certo, il lavoro è un po' monotono e ogni sera per le prime due settimane ho dovuto tenere il pollice nel ghiaccio per mitigare il dolore, ma non nego di sentire una certa soddisfazione nel pensare a tutte quelle persone che mangiano le mie piccole opere".
Anche il fidanzato di Antonietta, Davide, ha trovato un lavoro negli stessi giorni.
Come bus boy, il "grado" più basso fra i camerieri che lavorano nei ristoranti americani: quello che riempie d'acqua (e di una montagna di ghiaccio) i bicchieri dei clienti non appena si siedono ai tavoli.
"Davide ha subito puntato un locale dove, anche lì per caso, abbiamo letto 'HELP WANTED'. Ci siamo guardati e i nostri occhi si dicevano 'Ma sì, dai! Entriamo, vediamo...'. Proprio in quel momento, dentro, c'era il proprietario che faceva i colloqui. Stewart, si chiamava così, ha subito dato a Davide il foglio con i dati da compilare. Poi è venuto a parlargli..."
"Hai esperienza come cameriere?"
- Veramente no...
"Apprezzo la tua sincerità. Ma se io ti insegno, tu impari?"
- Vedi il mio titolo di studio? Sono laureato in fisica teorica, sono un fisico, e la fisica insegna ad imparare..."
Mi sembra quasi di vederlo, il sorriso dell'americano Stewart, mentre Davide l'italiano gli diceva queste parole.
Come è andata a finire lo immaginate, a questo punto: siamo in America, mica in Italia (perdonatemi...) e il padrone del ristorante ha dato ad un fisico teorico quel lavoro da cameriere.
Un lavoro provvisorio, perché a luglio Davide inizierà il dottorato in fisica a Newcastle Upon Tyne in Inghilterra.
Un altro cervello che l'Italia si è lasciata sfuggire.
Una mattina Antonietta decide di tagliarsi i capelli: un taglio, netto, drastico, quasi a zero, modello Sinéad O'Connor.
E quando una donna prende una decisione di questo tipo, significa evidentemente qualcosa...
"Che dire? - mi scrive Antonietta - Ora siamo a posto: abbiamo una bella casa e un lavoro a New York. Possiamo lamentarci?
Ci sentiamo presto.
Antonietta".
Poi mi manda questa foto...
"E' la mia prima busta paga americana. E' una paga per i miei primi tre giorni di lavoro. Ma già solo con questa, pago metà della mia parte d'affitto a (l'altra la paga Davide...). Prendo 310 dollari a settimana, 1240 dollari al mese, che comprendono anche i soldi dei pasti che faccio lì. Ancora una settimana e se non mi licenziano potrò finalmente sperperare il mio denaro in modo sconsiderato", mi dice ridendo."Lo so, i camerieri guadagnano ben di più con le mance, ma non hanno contratto e io sono assunta. E poi so che in America si cambia posto in fretta. E si migliora".
Sorrido...
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venerdì 3 febbraio 2012
"To trust"
Niente da fare.
E' davvero un concetto difficile da capire, per noi italiani, cresciuti a "pane e diffidenza".
al di là della finestra-muro. In cucina, un grande frigo, la lavastoviglie e tutto l'occorrente per farsi da mangiare (usato poco, per la verità, colazione a parte).
Alla sinistra della foto di qui sopra si intravede la porta di ingresso. Entrando, a destra, c'era il bagno, subito a fianco la camera da letto con una cabina armadio.
Il verbo "To trust" ("aver fiducia", "fidarsi", "affidarsi") è davvero difficile da assimilare, da con/prendere, per un italiano che si trova negli Usa. O perché ci vive o perché è in vacanza.
Ma il tarlo della "diffidenza" fa sempre capolino, anche in chi, negli Stati Uniti, ci vive da tempo.
Ma il tarlo della "diffidenza" fa sempre capolino, anche in chi, negli Stati Uniti, ci vive da tempo.
Ne ho avuto conferma leggendo il racconto di un connazionale (peraltro da qualche anno a New York) che in questi giorni si è trovato ad acquistare un nuovo computer Apple - un MacBook Pro - visto che il suo, ormai, aveva "una certa", come si dice a Roma.
Per questioni "di principio", il mio amico è però contrario ad acquistare prodotti nuovi, soprattutto quando a New York il mercato ne offre di praticamente nuovi, a prezzi decisamente convenienti.
Ora, come sanno tutti gli italiani che conoscono New York, a Manhattan ci sono numerosi "Apple Store": frequentati dai connazionali soprattutto perché si può stare anche per ore gratuitamente su internet (e su Facebook al posto di godersi la città).
C'è quello tutto sotterraneo sulla Fifth Ave, sulla famosa Quinta strada, all'angolo con Central Park... (cliccate sulla freccia)
ce n'è uno a Soho, e c'è quest'altro, inaugurato lo scorso dicembre all'interno del Grand Central Terminal, la meravigliosa stazione ferroviaria di Manhattan.
Anche qui, per vedere, cliccate la freccia.
Ma a Manhattan c'è anche un negozio (ne esisteranno altri, immagino, ma io conosco solo questo) che vende prodotti Apple d'occasione, di seconda mano ma in ottime condizioni, e che si occupa anche di riparazioni.
Badate: non si tratta di un negozio ufficiale, ma di privati che hanno deciso di specializzarsi in computer della mela morsicata.
Mi ci ero rivolto perché dovevo appunto sostituire il video del mio portatile.
La cosa paradossale è che il negozio "non Apple" mi fu segnalato proprio da uno degli efficientissimi ragazzi dalla maglietta blu, da un dipendente Apple. Un fatto inimmaginabile, in Italia, dove quasi nessuno farebbe "pubblicità" ad un negozio concorrente!
Mi ci ero rivolto perché dovevo appunto sostituire il video del mio portatile.
La cosa paradossale è che il negozio "non Apple" mi fu segnalato proprio da uno degli efficientissimi ragazzi dalla maglietta blu, da un dipendente Apple. Un fatto inimmaginabile, in Italia, dove quasi nessuno farebbe "pubblicità" ad un negozio concorrente!
Ancor più paradossale è che poi sono stati proprio i commessi di quel negozio a consigliarmi di tornare alla Apple, visto che da loro la riparazione sarebbe costata la stessa cifra, ma avrebbero potuto ridarmi il portatile con tempi superiori.
Ma vi accennavo del mio amico e dell'acquisto del suo MacBook: racconta che lui si è affidato a "Craiglist", un mega sito di annunci dove si può trovare di tutto (e dove, vi confesso, non so come districarmicivisi...): dagli appartamenti in affitto al partner - per una sera o per una vita -; dall'automobile in regalo a una bicicletta; da una lavatrice, ad un computer, appunto.
Dunque ha raccontato di aver trovato proprio su Craiglist la persona che vendeva un MacBook Pro nella fascia di prezzo da lui scelta: 750 dollari, 570 €uro. "Ottime condizioni. Come nuovo".
Un affare.
Seguono canonica telefonata e appuntamento, preso in un bar di Lexington Ave alle nove di sera. Segno di riconoscimento del venditore: "una giacca di pelle nera".
Un affare.
Seguono canonica telefonata e appuntamento, preso in un bar di Lexington Ave alle nove di sera. Segno di riconoscimento del venditore: "una giacca di pelle nera".
Taglio corto: il giovanotto, all'aspetto, ispirava la stessa fiducia che una persona in giacca e cravatta con un rolex d'oro al polso può sentire incontrando in un vicolo cieco di una qualunque degradata periferia urbana un discendente del pirata Barbanera.
I vistosi tatuaggi che portava poi su entrambi i lati del collo, sui polsi, financo sulle dita - ultima falange compresa - avrebbero consigliato chiunque di noi a guadagnare la più vicina uscita e a lasciar perdere l'affare.
Oltretutto - raccontava l'amico fra il preoccupato e il guardingo - trattavasi di tatuaggi "cattivi", modello "galeotto", non quelli "bellini da fighetto" tanto di moda, ora.
Oltretutto - raccontava l'amico fra il preoccupato e il guardingo - trattavasi di tatuaggi "cattivi", modello "galeotto", non quelli "bellini da fighetto" tanto di moda, ora.
Preoccupazioni che svanirono dopo pochi istanti: il magnifico MacBook Pro da 570 €uro non solo non era frutto di un furto, ma era stato portato nella confezione originale, con tanto sacchettini di cellophane, scontrino e garanzia. Il "pericoloso teppista tatuato", poi, si era rivelato essere un tranquillissimo giovane musicista cresciuto a Miami, e per di più nato da padre triestino.
Conclusione della scenetta: il mio amico ha preso il portatile senza nemmeno averlo acceso e controllato, mentre l'ex filibustiere si era messo in tasca la busta senza aver contato i soldi: anzi, senza nemmeno aver guardato di sfuggita se contenesse banconote. "Un sorriso, una stretta di mano, e in pochi minuti l'affare era fatto", ha raccontato.
Tutto sulla fiducia.
To trust, appunto.
La logica "made Usa" me la spiegò anni fa un amico americano che conobbi proprio nel periodo in cui lui stava vendendo la propria auto, munita ancora di contachilometri "non digitale" e dunque "modificabile".
Quando gli chiesi come mai non "tirasse giù" un po' di chilometri per "ringiovanire" la sua macchina, dopo essere rimasto sorpreso e perplesso per qualche istante mi rispose: "Ma se io lo faccio a qualcun altro e la cosa diventa un'abitudine, non posso poi escludere che un giorno qualcuno lo possa fare a me, no? E' una questione di fiducia", mi disse.
Già.
Mi sentii "il solito italiano".
Mi sentii "il solito italiano".
In America la fiducia è tutto.
To trust, appunto.
Esattamente come quando trovai casa a New York due anni fa, da una persona sostanzialmente sconosciuta, dopo un paio di telefonate e senza nemmeno avergli inviato soldi, o quanto meno una caparra.
L'opzione hotel era esclusa, visto che sarei stato fuori dall'Italia quasi due mesi grazie una (minima) parte di ferie arretrate che volevo finalmente smaltire. Dunque iniziai ad esaminare la possibilità "appartamento", ma dopo aver visto i prezzi delle agenzie mi tornò miracolosamente a mente una intervista che feci - dieci anni prima - ad un immigrato italiano giunto nella Grande Mela l'anno precedente. Improvvisamente, in particolare, mi ricordai quel passo laddove mi disse il cognome del suo padrone di casa italo-americano, possessore"di tanti appartamenti a New York", mi disse allora.
La breve ricerca che feci su internet mi portò a sapere però che la persona in questione era morta da qualche mese e che effettivamente "aveva tanti appartamenti".
Mi sono così imbattuto nella tipica - incredibile - storia da "sogno americano".
Mi sono così imbattuto nella tipica - incredibile - storia da "sogno americano".
Emigrato negli Usa a 17 anni dopo la guerra, lui fece l'unico lavoro che sapeva fare: il muratore. La sua storia straordinaria la racconterò un'altra volta, ma la riassumo qui in poche righe: dopo aver fatto per una ventina d'anni, dunque, il muratore, nel 1974 aprì una piccola ditta di costruzioni, di ristrutturazione e di compravendita immobiliare.
E quando morì per un tumore 34 anni dopo (due anni fa) questa persona lasciò alla moglie e ai suoi tre figli 32 palazzi a New York, per un totale di 4500 appartamenti.
Avete letto bene: quattromilacinquecento.
Dopo essere rimasto (come voi, ora...) letteralmente senza parole, e dopo qualche minuto passato a pensare sul da farsi vista la sua dipartita, decidi di non perdermi d'animo e di agire "all'americana".
Dovevo darmi da fare e tentare.
Dunque trovai l'annuncio mortuario apparso sul New York Times, vidi i nomi dei figli, controllai su Facebook e chiesi "l'amicizia" ad uno di loro, più o meno mio coetaneo.
Dovevo darmi da fare e tentare.
Dunque trovai l'annuncio mortuario apparso sul New York Times, vidi i nomi dei figli, controllai su Facebook e chiesi "l'amicizia" ad uno di loro, più o meno mio coetaneo.
Con lui - che non sapeva chi fossi e non mi aveva ovviamente mai sentito nominare - dopo un paio di mail e altrettante telefonate raggiungemmo l'accordo per l'affitto di un appartamento, che per di più - mi disse - era "a soli cinque minuti a piedi da Central Park".
Vi confesso che non ci credevo: era stato troppo facile, mi sembrava tutto così impossibile!
Se poi straordinario era stato il modo con cui avevo trovato l'appartamento, altrettanto fu il prezzo che ero riuscito a concordare: 2800 dollari (poco più di 2000 euro) per quasi due mesi. Una cifra da dividere fra 4 persone e per i 50 giorni di permanenza. Fate voi il calcolo di quanto quella vacanza ci sarebbe costata al giorno e confrontate il risultato con i prezzi italiani...
E' vero, siamo stati fortunati: ma negli Usa spesso la fortuna - davvero! - aiuta gli audaci (e i matti che chiedono l'amicizia su Fb...).
Tutto sembrava filare per il verso giusto, quando si presentò la prima difficoltà: lui aveva in programma di partire per una settimana di vacanza proprio qualche ora prima del nostro arrivo. Già vedevo la cosa sfumare, perché noi non potevamo certo più anticipare la partenza, per dargli l'affitto. "Ma non ti preoccupare, l'affitto me lo darai quando torno. Le chiavi te le darà il signor Carlo, uno dei custodi...".
Il che significava che saremmo stati una settimana in un appartamento a New York, senza che il proprietario avesse di me nulla di più che un nome e cognome (che poteva anche essere fasullo) e un numero di telefono italiano.
Vi confesso che nei giorni precedenti la partenza feci due telefonate di troppo per assicurarmi che davvero fosse "tutto a posto", e per rassicurarlo che avremmo "davvero" pagato al ritorno della sua vacanza.
Perché tutto mi pareva assurdo, incredibile.
La vocina "tutta italiana" dentro di me, mi sussurrava in continuazione ogni tipo di ipotesi pessimista.
E se quello era un matto?
E se mi aveva fatto credere di essere colui che non era? D'altronde non aveva voluto nemmeno un bonifico, nemmeno un fax con un mio documento! Nello stesso tempo, a parte un indirizzo e uno scambio di mail, io, non avevo "niente in mano".
Ero pazzo. Sì, assolutamente incosciente.
Avrei certamente rovinato la vacanza a me e alle altre tre persone con le quali viaggiavo.
Nei giorni precedenti (quando non potevo più fare altre telefonate perché avevo esaurito tutte le scuse possibili...), ma soprattutto la notte prima di partire e poi durante le otto ore di viaggio, avevo un incubo ricorrente: noi che arrivavamo all'aeroporto di New York, che prendevamo il taxi, che arrivavamo all'indirizzo dove NON trovavamo nessun "signor Carlo" ad attenderci.
Avevo anche un'altra variante di incubo: quella dell'indirizzo inesistente.
Guardavo e riguardavo le mail che mi aveva mandato e mi rendevo conto che effettivamente avrebbero potute essere state scritte e spedite da chiunque.
Anche perché il mondo è pieno di matti, si sa...
Atterrati, e alla fine della corsa in taxi, scoprimmo che l'indirizzo era esistente, che la palazzina di cinque piani c'era, e che c'era addirittura anche il signor Carlo!
Signor Carlo (che era di origine greca, in realtà) che non solo non chiamò la polizia per far arrestare noi quattro che millantavamo l'affitto di un appartamento, ma che ci accompagnò fino ad esso.
"Cavoli: allora davvero esiste!" pensai sospirando...
L'incubo che avevo avuto per giorni, e che ci vedeva passare un paio di notti nel primo albergo che avremmo trovato disponibile a Manhattan, finalmente si dissolse: e l'amico conosciuto su Facebook era dunque esistente e non un pazzo mitomane.
La porta di ingresso si apriva subito sul soggiorno-pranzo, dove c'era il divano-letto a due piazze:

Vi confesso che non ci credevo: era stato troppo facile, mi sembrava tutto così impossibile!
Se poi straordinario era stato il modo con cui avevo trovato l'appartamento, altrettanto fu il prezzo che ero riuscito a concordare: 2800 dollari (poco più di 2000 euro) per quasi due mesi. Una cifra da dividere fra 4 persone e per i 50 giorni di permanenza. Fate voi il calcolo di quanto quella vacanza ci sarebbe costata al giorno e confrontate il risultato con i prezzi italiani...
E' vero, siamo stati fortunati: ma negli Usa spesso la fortuna - davvero! - aiuta gli audaci (e i matti che chiedono l'amicizia su Fb...).
Tutto sembrava filare per il verso giusto, quando si presentò la prima difficoltà: lui aveva in programma di partire per una settimana di vacanza proprio qualche ora prima del nostro arrivo. Già vedevo la cosa sfumare, perché noi non potevamo certo più anticipare la partenza, per dargli l'affitto. "Ma non ti preoccupare, l'affitto me lo darai quando torno. Le chiavi te le darà il signor Carlo, uno dei custodi...".
Il che significava che saremmo stati una settimana in un appartamento a New York, senza che il proprietario avesse di me nulla di più che un nome e cognome (che poteva anche essere fasullo) e un numero di telefono italiano.
Vi confesso che nei giorni precedenti la partenza feci due telefonate di troppo per assicurarmi che davvero fosse "tutto a posto", e per rassicurarlo che avremmo "davvero" pagato al ritorno della sua vacanza.
Perché tutto mi pareva assurdo, incredibile.
La vocina "tutta italiana" dentro di me, mi sussurrava in continuazione ogni tipo di ipotesi pessimista.
E se quello era un matto?
E se mi aveva fatto credere di essere colui che non era? D'altronde non aveva voluto nemmeno un bonifico, nemmeno un fax con un mio documento! Nello stesso tempo, a parte un indirizzo e uno scambio di mail, io, non avevo "niente in mano".
Ero pazzo. Sì, assolutamente incosciente.
Avrei certamente rovinato la vacanza a me e alle altre tre persone con le quali viaggiavo.
Nei giorni precedenti (quando non potevo più fare altre telefonate perché avevo esaurito tutte le scuse possibili...), ma soprattutto la notte prima di partire e poi durante le otto ore di viaggio, avevo un incubo ricorrente: noi che arrivavamo all'aeroporto di New York, che prendevamo il taxi, che arrivavamo all'indirizzo dove NON trovavamo nessun "signor Carlo" ad attenderci.
Avevo anche un'altra variante di incubo: quella dell'indirizzo inesistente.
Guardavo e riguardavo le mail che mi aveva mandato e mi rendevo conto che effettivamente avrebbero potute essere state scritte e spedite da chiunque.
Anche perché il mondo è pieno di matti, si sa...
Atterrati, e alla fine della corsa in taxi, scoprimmo che l'indirizzo era esistente, che la palazzina di cinque piani c'era, e che c'era addirittura anche il signor Carlo!
Signor Carlo (che era di origine greca, in realtà) che non solo non chiamò la polizia per far arrestare noi quattro che millantavamo l'affitto di un appartamento, ma che ci accompagnò fino ad esso.
"Cavoli: allora davvero esiste!" pensai sospirando...
L'incubo che avevo avuto per giorni, e che ci vedeva passare un paio di notti nel primo albergo che avremmo trovato disponibile a Manhattan, finalmente si dissolse: e l'amico conosciuto su Facebook era dunque esistente e non un pazzo mitomane.
La porta di ingresso si apriva subito sul soggiorno-pranzo, dove c'era il divano-letto a due piazze:

La cucina era alle spalle del tavolo rotondo di vetro,
al di là della finestra-muro. In cucina, un grande frigo, la lavastoviglie e tutto l'occorrente per farsi da mangiare (usato poco, per la verità, colazione a parte).
Alla sinistra della foto di qui sopra si intravede la porta di ingresso. Entrando, a destra, c'era il bagno, subito a fianco la camera da letto con una cabina armadio.
Il bagno aveva la doccia (ma non il bidet, come in tutte le case americane), e né in bagno, né in cucina c'era la lavatrice.
Capii dunque che il bucato si poteva fare solo nell'apposito locale lavanderia - visto che negli appartamenti dei condomini americani di norma le lavatrici NON si possono tenere - locale che in questo condominio era nel "basement", nel piano sotterraneo.
Là sotto, c'erano quattro lavatrici da dieci chili - dalla comoda carica dall'alto - e tre asciugatrici, con non ricordo quanti livelli di umidità per asciugare il bucato nel modo più gradito e adatto ai diversi tessuti.
Un lavaggio, due dollari, così come una asciugatura.
Per otto giorni restammo in quella casa senza che nessuno fosse venuto a chiederci l'affitto: avremmo dunque potuto andarcene, passare otto giorni gratis a New York, e non saremmo stati mai rintracciati.
Quando, al suo ritorno, accennai al padrone di casa conosciuto su Facebook il mio italico stupore, lui, in un curioso italiano, disse semplicemente che si era "fidato". E mi fece capire che generalmente loro (gli americani) sono così.
Per aggiungere, sibillino, che però poi sono capaci di diventare spietati con chi sgarra, con chi tradisce la loro fiducia.
Ho preferito non chiedere alcuna spiegazione in merito, fidandomi di quanto mi suggerivano la sua espressione e il suo sorriso.
To trust, appunto...
:-)
© dario celli
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