Su New York, gli Stati Uniti d'America e altre storie. Ma sì, suvvia! Questa è solo "aria fritta". Non mettetemi alle strette: "Sono solo canzonette", in fondo...
PERSONE CHE HANNO LETTO O CURIOSATO
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venerdì 20 aprile 2018
Il salto nel buio
"Ho immaginato tante volte momenti come questo, giorni come questo.
Ho pensato a come sarebbe stato guardarmi indietro e fare un bilancio dei miei primi anni a New York. Ho desiderato vedere la me stessa del prossimo futuro, con una manciata di nuove esperienze sotto il braccio e qualche sogno realizzato.
Tre anni oggi sono atterrata al JFK con un bustone giallo nello zaino che conteneva i miei documenti d’immigrazione, grazie alla vincita della Green Card alla Lotteria.
Tre anni oggi mi sono seduta in una saletta appartata dell’aeroporto aspettando il mio turno per il famoso timbro sul passaporto.
Tre anni oggi, un taxi mi ha lasciata davanti a una casa di Brooklyn, in una zona dove non ero mai stata prima, insieme alle mie due valigie, ad aspettare qualcuno che non ero nemmeno sicura arrivasse.
Quel 19 aprile 2015 è stato il più grosso salto nel buio che io abbia mai fatto. Ma, come molti avevano anticipato, il difficile non è partire, è RESTARE.
Il difficile è resistere quando non hai ancora un lavoro, non conosci nessuno, non hai alcun tipo di routine e tutto ciò che ti è familiare vive a 6.500 chilometri di distanza.
Il difficile è abituarti a pensare in un'altra lingua.
È capire le sfumature di una cultura diversa.
È imparare da zero cose che davi per acquisite e arrendersi al fatto che non potrai mai capire certi nuovi meccanismi.
Dopo tre anni, mi sono lasciata alle spalle un bel po' del 'bagaglio' che avevo portato dall'Italia.
Ho abbandonato la negatività, il pessimismo e l'atteggiamento del 'tanto non cambia niente'.
So da dove nasce e che è ampiamente giustificato dai fatti ma, oltre un certo limite, diventa una profezia che si auto-avvera.
Qui dicono 'Fake it til you make it', 'Comportati sempre come se fossi certo che ce la farai': il cambiamento inizia dal nostro atteggiamento verso le cose, inizia dal modo in cui pensiamo e ci rapportiamo al problema, inizia dal modo in cui lo affrontiamo 'nel nostro piccolo'.
Ho smesso di criticare quel che non va dell'Italia perché era uno spreco di energie: non ne è mai nata una discussione costruttiva. Il dibattito si polarizza, le critiche non vengono recepite e diventa una mera battaglia di retorica e piccolezze.
Ho spento il neurone del pettegolezzo.
'If you don't have anything positive to say, SHUT UP', dicono qui: 'Se non hai niente di positivo da dire, STAI ZITTO'. E qui, onestamente, ogni giorno ho appena il tempo di occuparmi di un quarto delle cose che m'interessano e mi appassionano: le vite degli altri non sono tra le mie priorità.
In questo viaggio, essere da soli ha sia vantaggi che svantaggi.
All'inizio, in particolare, pesa non poter condividere gran parte delle esperienze. Perché chi 'resta' non può capire, e chi 'ci è passato' molto spesso ha fatto un percorso talmente diverso che il confronto è complicato.
Ma, stringendo i denti abbastanza a lungo, mi ci sono abituata alla solitudine.
Con un po' di creatività e di positività, l'ho fatta diventare un punto di forza, una condizione intorno alla quale mi si è aperto un ventaglio infinito di possibilità.
Ho smesso di avere paura della solitudine, ed è stata una delle più grosse conquiste a cui questo viaggio mi abbia portato: non c'è senso di libertà più grande di quel che si percepisce quando si superano le proprie paure.
Sono libera di andare una settimana a camminare nel deserto.
O nei boschi.
Libera di salire su un aereo e andare verso un altro Continente.
O di scegliere un autobus a caso e vedere dove mi porta.
Libera di muovermi o di restare ferma.
Libera di avere la mia routine o di cambiare continuamente.
Libera di essere chiunque io scelga di essere.
Parte di queste libertà è anche dovuta al fatto che ho scelto di chiamare casa New York City.
Una città dove tutto diventa possibile.
Dove i sogni si tirano fuori dal cassetto e diventano piani da realizzare.
Dove il tempo va più in fretta.
Dove non passa giorno senza che impari qualcosa di nuovo.
Dove i parametri di normalità sono così diversi che ci si abitua a essere considerati matti.
Dove tutti corrono ma, se qualcuno cade, si fermano ad aiutarlo almeno in tre.
Tre anni, due lavori e mezzo, due appartamenti e un moroso dopo, cerco di non dimenticarmi di ringraziare il destino che mi ha offerto questa nuova vita.
Ma cerco anche di ricordare che la fortuna aiuta gli audaci.
E il mio motto è ancora 'Memento audere semper'.
'Ricorda di osare sempre'".
(Alessandra Perotti)
martedì 16 giugno 2015
Le galline del professor Antonio
Il mercato è a Grant Park, nella parte sud del "centro" di Atlanta.
E, soprattutto, la gente rispetta il divieto.
Una volta la settimana, questa parte di Grant Park si trasforma in un "farmers market", un mercato di contadini "a chilometro zero".
Ok, ora non sono una grande novità nemmeno in Italia: ma consultando l'elenco nel sito del Dipartimento dell'Agricoltura della Georgia, si viene a sapere che soltanto ad Atlanta (447mila abitanti, poco più che Bologna) di "farmers market" ce ne sono 41.
Quarantuno.
Qui i contadini arrivano dalle campagne attorno alla Capitale della Georgia per vendere direttamente i loro prodotti, a patto però che - così dice il regolamento - siano esclusivamente frutto di agricoltura biologica e solo se le loro fattorie hanno la relativa certificazione "bio" del Ministero della Salute e del Dipartimento dell'Agricoltura della Georgia, e dell'Usda, il Dipartimento dell'Agricoltura degli Stati Uniti.
I cui severissimi ispettori effettuano controlli ed esami periodici a sorpresa.
In questi mercati, i prodotti eventualmente trattati con erbicidi o fertilizzanti sintetici devono essere preventivamente segnalati alla direzione, che esaminata la documentazione rilascia (eventualmente) l'autorizzazione alla vendita.
Nel mercato sono presenti anche artisti e artigiani locali. I primi si esibiscono in cambio di offerte suonando in precisi spazi affidati ad ognuno di loro;
gli altri vendono i loro manufatti: borse, scarpe, camicie, maglie, ceramiche, bigiotteria, stoviglie.
Artigianato meglio se - dice sempre il regolamento - realizzato grazie al riciclo e al riuso.
Basta compilare la domanda on line entro il termine previsto ogni anno (quest'anno era il 13 febbraio), inviare la quota di iscrizione non rimborsabile (25 dollari, 22 €uro e 43 cent) e presentare tutta la documentazione, "che non verrà esaminata prima del ricevimento della quota di iscrizione".
Tutto abbastanza semplice.
Siamo in America.
Arrivo al Grant Park con alcuni amici americani con i quali avevo appuntamento: "Conversazione italiana in Atlanta", si chiama il loro gruppo che ho trovato su MeetUp.com.
Capisco di essere arrivato, quando mi trovo di fronte allo striscione "Antonio's Fresh Pasta".
E lui, Antonio, era lì che digitava qualcosa sul suo telefonino.
Aspetto: davanti ho una piccola coda di clienti.
C'è chi compra tagliatelle, chi lasagne, chi penne, chi qualche etto di "paglia e fieno".
"Ehi, un altro italiano! Scusa, chiacchieriamo subito, appena smaltisco questi in fila.
Ma quanti italiani ci sono ad Atlanta? Sono appena venuti due marchigiani. Avevano nostalgia dei nostri ravioli e allora sono venuti a prenderne un bel po' di porzioni...".
Il bello di attaccar discorso con gli italiani all'estero è che solitamente ognuno di loro è custode di storie sempre interessanti.
Come quella di Antonio, che in Italia, fino alla fine degli anni '80 faceva l'insegnante: professore di Matematica e Fisica in una scuola di Montelupo Fiorentino.
Aspetto che faccia pagare una cliente che ha preso mezzo chilo di sue tagliatelle fresche.
Insomma, quel cosetto infilato nell'attacco delle cuffiette era un "lettore" per bancomat o carta di credito.
Dopo aver strisciato la carta, Antonio ha digitato il totale del conto; poi ha passato alla cliente il telefono, con questa che ha inserito il proprio codice segreto.
Finito, stop.
Niente contanti nel portafoglio? Nessun problema!
Tutto molto semplice.
Siamo in America.
Ci ritroviamo qualche sera dopo, davanti ad una birra, una Coca Cola e due bistecche.
E lì, con calma, Antonio mi racconta la sua storia.
La storia di lui, insegnante quarantenne, che una ventina di anni fa si innamorava di un'americana in vacanza in Toscana. Una storia che lo ha portato qui, in Georgia, in un paesino di 592 abitanti a 15 chilometri da Athens, cittadina gemellata con Cortona.
"Ti confesso che da tempo mi ero stancato dell'Italia e della mia vita italiana.
Il mio lavoro, poi: ero insegnante, un lavoro statale, sicuro, certo... Ma non sai quanto, con gli anni, mi sentissi sempre meno utile a quei ragazzi.
In Italia non ero, non mi sentivo, competitivo da nessun punto di vista: economico, sociale... Avevo combattuto per fare l'insegnante: ma sempre più, per me, quella era diventata una professione che serviva solo a tenermi 'a galla'.
E poi gli amici, i colleghi di lavoro...
Chissà se oggi qualcuno di loro penserà ogni tanto a che fine io abbia fatto in America.
Sai, a quel tempo eravamo tutti intorno ai 40 anni: adulti, e ormai, bene o male, ormai 'formati'. Ognuno si faceva un po' i fatti suoi.
In fondo, se ci penso, non è che fra noi ci fosse molta solidarietà e comprensione...".
E' dovuto crescere in fretta, il nostro Antonio: il padre morì quando aveva 15 anni, la madre quando ne aveva 23.
"Insomma, nella vita sono partito male. E tardi".
Ho sorriso...
L'andarsene dall'Italia, mi dice, in fondo non è stata "una scelta". Ma il destino, ad un certo punto, gli ha fatto passare accanto una ragazza americana.
"Ci siamo innamorati subito. E subito, come fosse la cosa più naturale, ci siamo trovati a parlare di vita in comune, di matrimonio, di figli, di andar via con lei.
Di andare in America".
E' come se qualcuno gli avesse indicato la strada giusta, a lui che vagava senza meta.
A lui, che si sentiva perso...
Azzerare il passato. Ricominciare da zero.
Rinascere, in qualche modo.
Posso immaginare quale sia stata la sensazione che sentiva il nostro Antonio.
Più o meno quella descritta, nel lontano 1776, dal rivoluzionario americano Tom Paine, che scrisse: "Abbiamo la possibilità di cominciare da capo a costruire il mondo. Una situazione simile all’attuale non si è verificata dai giorni di Noè".
Credo proprio sia questa l'irrazionale sensazione che fortemente sente dentro ogni persona che, anche al giorno d'oggi, emigra in America.
E infatti: "Ti confesso che quando ho intravisto finalmente una via di uscita non mi sembrava vero: una famiglia, gli Stati Uniti, ma soprattutto, appunto, ricominciare da zero, una nuova vita".
"Sono partito senza voltarmi indietro una sola volta, credimi".
Cari amici, avrei potuto intitolare queste righe "Le tre vite di Antonio", ma c'è già un racconto (una straordinaria storia di un italiano in America) con questo titolo, qui su Aria Fritta.
E così Antonio si trova a ricominciare ancora una volta "da zero".
Ad andare "a capo" per la terza volta.
Nella sua mente maturava da tempo un progetto.
Intanto riprende l'Università. "Mi iscrissi alla facoltà di Scienze dell'Alimentazione che avevo cinquant'anni suonati. Guarda, qui non c'è niente di strano: anzi, il rimettersi in gioco in età matura è visto come un valore, in America. Diventi una risorsa".
All'interno dell'Università - come è possibile negli Usa - Antonio studia e lavora.
E con il lavoro e con i finanziamenti che le banche concedono agli studenti, si mantiene e riesce a comprarsi anche una casa.
Nel 2003 arriva così il dottorato in Scienza dell'Alimentazione.
"Ho sempre avuto un grande amore per la buona cucina, soprattutto buona cucina italiana! E allora...".
Sul piccolo appezzamento di terreno che aveva in quel microscopico paesino di 592 abitanti a 15 chilometri da Athens, Antonio costruisce la casa alle sue galline: una piccola costruzione in muratura per il loro ricovero notturno.

Tutto attorno, un'ampia area in cui i pennuti possono scorrazzare in libertà all'aria aperta. Con le galline alle quali non rimane che fare il loro lavoro: uova.
Uova a volontà.
Uova certificate "bio", visto che le galline di Antonio vengono nutrite con mangime rigorosamente biologico.
Antonio spiega ai suoi clienti che la sua è pasta "fatta a mano".
Gli americani, ovviamente, non hanno la cultura della pasta, anzi, non ne sanno "un fico secco","e allora chiarisco loro che in commercio esistono diversi tipi di macchine per pasta. Ci sono quelle che fanno 'tutto da sole', automaticamente: basta inserire la farina qui, le uova là, un po' d'acqua, eventualmente il ripieno in quell'altro punto della macchina e schiacciare un paio di tasti".
Lui, invece, racconta agli americani che il suo procedimento è fatto tutto "a mano", con quelli attenti come se ascoltassero una favola. "Dico loro che non c'è nulla di "magico" in ciò che faccio, e che potrebbero farlo loro, se solo a casa avessero tempo (e voglia)".
Spiega che dopo aver fatto l'impasto, passa questo lentamente attraverso due cilindri, e poi ancora, fino a quando non raggiunge lo spessore che desidera.
Un po' come faccio io, con la mia vecchia Atlas "tipo Lusso mod. 150" degli anni '60, rigorosamente manuale ("prezzo di vendita, lire 8900", come si può vedere se si clicca sulla foto e si ingrandisce l'immagine) ereditata da mia mamma...
Gli affari vanno, le richieste aumentano: e allora Antonio compra un'altra macchina. Le sue (una Modula e una Estro, comprate rispettivamente nel 2007 e nel 2013 e fatte arrivare direttamente dall'Italia) lavorano esattamente allo stesso modo della mia, a parte il fatto che sono elettriche e progettate appositamente per piccoli laboratori artigianali.
Agli americani, che lo ascoltano quasi a bocca aperta, lui spiega che la sfoglia di pasta, per diventare pappardelle, tagliatelle, tagliolini e ravioli, viene poi tagliata "a mano: si tratta di un sacco di lavoro".
Per fare il quale viene aiutato da una dipendente assunta apposta.
Il suo menù è notevole, come possiamo vedere. Tutto sommato, fedele alla tradizione italiana.
Ci sono anche le tagliatelle "gluten free".
E ha successo: "Sì, si guadagna", ammette.
Gli americani, la qualità, la pagano senza problemi.
A chi gli chiede informazioni spiega bene tutta la "filiera" di lavorazione: dall'allevamento delle galline (esclusivamente ruspanti e nutrite con mangime bio), e a come le uova e la farina diventino poi pasta, tagliatelle, lasagne, o ravioli ripieni di carne o di spinaci e ricotta.
Pasta agli "artichoke, asparagus, lemon zest, sweet potato, butternut squash, smoked salmon, eggplant, 4 Cheese"; ai carciofi, agli asparagi, alla scorza di limone, alle patate dolci, alla zucca, al salmone affumicato, alle melanzane, ai quattro formaggi.
Financo ad un sinceramente un po' inquietante "Chocolate Cheesecake": ma si sa, gli americani, con i loro gusti si spingono spesso laddove noi nemmeno immaginiamo.
Gusti che in qualche modo lui deve soddisfare, suvvia...
Oltre a quello di Grant Park, Antonio vende i suoi prodotti anche in un altro mercato "bio" di Atlanta dove anche lì ha, ormai, affezionati clienti. I quali ogni settimana gliene presentano sempre altri: "Quasi la mia vera famiglia", mi dice.
"A parte la mia compagna, ovvio", si affretta ad aggiungere subito.
E allora, davanti ad una buona bistecca, mi racconta di una Italia (ormai) lontana: di un fratello con il quale non ha mai avuto un rapporto troppo facile, dei quotidiani italiani che definisce "illeggibili".
"Da osservatore esterno quale mi ritengo essere, mi pare che più che informare il pubblico i giornali italiani mandino messaggi 'cifrati' a politici o a non so chi...". E mentre la bistecca finisce mi chiede se sono davvero libero di scrivere ciò che voglio.
Continuo a mangiare e ascolto...
Mi racconta di quando era in Italia e leggeva la Repubblica e l`Espresso: "Ora leggo volentieri i giornali americani, il New York Times, al quale sono abbonato, o l'Atlanta Journal... Sono chiari, ben scritti e interessanti.
Prima di abbracciarmi mi stuzzica ancora: "Dai, vieni! Ti prendi un nuovo mercato, perche` ad Atlanta ci saranno una trentina di Farmers Markets (no, caro Antonio: sono 41..., NDA), e io posso andare solo in uno per volta".
E infatti di lì a poco insiste: ancora "Guarda che parlo sul serio, Dario, ti aspetto a lavorare con me!".
Un parco pubblico che ricorda, con i suoi prati e le sue collinette, un po' Villa Borghese a Roma, un po' il Parco del Valentino a Torino, un po' qualunque parco italiano, a ben vedere.
Solo che qui, per terra, non c'è un pezzo di carta, non un mozzicone di sigaretta: è vietato fumare, nei parchi e nei giardini pubblici degli Stati Uniti.E, soprattutto, la gente rispetta il divieto.
Una volta la settimana, questa parte di Grant Park si trasforma in un "farmers market", un mercato di contadini "a chilometro zero".
Ok, ora non sono una grande novità nemmeno in Italia: ma consultando l'elenco nel sito del Dipartimento dell'Agricoltura della Georgia, si viene a sapere che soltanto ad Atlanta (447mila abitanti, poco più che Bologna) di "farmers market" ce ne sono 41.
Quarantuno.
Qui i contadini arrivano dalle campagne attorno alla Capitale della Georgia per vendere direttamente i loro prodotti, a patto però che - così dice il regolamento - siano esclusivamente frutto di agricoltura biologica e solo se le loro fattorie hanno la relativa certificazione "bio" del Ministero della Salute e del Dipartimento dell'Agricoltura della Georgia, e dell'Usda, il Dipartimento dell'Agricoltura degli Stati Uniti.
I cui severissimi ispettori effettuano controlli ed esami periodici a sorpresa.
In questi mercati, i prodotti eventualmente trattati con erbicidi o fertilizzanti sintetici devono essere preventivamente segnalati alla direzione, che esaminata la documentazione rilascia (eventualmente) l'autorizzazione alla vendita.
"Community Farmers Markets crea in questo modo l'opportunità di rafforzare l'economia locale e promuovere stili di vita sani", si legge ancora nel regolamento.
Tutto quello che viene messo in vendita, poi, deve essere elaborato totalmente a mano e "in casa" da chi li vende: muffin e torte, per esempio, non possono contenere ingredienti "semilavorati" precedentemente altrove.
Tutto quello che viene messo in vendita, poi, deve essere elaborato totalmente a mano e "in casa" da chi li vende: muffin e torte, per esempio, non possono contenere ingredienti "semilavorati" precedentemente altrove.
Chi vende carne e derivati deve certificare tutta la filiera della lavorazione: dalla provenienza dell'animale, da come e dove questo è stato allevato, al tipo di erba e di mangime biologico utilizzato per il suo nutrimento.
E anche l'elenco di questi ingredienti deve essere pre-approvato dalla direzione del Grant Park Atlanta Farmers Market, alla quale stagionalmente deve esserne presentato l'aggiornamento.
Nel mercato sono presenti anche artisti e artigiani locali. I primi si esibiscono in cambio di offerte suonando in precisi spazi affidati ad ognuno di loro;
gli altri vendono i loro manufatti: borse, scarpe, camicie, maglie, ceramiche, bigiotteria, stoviglie.
Artigianato meglio se - dice sempre il regolamento - realizzato grazie al riciclo e al riuso.
Basta compilare la domanda on line entro il termine previsto ogni anno (quest'anno era il 13 febbraio), inviare la quota di iscrizione non rimborsabile (25 dollari, 22 €uro e 43 cent) e presentare tutta la documentazione, "che non verrà esaminata prima del ricevimento della quota di iscrizione".
Tutto abbastanza semplice.
Siamo in America.
Sono "atlantini" (si dirà così?) che amano a dismisura tutto ciò che è Italia: la lingua, la cultura, la musica, la letteratura, la cucina.
E forse anche il suo caos, la sua disorganizzazione.
E forse anche il suo caos, la sua disorganizzazione.
Insomma, amano l'Italia in quanto tale e tutto ciò che è Italia. Italia dove ognuno di loro si reca appena può.
Sorrido...
Quanto tutto è relativo, eh?
"Ti portiamo da un italiano", mi dicono quando entriamo nel parco.
Capisco di essere arrivato, quando mi trovo di fronte allo striscione "Antonio's Fresh Pasta".
E lui, Antonio, era lì che digitava qualcosa sul suo telefonino.
Aspetto: davanti ho una piccola coda di clienti.
C'è chi compra tagliatelle, chi lasagne, chi penne, chi qualche etto di "paglia e fieno".
"Ehi, un altro italiano! Scusa, chiacchieriamo subito, appena smaltisco questi in fila.
Ma quanti italiani ci sono ad Atlanta? Sono appena venuti due marchigiani. Avevano nostalgia dei nostri ravioli e allora sono venuti a prenderne un bel po' di porzioni...".
Il bello di attaccar discorso con gli italiani all'estero è che solitamente ognuno di loro è custode di storie sempre interessanti.
Come quella di Antonio, che in Italia, fino alla fine degli anni '80 faceva l'insegnante: professore di Matematica e Fisica in una scuola di Montelupo Fiorentino.
E rimango a bocca aperta...
Lui, infatti, prende la carta di credito che la donna gli ha dato e la fa scorrere nella piccola fessura di un marchingegno inserito nella presa destinata normalmente allo spinotto degli auricolari...Insomma, quel cosetto infilato nell'attacco delle cuffiette era un "lettore" per bancomat o carta di credito.
Dopo aver strisciato la carta, Antonio ha digitato il totale del conto; poi ha passato alla cliente il telefono, con questa che ha inserito il proprio codice segreto.
Finito, stop.
Niente contanti nel portafoglio? Nessun problema!
Tutto molto semplice.
Siamo in America.
Ci ritroviamo qualche sera dopo, davanti ad una birra, una Coca Cola e due bistecche.
E lì, con calma, Antonio mi racconta la sua storia.
La storia di lui, insegnante quarantenne, che una ventina di anni fa si innamorava di un'americana in vacanza in Toscana. Una storia che lo ha portato qui, in Georgia, in un paesino di 592 abitanti a 15 chilometri da Athens, cittadina gemellata con Cortona.
"Ti confesso che da tempo mi ero stancato dell'Italia e della mia vita italiana.
Il mio lavoro, poi: ero insegnante, un lavoro statale, sicuro, certo... Ma non sai quanto, con gli anni, mi sentissi sempre meno utile a quei ragazzi.
In Italia non ero, non mi sentivo, competitivo da nessun punto di vista: economico, sociale... Avevo combattuto per fare l'insegnante: ma sempre più, per me, quella era diventata una professione che serviva solo a tenermi 'a galla'.
E poi gli amici, i colleghi di lavoro...
Chissà se oggi qualcuno di loro penserà ogni tanto a che fine io abbia fatto in America.
Sai, a quel tempo eravamo tutti intorno ai 40 anni: adulti, e ormai, bene o male, ormai 'formati'. Ognuno si faceva un po' i fatti suoi.
In fondo, se ci penso, non è che fra noi ci fosse molta solidarietà e comprensione...".
E' dovuto crescere in fretta, il nostro Antonio: il padre morì quando aveva 15 anni, la madre quando ne aveva 23.
"Insomma, nella vita sono partito male. E tardi".
Ho sorriso...
L'andarsene dall'Italia, mi dice, in fondo non è stata "una scelta". Ma il destino, ad un certo punto, gli ha fatto passare accanto una ragazza americana.
"Ci siamo innamorati subito. E subito, come fosse la cosa più naturale, ci siamo trovati a parlare di vita in comune, di matrimonio, di figli, di andar via con lei.
Di andare in America".
E' come se qualcuno gli avesse indicato la strada giusta, a lui che vagava senza meta.
A lui, che si sentiva perso...
Azzerare il passato. Ricominciare da zero.
Rinascere, in qualche modo.
Posso immaginare quale sia stata la sensazione che sentiva il nostro Antonio.
Più o meno quella descritta, nel lontano 1776, dal rivoluzionario americano Tom Paine, che scrisse: "Abbiamo la possibilità di cominciare da capo a costruire il mondo. Una situazione simile all’attuale non si è verificata dai giorni di Noè".
Credo proprio sia questa l'irrazionale sensazione che fortemente sente dentro ogni persona che, anche al giorno d'oggi, emigra in America.
E infatti: "Ti confesso che quando ho intravisto finalmente una via di uscita non mi sembrava vero: una famiglia, gli Stati Uniti, ma soprattutto, appunto, ricominciare da zero, una nuova vita".
"Sono partito senza voltarmi indietro una sola volta, credimi".
Cari amici, avrei potuto intitolare queste righe "Le tre vite di Antonio", ma c'è già un racconto (una straordinaria storia di un italiano in America) con questo titolo, qui su Aria Fritta.
"Tre vite" perché, dopo la prima vita italiana, dopo il matrimonio americano, Antonio inizia la sua terza vita.
Dieci anni di matrimonio (e un figlio), si riempirono ad un certo punto quasi solo di incomprensioni, di tensioni, di litigi. "Eravamo diventati due estranei, al limite dell'odio. Non potevo andare avanti così...".
Dieci anni di matrimonio (e un figlio), si riempirono ad un certo punto quasi solo di incomprensioni, di tensioni, di litigi. "Eravamo diventati due estranei, al limite dell'odio. Non potevo andare avanti così...".
Ad andare "a capo" per la terza volta.
Nella sua mente maturava da tempo un progetto.
Intanto riprende l'Università. "Mi iscrissi alla facoltà di Scienze dell'Alimentazione che avevo cinquant'anni suonati. Guarda, qui non c'è niente di strano: anzi, il rimettersi in gioco in età matura è visto come un valore, in America. Diventi una risorsa".
All'interno dell'Università - come è possibile negli Usa - Antonio studia e lavora.
E con il lavoro e con i finanziamenti che le banche concedono agli studenti, si mantiene e riesce a comprarsi anche una casa.
Nel 2003 arriva così il dottorato in Scienza dell'Alimentazione.
"Ho sempre avuto un grande amore per la buona cucina, soprattutto buona cucina italiana! E allora...".
E allora, nel 2004, ad Athens, un centinaio di chilometri da Atlanta, Antonio apre il suo negozio di gastronomia, specializzato nella vendita di prodotti italiani importati: salumi, formaggi, pasta, olio d'oliva.
Poi, due anni dopo, inizia a fare la pasta "in casa".
E lì "vede lungo"...
"Sì, fu nel 2006 che decisi di iniziare a fare pasta fresca. Dall'Italia feci arrivare una macchina che mi avrebbe permesso di farla artigianale ma in grandi quantità. E con quella, ho iniziato a fare tagliatelle e ravioli. E ho visto che la cosa funzionava".
A quel punto, Antonio decide di chiudere il negozio e di vendere tutta l'attrezzatura.
Tutta tranne la macchina per la pasta.
Tutta tranne la macchina per la pasta.

Tutto attorno, un'ampia area in cui i pennuti possono scorrazzare in libertà all'aria aperta. Con le galline alle quali non rimane che fare il loro lavoro: uova.
Uova a volontà.
Uova certificate "bio", visto che le galline di Antonio vengono nutrite con mangime rigorosamente biologico.
Gli americani, ovviamente, non hanno la cultura della pasta, anzi, non ne sanno "un fico secco","e allora chiarisco loro che in commercio esistono diversi tipi di macchine per pasta. Ci sono quelle che fanno 'tutto da sole', automaticamente: basta inserire la farina qui, le uova là, un po' d'acqua, eventualmente il ripieno in quell'altro punto della macchina e schiacciare un paio di tasti".
Lui, invece, racconta agli americani che il suo procedimento è fatto tutto "a mano", con quelli attenti come se ascoltassero una favola. "Dico loro che non c'è nulla di "magico" in ciò che faccio, e che potrebbero farlo loro, se solo a casa avessero tempo (e voglia)".
Spiega che dopo aver fatto l'impasto, passa questo lentamente attraverso due cilindri, e poi ancora, fino a quando non raggiunge lo spessore che desidera.
Un po' come faccio io, con la mia vecchia Atlas "tipo Lusso mod. 150" degli anni '60, rigorosamente manuale ("prezzo di vendita, lire 8900", come si può vedere se si clicca sulla foto e si ingrandisce l'immagine) ereditata da mia mamma...
Gli affari vanno, le richieste aumentano: e allora Antonio compra un'altra macchina. Le sue (una Modula e una Estro, comprate rispettivamente nel 2007 e nel 2013 e fatte arrivare direttamente dall'Italia) lavorano esattamente allo stesso modo della mia, a parte il fatto che sono elettriche e progettate appositamente per piccoli laboratori artigianali.
Agli americani, che lo ascoltano quasi a bocca aperta, lui spiega che la sfoglia di pasta, per diventare pappardelle, tagliatelle, tagliolini e ravioli, viene poi tagliata "a mano: si tratta di un sacco di lavoro".
Per fare il quale viene aiutato da una dipendente assunta apposta.
Il suo menù è notevole, come possiamo vedere. Tutto sommato, fedele alla tradizione italiana.
Ci sono anche le tagliatelle "gluten free".
E ha successo: "Sì, si guadagna", ammette.
Gli americani, la qualità, la pagano senza problemi.
A chi gli chiede informazioni spiega bene tutta la "filiera" di lavorazione: dall'allevamento delle galline (esclusivamente ruspanti e nutrite con mangime bio), e a come le uova e la farina diventino poi pasta, tagliatelle, lasagne, o ravioli ripieni di carne o di spinaci e ricotta.
Pasta agli "artichoke, asparagus, lemon zest, sweet potato, butternut squash, smoked salmon, eggplant, 4 Cheese"; ai carciofi, agli asparagi, alla scorza di limone, alle patate dolci, alla zucca, al salmone affumicato, alle melanzane, ai quattro formaggi.
Financo ad un sinceramente un po' inquietante "Chocolate Cheesecake": ma si sa, gli americani, con i loro gusti si spingono spesso laddove noi nemmeno immaginiamo.
Gusti che in qualche modo lui deve soddisfare, suvvia...
Oltre a quello di Grant Park, Antonio vende i suoi prodotti anche in un altro mercato "bio" di Atlanta dove anche lì ha, ormai, affezionati clienti. I quali ogni settimana gliene presentano sempre altri: "Quasi la mia vera famiglia", mi dice.
"A parte la mia compagna, ovvio", si affretta ad aggiungere subito.
Siamo in una steak house di Atlanta, che fa parte di una catena. Abbiamo esitato un po' prima di entrarci, perché lui avrebbe preferito un ristorante più "familiare". Ma non era mai stato in questa zona della città. E si rischiava di far troppo tardi...
E allora, davanti ad una buona bistecca, mi racconta di una Italia (ormai) lontana: di un fratello con il quale non ha mai avuto un rapporto troppo facile, dei quotidiani italiani che definisce "illeggibili".
"Da osservatore esterno quale mi ritengo essere, mi pare che più che informare il pubblico i giornali italiani mandino messaggi 'cifrati' a politici o a non so chi...". E mentre la bistecca finisce mi chiede se sono davvero libero di scrivere ciò che voglio.
Continuo a mangiare e ascolto...
Insomma, non seguo molto le notizie dall`Italia, ma leggo avidamente tutto quello che i giornali qui scrivono dell'Italia".
Mi chiede se il sistema sanitario è sempre quello di 30 anni fa, e mi dice che gli manca un po' quel che di noi piace agli americani: il nostro carattere aperto e spontaneo.
Mi chiede se il sistema sanitario è sempre quello di 30 anni fa, e mi dice che gli manca un po' quel che di noi piace agli americani: il nostro carattere aperto e spontaneo.
Che, non c'è dubbio, è anche una sua caratteristica.
Degli italiani mi confessa che però non sopporta la "furbizia", componente mal vista dagli americani: "In Italia ci hanno detto sempre, fin da bambini, 'Fatti furbo!'. Ecco: ho un po' l'impressione che in Italia, per sopravvivere, devi essere 'furbo', e devi saper fregare quelli che non sono furbi come te".
Mi racconta di quando lui, per esempio, è stato fregato da "un amico" italiano, che gli ha incassato (tenendolo per sé!) un suo vecchio rimborso di tasse, e va giù duro: "Non mi pare possibile che un Paese dove si vive di tali sotterfugi abbia la possibilità di successo nell'economia globale di oggi: la piccola mentalità italiana 'furbista' produce diffidenza e l'altrui sospetto. E diventa un circolo vizioso".
Parliamo degli italiani in America e lui mi racconta di diversi Italiani conosciuti ad Atlanta o ad Athens "che sono arrivati, hanno cominciato un business magari nel campo dei ristoranti, hanno fatto un po' di soldi", ("perché gli Americani si fidano ciecamente del genio italiano in cucina, mi dice) ma che poi sono finiti a gambe all'aria "per avidità, presunzione e mancanza di umiltà".
Degli italiani mi confessa che però non sopporta la "furbizia", componente mal vista dagli americani: "In Italia ci hanno detto sempre, fin da bambini, 'Fatti furbo!'. Ecco: ho un po' l'impressione che in Italia, per sopravvivere, devi essere 'furbo', e devi saper fregare quelli che non sono furbi come te".
Mi racconta di quando lui, per esempio, è stato fregato da "un amico" italiano, che gli ha incassato (tenendolo per sé!) un suo vecchio rimborso di tasse, e va giù duro: "Non mi pare possibile che un Paese dove si vive di tali sotterfugi abbia la possibilità di successo nell'economia globale di oggi: la piccola mentalità italiana 'furbista' produce diffidenza e l'altrui sospetto. E diventa un circolo vizioso".
Parliamo degli italiani in America e lui mi racconta di diversi Italiani conosciuti ad Atlanta o ad Athens "che sono arrivati, hanno cominciato un business magari nel campo dei ristoranti, hanno fatto un po' di soldi", ("perché gli Americani si fidano ciecamente del genio italiano in cucina, mi dice) ma che poi sono finiti a gambe all'aria "per avidità, presunzione e mancanza di umiltà".
Mi parla degli unici due amici con i quali è ancora in qualche modo in contatto in Italia: Angelo, che fa il medico, e Ranieri, il dentista.
Mi parla dell'America, di quanto è grande, di come qui ci si senta in pace.
E del fatto che l'America gli ha regalato una cosa enorme: una nuova vita.
"Sai, Dario: hai ragione ad avere l'impressione che qui, in America, ci sia posto per tutti.
Io qui mi sento a casa. Forse perché gli americani sono molto tolleranti nei confronti degli stranieri.
Come sono io, come ero io.
Sì, hai ragione: forse gli americani hanno nel dna la consapevolezza che anche loro sono d'origine straniera, che anche loro (o i loro genitori, o i loro nonni, o i loro bisnonni) sono arrivati da qualche altra parte, da qualche altro angolo di mondo...
E infatti gli americani sono simpatici con gli stranieri.
Non hai idea di quanto piaccia a loro il mio accento italiano: e quando al mercato un nuovo cliente mi sente parlare, vuole sempre essere sicuro che io sia 'un italiano, un italiano vero' , non un 'italo-americano' come ce ne sono tanti, qui.
Qui, in America, c'è veramente da sentirsi orgogliosi ad essere italiani".
E quando gli dico tutta l'America che ho visto (e che non mi basta mai...) Antonio sgrana gli occhi e ammette di non essere uscito molto dalla sua Georgia: "Mi piacciono New York, Boston, San Francisco. Ma al contrario di te non mi piace per nulla viaggiare in auto, spendere lunghe ore in macchina. Anzi, non lo sopporto proprio".
Parliamo di una mia professoressa del mio liceo, che ad un certo punto mollò l'insegnamento per aprire un negozio di mobili di design: una scelta che mi lasciò sbalordito e un po' perplesso, a quel tempo. "Guarda, io sono molto contento della mia scelta. Sono contento del posto dove vivo e dell'attività che svolgo.
Ti assicuro che vendere la 'MIA' pasta è la cosa più divertente e gratificante che io abbia fatto nella vita mia...".
Già... Ancora una volta mi trovo a pensare che, in fondo, il confine fra nutrire la mente e il nutrire il corpo è davvero labile.
A pensarci bene non c'è molta differenza, no?
Parliamo un po' di politica: non di quella italiana ("per carità!, davvero mi pare che in Italia non sia sostanzialmente cambiato nulla...") ma di quella americana.
Mi racconta che si considera un "liberal" e che ha votato democratico: "Ho votato per Obama, che considero ancora un buon Presidente. Forse nei giorni della sua elezione in Italia qualcuno ha tentato di trasformarlo in 'macchietta', ma il suo arrivo alla Casa Bianca, in America è stato davvero un fatto storico, una rivoluzione. Ha avuto l'enorme effetto di migliorare a dismisura le relazioni fra i bianchi e gli afroamericani.
E' un po' come se questi ultimi non debbano più dimostrare nulla, adesso; adesso che uno di loro siede da due mandati alla Casa Bianca, ora che hanno raggiunto quel 'vertice sociale' grazie al loro voto e a quello della maggioranza dei bianchi.
Nonostante ciò che si può credere, ti assicuro che negli Stati Uniti la tensione sociale è diminuita, come sono diminuite quelle razziali. E davvero, oggi, in America una coppia 'interrazziale' non fa più alcun effetto; anzi: nelle situazioni normali, se non ci sono afroamericani fra i dirigenti o i lavoratori la cosa 'suona' strana, insolita.
Ti assicuro: oggi, in America, 'si respira' molto meglio, e secondo me Barack Obama rimarrà uno dei Presidenti più importanti della Storia americana".
Parliamo della sua riforma sanitaria: "Coraggiosa, storica, ma certamente insufficiente agli occhi di noi europei. Ma nonostante la resistenza dei repubblicani, resta comunque un grande passo avanti rispetto al nulla di prima".
"Certo, negli ospedali americani, anche se i servizi sono eccellenti, la cosa più importante resta comunque ancora il profitto, e questa cosa a me non piace per nulla...".
Si salta da un argomento all'altro, e quando gli dico che il ragoût di carne è una delle mie specialità, lui, con assoluta tranquilla "operatività americana" mi dice subito "Dai, se vieni qua, vieni in America. Tu ti occupi dei sughi.
Dario, se vuoi venire, un lavoro con la pasta e i sughi te lo trovo.
La settimana scorsa ho assunto una donna ma non sono sicuro che sia la persona adatta. E' un po' lenta e non sa niente di pasta.
Qualche sugo lo faccio già. Questa settimana ne ho fatto 15 libbre (quasi 7 chili, NDA), e li ho venduti tutti.
Avevo anche un paio di chili di lasagne di carne.
Vendute tutte.
Ma i 'Farmers Market', i nostri mercati, qui ad Atlanta sono tanti, e il bello è che non hai spese, se si esclude il costo della tenda e una modesta cifra per affittare il sito al mercato, 25 dollari al giorno".
Mi parla dell'America, di quanto è grande, di come qui ci si senta in pace.
E del fatto che l'America gli ha regalato una cosa enorme: una nuova vita.
"Sai, Dario: hai ragione ad avere l'impressione che qui, in America, ci sia posto per tutti.
Io qui mi sento a casa. Forse perché gli americani sono molto tolleranti nei confronti degli stranieri.
Come sono io, come ero io.
Sì, hai ragione: forse gli americani hanno nel dna la consapevolezza che anche loro sono d'origine straniera, che anche loro (o i loro genitori, o i loro nonni, o i loro bisnonni) sono arrivati da qualche altra parte, da qualche altro angolo di mondo...
E infatti gli americani sono simpatici con gli stranieri.
Non hai idea di quanto piaccia a loro il mio accento italiano: e quando al mercato un nuovo cliente mi sente parlare, vuole sempre essere sicuro che io sia 'un italiano, un italiano vero' , non un 'italo-americano' come ce ne sono tanti, qui.
Qui, in America, c'è veramente da sentirsi orgogliosi ad essere italiani".
E quando gli dico tutta l'America che ho visto (e che non mi basta mai...) Antonio sgrana gli occhi e ammette di non essere uscito molto dalla sua Georgia: "Mi piacciono New York, Boston, San Francisco. Ma al contrario di te non mi piace per nulla viaggiare in auto, spendere lunghe ore in macchina. Anzi, non lo sopporto proprio".
Parliamo di una mia professoressa del mio liceo, che ad un certo punto mollò l'insegnamento per aprire un negozio di mobili di design: una scelta che mi lasciò sbalordito e un po' perplesso, a quel tempo. "Guarda, io sono molto contento della mia scelta. Sono contento del posto dove vivo e dell'attività che svolgo.
Ti assicuro che vendere la 'MIA' pasta è la cosa più divertente e gratificante che io abbia fatto nella vita mia...".
Già... Ancora una volta mi trovo a pensare che, in fondo, il confine fra nutrire la mente e il nutrire il corpo è davvero labile.
A pensarci bene non c'è molta differenza, no?
Parliamo un po' di politica: non di quella italiana ("per carità!, davvero mi pare che in Italia non sia sostanzialmente cambiato nulla...") ma di quella americana.
Mi racconta che si considera un "liberal" e che ha votato democratico: "Ho votato per Obama, che considero ancora un buon Presidente. Forse nei giorni della sua elezione in Italia qualcuno ha tentato di trasformarlo in 'macchietta', ma il suo arrivo alla Casa Bianca, in America è stato davvero un fatto storico, una rivoluzione. Ha avuto l'enorme effetto di migliorare a dismisura le relazioni fra i bianchi e gli afroamericani.
E' un po' come se questi ultimi non debbano più dimostrare nulla, adesso; adesso che uno di loro siede da due mandati alla Casa Bianca, ora che hanno raggiunto quel 'vertice sociale' grazie al loro voto e a quello della maggioranza dei bianchi.
Nonostante ciò che si può credere, ti assicuro che negli Stati Uniti la tensione sociale è diminuita, come sono diminuite quelle razziali. E davvero, oggi, in America una coppia 'interrazziale' non fa più alcun effetto; anzi: nelle situazioni normali, se non ci sono afroamericani fra i dirigenti o i lavoratori la cosa 'suona' strana, insolita.
Ti assicuro: oggi, in America, 'si respira' molto meglio, e secondo me Barack Obama rimarrà uno dei Presidenti più importanti della Storia americana".
Parliamo della sua riforma sanitaria: "Coraggiosa, storica, ma certamente insufficiente agli occhi di noi europei. Ma nonostante la resistenza dei repubblicani, resta comunque un grande passo avanti rispetto al nulla di prima".
"Certo, negli ospedali americani, anche se i servizi sono eccellenti, la cosa più importante resta comunque ancora il profitto, e questa cosa a me non piace per nulla...".
Si salta da un argomento all'altro, e quando gli dico che il ragoût di carne è una delle mie specialità, lui, con assoluta tranquilla "operatività americana" mi dice subito "Dai, se vieni qua, vieni in America. Tu ti occupi dei sughi.
Dario, se vuoi venire, un lavoro con la pasta e i sughi te lo trovo.
La settimana scorsa ho assunto una donna ma non sono sicuro che sia la persona adatta. E' un po' lenta e non sa niente di pasta.
Qualche sugo lo faccio già. Questa settimana ne ho fatto 15 libbre (quasi 7 chili, NDA), e li ho venduti tutti.
Avevo anche un paio di chili di lasagne di carne.
Vendute tutte.
Ma i 'Farmers Market', i nostri mercati, qui ad Atlanta sono tanti, e il bello è che non hai spese, se si esclude il costo della tenda e una modesta cifra per affittare il sito al mercato, 25 dollari al giorno".
Prima di abbracciarmi mi stuzzica ancora: "Dai, vieni! Ti prendi un nuovo mercato, perche` ad Atlanta ci saranno una trentina di Farmers Markets (no, caro Antonio: sono 41..., NDA), e io posso andare solo in uno per volta".
Non c'è dubbio, ormai è assolutamente "americano": pragmatico, pratico, sognatore, ottimista.
Serio ed immediatamente operativo. Arriva al punto senza girarci troppo intorno.
Sa benissimo che il mio mestiere è tutto un altro, ma non trova nulla di strano a farmi una proposta del genere, e a farmela seriamente.
D'altronde, lui, nell'altra sua vita, non era forse un professore di matematica e fisica?
Gli do appuntamento in Italia, e lui - sorridendo - me lo dà in America...
Parleremmo ancora ore, ma per arrivare a casa Antonio deve fare più di un'ora di strada con la sua station wagon, un po' vecchiotta e senza navigatore.
Ci salutiamo.
Un abbraccio, quasi da vecchi amici.
Ad un certo punto - mi racconterà più tardi - ad un incrocio fuori città si rende conto di essersi perso.
Niente da fare: non trovava più la Interstate 85 South...
© dario celli. Tutti i diritti sono riservati
Lo guardo mentre si allontana nella notte di Atlanta...
Niente da fare: non trovava più la Interstate 85 South...
Fermo ad un semaforo, con espressione interrogativa, guardava continuamente da una parte e dall'altra dei finestrini senza trovare risposta.
Mi racconterà che sarà restato così, nella strada deserta, perplesso, per un paio di minuti, con il semaforo rosso che diventava verde, e poi ancora rosso, e poi ancora verde...
Fino a quando non gli si è affiancata un'auto guidata da una donna che gli ha chiesto "Are you lost?".
"Ti sei perso?".
E allora lei, con la mano fuori dal finestrino, indica la strada.
Fino a quando non gli si è affiancata un'auto guidata da una donna che gli ha chiesto "Are you lost?".
"Ti sei perso?".
E allora lei, con la mano fuori dal finestrino, indica la strada.
A lui che rischiava, di nuovo, di perdersi.
E con la mano lo saluta sorridendo.
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giovedì 25 settembre 2014
L'America vista da loro...
Il gioco è iniziato con la tiritera dei dieci libri che più hanno lasciato un segno dentro di noi, e poi - via via - si è trasformato, allargandosi.
Qualche expat (gli espatriati, le espatriate) si è poi divertito/a a unirsi a questo gioco, parlando delle differenze che ha trovato fra l'Italia e il nuovo Paese che lo ospita.
E allora ho voluto chiedere ad un po' di amici italiani di età differenti, e che vivono negli Stati Uniti, di regalare a tutti noi di Aria Fritta un quadro degli Usa, un'opinione sulla loro vita negli Usa, da un punto di vista "italiano".
Insomma, la domanda che ho posto è stata:
Quali sono le cose che più ti hanno colpito degli Usa e che ti hanno lasciato il segno?
Renata
1) Il profondo rispetto delle regole, il senso civico.
E' la prima cosa POSITIVA che è saltata all’occhio mio e dei miei figli: che abbiamo trovato qui.
In auto tutti rispettano il Codice della Strada, i limiti di velocità;
non vengono buttate cartacce in giro, i marciapiedi non sono costellati di “ricordini” dei cani, il verde pubblico (giardini e parchi) è rispettato e ben tenuto.
E’ una cosa che, tornando in Italia ogni anno, noto sempre di più.
2) Le bandiere. Sono OVUNQUE.
Davanti alle case private, davanti ad ogni edificio pubblico, c’è sempre una bandiera americana che sventola. La ritengo una cosa positiva perché fa capire il rispetto e l'amore che gli Americani hanno per il loro Paese.
2bis) L’inno nazionale.
Noi italiani lo sentiamo solo in occasione di partite della nazionale; qui viene cantato all’inizio di ogni incontro sportivo. Anche durante la finale (qualsiasi sia lo sport) dei ragazzini di paese.
3) Gli spazi immensi.
A parte Manhattan, a New York, - che sorge su una penisola e quindi ha spazi limitati - e forse anche San Francisco, la vera America sorge, vive e si sviluppa in ampi spazi: villette mono-familiari, edifici bassi, strade larghe, prati, giardini, parchi, interi boschi ben curati in città o appena in periferia.
A perdita d’occhio...
I lati negativi?
4) L'offerta, in continuazione, di junk-food, di cibo spazzatura, che provoca un'obesità dilagante.
Io magra non sono: proprio no. Ma qui IO SONO magra.
E quello che noto è che più è basso il ceto, più sono sopvrappeso. Questo perché costa meno andare a mangiare patatine fritte e hamburger, che farsi il pasto a casa.
5) La superficialità delle relazioni.
Anche se questo non l'ho capito subito, devo ammetterlo, ma solo dopo un po’ che ero qui.
Qui non è difficile far nascere nuove relazioni (gli americani sono molto gentili e cordiali): ma è difficile far crescere e mantenere salde, queste relazioni.
6) Gli americani non camminano.
Corrono, fanno tanti sport, ma non camminano.
Addirittura, quando ti allontani dal “downtown”, dagli isolati dove sorgono gli uffici del centro, non esistono nemmeno più i marciapiedi.
E’ tristissimo.
Giorgio


1) Da emigrante italiano negli Usa, la prima differenza che mi viene in mente è la precarietà del lavoro.
Paradossalmente, e al contrario di quel che si pensi, c'è molta meno precarietà negli Stati Uniti.
Pur essendoci condizioni e regolamentazioni sul lavoro diverse dall'Italia, il trattamento della persona è decisamente differente, e la differenza credo sia tutta in favore dell'America.
2) Negli Stati Uniti c'è più rispetto per la legge e per la cosa pubblica da parte dei cittadini.
Ci si sente consapevolmente più coinvolti, quando si va a votare.
3) La naturalezza nei rapporti multietnici e multiculturali. Vivendo in America si ha la consapevolezza che le distanze della Terra, tra i popoli, sono molto piccole.
4) Negli Stati Uniti si ha la sensazione che tutto sia ancora da fare, da dire, mentre in Italia sembra che tutto sia stato già fatto e non c'è più nulla di nuovo da dire.
In America ho la sensazione di vivere il momento, mentre in Italia il contatto con la realtà mi sembra molto relativo.
In Italia ci sono troppi riferimenti al passato e troppa burocrazia.
5) In America la fila si rispetta, e qui i diritti e i doveri non si discutono.
6) L'Italia parla a se stessa: meriti e bellezze appartengono alla natura e al passato degli italiani, quando italianità significava qualcosa.
A mio parere, da parecchi decenni siamo, purtroppo, in decadenza come valore di uomini e cose.
7) Quella italiana e quella americana sono due culture differenti.
E di quella americana preferisco il giusto valore che dà alle cose, come per quanto riguarda lo sport.
In Italia c'è troppo spesso la tendenza di andare oltre il lecito.
8) Tra America e Italia?
Io preferisco vivere in America e tornare a morire in Italia.
Se avrò la fortuna di essere io a decidere...
Donatella


1) La cordialità delle persone. Lo sconosciuto che incrocia il tuo sguardo, al 90% ti saluta e, se ti conosce anche solo di vista, ti chiede "How are you?" ("Come stai?").
Il che mi fa sempre andare in crisi: insomma, devo rispondere solo "Fine, Thanks!" ("Bene, grazie!"), oppure devo anche aggiungere "And you?" ("E tu?"), rischiando di portare avanti questi saluti preliminari all'infinito?
1bis) Le persone che si fermano per strada per offrirti il loro aiuto se ti vedono in difficoltà; e quelle - donne ovviamente - che ti fanno i complimenti per come ti vesti o per dirti "I love your shoes!" ("Adoro le tue scarpe!") o la borsa, o la gonna... E sì che io non sono certo una che si sbatte molto per essere alla moda!
2) Guidare, e ne avevo tanta paura!
Nel bene, perché negli Usa tutti guidano in modo ordinato e rispettoso delle regole e dei limiti di velocità.
Insomma, l'ambiente che ti circonda mentre sei alla guida ti costringe a non fare l'italiano "medio": quello che suona il clacson a chi si ferma con l'arancione, o quello che fa "il pelo" ai pedoni che attraversano la strada (che attraversano sempre rigorosamente sulle strisce).
Insomma, l'ambiente che ti circonda mentre sei alla guida ti costringe a non fare l'italiano "medio": quello che suona il clacson a chi si ferma con l'arancione, o quello che fa "il pelo" ai pedoni che attraversano la strada (che attraversano sempre rigorosamente sulle strisce).
Anzi, qui è tutto un "prego, prima lei", "ma si figuri", "ma ci mancherebbe!".
Il lato negativo è che tutti messaggiano con il telefonino mentre guidano, cosa che in Florida, ovviamente, non è permesso. Ma anche se lo fosse, sarebbe lo stesso grave.
3) La comunicazione tra scuola e genitori: essendo qui le scuole enormi con migliaia di alunni, la comunicazione è organizzata e molto ben articolata.
Impossibile non sapere cosa accade a scuola o cosa ha fatto o non ha fatto tuo/a figlio/a. Un genitore è praticamente accerchiato: mail, sms, messaggi vocali registrati, comunicazioni cartacee, "conference". Impossibile dire, poi, "non lo sapevo".
4) Il cattivo gusto nell'arredamento: (è un mio giudizio personale, ovvio) e il pressapochismo e la velocità con cui fanno case e mobili (e altre cose).
Per trovare quattro mobili da mettere in casa ho dovuto trovare un compromesso con la mia voglia di modernità. Oddio, magari i mobili moderni si trovano pure, ma a dei prezzi esagerati. Almeno in Italia se vuoi una schifezza di qualità ma moderna i posti dove andare ci sono. Qui è il tripudio del "classico", anzi, del finto classico, del vecchiume. Diciamo che ho ripiegato sul meno peggio.
E i mobili sono fatti di cartone. Meglio non aprire troppo spesso i cassetti.
Le case le tirano su in una settimana: qui, di fuori mattoni, e dentro in cartongesso. Il pavimento del primo piano è in legno tanto che quando mio figlio salta giù dal letto ho paura di ritrovarmelo direttamente in soggiorno! Pure il tetto è sempre in legno e io mi chiedo: testine, se questa è una zona di uragani, non ci arrivate che il tetto è il primo che viene spazzato via? Gli interni sono molto "alla buona" e mi sa che non usino "la bolla" per fare i muri dritti!
Sulla moquette dappertutto non ho commenti da fare: solo parolacce.
5) La cura della città e il rispetto della cosa pubblica. Da quando sono qui non ho ancora visto una casa, un negozio, una chiesa, un "urgent care" (Guardia Medica, Pronto Soccorso), o qualsiasi altro edificio, con un pezzo di intonaco scrostato, una scritta fatta da vandali, una tegola rovinata... Nulla.
Nulla di nulla.
Tutto sembra sia sempre perennemente nuovo, nonostante le piogge torrenziali che, nella stagione delle piogge (in questo periodo, NdA) possono essere veramente intense, e che un minimo di usura dovrebbero causarla.
Forse c'è qualche omino che passa di notte a pitturare e a mettere a nuovo!!
Ogni giorno rimango shoccata da qualcosa: direi al 98% positivamente, al 2% negativamente.
Marco

1) Il fisco e la burocrazia in genere. Qui negli Usa è decisamente tutto molto più snello rispetto all'Italia.
Marco

1) Il fisco e la burocrazia in genere. Qui negli Usa è decisamente tutto molto più snello rispetto all'Italia.
2) La pulizia ovunque, e la voglia di mantenere tutto pulito.
3) Il rispetto per gli animali (almeno in senso generale, poi gli imbecilli sono ovunque), ma qui si va in galera davvero per un maltrattamento qualunque contro un animale.
4) Se sbagli, paghi, non lasciano correre: devi farti perdonare, in un modo o in un altro, a seconda del tipo di errore.
5) Tutti rispettano la legge, ad eccezione di quelle stradali (almeno qui in Nevada): "la rotonda, questa sconosciuta", tanto per dire; superarla indenni è quasi una lotteria.
Alessia
3) Il rispetto per gli animali (almeno in senso generale, poi gli imbecilli sono ovunque), ma qui si va in galera davvero per un maltrattamento qualunque contro un animale.
4) Se sbagli, paghi, non lasciano correre: devi farti perdonare, in un modo o in un altro, a seconda del tipo di errore.
5) Tutti rispettano la legge, ad eccezione di quelle stradali (almeno qui in Nevada): "la rotonda, questa sconosciuta", tanto per dire; superarla indenni è quasi una lotteria.
Alessia

1) La dimensione delle auto e, di conseguenza, delle corsie delle strade e dello spazio a disposizione per parcheggiare.
2) Le dimensioni dei piatti e le porzioni giganti al ristorante (nonché i bicchieri da mezzo litro!).
3) Lavatrici ed acqua che non lavano.
4) I pomodori (ma anche altra frutta e verdura) che, nel 99% dei casi, non sanno di niente.
5) Gente che non ti conosce e ti saluta includendo il "come stai?". Che, se poi rispondi davvero e dici davvero come stai, ti guarda preoccupata come se fossi pazza (qui a New Orleans però non succede, forse perchè siamo tutti un po' pazzi in partenza!).
Sabatino
1) L'efficienza dei servizi: bancari, postali, motorizzazione. Qui vai in un'autoconcessionaria e dopo 3 ore esci con un veicolo nuovo targato.
2) Gli ospedali, e non solo quelli privati: davvero tutta un'altra cosa.
3) Le persone anziane attive, che lavorano: e ho parlato con molti di loro e non lo fanno tanto per una questione di necessità. La trovo una cosa positiva perché in Italia, dopo i 40 anni, non trovi un lavoro nemmeno per aggiustare gli scaffali nei market!
3) L'organizzazione della città e la pulizia nelle strade.
4) L'opportunità di poter comprare qualsiasi cosa a qualsiasi ora.
5) Le banche sempre a disposizione del cliente.
6) Qui ci sono tante persone ricche sfondate ma sono talmente umili che sembrano comuni mortali. E questo mi fa impazzire.
7) Per le strade non vedi un venditore abusivo!
Claudia
1) Il profumo di cibo fritto all'arrivo in aereoporto. Poi con il tempo ci si abitua, ma la prima volta fa proprio impressione. Sarà a causa del lungo viaggio, dell'arrivo ad un'ora in cui il corpo reclama già un letto e non da mangiare: ma quell'odore forte di fast food è veramente un pugno nello stomaco!
2) Le donne per strada, durante l'intervallo per il pranzo con il tailleur, i collant color carne e le scarpe da ginnastica.
Una donna italiana avrebbe la tuta nel cassetto della scrivania e se proprio sentisse la necessità di fare esercizio (ma io non ne ho mai viste), si cambierebbe, oppure uscirebbe sui tacchi da 10 cm. Della serie: mai rinunciare allo stile! (Che poi i collant color carne debbano essere dichiarati fuorilegge, quella è un'altra storia...).
Una donna italiana avrebbe la tuta nel cassetto della scrivania e se proprio sentisse la necessità di fare esercizio (ma io non ne ho mai viste), si cambierebbe, oppure uscirebbe sui tacchi da 10 cm. Della serie: mai rinunciare allo stile! (Che poi i collant color carne debbano essere dichiarati fuorilegge, quella è un'altra storia...).
2) Telefonare alle 10 di mattina o alle 4 di pomeriggio , chiedere di parlare con una persona e sentirsi rispondere: "E` assente per il lunch".
Ma a che ora mangiano qui?
3) Essere invitati da amici alle 5 di pomeriggio del venerdi per un "party" ed essere a casa alle 21.
Si` e` vero che qui negli Stati Uniti le giornate iniziano prima, ma il giorno dopo è il fine settimana!
Ah no, dimenticavo! C'e` la partita di football, soccer, baseball, l'allenamento di nuoto alle 7 di mattina del sabato.
4) La profusione di sorrisi e complimenti della gente per strada: un sorriso, incrociandosi, non si nega a nessuno.
Se poi si è vestiti bene, si ha un cane al guinzaglio o un bambino nel passeggino, giù profusione di "oooh", "aaah", "che bello!", "dove l'hai comprato??" (il vestito, non il cane o il bambino...).
Venendo io dal Piemonte, dove NESSUNO fa complimenti a persone che conosce - e tantomeno a chi non si conosce -, lo shock ed il sospetto ("Mi sorride? E che diavolo vuole questa/o da me??") sono in agguato.
Ah no, dimenticavo! C'e` la partita di football, soccer, baseball, l'allenamento di nuoto alle 7 di mattina del sabato.
4) La profusione di sorrisi e complimenti della gente per strada: un sorriso, incrociandosi, non si nega a nessuno.
Se poi si è vestiti bene, si ha un cane al guinzaglio o un bambino nel passeggino, giù profusione di "oooh", "aaah", "che bello!", "dove l'hai comprato??" (il vestito, non il cane o il bambino...).
Venendo io dal Piemonte, dove NESSUNO fa complimenti a persone che conosce - e tantomeno a chi non si conosce -, lo shock ed il sospetto ("Mi sorride? E che diavolo vuole questa/o da me??") sono in agguato.
Fabio
1) Forte senso del dovere. A differenza di come siamo abituati noi italiani, in particolar modo al sud dove ho vissuto fino al mio trasferimento a New York, negli Usa la gente pensa innanzitutto al lavoro. Solo se resta del tempo, allora, ci si permette di riposarsi o divertirsi.
Ma, di certo non pensa neanche lontanamente a farsi una serata in discoteca e poi il giorno dopo dire: "Sono troppo stanco e non vado a lavoro!"...
2) Educazione. Tranne casi ovviamente sporadici, sia in macchina che a piedi o sulla metro resto scioccato dall'educazione di questo popolo: nei mezzi pubblici la gente si alza per lasciar posto a persone più anziane senza farselo dire nemmeno una volta; in auto rispettano tutti i segnali stradali a ti viene la precedenza quando ne hai diritto; c'è assoluto rispetto per i pedoni.
3) Quello che non riesco proprio a capire e non mi dà pace, è l'aria condizionata: fuori ci sono 35° con il 90% di umidità e gli americani cosa fanno? Sparano l'aria gelida. Nei negozi sembra quasi essere sempre a Natale. Della serie: se non ti ammali ora, non ti ammali più.
La cosa più assurda è che sparano l'aria condizionata gelata "a tremila" anche quando fuori ci sono 13°...
4) Sono invece restato deluso, molto deluso, dagli italo-americani. Evitateli: sono la peggior razza di migranti. Forse sarò stato sfortunato, ma io ho incontrato spesso solo sfruttatori e disonesti che non fanno mai nulla per nulla.
State certi: se vi faranno un favore, prima o poi, vi presenteranno il conto chiedendovi qualcosa in cambio.
Se si tratta di lavoro, vi diranno, specialmente se sei italiano: "E' dura? Ah, ora è niente: sapessi come andavano le cose 30 anni fa, quando sono arrivato io!".
5) Arriva il venerdì e il titolare, prima di andare via, ti da l'assegno nella busta insieme un foglio con la scritta "great job!" ("ottimo lavoro!")...
Sono cose, queste, che ti fanno venire voglia di andare la lavoro!
1) La società multirazziale.
2) Si fidano della tua parola.
3) Sono competitivi.
4) Acquistano una casa per poi rivenderla dopo un mese senza averne un'altra a disposizione dove andare a vivere. Tanto ci sono gli hotel!
5) Persone anziane (anche 80enni!) che lavorano.
6) Ti può capitare che ti venga chiesta per strada una sigaretta e che in cambio ti venga offerto un dollaro.
7) I fumatori sono pochissimi.
8) I milioni di uova e di ali di pollo che si consumano ogni giorno.
9) Gli americani non sanno fare la cioccolata calda: provano con acqua e cacao!
10) Sono incredibilmente ospitali. Pensi sempre che ci sia qualcosa sotto...
11) La prima bottiglia di vino del giorno viene aperta alle 4 del pomeriggio.
12) Giovani e anziani praticano sport tutti i giorni, anche nel fine settimana.
13) Impazziscono per la pasta Alfredo. Ma chi cavolo era 'sto Alfredo??
14) Non rinunciano alla tradizione del barbecue nel weekend: sono lunghi quanto la notte di capodanno.
15) La Polizia: è sempre dietro l'angolo, anche se non la vedi.
16) Al ristorante, quando qualcosa non ti piace tanto e la avanzi quasi intera, il cameriere o la cameriera non ti chiedono solo se per caso non hai gradito qualcosa, ma ti chiedono se vuoi un altro piatto in cambio.
Gratis, ovvio.
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