PERSONE CHE HANNO LETTO O CURIOSATO

domenica 4 dicembre 2022

Il baffo di Carolyn

Ho cercato, ma non sono riuscito a trovare una sua foto di allora dell'amica che oggi entra qui, nelle pagine di Aria Fritta. 

D'altronde, Carolyn, al tempo, (siamo nel 1971) era una normalissima studentessa della facoltà di Design della Portland State University, e quelli non erano certo i tempi in cui si avevano - con sé (e di sé...) - mille o duemila foto fatte con i cellulari. 
Che, ovviamente, non esistevano ancora.

Al massimo di foto, al tempo, lei aveva solo quella della sua tessera universitaria. E sua mamma in qualche album custodito in un cassetto di casa.

Ma possiamo immaginarla: come centinaia di migliaia di studentesse universitarie americane di quel tempo, era certamente bellissima, esattamente come lo erano un po' tutte le ragazze del mondo di inizio anni '70, con quei capelli lunghi, al massimo parzialmente raccolti dietro la nuca.


E con lo sguardo che esigeva di andare lontano. 


In realtà giunse alla facoltà di grafica della Portland State University, Oregon, dopo aver frequentato quella di giornalismo, che abbandonò per la perdita di stimoli.
E quella mancanza di stimoli del giornalismo fu la sua fortuna... 

Nella nuova facoltà non ci volle molto tempo perché lei venisse  notata e tenuta d'occhio, quasi da subito, da
l prof. Phil Knight, uno dei suoi insegnanti.

Che qui vediamo in una sua foto d'oggi...               

Per arrotondare il magro stipendio di docente, il prof, insieme ad un collega e amico, aveva messo su la "Blue Ribbon Sports", un piccolo negozio che importava dal Giappone le "Onitsuka Tiger", uno dei primi modelli di "sneakers" esistenti al tempo. 

Le cose non andavano male, ma la loro sensazione è che forse sarebbero potute andare ancor meglio.
Insomma, il prof e il suo socio decisero di mettere su qualcosa di differente e "più americano", piuttosto che limitarsi semplicemente ad importare un prodotto che poteva essere essere tranquillamente "Made in Usa", fatto negli Stati Uniti... 

Andarono a "step": da una parte iniziarono a contattare un po' di aziende americane del settore delle calzature; 
dall'altra si misero a lavorare sul marchio. 

E qui il prof. Knight decise di scommettere sulle capacità creative della sua alunna più promettente, quella che in aula si mostrava sempre più fantasiosa ed entusiasta, piena di idee e di spirito di iniziativa, come si sa essere quando non si ha nemmeno 30 anni. (E negli Stati Uniti d'America, se mi si permette...). 
Alunna promettente e senza un dollaro, ovviamente, tanto che più volte ai compagni di corso raccontava di averne talmente pochi, di dollari, da non potersi nemmeno permettere l'acquisto dei colori ad olio che le servivano per dipingere in aula. 

"Vabbè, senti un po': vediamo come te la cavi... Butta giù un po' di idee per il nostro marchio e poi vediamo...", le disse il prof. 
Rassicurandola contemporaneamente: "Tranquilla, verrai pagata!".

Ovvio che la nostra Carolyn accettò con entusiasmo la proposta, anche perché per lei - studentessa squattrinata e fuori sede - due dollari l'ora erano pur sempre meglio di un calcio al fondoschiena.

Così, un giorno di maggio del 1971, iniziò a lavorare al progetto.
(Facendo, ovviamente, scattare il cronometro...). 

                                        

Il 30 maggio tutto era pronto per la registrazione del marchio. 

Secondo il conto che poi presentò al professore, Carolyn Davidson impiegò esattamente 17 ore e 5 minuti a disegnare quello che sarebbe diventato uno dei marchi commerciali più famosi (e uno di maggior valore, oggi) al mondo.

Che si ispirava - raccontò - all'ala della dea Nike, la dea greca della vittoria: la celebre Nike di Samotracia, scultura in marmo conservata al museo del Louvre di Parigi, attribuita allo scultore greco Pythokritos, - Pitocrito, figlio di Timocare di Rodi - anch'egli scultore e che venne scolpita fra il 200 e il 180 avanti Cristo.

Il marchio, il disegno, avrebbe dovuto rimandare immediatamente al movimento, allo scatto, alla leggerezza, alla velocità... 
Proprio come scattanti, leggere, veloci dovevano essere le scarpe Nike

Carolyn battezzò il suo marchio con il nome di "swoosh" ("fruscìo"): e infatti, se si pronuncia ad alta voce la parola inglese, ci si può accorgere che il suo suono rimanda proprio al fruscìo provocato dallo spostamento d'aria di chi corre molto veloce. (Ma con le scarpe giuste...).

Pare che Philip Knight, quando presentò nome e marchio ai suoi soci, lo definì, non troppo convinto, "il meno peggio".
Aggiungendo un laconico "vabbè, ok, mi dovrò abituare...". 

Un marchio che però fu un successo, anche se oggi nessuno lo chiama 
"swoosh", ma direttamente "Nike": segno che la scelta commerciale sarà anche stata "la meno peggiore", ma certo fu la più azzeccata. 
 

                               

Dieci anni dopo il "fruscio della Nike" si era ormai imposto in tutto il mondo occidentale, con l'ex professor Knight che, l'anno successivo, decise di ricompensare l'ex studentessa Carolyn Davidson con un regalo: un anello d'oro massiccio incastonato dal marchio "Swoosh" da lei disegnato, formato da svariate decine di piccoli diamanti.
Insieme all'anello di diamanti, 
una busta
Contenente 500 azioni

Che nel 2011 - 40° anniversario di fondazione del gruppo - sono arrivate a valere 1286 dollari.
Ad azione


Nella busta per l'ex studentessa Carolyn, dunque, c'erano (anello di diamanti a parte) 643 mila dollari: cioè più di 610 mila euro di oggi

Nel 2020 il valore del marchio Nike è stato valutato 34 miliardi e 400 milioni di dollari.

                               

Il "baffo di Carolyn" oggi si attesta al 15° posto fra i marchi commerciali più importanti al mondo. 

                                   
Carolyn Davidson dal 2000 è in pensione, e oggi si dedica ai suoi hobby e al volontariato, onorando i suoi impegni settimanali alla Ronald McDonald House e al Legacy Emanuel Hospital & Health Center di Portland, Oregon. 

Hanno portato lontano, le ali della dea Nike...

O meglio, le ali di Carolyn.


© dario celli. Tutti i diritti sono riservati

mercoledì 30 novembre 2022

L'ultimo desiderio di Manola

 

No, questa volta non scrivo di America.

La storia - un po' natalizia, in effetti... - che mi ha spinto ad uscire dal torpore (ma se un po' mi conoscete avrete capito che sono assai scostante, fin dai tempi della scuola - discorso che è meglio che lasciamo perdere, ma che mi pesa ancora evidentemente, se son qui 5 decenni dopo  ancora a parlarne, dannazione! - ) la storia che ho deciso di raccontare, dicevo, non ha niente a che fare con l'America. 

C'entra, invece, con un desiderio.  
Ma trovo, ma non so bene perché (ci devo riflettere su...) che questa storia sia "un po' americana": forse perché, appunto, ha a che fare con un desiderio, con un sogno
. E trovo che l'America molto abbia a che fare con "desideri e sogni", in fondo...

Oggi vi racconto dell'ultimo desiderio di Manola.

Manola è la nostra amica di oggi, e anche se ha 70 anni - è infatti nata nel 1952 - non se li porta molto bene, anzi.

E' degente in una Residenza Sanitaria per Anziani di un piccolo centro ad una ventina di chilometri da Firenze, ha mille acciacchi, e il mondo lo vede ormai quasi solo da una sedia a rotelle.
Ma così almeno non inciampa e non cade.
E ci mancherebbe solo quello, visto che ormai respira anche con difficoltà, tanto da essere costretta a portare sempre gli "occhialini", come viene chiamata in gergo medico quella cannuccia che si regge sulle orecchie, che si pinza all'attaccatura del naso e che soffia dentro le narici il provvidenziale ossigeno di una piccola bombola vicina.

Alla quale deve quasi sempre restare attaccata.  

Insomma, la nostra Manola respira poco e male, e dunque riesce a parlare pochissimo e malissimo: gesticola e risparmia il fiato per riservarlo alle cose importanti.
Quelle necessarie a vivere. 


O per raccontare i propri sogni. 
Perché Manola ultimamente aveva sempre lo stesso desiderio, lo stesso sogno da realizzare: forse il suo ultimo sogno. Se può esistere un "ultimo sogno" nella vita di un essere umano...

Il sogno di Manola era vedere il mare.


Porca miseria: mi è venuto in mente ora - proprio adesso mentre (vi) sto scrivendo - che è un desiderio che spesso ho anche io: e infatti non raramente mi capita di prendere l'auto e andare fino a Fregene o a Ostia (che sono solo ad una quarantina di chilometri da casa, in fondo...) proprio semplicemente "per vedere il mare".

(Ecco - cavoli! - che improvvisamente ho capito perché la storia di Manola ha soffiato oggi sul mio cuore svegliandomi dal torpore creativo che mi attanaglia da tempo: mi deve aver inconsciamente portato alla mente quando a Torino, da ragazzino, andavo a "vedere i treni" alla stazione di Porta Susa, non lontana da casa mia: con i carabinieri che una volta mi fermarono chiedendomi che ci facevo lì - avevo l'eskimo, gli occhialetti che mio nonno portava nel 1920 e che porto ancora oggi, e i capelli a cespuglio, dunque dall'aspetto pericolosissimo, come da foto qui sotto - e con io che, forse un po' strafottente, ho risposto loro "Guardo i treni passare... Perché è forse proibito?".

Con i due militari che, capendo immediatamente di avere a che fare con un gigantesco giovane rompicoglioni, si limitarono a dirmi "No, non è vietato: ma vedi di non finire per sbaglio sui binari mentre passa un treno, ché poi sono grane per noi..."). 


Vabbè, smetto di di/vagare...


Torno a Tavernelle Val di Pesa, Firenze, da Manola e dal suo desiderio
L'ultimo suo desiderio.
 
Che è stato esaudito - chissà se forzando un po' qualche regolamento ottuso - da tre angeli:
Sara, Operatrice della Rsa dove Manola vive da tempo;
Sandro, Assistente Sociale;
e dall'avvocatessa Aurora, la sua "amministratrice di sostegno". 

Tre angeli, che in anticipo di 26 giorni hanno fatto a Manola il più bel regalo di Natale, quello che lei desiderava tanto:
vedere il mare.


"Portami al mare, 
fammi sognare, 
e dimmi che non vuoi morire...".

Come avrei voluto esserci anche io con loro: come avrei voluto vedere gli occhi di Manola, sentire il suo silenzio, il suo respiro mentre il suo sguardo si perdeva al largo, nel lontano mare aperto.
Laddove il mare si fonde con il cielo. 
Come avrei voluto essere con Sara, Sandro e Aurora che le stavano vicino in silenzio, tenendo le loro mani sopra le sue e sopra le sue spalle... 

E come avrei voluto essere nella testa, nel cuore, di Manola, che meravigliata e forse un po' spaventata - con quel rumore di  onde davanti - in quei minuti di fronte alla spiaggia avrà pensato "Mamma mia, 'com'è grande, il mare.
Com'è profondo il mare"...
 

Ecco.
Questa storia di normale - ma forse anche un po' rara... - di piccola umanità quotidiana, finisce così.
Con lo sguardo sognante di Manola. 

Quanto sarà costata alla collettività questo regalo di Natale a Manola? 
Nulla, in fondo.
O poca roba.

Come questa storia, "una storia di poco conto"
Ma come lessi da ragazzo, 46 anni fa ormai, su un tavolo della sede di un gruppo della sinistra extraparlamentare che aveva sede in corso San Maurizio 27 a Torino:

"Se tanta gente di poco conto,
in luoghi di poco conto,
facesse cose di poco conto,
la faccia del mondo cambierebbe...". 


Allora non lo sapevo (ma secondo me non lo sapeva nemmeno chi l'aveva scritta incidendola con una biro su quel tavolo di legno...), ma era una frase che negli anni '60 scrisse il  giornalista cattolico e poeta francese Raoul Follerau.
Il quale era solito ribadire che "Amare è agire". 

Che poi è esattamente ciò che l'altro ieri hanno fatto Sara, Sandro e Aurora: persone forse (ma neanche tanto, poi...) "di poco conto", che in fondo hanno fatto "una cosa di poco conto", in "un luogo di poco conto", come può esserlo una normale "Residenza Sanitaria per Anziani" toscana.
E che con amore (e un'automobile) hanno esaudito quel piccolo, semplice, meravigliosamente infantile ultimo desiderio di Manola.

Che ha lasciato il suo cuore lì, davanti al mare di Livorno. 
Che ora rivede quando vuole.

Basta che chiuda gli occhi...



P.S.: Poi sarei curioso conoscere la storia che sta dietro al nome "Manola", il nome che 70 anni fa i suoi genitori decisero di darle. 
Sono certo che anche quella sarebbe una storia molto interessante.
Vero?



© dario celli. Tutti i diritti sono riservati




venerdì 26 marzo 2021

Sugli Stati Uniti e una assai discutibile opinione di Roberto Saviano...

La prima volta che mi recai negli Usa (era il 1992) chiesi consiglio all'amico e collega Giulio De Polo (che aveva abitato alcuni anni a New York) e a Gianna Pontecorboli, che conoscevo perché faceva la corrispondente dagli Usa per l'agenzia radiofonica dove lavoravo allora. A lei dissi, in particolare, che eravamo in quattro, avevamo 28 giorni a disposizione e un cambio "lira-dollaro" favorevolissimo. Aggiungendo che avevamo voglia di conoscere finalmente l'America, visto che di Europa ne avevamo basta. (Per non parlar dell’Italia...).

Lei si divertì a elaborarci un viaggio pazzesco, bellissimo, da sogno, con noi che osservammo praticamente alla lettera i suoi consigli e il suo piano.
Che prevedeva arrivo e partenza a/da Ny e in mezzo 13 (tredici!) voli interni.
Arrivammo a Nuova York - come la chiamava Ruggero Orlando - (e già lì, al terzo giorno dovetti confessare a me stesso che degli Usa, prima di allora, forse davvero non avevo capito una cippa...) e poi volammo a Charleston, in South Carolina, poi a New Orleans, poi a Denver, dove finalmente iniziò il nostro viaggio "on the road" per le strade e le cittadine delle Montagne Rocciose, e poi (sempre con il fidato e dettagliato atlante stradale “Road Atlas” aperto) il Colorado, poi il New Mexico, poi la California, e negli anni successivi il Nord Dakota, il Sud Dakota, il Montana, il Wyoming, e lo Utah, e ancora il Nevada, la California con San Diego, il Texas (dove - a Thurber, cittadina che oggi non esiste, più con i mattoni delle case che furono scalpellati uno ad uno per costruire la stazione di Dallas Fort Wort - era nata una vecchia "zia" torinese, amica di mia madre) e poi l'Idaho, l'Oregon, e la Pennsylvania, e lo Stato di New York, e il Massachussetts (o come diavolo si scrive!), e il Vermont e il Maine e la Florida...
Per tutto l'anno stringevamo la cinghia (praticamente niente acquisti, niente cinema, niente cene al ristorante) per mettere da parte l i soldi per il viaggio americano estivo.
E ogni volta, quando eravamo negli Usa, noleggiavamo un'auto e via.
A volte anche "a zonzo", senza una meta precisa. Un paio di volte senza nemmeno prenotare l'albergo della prima notte (sì, lo confesso, nel modulo da compilare in aereo mettevamo il nome di un albergo "a caso" di New York...).
Per strada mangiavamo dove vedevamo tanti camion fermi (ottima referenza anche negli Usa) o compravamo le cose nei reparti gastronomie di Kmart o Wall Mart, fermandoci poi a mangiare dove capitava, lungo la strada.
E dormendo (ovviamente) nei motel che incontravamo, riservando le prenotazioni solo agli alberghi delle città più grandi.
Nei primi viaggi (ancora "ovviamente") da buoni italiani ci beccammo tre multe per eccesso di velocità, mentre alla fine del pranzo per tre volte ci trovammo già pagato il conto da sconosciuti vicini di tavolo con i quali avevo/avevamo attaccato bottone e che sentendoci "parlare strano" ci chiedevano "da dove venissimo": vicini che facevamo sognare quando dicevamo loro di arrivare da Roma e da Torino, Italia, Europa.
Loro rimanevano a bocca aperta, come a bocca aperta rimanemmo noi quando, chiedendo il conto, ci veniva detto che il conto era già stato pagato (senza sapere quanto avremmo speso, tra l'altro!) dagli anonimi tizi vicini di tavolo con i quali avevamo scambiato due parole e che nel frattempo se n'erano andati.
Una volta, pensa, ci siamo fermati lungo una strada per fare una foto del panorama, lasciando l’auto a bordo strada, ovviamente con le frecce d’emergenza accese: e ad un certo punto da un’auto di passaggio una donna ha rallentato e ci ha chiesto “do you need a gaaas??”, “avete bisogno di carburante??”.
E noi, anche quella volta, ringraziando, siamo rimasti a bocca aperta...

In tutti questi viaggi ho incontrato un fotografo che fino a pochi mesi prima faceva il poliziotto, un insegnante di italiano di liceo che ad un certo punto si era licenziato mettendo su un'agenzia immobiliare, un poliziotto che l'anno prima era infermiere, un'impiegata di banca che si era licenziata per fare la capo del reparto vestiti in un grande magazzino e un giornalista che una volta andato in pensione si era re-iscritto all'università.
Insieme, ovviamente, a un vario campionario di giovani (o più o meno tali) "fuggiti dall'Italia": qualcuno vincitore dell'annuale Lotteria Green Card, qualcun altro al seguito della figlia che si era trasferita con il suo innamorato americano, qualcun altro ancora che ha aperto una pizzeria o insieme ad altri italiani una gelateria. E poi due gelaterie e poi tre e poi...
E, sempre (sempre!) ascoltavo, ascoltavo, chiedevo, cercavo di capire.
Perché ci sono sempre mille cose da capire, in America.
E dell'America.
E perché già dal mio primo viaggio avevo capito che c'era una enorme (enormissima, super mega enormissima!) differenza fra il vivere a Manhattan e vivere a Cody, in Wyoming;
fra vivere a San Francisco e a New Orleans;
fra vivere a Newport (Maine) e Taos Pueblo (New Mexico).
E fra vivere in un condominio della 23a st. angolo Broadway di Manhattan e Rochester (che è sempre nello Stato di New York), o fra San Diego (California) e Paterson (New Jersey), dove agli inizi del '900 avevano trovato rifugio decine di anarchici italiani quando furono costretti a fuggire anche dalla Svizzera, dicendo "Addio" alla loro "Lugano bella". (E da dove partì l’anarchico Gaetano Bresci, che dal 1898 si trovava a Paterson per lavorare la seta in una fabbrica, e che due anni dopo ritornò in Italia per uccidere il 29 luglio a Monza Re Umberto I°).
E ogni volta c'era sempre qualcosa che non avevo capito, degli Usa, così come c'era sempre qualcosa da capire.
Prima cosa fra tutte, caro Roberto Saviano - anche se so che non leggerai mai queste righe - che gli Stati Uniti d'America sono un "tantinello più complessi" di quello che crediamo.
Stati Uniti nei quali solo una volta, nei miei numerosi viaggi, mi è capitato di vedere una persona armata. Dalla quale ci siamo istantaneamente e istintivamente allontanati.
Ecco, questo direi a Roberto Saviano, che pur leggo e ascolto sempre con attenzione financo con partecipazione e solidarietà.
Suggerendogli umilmente anche di viaggiarli in lungo e in largo, gli Stati Uniti, visto che è lì e lui può.
E poi (poi...) ne riparleremmo.

sabato 31 ottobre 2020

Su Halloween, festa tutt'altro che "americana"...


Anche quest’anno ci siamo, cari amici di Aria Fritta, che mi seguite nonostante la mia pigrizia.


Mi riferisco alla consueta polemica che in questo periodo, da un po’ di tempo a questa parte, si ripropone puntuale. Polemiche che quest'anno, mi sembra, sono state meno virulente. (Forse causa Covid, che sembra aver placato gli animi di tutti...). 

Succede sempre in vista dell'arrivo di novembre, quando cioè arriva Halloween”, festa oggi sempre più amata dai bambini e sempre più al centro di italiche polemiche.  

I “fronti” sono più o meno questi: da una parte vi sono coloro che, laicamente, si limitano a definire Halloween "la solita americanata"“ridicolo prodotto consumistico pre-natalizio importato da oltre oceano”.

Dai perfidi Stati Uniti d’America, ovviamente. 

Sullo stesso fronte ci sono i cattolici (più o meno oltranzisti) che vedono Halloween come “fumo negli occhi”, spingendosi talvolta a considerare la ricorrenza - come spesso qualche sacerdote ha tuonato dal pulpito durante la predica domenicale - una vera e propria "festa del demonio"

In mezzo a tutto questo baillame ci sono i bambini, ai quali tutto sommato Halloween non dispiace: un po' perché i personaggi protagonisti sono mostriciattoli e fantasmi, e un po' perché per i piccoli si tratta, in fondo, di un'altra occasione di festa.

E per ricevere qualche regalo.

L’accusa principale, comunque, è che Halloween sia una “festa importata”, una “americanata”, appunto, una festa posticcia, inventata a scopo commerciale, "estranea alle tradizioni italiane".

E' invece no. 
Non è proprio così.


Cari amici (e gentili lettori che siete capitati per la prima volta in queste pagine…) per comprenderne il perché è necessario avere un po’ di pazienza, perché la storia è lunga...

La principale contestazione è, appunto,che la festa non rientri nelle nostre tradizioni.
Ma cosa significa "tradizione"?

Se, infatti, le feste religiose cristiane si celebrano in Italia da due millenni a questa parte (anzi, un po' meno, come vedremo fra qualche riga...), in precedenza - e qui davvero per molti e molti millenni - il culto dei morti che ritornano a farci visita (Halloween, appunto) è stato festeggiato eccome, e proprio attraverso riti che affondano proprio nelle millenarie tradizioni europee.

E dunque anche italiane

Questo almeno fino a 1700 anni fa.


Cari amici: oggi ci tocca ripassare un po' di storia. 

Per capire bene la “questione Halloween”, infatti, oggi dobbiamo tornare indietro addirittura fino all'anno 325 dopo Cristo.

Cioè ai tempi dell'Imperatore romano Costantino.

Perché fino ai primi secoli dopo Cristo, infatti, che piaccia o no "Halloween" era presente (eccome!) nei riti e costumi europei.

Dunque anche in Italia. 

E questo alla faccia di coloro che di questi tempi (ed in particolare in questi giorni…) parlano ancora di “colonizzazione anglosassone” bollando la ricorrenza come l’“ennesima americanata importata”.


Ovviamente, 1700 anni fa - ai tempi dell’Imperatore Costantino - la festa era chiamata in altro modo: per i romani erano le 
“Parentalia”, i giorni riservati alla celebrazione delle “feralia”, le feste dei morti. 

(Mosaico con banchetto romano, Aquileia, V° secolo)

Quando, cioè, le anime dei defunti tornavano fra i vivi, trovandosi a vagare liberamente nel pianeta Terra.
Un rito che, per svariati millenni, affondava le radici proprio nelle "nostre" tradizioni.

Almeno fino a quando l’imperatore romano Costantino - Flavio Valerio Aurelio Costantino, devoto fino ad allora al culto di Elio, dio del Sole - non si convertì al cristianesimo. 

La conversione dell’imperatore Costantino avvenne (come descrisse Lattanzio, il precettore dei suoi figli) qualche giorno prima della battaglia che avvenne proprio qui, a Roma, a poche centinaia di metri da dove in questo momento sto scrivendo.

In quelle che allora erano le campagne e le colline attorno a Ponte Milvio, l’antico ponte romano che ancora oggi scavalca il Tevere.


Era 
il 28 ottobre del 312 dopo Cristo, e l’Imperatore Costantino si stava preparando alla battaglia finale contro Massenzio, peraltro suo cognato. 

Insomma, mentre avanzava con il suo esercito verso Roma, qualche centinaio di metri prima di raggiungere le sponde del Tevere, Costantino ebbe una visione. Di fronte a sé, ha raccontato, improvvisamente si è stagliata una enorme “croce luminosa” accompagnata da quattro parole diventate famose: In hoc signo vinces”“Sotto questo segno vincerai”.

Sarà stata vera conversione (o anche solo superstizione), sta di fatto che Costantino ordinò che sugli scudi di tutti i suoi soldati venisse incisa, o disegnata, una croce. 


Sta di fatto che - croce o non croce - lui vinse la battaglia contro il cognato Massenzio, prendendo così il totale controllo dell’Impero. 

Assunto il potere, l’Imperatore Costantino si trovò da subito una serie infinite di "gatte da pelare": una di queste era la ricomposizione dell'unità dogmatica all'interno del mondo cristiano.

Infatti, nei tre secoli successivi la morte di Gesù Cristo (e dei suoi apostoli e degli evangelisti, apocrifi compresi) la giovane chiesa cristiana era già tormentata da divisioni e dispute teologiche di ogni tipo.

Costantino ritenne dunque che fosse venuto il momento di affrontare e risolvere, una volta per tutte, le sempre più numerose differenti interpretazioni presenti all’interno del mondo cristiano di allora. 

Per questo motivo, nell’anno 325, decise di convocare a discussione i 1800 vescovi cristiani di allora, indicendo il primo Concilio della storia della Chiesa.

E poiché a quel tempo la maggior parte degli alti prelati viveva nella parte orientale dell'Impero Romano, Costantino scelse come luogo del primo Concilio Nicea (oggi Iznik, città turca non lontanissima da Bursa), a quel tempo seconda città dell'Impero d'Oriente, dopo Costantinopoli. 

Ora, cari amici, non facciamoci troppe domande… 

Non ho sinceramente idea di come tecnicamente fu organizzata l'evento, partendo banalmente dalle convocazioni dei singoli vescovi di quel tempo, che erano ben 1800; anche perché i chilometri che separavano Roma a Nicea, per esempio, erano più di duemila, e non pochi dei partecipanti sarebbero partiti da ancor più lontano. 
Magari dalla Gallia o dall’Hispania, per esempio; o dal nord Africa, o dalla Mauritania o dalla Numidia…


Quel che si sa è che la città di Nicea fu scelta perché la maggioranza dei vescovi cristiani allora in carica, un migliaio, viveva nell'Impero Romano d'Oriente.


La partecipazione al 
Concilio di Nicea, il primo Concilio della Chiesa cristiana, fu però assai meno numerosa, dati gli ovvi scarsissimi mezzi di trasporto a disposizione. 
Pare, infatti, che alla fine i vescovi che raggiunsero Nicea (a cavallo, in carrozza o... a piedi) furono soltanto fra i 250 e i 320. Fra questi uno solo italiano: tal Marco "vescovo della provincia di  Calabria"


Lo stesso Pontefice di allora, Papa Silvestro, non ci andò, anche se pare avesse inviato a Nicea due suoi fidati sacerdoti a rappresentare la Chiesa di Roma. 


Che giunti a destinazione si trovarono a decidere su numerose questioni delicatissime, teologiche ma anche pratiche. 
Prima fra tutte come convertire "davvero" le assai riottose popolazioni europee. 
Che teoricamente  erano sì diventate “seguaci di Cristo”, ma che contemporaneamente non avevano mai del tutto abbandonato i riti pagani che erano stati seguiti fino ad allora, e che affondavano le radici nelle più antiche e popolari tradizioni delle popolazioni indio-europee. 


Antiche, è bene ricordarlo, di tre - quattro mila anni. 
Se non di più. 


Fra questa c'era, appunto 
(e finalmente siamo all’argomento di oggi!), la “festa di Samhain”, che segnava la fine dell’estate e che aveva quella denominazione “gaelico-celtica” che significava “ritorno dei morti”.

Insomma: come fare a conquistare i fedeli che nonostante si definissero “cristiani” continuavano a seguire i riti e ad adorare le divinità pagane, si chiesero i vescovi riuniti a Nicea? 

Nessuno è in grado di dirci a chi, in quei 36 giorni del primo Concilio della Chiesa cristiana, venne in mente la soluzione di un problema che risultava di difficilissima soluzione. 

Ma l’idea più semplice (e per certi versi, se mi si permette “geniale”) fu quella di “sostituire” per decreto le feste pagane seguite dalle popolazioni europee nei millenni (e millenni) precedenti, con nuove festività che così sarebbero diventate “automaticamente” “cristiane”.

  

Per esempio la "Festa del Solstizio d'Inverno" da millenni dedicata ad Horus e a Mitra, e che coincideva con il "Dies Natalis Solis Invicti" - il giorno della nascita della divinità del “Sol Invictus"...

I convenuti al Concilio di Nicea decisero di trasformarla d'imperio nel "Santo Natale", giorno che da quel momento in poi avrebbe ricordato - così come veniva descritta nei Vangeli - la nascita in Terra di Gesù Cristo

Tra l’altro, a quel tempo, 
molti popoli della Terra adoravano “un dio” nato proprio negli stessi giorni, quando cioè la luce del giorno inizia a durare più dell’oscurità della notte.

In Grecia, per esempio, in quei giorni di dicembre si venerava la nascita di Horus, figlio della vergine (anche lei!) Iside. Ma anche Bacco ed Ercole, figli di Giove, erano nati in quei giorni di dicembre. 

Nel nord dell'Europa, il 25 dicembre era il giorno in cui le antiche popolazioni scandinave credevano fosse nato Freyr, dio della bellezza e della fecondità; divinità che nella credenza delle popolazioni scandinave di svariate migliaia di anni fa, concedeva “pace e piacere ai mortali”
E che dominava anche sulla pioggia, sul calore del sole e sul raccolto dei campi. 

Sempre il 25 dicembre, a Babilonia si onorava invece la nascita di Thammuz, figlio di (anche lei "vergine") Mylitta.

In Persia ritenevano che in quei giorni fosse nato (guarda un po’ da una “petra virginis”, una pietra vergine) Mitra, il cui culto si espanse poi anche nell’occidente romano. Al punto che nella stessa Roma imperiale di statue dedicate a Mitra ve n’erano una settantina. 

Spingendoci geograficamente ancor più lontano, sempre il 25 dicembre nasceva, questa volta nell’antico Messico, il dio Quetzalcoatl, così come la divinità Huitzilopochtli delle non lontane popolazioni Atzeche.


Questo per quanto riguarda il nostro "Santo Natale". 
Tornando al Concilio di Nicea, calendario alla mano, i vescovi cristiani iniziarono dunque  a correggere - o meglio a “convertire” in cristiane - una ad una tutte le altre feste pagane.

Come il giorno successivo al Natale, per esempio.

Non si sa da quanti millenni, il 26 dicembre le popolazioni europee celebravano la divinità greca Artemide, dea della caccia, della foresta, dei campi coltivati e anche delle iniziazioni femminili, protettrice della pudicizia e della verginità. 


Ecco allora che con un tratto di piuma d’oca su pergamena, 
Artemide venne soppiantata da Santo Stefano, il primo martire cristiano, lapidato fino alla morte dopo essere stato accusato da Sauro di Tarso di blasfemia. 
Sauro di Tarso che poi, convertito, sarebbe diventato Paolo. 

Inteso come San Paolo.


Poi… 
Da millenni, il sesto giorno del primo mese dell'anno (gennaio) era dedicato ai culti pagani di 
Holla e Iside, ma soprattutto all’iniziazione di Osiride, divinità egizia benefattrice dell’umanità: ricorrenza festeggiata (almeno) nei tremila anni precedenti. 


Nel 325 dopo Cristo, i vescovi riuniti a Nicea decisero invece che era giunta l’ora di dire basta ad Iside e compagnia bella. 

A partire da quell’anno, infatti, il 6 gennaio sarebbe stato dedicato alla manifestazione della divinità del Bambin Gesù ai tre Re Magi, che secondo i Vangeli, passarono dalle parti di Betlemme seguendo una cometa.  
Ecco come nacque la festa dell’Epifania.


Calendario alla mano, i vescovi del Concilio di Nicea arrivarono poi alla millenaria festa dell'Equinozio di Primavera, che coincideva con la Pasqua ebraica, la Pasach, dove veniva ricordata la liberazione degli schiavi israeliti dall’Egitto e il loro viaggio verso la “Terra Promessa”.


Pasqua ebraica, peraltro, che a sua volta si rimandava a riti ancora più antichi.
Secondo la tradizione, fu Mosè a volere che la festa che doveva ricordare la “liberazione degli ebrei” coincidesse con la 
“Festa della raccolta del grano” osservata in quei secoli dalle popolazioni nomadi semite del Medio Oriente. 


Tra l’altro, per alcuni secoli, i primi cristiani osservavano le stesse festività dei "fratelli ebrei": come la 
Pasqua, appunto. 
Fu dagli ebrei, per esempio, che i cristiani assimilarono la tradizione del consumo, in quell’occasione, della carne d’agnello.
Usanza che si richiama al sangue (d’agnello, appunto) che secondo le Scritture gli ebrei schiavi in Egitto passarono sulle proprie porte di casa affinché gli angeli inviati da Dio per uccidere i primogeniti delle famiglie pagane egizie, riconoscessero i figli da risparmiare. 


D’estate, alla metà agosto (il 13 per la precisione) arrivava poi la ricorrenza dei “Vertumnalia”, la festa romana dedicata al dio Vertumno peraltro ancora più antica essendo la festa già nei costumi delle popolazioni etrusche.

Coincidente, peraltro, con la 
Dianalia, la festa della dea Diana, nota per essere forse l’unica ricorrenza che nella Roma antica vedeva insieme schiavi e senatori salire sull’Aventino per compiere sacrifici, appunto, alla dea Diana, la “Madre di tutti”
Era l’occasione, quella, per festeggiare anche il Raccolto e la maturazione dei frutti.


Una ricorrenza, però, che nel 18 avanti Cristo subì il cambio di nome per volere dell’imperatore Augusto: festa che da quel momento, dunque, si sarebbe chiamata 
“il riposo di Augusto”.

In latino  Feriae Augusti”.

Toh! Ferragosto, appunto. 

E anche se a partire dal V° secolo dopo Cristo iniziò a svilupparsi il culto dell’Assunzione di Maria Madre in Cielo, solo nel più vicino a noi - nel 1950! - il 260° Papa della Chiesa cattolica, Eugenio Pacelli - Papa Pio XII° - fece coincidere la ricorrenza pagana di Ferragosto con il giorno che ricorda la morte della madre di Gesù Cristo. 

Chiesa Cattolica che così introdusse il culto della Madonna, la madre di Gesù, sostituendolo sostanzialmente al plurimillenario culto pagano della Madre Terra o della Grande Madre.

La Madre Terra

Ma nei primi secoli dopo Cristo non poche usanze pagane continuavano ad essere ancora pervicacemente praticate dal popolo: nel 600 dopo Cristo, dunque, Papa Bonifacio IV (67° Papa della Chiesa Cristiana) decise di istituire la festa di 
"Tutti i Santi" e quella dei "Morti", dei defunti.

Anche perché le popolazioni europee continuavano a ricordare i morti attraverso la festa pagana di "Samhain", che era di derivazione gaelica e celtica, e che da millenni ricordava la fine dell'estate, così come significava la denominazione tratta dall'antico gaelico. 


Una festa che si affiancava a quella romana dedicata a 
“Pomona” (la dea dei semi e dei frutti) 

La dea Ponoma

e alla “Parentalia”, la festa che l'antica Roma dedicava al ricordo dei defunti a febbraio, dal 13 al 21: giorno quest'ultimo, in cui, secondo la tradizione, le anime dei morti potevano girare liberamente fra i vivi. 

Inizialmente, l'Imperatore Costantino, nonostante la "cristianizzazione" che aveva imposto all'Impero, tollerava il paganesimo: a coloro che non si erano convertiti al Cristianesimo era infatti consentito seguire liberamente, per esempio, la pratica nei loro templi.

Tolleranza verso il paganesimo che però non durò molto.

Perché anche la sola sopravvivenza di alcuni riti (come i sacrifici animali, per esempio) vennero ad un certo punto considerati da Costantino una sorta di minaccia morale alla sua stessa autorità imperiale. 

Costantino che infatti presto proibì proprio i sacrifici animali; 
stabilendo successivamente che i riti pagani si potevano svolgere sì, ma soltanto "all'interno di appositi templi ubicati fuori le mura cittadine"
infine solo in quei templi, ma "esclusivamente nelle ore notturne".

Fino al 380 dC, quando con l'Editto di Tessalonica gli imperatori Graziano, Teodosio I e Valentiniano II (quest'ultimo peraltro di nove anni!) proclamarono il cristianesimo religione "di Stato": a quel punto tutti i templi pagani e ariani vennero chiusi, distrutti o trasformati chiese cristiane. 

Come il Pantheon di Roma, per esempio...

Contemporaneamente in tutto l'Impero Romano venne vietata l’adorazione delle statue e duramente inasprite le pene ai cristiani che si convertivano, o ritornavano, al paganesimo. 

L’Aruspicina - la tradizionale e popolare "consultazione del fegato degli animali”, rito tramandato dai tempi degli etruschi per trarne segnali divini - veniva per esempio equiparato al reato di "lesa maestà" e punito con la morte. 

Il 24 febbraio 391 l'imperatore cristiano Teodosio I° firmò poi a Milano il decreto "Nemo se hostis polluat" (conosciuto come "Decreti Teodosiani", in pratica i "decreti attuativi" dell'Editto di Tessalonica) che definitivamente "metteva al bando ogni tipo di sacrificio e rito pagano", anche in forma privata, proibendo non solo l’adorazione delle statue (anche con uno sguardo fugace!) o il solo avvicinarsi ai templi.  

“Nessuno violi la propria purezza con riti sacrificali, nessuno immoli vittime innocenti, nessuno si avvicini ai santuari, entri nei templi e volga lo sguardo alle statue scolpite da mano mortale…”, si leggeva nel decreto. 
Pena, il pagamento di 15 libbre (più o meno cinque chili) d’oro.

In tutta Europa iniziò così la sistematica demolizione dei templi pagani.
Non solo: a chiunque fosse cristiano venne riconosciuto il diritto di entrare nelle case private di "sospetti pagani" per controllare e distruggere eventuali statue di divinità presenti nelle loro abitazioni.
 
Si arrivò addirittura a ritenere che un cristiano potesse avere salva l'anima (e mondare i propri peccati più gravi), nel caso avesse ucciso un pagano.  
Di contro, ovviamente, si svilupparono deboli episodi di “resistenza pagana”, che vennero stroncati sul nascere con forza. 

Insomma, erano tempi assai complicati, quelli... 

San Girolamo, teologo, dottore della Chiesa e biblista commentò con sconforto, nel 400 d.C.: 

"Rivolto agli idoli, il culto è esecrabile.
Consacrato ai martiri diventa accettabile". 

Quattro secoli dopo, nell'anno 835, visto il perdurare dell'usanza popolare, Papa Gregorio IV decise anche in questo caso di creare una nuova festività cristiana da sovrapporre e sostituire a quella pagana ancora molto seguita dal popolo. 

Fu così che il 1° novembre di quell'anno, l’imperatore Ludovico il Pio istituì ufficialmente la festa di Ognissanti. 

Che nei Paesi anglofoni prese appunto il nome di “The Eve of All Saints Day”.
Che nella sua forma contratta diventava 
“All Hallow’s Eve”

Halloween, appunto. 
Che è tutt’altro che una “americanata”, dunque...


La cosa che oggi stupisce e come nell'Italia cristiana siano riusciti a sopravvivere nei secoli successivi almeno i lati "dolci", culinari, infantili, di "All Hallow's Eve", la festività pagana.
E questo nonostante le torture, o i roghi, ai quali nei secoli venivano condannati coloro che si ostinavano a seguire le usanze dei loro padri in modo “sotterraneo”, “clandestino”.

Nei secoli, per esempio, venne tollerata l'usanza di lasciare alla soglia della propria abitazione, la notte dei morti, una candela accesa, acqua, cibo o dolci: affinché i defunti che cercavano di tornare nella loro casa quella notte, potessero ritrovarla grazie alla luce della candela e provare conforto grazie all'acqua e ai dolci.

In Italia, in occasione della festa religiosa dei morti, l'unica eredità di questi riti pagani che riuscì a sopravvivere fu il consumo di cibo e dolci che, in alcune zone del nostro Paese, assumevano nomi differenti. 

In Trentino si preparavano, e si preparano, “i cavalli dei morti”
in Umbria le “fave dei morti”
che in Toscana diventavano le “ossa dei morti” chiamate anche “pan coi santi”
pan dei morti” a Milano; 
“’o morticiello” (un torrone ricoperto di cioccolato) in Campania;
dita degli apostoli” in Calabria; 
e ancora "ossa dei morti" in Sicilia. 

Nei Paesi anglosassoni - prima nel vecchio Continente, poi oltreoceano - la tradizione di Halloween ha invece resistito. Proporzionalmente alla distanza di questi Paesi da piazza San Pietro, direi.

  

Ecco qui.
Il pippone è finito, e mi scuso per la lunghezza. Ma il tema era complesso.

 

Il problema, semmai, sarebbe stabilire alcune cose: 
dopo quanto tempo una tradizione diventa tale?

E se questa tradizione viene scalzata
(con la forza, con il carcere, con la tortura, con la morte...) da un nuovo rito, la prima può essere definita ancora "tradizione"? 
E la seconda?
E se poi la prima tradizione "rinasce"? 

Allora? 
Ancora a dire che Halloween è una "americanata"?


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