PERSONE CHE HANNO LETTO O CURIOSATO

Visualizzazione post con etichetta Brooklyn. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Brooklyn. Mostra tutti i post

martedì 26 gennaio 2016

New York, affittasi igloo.


Indian St. è una piccola via di Brooklyn, nei pressi della fermata di East River Ferry, il traghetto che fa la spola fra Manhattan e Brooklyn facendo godere i passeggeri di splendidi scorci dei grattacieli della Grande Mela.
Qui, per qualche ora, ieri è stato messo in affitto uno studio, (una monocamera) ad un prezzo decisamente conveniente visti i prezzi correnti. 

L'annuncio è apparso (appunto per qualche ora) su Airbnb, il sito dedicato ad affitti e compravendite.
"Boutique Winter Igloo for 2.
Favoloso e originale mini appartamento per due persone, affittasi a 200$ a notte.
Renderà la vostra vacanza unica ed accattivante.
Costruzione recente, realizzata completamente a mano e con materiale del tutto naturale".


Poi la foto del miniappartamento, con un grazioso pino a fianco dell'ingresso:

Non sono in grado di dirvi se e quante telefonate abbia ricevuto Patrick Horton, 28 anni, che aveva messo l'annuncio.

So però che, prima che quelli di Airbnb se ne accorgessero, l'annuncio ha fatto il giro del web...

Patrick e i suoi coinquilini l'altro ieri hanno impiegato poco più di tre ore per ammassare, in un angolo del cortile del proprio condominio, il cumulo di neve dentro al quale hanno scavato "la stanza".
D'altronde, in un giorno, l'intero loro cortile era stato sommerso da 26 pollici di neve, qualcosa come 66 centimetri.

Lo hanno fatto un po' "per gioco", "per scherzo", un po' (più o meno inconsciamente) per stigmatizzare gli affitti stellari raggiunti a New York.

Come raccontavo, l'annuncio è rimasto su Airbnb solo per poche ore; fino a quando Patrick Horton ha ricevuto questa e-mail dalla Direzione: "Siamo lieti di vedere che avete avuto l'occasione di trovarvi occupati, divertendovi, durante la bufera di neve.
Purtroppo, però, il vostro igloo, peraltro molto ben costruito, non rispettava gli standard abitativi da noi previsti, mancando di acqua corrente, luce e garanzia di un tetto che non si scioglie".

E così annuncio cancellato.
(Però sono stati carini, dai, vero? E comunque, già oggi, "addio igloo", vista la temperatura un po' più alta a Manhattan...).


Ma siete amanti dell'estremo (freddo) e pensate di esservi persi un'occasione, non vi dovete naturalmente perdere d'animo: a Manhattan, infatti, c'è il "Minus5 Ice Bar", gemello di altri bar analoghi di Las Vegas, Orlando e Isole Cayman.

Lì, dentro a 80 tonnellate di ghiaccio, potrete sorseggiare, inverno ed estate, decine di cocktail quantomeno "rinfrescanti", in gran parte a base di vodka.

All'interno del "-5" tutto è fatto di ghiaccio: bancone del bar, "frigoriferi", tavoli, sedie, panche, financo alle sculture che decorano l'ambiente e ai bicchieri.

Attenzione, perciò, alle labbra!
 
Ai clienti sprovvisti di abbigliamento adeguato, il "Meno5 bar" (che a New York si trova all'interno dell'Hilton di Midtown, 1335 Ave. of America)  fornisce guanti e mantelle di pelo (sintetico).
Un'esperienza indimenticabile, assicurano.
E, naturalmente, gelida.



© dario celli. Tutti i diritti sono riservati 

lunedì 25 agosto 2014

I pugni del piccolo Giuseppe

Cosa pensassero è facile da immaginarlo.
D'altronde cosa vogliamo che pensasse quella coppia che, a bordo del piroscafo North American, passava davanti alla Statua della Libertà...
Erano di fronte alla "porta dorata" e poco dopo sarebbero sbarcati ad Ellis Island.
L'America, immensa, era lì, di fronte a loro.
Ellis Island, come saprete, è l'isola di New York oggi sede dell'Ellis Island Immigration Museum, il Museo dell'Immigrazione voluto nel 1990 dal Presidente Bill Clinton. 
Ma per 62 anni - dal 1892 al 1954 - è stata la prima tappa per 12 milioni di immigrati giunti nel Nuovo Mondo alla ricerca della felicità.
Fra questi milioni e milioni di italiani: 2.045.877 solo fra il 1901 e il 1910, per la precisione. 
Passeggeri che, una volta sbarcati, venivano intervistati, visitati e registrati uno ad uno.
Quel giorno, era il 17 marzo 1904, il "passenger record" - il registro passeggeri della nave a vapore "North American" salpata da Napoli 14 giorni prima - annotava il protagonista della nostra storia al numero 0020: prima di lui troviamo il padre - Di Melfi Domenico, anni 29 - e la madre: Di Melfi Rosa, anni 26. Si facevano presto, in quegli anni, le scelte coraggiose. 
Poi ecco il suo nome - "Di Melfi Guiseppe, anni 6" - e quello della sorellina Angela Maria, 3 anni.

No, non è stato un refuso: guardate qui sotto. Sul registro c'è scritto proprio "Guiseppe": non era infatti per nulla raro che, giunto ad Ellis Island, un immigrato si vedesse storpiato il proprio nome di battesimo o, peggio, il proprio cognome non anglosassone. 

Cosa sentissero nella loro testa in quell'istante Domenico, Rosa, e i figli Giuseppe e Angela Maria, lo possiamo immaginare: smarrimento, "madovecazzosiamocapitati", paura boia, "maperchénonsiamorestatidoveravamo", voglia di ricominciare da zero, "mammamiaorachecavolofacciamo", desiderio di rivalsa... 
Pensieri formulati in quest'ordine, a ripetizione, e poi in ordine contrario, e infine in ordine sparso.
D'altronde cos'altro avrebbero mai potuto pensare due giovani nemmeno trentenni che arrivavano in America dal civico 15 di  via Lilio, Anzi, provincia di Potenza: oggi 1700 abitanti. 
Allora nemmeno mille.
E tutti praticamente in miseria.

Che rabbia mi fa, cari amici, non sapere di più, non aver trovato alcuna notizia sulla vita della famiglia Di Melfi in Italia ma soprattutto a New York.
Non so niente, non ho trovato niente...
Niente di niente.
E' pur vero che stiamo parlando di cento anni fa, del secondo decennio del 1900.

Quel poco che so, è che il piccolo Giuseppe - che probabilmente aveva tutte le ragioni per essere arrabbiato con il mondo - ad un certo punto della sua adolescenza iniziò a dar di pugni. 

Nel senso di boxe. 
Ma perché e dove iniziò non sono riuscito a saperlo. 

Non c'è alcuna notizia di quel suo primissimo periodo. E pochissime foto: una è questa, che lo ha fissato mentre, assorto in una pausa durante un allenamento, il nostro Giuseppe pensava chissà a cosa.
Quel che si sa è che Giuseppe Di Melfi, essendo assai piccolino (era alto 1 metro e mezzo) rientrava nei "pesi mosca", categoria che comprende i pugili dal peso inferiore alle 114,6 libbre, 52 chili.
Una specialità che sempre ha fatto fatica a farsi strada negli Stati Uniti, dove il pubblico era più affascinato dai "giganti della boxe" come Rocky Marciano o Primo Carnera, italo americani anche loro, ma decisamente più famosi.
E decisamente più ricchi, visto che "la borsa" che vincevano dopo ogni incontro sembrava essere direttamente proporzionale al loro peso e alla loro altezza.

Quanto mi dispiace saper poco, pochissimo del nostro  Giuseppe. 
Ho impiegato giorni e giorni a cercar notizie, foto, appunti, a consultare archivi o vecchie tabelle di pugilato: ma non sono riuscito a far luce su tanti punti oscuri della vita da pugile professionista di Giuseppe Di Melfi.
Per esempio: so che gli era stato affibbiato un nomignolo ("the fighting newsboy", che più o meno potrebbe significare "lo strillone combattente", perché - come molti ragazzini dell'epoca - tirava su un po' di soldi vendendo i giornali e difendeva l'angolo nel quale si piazzava a suon di pugni...) ma all'inizio della sua carriera rinunciò al suo nome. Perché diavolo ne assunse uno finto non si sa: forse perché lui o il suo manager ritenevano quello vero troppo difficile? 
O forse perché era troppo "italiano", per una categoria già di per sé poco considerata negli States?

Sta di fatto che il pugile Giuseppe Di Melfi, diventato professionista nel 1912, cessò di esistere - almeno sul ring - per lasciar posto a "Young Zulu Kid"; ("il giovane ragazzo zulù") nome che oggi appare assai improbabile. 
Ma forse, per i tempi, con più "appeal".
Improbabile o meno, con quel nome "di battaglia" il nostro piccolo Giuseppe dal pugno di ferro iniziò - affamato come tutti gli italiani che in America si davano al pugilato - ad imporsi un incontro dopo l'altro.
Nel 1916 mise al tappeto l'allora campione dei "pesi gallo" Monte Attel, vincendo poi nello stesso anno un'altra sfida questa volta con Johnny "Kewpie" Ertle.

Gli Stati Uniti non degnarono praticamente di alcun interesse le categorie  "peso mosca" o "peso gallo" almeno fino a quando non giunse il momento di sfidare l'allora campione mondiale (inglese) Jimmy "Atomic" Wilde. 
Gli Usa, allora, raccolsero il guanto mandando all'Holborn Stadium di Londra il loro "peso mosca" migliore: "Young Zulu Kid", di Broccolino, New York City.
Il nostro Giuseppe Di Melfi, appunto.

Il 21 aprile 1917 uno dei più importanti giornali americani della costa dell'est, il "The Day" di New London, Connecticut, 


così annunciava (nel titolo!!) la sfida:
“Young Zulu Kid is not colored boy”, 
"Young Zulu Kid non è un ragazzo di colore".


Il trafiletto è tutto uno spiegare che, seppur "ad orecchio" quel nome poteva trarre in inganno e sembrare quello di un "colored boy" - di un afroamericano, si direbbe oggi - "Zulu è italiano, nato vicino a Napoli e compirà 21 anni domenica".
Per aggiungere, qualche riga sotto: "Zulu Kid è venuto in America quando aveva tre anni e combatte da cinque. Un paio di anni fa ha affrontato a New Orleans Kid Herman e Pal Moore dimostrando la sua classe contro numerosi  pugili della sua categoria".
"Zulu è già stato sconfitto da Wilde 'braccio di ferro' in Inghilterra, ma ha comunque ricevuto elogi dalla stampa sportiva britannica. Un paio di anni fa ha concluso in pareggio un incontro con Kid Herman (il cui vero nome, in realtà, era Pietro Gullotta!, NdA) e con Paul Moore", due dei "pesi gallo" più forti di tutti i tempi.

No, non vinse nemmeno quella volta il nostro Giuseppe. D'altronde Jimmy Wilde era uno dei più grandi boxeur di quei tempi: roba da 100 ko sui 130 incontri vinti.

Ma quell'incontro - terminato anche quello per ko all'11° round - fu sufficiente a far uscire dall'anonimato "Young Zulu Kid", il nostro Giuseppe Di Melfi, da Broccolino. 
Pardon, da Anzi, provincia di Potenza.
Furono le Olimpiadi di Anversa del 1920 a far cambiar la rotta, rendendo un po' più popolare negli Usa la boxe dei "pesi gallo" e dei "pesi mosca": quando cioè l'americano Frankie Genaro (qui sotto nella foto) vinse la medaglia d'oro. 
Genaro che in realtà si chiamava Franco Di Gennaro. Ad Ellis Island gli agenti dell'immigrazione storpiarono nome e cognome anche a lui, porello... 
Fu quella medaglia olimpica americana (ma tutta italiana) a dare la spinta perché fosse introdotta da allora anche negli Stati Uniti la categoria "peso mosca" fra gli incontri di boxe professionisti.

Gli mancò solo il titolo mondiale, al nostro Giuseppe Di Melfi, il quale, però - con i suoi 132 incontri ufficiali - una vittoria dopo l'altra riuscì a restare saldamente tra i primi dieci pugili professionisti della classifica mondiale di categoria per oltre 12 anni. 
Charley Rose, leggenda fra i manager della boxe Usa, lo ha posto alla decima posizione dei "pesi mosca" americani di tutti i tempi.
Nonostante i 132 incontri disputati, la carriera di "Guiseppe" Di Melfi, detto "Young Zulu Kid", non durò molto.
Così si ritirò dal ring, per venire assunto alla New York Transit Autority, l'azienda dei trasporti pubblici di New York, dove vi lavorò fino alla pensione.

Morì a New York il 1° aprile 1977, a 79 anni.

Suo figlio, Joseph Di Melfi, vive ancor oggi a Brooklyn. 
L'ho cercato, ma non sono riuscito a trovarlo.
Volevo solo dirgli che in Italia qualcuno si ricorda ancora di suo padre.
(A' Giusé: non è che questa notte me l'assesteresti per bene, dall'aldilà, un pugno dei tuoi, così me dò 'na svegliata?)



© dario celli. Tutti i diritti sono riservati

venerdì 11 luglio 2014

L'evasione possibile

Lo so, la faccio un po' semplice.
Ma credo proprio che gli Stati Uniti siano il luogo dell'evasione possibile. 

Il luogo dove si può ricominciare da zero. 
Dove si può lasciare alle spalle odi e rancori. 
Dove la convivenza, tutto sommato, appare - anzi è - 
possibile.

Lo straordinario privilegio degli Stati Uniti d'America è che sono fisicamente lontani dalle plurisecolari tensioni inter-europee e del vicino Oriente.
E vaffanculo all'Europa e al vicino Oriente con la loro cultura e Storia millenaria.


Cultura e Storia fatte da secoli di maledette guerre.


Brooklyn, Borough Park, 7 maggio 2014
 © Photo Mo Gelber 

venerdì 22 febbraio 2013

A B C: operazione Mani Pulite


La prima volta rimasi fra il perplesso e il sorpreso.
Ero nel bagno di un piccolo ristorante di New York e vidi questo adesivo sull'erogatore del sapone liquido: 



Il significato si intuisce: 
"Tutti i dipendenti devono LAVARSI LE MANI 
• dopo aver usato il water;
• prima di lavorare e preparare il cibo;
• ogni qualvolta sono sporche".
Dipartimento della Salute dello Stato di New York. 

Inizialmente pensavo che fosse solo un auspicio dettato da una norma di "buon senso" e di "buona educazione"; poi, invece, mi resi conto - leggendo meglio - che si trattava della sintesi di ciò che prevede un vero e proprio articolo di legge dello Stato di New York, il comma 71 del codice 14 della legge 1414-1.71:
"I dipendenti devono mantenere un elevato grado di pulizia personale e conformarsi alle buone prassi igieniche quando lavorano nel servizio ristoro. 
I dipendenti devono lavarsi le mani, e le zone esposte, accuratamente con acqua calda e sapone prima di iniziare il lavoro e tutte le volte che può essere necessario per rimuovere lo sporco e l'eventuale contaminazione da agenti patogeni.

I dipendenti devono altresì lavarsi accuratamente le mani dopo aver usato la toilette, dopo aver fumato, starnutito, tossito, mangiato, bevuto o comunque prima di tornare al lavoro dopo l'eventuale pausa. I dipendenti devono tenere le unghie pulite e ben curate".

Una vera e propria operazione Mani Pulite!

C'è poco da ridere:  soprattutto perché, negli Usa, i controlli vengono fatti. E le multe (financo alle chiusura di locali pubblici) fioccano.
Pare, infatti, che gli ispettori sanitari non solo si limitano a controllare lo stato della pulizia di cucine, cantine e dispense, ma che - quando sono in incognito - seguano i dipendenti in bagno per vedere se si lavano le mani dopo essere usciti dalla "zona water".

Il compito principale di questi ispettori è in realtà "classificare", e periodicamente "certificare", ristoranti, bar, pizzerie, locali dove si serve cibo cucinato, di New York (ma anche di quasi tutte le città americane) dal punto di vista "sanitario".

Ispezione (a sorpresa) che si conclude con il rilascio di una certificazione da esporre all'esterno del locale espressa con tre lettere: "A", "B" o "C".

Questa sopra, per esempio, è (a mio parere) la migliore pizzeria italiana di Brooklyn, anche se preferite la pizza più sottile, "alla romana".  Si chiama Sottocasa, ed è stata aperta due anni fa da due giovani italiani diventati miei amici, Luca e Antonio: il primo già attore in Italia con la passione per la cucina (e poi, dopo aver vinto la Green Card, manager in un ristorante di Ny e pizzaiolo volontario per imparare meglio il mestiere); 
il secondo documentarista/regista in Italia, ed ex manager di un ristorante della Grande Mela.

La loro avventura avventura americana li ha portati ad aprire una pizzeria dove, come vi ho già detto, si gusta - credetemi, davvero! - una delle più buone pizze di New York. Per non parlare poi della pizza bianca ripiena di Nutella che è nella lista come dessert...

(L'indirizzo è 298 Atlantic Ave. Brooklyn. Prendere la linea F/G direzione Brooklyn, scendere a Bergen, camminare su Smith st. per quattro isolati fino ad Atlantic Ave. La pizzeria è subito lì, a destra. Sono diventati amici, le loro pizze sono davvero buonissime, e per una volta lasciatemi fare un po' di pubblicità!).













Negli Stati Uniti,  per un ristorante, essere certificati con una A è una roba seria.
O meglio: diciamo che non avere la A è un elemento che può far decidere se scegliere o meno quel locale. In particolare per un certo tipo di clientela. Perché può essere affibbiata anche una B, una C o il grado Pending, che è un giudizio "sospensivo", "pendente",  in attesa di decisione definitiva.

Che per un certo tipo di ristoranti sia una questione di fondamentale immagine avere e mantenere la A, è dimostrato dalla polemica che ha sfiorato Mario Batali, celeberrimo chef italiano, ormai da anni negli Stati Uniti.
Un suo anonimo dipendente ha infatti recentemente riferito al quotidiano New York Post che il celebre cuoco e autore di libri di cucina - e socio di un altro cuoco ormai famosissimo (come lui anche grazie al reality Masterchef), Joe Bastianich, figlio di Linda, esuli istriani negli Usa - aveva munito i suoi nove ristoranti di New York di un "allarme nascosto" in grado di allertare la cucina in caso di arrivo di un ispettore del Servizio Sanitario. 
Giusto quel minutino, o poco più, utile a chi è in quell'istante in cucina per cercare di sistemare eventuali leggere magagne.

Anche un piccolo problema, infatti, può costare al locale fino ai 5000 $ di multa (circa 3.800 €uro), ma soprattutto può provocare il "declassamento" che deve poi essere reso noto a passanti e clienti con l'affissione esterna dell'apposito cartello.
In pratica una pubblica gogna. 
(Lui, Mario Batali, peraltro ha smentito: "Non vogliamo evitare alcuna ispezione: sono trucchetti che non accetterei").

I controlli previsti, e di conseguenza le violazioni, sono ben 28:"Criteri troppo severi e punitivi" secondo Andrew Moesel, portavoce dell'Associazione dei Ristoranti dello Stato di New York, che ha aggiunto: "Un sacco di persone evita di entrare in un locale classificato con una B o una C, anche se questo è ancora tranquillamente in grado di servire il pubblico con professionalità e sicurezza igienico-alimentare".  

Che siano severi, effettivamente lo sono, gli ispettori newyorkesi.
Ovvi i controlli effettuati sulla presenza di prodotti scaduti, insetti vari (o peggio), muffe e cose del genere. Ma mi chiedo cosa succederebbe dalle nostre parti se venissero controllate a bar, pizzerie e ristoranti, le seguenti cose, che sono solo otto fra le 28 violazioni:
- temperatura del latte
- assenza di lampadine infrangibili
- piastrelle del pavimento, o delle pareti, rotte anche parzialmente
- lattine ammaccate
- ubicazioni e stato degli scarichi (del bancone e dei servizi igienici)
- stato della ventilazione degli apparati frigoriferi
- acqua sul pavimento
- presenza di carta igienica, sapone e asciugamani nei servizi igienici.

I ristoranti riconosciuti con la lettera A sono quelli nei quali sono state verificate fino ad un massimo di 13 violazioni: anche se i rapporti  affermano che, in media, i ristoranti di questa categoria ne accumulano soltanto cinque.
La lettera B viene attribuita a quei ristoranti nei quali sono state riscontrate fra 13 e 28 infrazioni.
Poi c'è la lettera C, e infine la chiusura.

Naturalmente ci sono coloro che accusano l'Amministrazione comunale di New York di fare controlli (e sempre più severi) soltanto "per far cassa", visto che la maggior parte delle violazioni non riguardano problemi "alimentari": "Il Dipartimento della Salità sta mettendo la gente nella posizione di chiudere i propri ristoranti per soddisfare le sue richieste nelle ispezioni", ha denunciato Andrew Moesel, portavoce dell'Associazione dei ristoranti di New York.
E che le casse della città provino un beneficio da queste ispezioni non ci sono dubbi: dal 2006, infatti, i controlli fra i 24mila esercizi presenti a New York sono saliti del 180%, con le multe complessive passate dai 16 milioni di dollari del 2006, ai 45 milioni di dollari del 2012.

Una cosa molto interessante è che chiunque può controllare da casa sia come è stato classificato il locale dove si intende andare a mangiare, sia quando è stato controllato l'ultima volta: basta cliccare QUI e si aprirà la pagina "Restaurant Inspections" del Dipartimento Salute e Igiene mentale della città di New York, dove è sufficente digitare il nome del locale e il suo "Zip code", quello che da noi è il Cap.
L'elenco comprende le decine di migliaia di ristoranti, pizzerie, rosticcerie, e i risultati delle relative ispezioni avvenute negli ultimi sei mesi, nell'ultimo anno o nell'ultimo anno e mezzo.

Le regole sono rigide: c'è una "ispezione iniziale", e se un ristorante non guadagna la A al primo controllo, gli Ispettori del Dipartimento della Salute emettono il giudizio solo tornando ad ispezionare il locale il mese successivo. 
Ma attenzione: quelli "premiati" con la A non devono sedersi sugli allori, perché entro un anno saranno soggetti ad una nuova ispezione (a sorpresa). "Sorvegliati speciali" i ristoranti che hanno avuto la classificazione B o C: loro si dovranno aspettare un nuovo controllo, anche qui ovviamente a sorpresa, rispettivamente nel giro di sei o quattro mesi.

E che la cosa sia gradita dai consumatori, è provato da una ricerca condotta nei primi due mesi dell'anno scorso dalla City University di New York: l'81% del campione interrogato ha affermato di essere contento nel vedere esposta la valutazione data ad un ristorante. Mentre l'88% ha affermato che il giudizio attribuito influisce nella scelta del luogo dove far pranzo o cena.

Peccato che in Italia non ci sia una cosa del genere...



© dario celli. Tutti i diritti sono riservati.

lunedì 30 gennaio 2012

New York, gli Stati Uniti, sono anche questo...

L'appuntamento con il "West Indian-American Day Carnival" (la festa dell'orgoglio afro-caraibico-sudamericano) è uno dei più attesi dell'estate.
Si svolge ogni anno a Brooklyn in occasione del "Labor Day", la Festa del Lavoro, che negli Usa non cade il 1° maggio ma il primo lunedì del mese di settembre (così si fa "ponte"!).

Nata nel 1920 ad Harlem, il fulcro della festa è un'immensa parata che dura dal mattino alla sera, con centinaia di carri, migliaia di persone che sfilano più o meno in costume, e milioni di persone che assistono a quello che è davvero "uno spettacolo" in tutti i sensi.

Che sarebbe stata una bolgia infernale (con un costante profumo di cibo che veniva cotto/fritto/braciolato lungo le strade) e che i timpani sarebbero stati messi a dura prova, mi era stato preannunciato: ma che mi sarei trovato in mezzo a qualcosa come 3 milioni e mezzo di persone, davvero questo non l'avrei mai immaginato.

Della sfilata con le centinaia di carri dei newyorkesi dei Caraibi, del Centro e del sud America, dell'Africa nera, io ne ho ripreso solo un frammento, qualche minuto, che vedrete fra qualche riga; ma non per questo meno (come dire...) antropologicamente "interessante".
Vi prego di notare i poliziotti che seguono questo spezzone di corteo e quel gigante afroamericano. 


Mi verrebbe quasi da dire che i veri protagonisti della giornata, a parte la musica e i costumi, sono i "glutei" (di ogni tipo e dimensione...) e gli "ammiccamenti" sessuali.

Oddio, nemmeno poi tanto "ammiccanti", come possiamo vedere in questa "galleria" montata ad hoc da una casa di produzione di ny...
:-)

Già: New York, gli Stati Uniti, sono anche questo...

© dario celli

sabato 7 gennaio 2012

Siamo rimasti in mutande...

E' una delle tante cose nate dalla mente di Charlie Todd, attore, regista, "performer", documentarista, uno che fa un sacco di cose con video e immagini.


Lui - tanto per capire - è colui che ha praticamente inventato i "flash mob", che in America sono cose serie e perfettamente organizzate, come vedrete se continuerete a leggere queste pagine.
Così come è perfettamente organizzata (anche se, per la verità, in questo caso non è necessaria grande preparazione) l'iniziativa nata nel 2001 e che si svolge domani.


Di cosa si tratta lo si capisce fin dal titolo: "No Pants Subway Ride", "Viaggio in metropolitana senza pantaloni".
Lo so, è una (mezza) cazzata, ma è sempre carino vedere la reazione della gente quando vede un po' di persone che - come se niente fosse - viaggia in mutande.
E con 'sto freddo, poi...


L'appuntamento è per domani, domenica 8 gennaio alle 3 del pomeriggio.
A New York, i luoghi di ritrovo sono sei: due a Manhattan, e poi ad Astoria, a Brooklyn, a Williamsburg, nel Queens.


Tutto si svolge in modo semplicissimo: si tratta, infatti, di andare in giro in modo assolutamente naturale senza pantaloni o gonne, ma solo in mutande. "Niente biancheria eccessivamente sexy", raccomandano le istruzioni. Lo scopo, d'altronde, è solo quello di provocare stupore, meraviglia (o perplessità), ma non scandalo.


I partecipanti o salgono nei vagoni già senza gonna o pantaloni, o se li tolgono con assoluta naturalezza a bordo, continuando invece ad indossare giacca, camicia, cravatta o giubbotto, cappello, guanti.


E, naturalmente, c'è sempre qualcuno che riprende.


Bellissime le espressioni della gente (e dei bambini): ci sono quelli che guardano stupiti, o quelli che si impongono assolutamente di non fissare quegli strani compagni di viaggio "in mutande".
Bellissimo anche il dialogo ripreso l'anno scorso fra una signora ed un papà, entrato senza pantaloni in metro con la sua piccola nel marsupio (anche lei senza pantaloncini! Ma nella metro di New York si muore di caldo!).
"Che è successo che sei senza pantaloni??"
- Oh, niente... Me li sono solo dimenticati!
"Ah certo, ovvio! Hai dimenticato di metterli..."
:-)
Ecco il filmato dell'evento, l'anno scorso, a New York:


Il primo anno che è stato realizzato - era il  2001- il "No Pants Subway Ride" vide a New York la partecipazione dell'ideatore Charlie Todd e di sei suoi amici.
Domani (domenica) coinvolgerà invece decine di migliaia di persone di tutte le età in 59 città di tutto il mondo. 


In Italia l'evento si svolgerà nelle metropolitane di  Torino e Milano.


Buon viaggio!





© dario celli

martedì 13 dicembre 2011

Avete mai guidato il treno di una metropolitana (a New York)?

Avete mai visto New York da questa prospettiva?
E allora salite nella cabina di guida della linea A-C, la linea blu della Subway, direzione Brooklyn.

(Avviso: dopo Fulton st., per andare a Brooklyn, la metro passa sotto il fiume, sotto l'East River! I claustrofobici trattengano il fiato!)