PERSONE CHE HANNO LETTO O CURIOSATO

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lunedì 25 agosto 2014

I pugni del piccolo Giuseppe

Cosa pensassero è facile da immaginarlo.
D'altronde cosa vogliamo che pensasse quella coppia che, a bordo del piroscafo North American, passava davanti alla Statua della Libertà...
Erano di fronte alla "porta dorata" e poco dopo sarebbero sbarcati ad Ellis Island.
L'America, immensa, era lì, di fronte a loro.
Ellis Island, come saprete, è l'isola di New York oggi sede dell'Ellis Island Immigration Museum, il Museo dell'Immigrazione voluto nel 1990 dal Presidente Bill Clinton. 
Ma per 62 anni - dal 1892 al 1954 - è stata la prima tappa per 12 milioni di immigrati giunti nel Nuovo Mondo alla ricerca della felicità.
Fra questi milioni e milioni di italiani: 2.045.877 solo fra il 1901 e il 1910, per la precisione. 
Passeggeri che, una volta sbarcati, venivano intervistati, visitati e registrati uno ad uno.
Quel giorno, era il 17 marzo 1904, il "passenger record" - il registro passeggeri della nave a vapore "North American" salpata da Napoli 14 giorni prima - annotava il protagonista della nostra storia al numero 0020: prima di lui troviamo il padre - Di Melfi Domenico, anni 29 - e la madre: Di Melfi Rosa, anni 26. Si facevano presto, in quegli anni, le scelte coraggiose. 
Poi ecco il suo nome - "Di Melfi Guiseppe, anni 6" - e quello della sorellina Angela Maria, 3 anni.

No, non è stato un refuso: guardate qui sotto. Sul registro c'è scritto proprio "Guiseppe": non era infatti per nulla raro che, giunto ad Ellis Island, un immigrato si vedesse storpiato il proprio nome di battesimo o, peggio, il proprio cognome non anglosassone. 

Cosa sentissero nella loro testa in quell'istante Domenico, Rosa, e i figli Giuseppe e Angela Maria, lo possiamo immaginare: smarrimento, "madovecazzosiamocapitati", paura boia, "maperchénonsiamorestatidoveravamo", voglia di ricominciare da zero, "mammamiaorachecavolofacciamo", desiderio di rivalsa... 
Pensieri formulati in quest'ordine, a ripetizione, e poi in ordine contrario, e infine in ordine sparso.
D'altronde cos'altro avrebbero mai potuto pensare due giovani nemmeno trentenni che arrivavano in America dal civico 15 di  via Lilio, Anzi, provincia di Potenza: oggi 1700 abitanti. 
Allora nemmeno mille.
E tutti praticamente in miseria.

Che rabbia mi fa, cari amici, non sapere di più, non aver trovato alcuna notizia sulla vita della famiglia Di Melfi in Italia ma soprattutto a New York.
Non so niente, non ho trovato niente...
Niente di niente.
E' pur vero che stiamo parlando di cento anni fa, del secondo decennio del 1900.

Quel poco che so, è che il piccolo Giuseppe - che probabilmente aveva tutte le ragioni per essere arrabbiato con il mondo - ad un certo punto della sua adolescenza iniziò a dar di pugni. 

Nel senso di boxe. 
Ma perché e dove iniziò non sono riuscito a saperlo. 

Non c'è alcuna notizia di quel suo primissimo periodo. E pochissime foto: una è questa, che lo ha fissato mentre, assorto in una pausa durante un allenamento, il nostro Giuseppe pensava chissà a cosa.
Quel che si sa è che Giuseppe Di Melfi, essendo assai piccolino (era alto 1 metro e mezzo) rientrava nei "pesi mosca", categoria che comprende i pugili dal peso inferiore alle 114,6 libbre, 52 chili.
Una specialità che sempre ha fatto fatica a farsi strada negli Stati Uniti, dove il pubblico era più affascinato dai "giganti della boxe" come Rocky Marciano o Primo Carnera, italo americani anche loro, ma decisamente più famosi.
E decisamente più ricchi, visto che "la borsa" che vincevano dopo ogni incontro sembrava essere direttamente proporzionale al loro peso e alla loro altezza.

Quanto mi dispiace saper poco, pochissimo del nostro  Giuseppe. 
Ho impiegato giorni e giorni a cercar notizie, foto, appunti, a consultare archivi o vecchie tabelle di pugilato: ma non sono riuscito a far luce su tanti punti oscuri della vita da pugile professionista di Giuseppe Di Melfi.
Per esempio: so che gli era stato affibbiato un nomignolo ("the fighting newsboy", che più o meno potrebbe significare "lo strillone combattente", perché - come molti ragazzini dell'epoca - tirava su un po' di soldi vendendo i giornali e difendeva l'angolo nel quale si piazzava a suon di pugni...) ma all'inizio della sua carriera rinunciò al suo nome. Perché diavolo ne assunse uno finto non si sa: forse perché lui o il suo manager ritenevano quello vero troppo difficile? 
O forse perché era troppo "italiano", per una categoria già di per sé poco considerata negli States?

Sta di fatto che il pugile Giuseppe Di Melfi, diventato professionista nel 1912, cessò di esistere - almeno sul ring - per lasciar posto a "Young Zulu Kid"; ("il giovane ragazzo zulù") nome che oggi appare assai improbabile. 
Ma forse, per i tempi, con più "appeal".
Improbabile o meno, con quel nome "di battaglia" il nostro piccolo Giuseppe dal pugno di ferro iniziò - affamato come tutti gli italiani che in America si davano al pugilato - ad imporsi un incontro dopo l'altro.
Nel 1916 mise al tappeto l'allora campione dei "pesi gallo" Monte Attel, vincendo poi nello stesso anno un'altra sfida questa volta con Johnny "Kewpie" Ertle.

Gli Stati Uniti non degnarono praticamente di alcun interesse le categorie  "peso mosca" o "peso gallo" almeno fino a quando non giunse il momento di sfidare l'allora campione mondiale (inglese) Jimmy "Atomic" Wilde. 
Gli Usa, allora, raccolsero il guanto mandando all'Holborn Stadium di Londra il loro "peso mosca" migliore: "Young Zulu Kid", di Broccolino, New York City.
Il nostro Giuseppe Di Melfi, appunto.

Il 21 aprile 1917 uno dei più importanti giornali americani della costa dell'est, il "The Day" di New London, Connecticut, 


così annunciava (nel titolo!!) la sfida:
“Young Zulu Kid is not colored boy”, 
"Young Zulu Kid non è un ragazzo di colore".


Il trafiletto è tutto uno spiegare che, seppur "ad orecchio" quel nome poteva trarre in inganno e sembrare quello di un "colored boy" - di un afroamericano, si direbbe oggi - "Zulu è italiano, nato vicino a Napoli e compirà 21 anni domenica".
Per aggiungere, qualche riga sotto: "Zulu Kid è venuto in America quando aveva tre anni e combatte da cinque. Un paio di anni fa ha affrontato a New Orleans Kid Herman e Pal Moore dimostrando la sua classe contro numerosi  pugili della sua categoria".
"Zulu è già stato sconfitto da Wilde 'braccio di ferro' in Inghilterra, ma ha comunque ricevuto elogi dalla stampa sportiva britannica. Un paio di anni fa ha concluso in pareggio un incontro con Kid Herman (il cui vero nome, in realtà, era Pietro Gullotta!, NdA) e con Paul Moore", due dei "pesi gallo" più forti di tutti i tempi.

No, non vinse nemmeno quella volta il nostro Giuseppe. D'altronde Jimmy Wilde era uno dei più grandi boxeur di quei tempi: roba da 100 ko sui 130 incontri vinti.

Ma quell'incontro - terminato anche quello per ko all'11° round - fu sufficiente a far uscire dall'anonimato "Young Zulu Kid", il nostro Giuseppe Di Melfi, da Broccolino. 
Pardon, da Anzi, provincia di Potenza.
Furono le Olimpiadi di Anversa del 1920 a far cambiar la rotta, rendendo un po' più popolare negli Usa la boxe dei "pesi gallo" e dei "pesi mosca": quando cioè l'americano Frankie Genaro (qui sotto nella foto) vinse la medaglia d'oro. 
Genaro che in realtà si chiamava Franco Di Gennaro. Ad Ellis Island gli agenti dell'immigrazione storpiarono nome e cognome anche a lui, porello... 
Fu quella medaglia olimpica americana (ma tutta italiana) a dare la spinta perché fosse introdotta da allora anche negli Stati Uniti la categoria "peso mosca" fra gli incontri di boxe professionisti.

Gli mancò solo il titolo mondiale, al nostro Giuseppe Di Melfi, il quale, però - con i suoi 132 incontri ufficiali - una vittoria dopo l'altra riuscì a restare saldamente tra i primi dieci pugili professionisti della classifica mondiale di categoria per oltre 12 anni. 
Charley Rose, leggenda fra i manager della boxe Usa, lo ha posto alla decima posizione dei "pesi mosca" americani di tutti i tempi.
Nonostante i 132 incontri disputati, la carriera di "Guiseppe" Di Melfi, detto "Young Zulu Kid", non durò molto.
Così si ritirò dal ring, per venire assunto alla New York Transit Autority, l'azienda dei trasporti pubblici di New York, dove vi lavorò fino alla pensione.

Morì a New York il 1° aprile 1977, a 79 anni.

Suo figlio, Joseph Di Melfi, vive ancor oggi a Brooklyn. 
L'ho cercato, ma non sono riuscito a trovarlo.
Volevo solo dirgli che in Italia qualcuno si ricorda ancora di suo padre.
(A' Giusé: non è che questa notte me l'assesteresti per bene, dall'aldilà, un pugno dei tuoi, così me dò 'na svegliata?)



© dario celli. Tutti i diritti sono riservati

martedì 12 marzo 2013

Roba dell'altro mondo... (Un altro rimborso stupefacente...)


Chi abita nella Grande Mela afferma che ci si può considerare un "buon newyorkese" quando si riesce a passare al primo colpo il tesserino di abbonamento alla metro nell'apposita fessura del lettore delle macchinette di ingresso (come NON è riuscita la ragazza del filmato qui sotto).

 
Il costo "a corsa" della metro di New York è assai caro: 2,75$ a corsa (ad oggi pari ad 2,11 €); un po' meno se il biglietto lo si acquista in una delle macchiette presenti nelle stazioni (2,50$, 1,92€).
Per avere un'idea di cosa offre la metropolitana di New York basta dare uno sguardo qui sotto (tenendo conto che in questa cartina manca la parte nord di Manhattan, e si vede solo parte del Queens e di Brooklyn..).

Si può capire facilmente, dunque, perché praticamente tutti a New York usino la metro per gli spostamenti: più o meno 5 milioni di persone al giorno, dicono i dati della Mta, l'azienda pubblica che la gestisce.

E praticamente tutti quei cinque milioni di viaggiatori per utilizzare la metropolitana, utilizzano, più che i biglietti singoli, tessere MetroCard cumulative (che sono più convenienti) o abbonamenti MetroCard, ancor più convenienti.
                               
Ci sono le tessere da 5$ a 80$ e che riconoscono un bonus percentuale di sconto.
Poi ci sono quelle a numero di corse illimitate, che personalmente consiglio a chi è a New York per vacanza e vuole girare la città spostandosi in lungo e in largo risparmiando tempo (e soldi...). 
30$ (23€) è il costo dell'abbonamento settimanale illimitato a tutte le linee; 
112$ (86,21€) quello illimitato mensile sempre per tutte le linee.

Possono apparire parecchi, 23 o 86 €uro, ma chi è stato nella Grande Mela sa che da quelle parti si trotta come non mai, e usare la subway - con i suoi 368,5 Km complessivi che viaggiano su 23 linee passando da ben 468 stazioni, giorno e notte, 24 ore su 24 - è l'unico modo per andare su e giù per Manhattan in una manciata di minuti snobbando il suo traffico.
E' assolutamente normale, in un giorno, salire e scendere per le scale della metro una quindicina di volte. Esercizio salutare per la nostra forma fisica...

Le tessere (sia quelle settimanali che quelle mensili) sono di materiale plastico e sono "ricaricabili", facendo così una meritoria opera di risparmio energetico.

Per la verità c'è chi - in nome del riciclaggio e del riutilizzo - scatena la propria fantasia.

C'è chi la usa per farne componenti di arredamento, come l'artista-designer di New York Stephen Shaheen...
C'è chi le usa per esprimere in tutti i suoi quadri la propria arte, come la "Popart-MetroCard-artist" Nina Boesch...


C'è chi le usa più semplicemente per rendere più originale la propria bicicletta...


O chi le utilizza per confezionare insoliti capi d'abbigliamento...



(Non so perché ma, delle due, preferisco questa...)  ;-)













I più parsimoniosi, però, la riciclano riutilizzandola, o meglio, ricaricandola.

L'operazione "ricarica" è assai semplice. Com'è facile intuire, si tratta di reintrodurre la tessera nella Mta vending machine, e inserire nell'apposita fessura la banconota da 10 dollari (o più) e sfiorare sul video touch screen le opzioni opportune.

Tutto semplice, appunto.


A patto di non essere deficienti come me.

Non era certo la prima volta che "ricaricavo" la tessera settimanale.
Per arrivare alla fine della mia permanenza nella Grande Mela avevo calcolato che sarebbero stati sufficienti dieci dollari (7€ e 76 cent); eppure quella volta, la semplicissima operazione di ricarica non andò in porto. Per farla breve: la macchinetta mi restituì sì la MetroCard, ma senza che questa fosse stata ricaricata. E dei dieci dollari, nemmeno l'ombra.

Immaginatevi la scena. 
Voi cosa avreste fatto se dopo aver infilato la tessera... 
dopo aver inserito la banconota da dieci dollari... 
dopo aver visto che la tessera usciva "scarica"...
Cosa avreste fatto?
Dai, avreste fatto come me, che ho cercato di "sollecitare" la macchinetta con leggeri colpetti.
Con i "colpetti" che via via divenivano sempre più "decisi".  

Era evidente che dovevo aver sbagliato qualcosa. O forse la macchietta era guasta, non so...
Sta di fatto che presto i colpetti divennero pugni.

Mi fermai solo quando mi accorsi che venivo osservato dalla gente attorno (che nel frattempo si era allontanata di qualche passo) quasi come se fossi stato un pericoloso terrorista di Al Queda.
Ma soprattutto mi fermai perché - tempo una manciata di secondi - alle mie spalle si materializzò un'addetta della Mta.
Afroamericana, gigantesca, urlava parole incomprensibili, ma il suo tono di voce, l'espressione e la gestualità, rendevano tutto molto comprensibile.
L'unica frase che ben compresi fu: "Hey man, giù le mani dalla MIA macchina!!".

Devo ammettere che la signora - responsabile di quel gruppo di "Mta vending machine" - quando si rese conto che si trovava di fronte ad uno straniero (che ai suoi occhi doveva risultare piuttosto cretino se era nemmeno capace di caricare semplicemente una MetroCard) - divenne immediatamente comprensiva, assumendo all'istate il ruolo di "maestra d'appoggio". Cambiando tono di voce mi disse con aria severa e materna: "non ci si comporta così".
Insieme tentammo una seconda "operazione ricarica": sillabando le parole mi disse qualcosa del tipo "M e-t t i  la  c a-r t a  q u i",
"P r e-m i  q u i",  "D i-g i-t a  q-u-e-s-t-a  o-pzio-ne"...
Il tutto, peraltro, mentre sul display comparivano le istruzioni in italiano.
Eh sì, evidentemente devo proprio avere una faccia da deficente...

Poi intervenne una sua collega, fin'allora restata in silenzio e due passi più dietro (forse temevano una mia fuga...).
Si rivolse a me con lo stesso tono con il quale io mi rivolgo a Sofia, quando la mia canaamoremio combina qualcosa di grave. Collega che mi intima, alzando assai la voce, di tirare fuori il portafoglio.
Lo confesso: per un istante ho avuto il sospetto che mi volesse rapinare...
A quel punto mi chiese la mia carta di credito ("Ecco, ora mi rapina...") e la avvicinò alla MetroCard che avevamo appena caricato: fu a quel punto che, tuonando con una voce da soprano, urlò un "NO!" che attirò l'attenzione di un paio di centinaia di persone.
Finalmente (ed incredibilmente...) intuisco: ok, non si deve tenere la MetroCard vicino alla carta di credito o al bancomat. Infine, prende una tessera esaurita e davanti ai miei occhi la piega ripetutamente urlando ancora "NO!".
Ok, ho capito: la MetroCard non deve essere piegata...
(Non c'è dubbio: devo proprio avere la faccia da deficente...).

Poi mi disse che due fermate dopo, all'apposito sportello, avrei potuto ritirare il modulo per reclamare il rimborso dei miei dollari che avevo perso durante il primo tentativo. 
Scandendo le parole che pronunciava ad alta voce si raccomandò di annotare con cura e poi di scrivere chiaramente il numero della "MetroCard Vending Machine" della quale contestavo il mal funzionamento. Avrei poi dovuto descrivere brevemente quello che era avvenuto e il mio indirizzo di casa italiano.
Dopo le "opportune indagini e verifiche tecniche", mi disse, "eventualmente", sottolineò, mi sarebbe stato accordato ed inviato il rimborso.


"Sì, domani..." pensai, mentre lei mi salutò allontanandosi.

Il modulo dei "reclami" (in verità ne ritirai due "non si sa mai..."), lo compilai con la stessa attenzione che investe uno studente ad un fondamentale esame scritto. Poi lo misi dentro l'apposita busta che lasciai alla reception di un albergo.
Il primo che mi trovai davanti.
"Voglio proprio vedere...", pensai.

...

Mi dimenticai presto di quell'episodio.

Quando torno da un viaggio americano confesso che mi pervade la depressione. Non esco, lascio il bagaglio più o meno intatto per settimane, quasi come se dovessi ripartire da un momento all'altro.
Per casa (per giorni, giorni e giorni...) girano cartine, atlante stradale, libri comprati negli Usa, souvenir, depliant, biglietti, bigliettini e via dicendo. Di solito metto sotto carica il telefonino americano, che pealtro in Italia non funziona, e meditando sul "da farsi" - sul famoso "piano d'azione" - lascio che il tempo mi scivoli sopra.
Quando posso mi prendo un po' di ferie "cuscinetto", prima di tornare al lavoro e in quei giorni vago per casa (essì che è piccola...) più o meno come uno zombie.
Fino a quando tutto, lentamente, ritorna alla normalità: il lavoro, la macchina, il traffico, la casa, la spesa, le bollette, gli amici...

Poi, una mattina, succede che trovi una busta nella cassetta della posta.
Una busta che arriva "dall'altro mondo".

Quante settimane erano passate da quella mattina in cui prendevo a pugni la macchinetta della metropolitana di Manhattan?
Cinque, sei?
Davvero non pensavo più a quei dieci dollari perduti, alla mia inutile battaglia (prima ragionevole, poi a colpi di pugni...) contro quella biglietteria automatica, all'enorme signora afro-americana che mi rimbrottò, al modulo che compilai con attenzione lasciandolo - senza alcuna speranza, lo confesso - al portiere di un albergo perché lo spedisse per mio conto; giusto per vedere se poi sarebbe successo qualcosa...

La lettera, scritta su carta intestata del "Mta, New York City Transit", era firmata dal "Direttore del Servizio Consumatori MetroCard":

"Gentile signor Dario,
abbiamo apprezzato la sua segnalazione in merito al problema che ha avuto nell'utilizzare un nostro distributore automatico MetroCard.
Effettivamente abbiamo verificato che la macchina conteneva una banconota da dieci dollari in più".
(Seguono ben dodici - 12! - righe di didattiche e particolareggiate istruzioni - corredate anche di depliant illustrato a colori! - su come avrei dovuto svolgere correttamente l'operazione ricarica della tessera se non fossi stato un impedito...).

"Come vede, accluso a questa lettera c'è un assegno di dieci dollari, corrispondente al valore della banconota che la MetroCard Vending Machine n. 2550 le ha trattenuto nel corso di quello spiacevole incidente.

A noi sta a cuore molto seriemente tutto ciò che riguarda i nostri clienti, e dunque, scusandoci dell'inconveniente, qualora avesse bisogno di ulteriori chiarimenti le comunichiamo che può telefonare al (212)638-7622 dalle 9 alle 17, dal Lunedì al Venerdì.

Sincerely,
Annette Stewart".



Già, proprio roba "dell'altro mondo"...

Mi girai la lettera fra le mani e, ancora una volta fra l'incredulo e l'incazzato, scossi la testa.
Pensai all'assegno di rimborso (poi clicca sul rosso...), quella volta nemmeno richiesto, che più di dieci anni prima mi spedì la Hertz.

Decisi di mettere questo sotto vetro e appenderlo al muro.
Lentamente le mie dita si sorpresero a digitare sulla tastiera le lettere dell'indirizzo internet del sito sulla Lotteria Green Card...  
(Se vuoi saperne di più sulla Green Card clicca sul rosso).



© dario celli. Tutti i diritti sono riservati.

mercoledì 16 maggio 2012

La New York di (da) sopra e di (da) sotto...

Narra la storia che un giorno del 2001, un oscuro geometra dell'amministrazione di New York fu mandato a fare un sopralluogo per verificare i modi, i tempi e i costi dello smantellamento dell'ultima vecchia linea di metropolitana sopraelevata di Manhattan.
O meglio, di quel che rimaneva.
 

Per più di cinquant'anni - dal 1920 alla fine degli anni '80 - questa linea ferroviaria sopraelevata, costata 150 milioni di dollari di quei tempi, è servita per rifornire New York di derrate alimentari (latte e carne, soprattutto) e materiale da costruzione che arrivavano dall'oceano con le navi che percorrevano controcorrente l'ultima parte del fiume Hudson.
Qui, poi, si trovava il "Meatpacking district", il distretto del "macelli", dove la carne appunto veniva sezionata, confezionata o smistata nelle macellerie della città o al Chelsea market, il mercato coperto sopra il quale i binari scorrevano.

Dal progressivo disuso degli anni '60 si è arrivati alla chiusura del 1980 - per ovvi motivi di sicurezza e di inquinamento acustico - con conseguente blocco degli accessi e inevitabile abbandono.

Finché, dopo vent'anni appunto, quell'oscuro geometra dell'amministrazione fu inviato per fare i primi conti di quanto sarebbe costato lo smantellamento dell'intera struttura di ferro e cemento lunga chilometri a una decina di metri di altezza fra la 20a st. e Gransevoort St. nel Meatpacking district, appunto.

 






















(Thank's thehighline.org)

Dunque questo sconosciuto signore, un giorno del 2001 si trovò a riaprire uno dei lucchetti che chiudevano uno dei cancelli d'accesso. Salì le scale di ferro un po' arrugginite dal tempo e arrivò in cima, sulla ferrovia.

Che in vent'anni era stata "mangiata".
                          
I binari, infatti, erano quasi spariti: avvolti, mimetizzati, da una vera e propria foresta selvaggia cresciuta in quei dieci anni. 
Erba, cespugli, fiori selvatici, financo veri e propri alberi, nati da semi volanti.
(Thank's The Last Walkman)

Non conosco il nome dell'oscuro impiegato comunale, ma sappiamo che vedendo quella natura selvaggia che aveva preso il sopravvento e passeggiandoci dentro, ebbe un'immediata illuminazione: "Ma perché smantellare tutto spendendo un sacco di bigliettoni verdi? Ma questo è un bellissimo parco!"

Peraltro, quella, era una richiesta che a gran voce in quegli anni portavano avanti quelli dei Friends of the High Line, comitato di cittadini della zona che chiedevano la "salvezza" della vecchia High Line, che osservavano dalle finestre o nel corso di incursioni più o meno clandestine.
 
Dunque, la decisione venne presa: il Comune pubblicò il bando di concorso che venne vinto dalla collaborazione di due studi d'architetti.
Nel 2009, l'inaugurazione.
Saliamo insieme?
Una struttura splendida, una idea originalissima e davvero organizzata in modo meraviglioso: una delle più belle "cose" che io abbia visto a New York negli ultimi anni.

Organizzata alla perfezione, dicevo: con il verde curato nei minimi dettagli (rispettando anche la flora selvaggia nata spontaneamente), manutenzione costante da parte di giardinieri, ascensori sempre funzionanti per l'accesso ai disabili, servizi igienici pulitissimi, sorveglianza dall'apertura - alle 8 del mattino - fino alla chiusura, alle 22.

E' una passeggiata di alcuni chilometri nel verde a dieci metri d'altezza, dalla quale si gode, da una parte, il panorama ad est, sull'ultima parte dell'Hudson,  e dall'altra la parte centrale di Manhattan: con l'Empire State Building che svetta.

Panchine e lettini di legno sono a volte posate sui binari originali dei treni, con le ruote alla base che permettono l'eventuale avvicinamento o l'allontanamento.  
Questo "anfiteatro", capovolge la normalità. Qui ci si può riposare osservando uno spettacolo sempre diverso: la vita di New York che scorre viva sotto.





Un percorso che si snoda fra nuove costruzioni nate proprio durante o dopo il recupero della linea. Facendo immediatamente rivalutare tutta la zona. 
Ma anche, un po', le tasse di chi abita in questa zona, visto che mantenere l'High Line, costa...

I chilometri del parco pensile più lungo del mondo si insinuano fra i palazzi, per trovare poi improvvisamente spazi più ampi che danno sul vecchio quartiere, il Meetpacking district, fino ad una decina di anni fa formato da depositi di carne, magazzini e piccole fabbriche.
Costruzioni oggi trasformate in negozi di moda, lussuosi loft, gallerie d'arte.
Una vecchia palazzina è stata trasformata in parcheggio "a silos"...




... mentre in un tratto c'è una davvero insolita "fontana per i piedi", decisamente un sollievo in estate, viste le estremità bollenti straziate dai chilometri che si percorrono a Manhattan...

Panchine, lettini, chaise long, da dove - riposandosi e chiacchierando - ...
... si può godere di un tramonto eccezionale.

Sotto, il vecchio mercato coperto, il Chelsea Market, oggi è così, con negozi di ogni tipo: compreso un forno del pane, una pescheria, gelaterie, bar...



























Fra un anno, se non sbaglio, il parco sarà completato, con la ristrutturazione anche degli ultimi 800 metri, quelli che finivano in acqua.
E son proprio curioso di vedere come e se verrà utilizzato e integrato nel progetto il fiume Hudson.

Fin qui, come dice il titolo, "di sopra", ma occupandoci del "di sotto", il successo dell'High Line ha spinto gli urbanisti a osare progettando cose quasi da fantascienza.

Ho già scritto, qualche intervento dietro, della zona di Katz's (non lontana dal palazzo rosso dalla cima del quale svetta un Lenin che saluta Wal Street e la Statua della Libertà), nel Lower East Side di Manhattan.
Ebbene, guardate cosa c'è sotto, proprio dove scorre la metropolitana (anzi, quattro linee di metropolitana...) all'altezza della stazione di Essex st. 
                         
Si tratta di un vecchio "terminal" del 1903, in disuso dal 1948 e da allora abbandonato.
Ma perché sprecare tutto questo ben di Dio di spazio?
Insomma, dopo il parco sopraelevato più lungo del mondo, New York sarà la prima città al mondo ad avere anche un parco (con alberi e prati) "sotterraneo" e il cui verde crescerà e sarà nutrito da luce naturale.
Che è già stato battezzato Low Line, il parco underground di Nyc. 
Per ora possiamo solo goderci l'animazione che illustra il progetto...

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