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sabato 17 settembre 2016

L'America, dove anche gli illegali sono una risorsa.


13 miliardi di dollari. 
Tanto, secondo le statistiche governative americane, sono i soldi che gli illegali (quelli che da noi vengono chiamati con una punta di disprezzo "clandestini") versano ogni anno nelle casse della "sicurezza sociale" degli Stati Uniti, lavorando.
"Gli immigrati rendono l'America forte"
Snocciola dati e cifre, Stephen Goss, responsabile della SSA, la "Social Security Administration", in una recente intervista al sito "News Vice.com".
La prima riguarda la stima di quanti immigrati illegali vivono (e lavorano) negli States: intorno ai 7 milioni.
Di questi, più o meno 3 milioni e 100mila lavor
ano usando numeri di previdenza sociale falsi o scaduti.
Ma tutti i lavori, anche quello degli illegali, producono ricchezza: e non solo ai lori datori di lavoro o grazie a ciò che i lavoratori poi consumano.

Per esempio: solo le tasse sui loro salari, sui salari dei clandestini, fanno guadagnare all'America qualcosa come 10-13 miliardi di dollari l'anno.
Ossigeno per le casse del Social Security Trust Fund (per semplificare, l'Inps americana), il fondo fiduciario che provvede alle pensioni di vecchiaia, di reversibilità e di invalidità.
Pensate: secondo stime della SSA, negli ultimi dieci anni soltanto gli immigrati "illegali" che lavorano negli Stati Uniti hanno versato nelle casse americane qualcosa come $ 100.000.000.000.
Ricevendo, in cambio, servizi e vantaggi soltanto per 1 miliardo di dollari.

Avete letto bene: hanno versato cento miliardi di dollari, una media di dieci miliardi di dollari l'anno.
Anche se le persone che vivono negli Stati Uniti illegalmente (pagando però le tasse) è assai improbabile che saranno mai in grado di trarre vantaggio, più tardi nella loro vita, dal versamento dei loro contributi, ammettono alla "Social Security Administration".

Contributi degli illegali che, sempre secondo dati ufficiali attendibili, vivono distribuiti così, negli Stati Uniti.
Per esempio: secondo un'inchiesta di "News Vice.com", la maggior parte delle aziende lattiero-casearie degli Stati Uniti si reggono in gran parte sul lavoro di immigrati illegali.
Offrono, infatti, paghe troppo basse - che i lavoratori americani non accettano - ma nello stesso tempo non sono in grado di assumere legalmente lavoratori stranieri.
Così come le aziende agricole.
Anche se però - come ha osservato il proprietario di una di queste - i suoi dipendenti (quelli illegali) non ottengono poi il sussidio di disoccupazione, nonostante siano assunti e versino regolarmente le tasse.

Il Dipartimento per la sicurezza e l'immigrazione ha anche tracciato una cartina che evidenzia le nazionalità d'origine di lavoratori illegali maggiormente presenti negli Stati Uniti, messicani a parte.
Lavoratori che, con il tempo, cercano di regolarizzare la propria posizione.

Vi chiederete: ma come è mai possibile tutto questo?

I lavoratori immigrati illegali, di solito, presentano al datore di lavoro una documentazione falsa (documenti e numeri di previdenza sociale).
Un "segreto di Pulcinella", diciamo, un fatto di cui i datori di lavoro sono praticamente sempre al corrente. 
Ma per loro basta che il dipendente abbia voglia di lavorare e non sia un "pianta grane".

Una volta assunti, questi "lavoratori dalla documentazione discutibile" - come eufemisticamente li chiama il proprietario dell'azienda di cui sopra - finiscono a tutti gli effetti sul libro paga dell'azienda.

Con le tasse derivate dal loro lavoro che, dunque, vengono versate automaticamente allo Stato, come accade a qualsiasi altro dipendente.


Un fatto che viene visto positivamente nel corso delle pratiche di "naturalizzazione": un atto di buona volontà da parte di chi (il lavoratore clandestino) non sarebbe certamente tenuto a farlo.
A versare le tasse.
Il lavoratore illegale, così, fornisce ricchezza non solo al suo datore di lavoro, ma anche alla società americana.

Il denaro derivato dai versamenti dei clandestini americani, infatti, va al Ministero del Tesoro federale, che lo utilizza (anche) per finanziare il Medicare, il programma di assicurazione medica gratuita che, dal 1965, riguarda gli ultra 65enni, indipendentemente dal loro reddito.


Mica scemi, gli americani...
Strano Paese, l'America, vero?


 © dario celli. Tutti i diritti sono riservati 

venerdì 8 agosto 2014

La casa di Pauline

Pauline è stata due giornate a mettere via tutto.
Aveva 92 anni, Pauline Manpearl, e con un filo di voce chiedeva alla sua amica Betty Weiss: "Dove mi portano? Dove dormirò questa notte?".

Ms. Manpearl è stata l'ultima ospite di una casa di riposo di Los Angeles, la "Sunset Hall". Una casa di riposo americana molto, molto, particolare. 
Casa di riposo che - con lei che se ne andava, quel giorno del marzo di nove anni fa - avrebbe chiuso i battenti per sempre.

Che la "Sunset Hall" sia stata una casa di riposo diversa dalle altre lo si capiva sia dal motto scritto nel cartello di ingresso ("Mantieni viva la speranza"), sia dal resto del nome: "Casa di riposo del Libero Pensiero".

Anche i libri che Pauline si portava con sé, facevano trasparire senza troppa difficoltà qualcosa.
Libri ai quali lei non avrebbe assolutamente rinunciato. Già era depressa dal cambiare casa, ma lasciare anche i suoi libri, no, per la miseria!
Romanzi?
Naa, siete fuori strada.

Il primo che si notava si intitolava "Karl Marx: il suo ambiente e la sua vita".
Lo aveva messo a disposizione della biblioteca della Casa di riposo (dove, ovviamente, tutti mettevano a disposizione di tutti i propri libri...) e stava accanto ad altri del tipo "Opere di Lenin. Raccolta"; 
"Karl Marx e l'etica cristiana"; 
"Ecco la Cina comunista";
"Unione degli Stati Uniti Comunisti d'America. A quando?".
Maggie Kuhn
fondatrice delle "Gray Panthers", le "Pantere Grigie
"
Cari amici: scrivo spesso, in queste pagine, che gli Stati Uniti sono sempre qui a stupirci e prenderci in contropiede, e la "Sunset Hall" ne è (ne era, pardon...) la dimostrazione.

E lo è stata per quasi un secolo. 

Si trattava, infatti, di una casa di riposo che fin dalla nascita - era il 1924, quasi un secolo fa (e in molti sensi...) - aveva una missione principale: ospitare negli ultimi anni di vita militanti comunisti, sindacalisti, sacerdoti progressisti, anarchici americani.
"Radicals" di ogni tipo insomma...
Per quasi novant'anni la "Sunset Hall" è stato infatti il "buen retiro" di giornalisti, sceneggiatori sovversivi di Hollywood, scrittori, editori e militanti comunisti, socialisti, anarchici.
Il problema fu che se i comunisti sono iniziati a scarseggiare in Italia e in Europa, figuriamoci negli Stati Uniti d'America...

E infatti i tempi in cui le 39 stanze della "Sunset Hall" erano tutte occupate (e lunghissima era la lista d'attesa di vecchi sovversivi americani che volevano lì passare gli ultimi anni della loro vita) erano finiti da un bel po'.

Così come erano finiti i tempi in cui gli ospiti della casa di riposo - al posto di andare a fare amene gite al mare o in montagna - noleggiavano pullman per partecipare a qualche manifestazione di protesta in giro per l'America, dove alzavano orgogliosamente (anche su una sedia a rotelle...) il pugno chiuso.
D'altronde, quelli, erano gli anni '60-'70.

1979, marcia antinucleare.
Le Gray Panthers a Washington
Quando invece la nostra amica Pauline è stata costretta a fare i bagagli e a portarsi via i suoi preziosi libri, le camere occupate erano solo undici.
Il "ragazzino" , il più giovane degli ospiti, aveva 65 anni;
il più anziano, 102.

Negli ultimi anni ne avevano discusso tanto gli ospiti, tutti soci della cooperativa: ci furono collettivi e infuocate assemblee. Ma alla fine tutti sono stati costretti a capire (erano comunisti utopisti, sì, ma non certo poco pragmatici...) che con quei conti non avrebbero potuto andare avanti molto.
 
E infatti sono stati loro stessi - o meglio, formalmente il loro "Consiglio di Casa" - a prendere atto che le regole capitaliste imponevano loro di esporre bandiera bianca.
Ammainando quella rossa.
Dannazione.

(Photo by Gary Leonard)
D'altronde i conti parlavano da soli: trecentomila dollari di debiti erano troppi per quei poveri 11 anziani militanti comunisti americani che fino ad allora avevano vissuto in una casa di riposo "assolutamente senza scopo di lucro", così recitava il rigidissimo statuto marxista-leninista. 

"Mi mancherà questo posto", disse la nostra Pauline, dando ancora un ultimo sguardo alla sua camera.

Pauline, che più che ricordare quello che aveva fatto ieri  raccontava volentieri di quella volta che, 65 anni prima, aveva partecipato ad un corteo di protesta.
Finito con botte fra manifestanti e forze dell'ordine.
Con Jerry (il suo figlio 70enne) che ascoltando per l'ennesima volta quel racconto, sorrideva facendo "sì" con la testa.

"E' la fine di un'epoca", disse il figlio di ms. Manpearl. "E' che in tutta l'America pare non si trovi più un comunista che abbia voglia di vivere con altri compagni gli ultimi anni della propria vita".

Bei tempi in cui i 40 compagni ospiti si ritrovavano tutti insieme a discutere di politica, di "socialismo americano", dell'"anarchismo e dell'attualità del pensiero di Bakunin", della "deriva stalinista dell'Urss", della "lotta dei movimenti di liberazione africani", de "Il femminismo comunista nell'America di oggi".
Ore di discussioni accese, dibattiti, letture di testi ad alta voce.
Ma erano altri tempi, quelli: quelli in cui ex insegnanti, sindacalisti, ingegneri, avevano scelto di passare gli ultimi anni della loro vita con chi aveva diviso lotte e stile di vita.

Fra gli ospiti c'era anche un ex dattilografo del CPUSA, il Partito Comunista degli Stati Uniti d'America.

Una vera rarità, che ne aveva cose da raccontare...

Insomma, altro che minestrine e partite a carte o bingo!
Altro che telefilm davanti ai quali ci si addormenta la sera...

Come la questione del pane di segale, per esempio, un punto fermo nella dieta per i degenti del 
"Sunset Hall". Una scelta che fu oggetto di furiose discussioni con un nuovo ospite che insisteva a volere pane bianco. 
Il poveretto stette un paio di mesi alla "Sunset Hall", poi gettò la spugna, andandosene in una casa di riposo capitalista.
"D'altronde quello era un repubblicano...", commenta facendo una smorfia Pauline. 



Ora, tutto questo, era finito.

E pensare che un giudice (vero, uno della "giustizia borghese") inizialmente aveva dato ragione esaminando il loro appello contro la chiusura. Che avveniva, scrivevano loro ricorrenti, con la "pretestuosa scusa" di un gigantesco debito.
Chiusura divenuta però, poi, inevitabile.

L'ultima loro battaglia, quei vecchi comunisti della  "Sunset Hall", l'hanno consumata contrattando il trasloco e la loro nuova destinazione: alla fine, almeno, sono rimasti insieme, trovando posto in due case di riposo vicine fra loro.

Dove trovarono, però ospiti ai quali - è stato detto loro chiaramente - la politica non poteva fregare di meno.

Ammainata la bandiera rossa ("ma non certo nel mio cuore..." disse uno di loro) e abbandonato il loro edificio, non hanno poi voluto sapere nulla dei progetti della società finanziaria che aveva comprato il loro vecchio edificio. 
Accollandosi tutti i suoi debiti. 
Ma non ci voleva molto ad immaginare che la loro Casa del Popolo sarebbe stata demolita per lasciare il posto ad un (lo scrivo mente mi tremano le dita...) condominio di lusso.

Proprio a MacArthur Park, che solo fino a qualche anno prima (ok, una cinquantina di anni fa...) era un quartiere di immigrati progressisti! 
Che orrore...

Unica loro vittoria: la retta. 
Nelle loro nuove case di riposo di impronta capitalista (che Marx li perdoni!) avrebbero pagato la stessa cifra: 1500 dollari al mese per la camera, i pasti e l'assistenza infermieristica.
Quella medica era loro garantita dal Medicare, l'assicurazione federale che negli Usa è garantita a tutti i pensionati americani.


A trasloco fatto, uno di loro si è presentato così agli amici ("compagni"? Naaa...) della nuova Casa di Riposo: "Stai parlando con un avanzo di galera, amico. Attento perché io sono un vecchio rosso americano!".
Possiamo immaginare le facce sbigottite di chi - tutto partita a carte, bingo e telenovelas - si è sentito dire una cosa del genere.
O quando un'altra dei nuovi arrivati (91 anni...), camminando  con il girello, ha tentato di rompere il ghiaccio raccontando ai suoi nuovi compagni (pardon, amici) di aver preso atto delle "straordinarie diseguaglianze del sistema capitalista" quando di anni ne aveva 19.
"D'altronde vi ricordate di Sacco e Vanzetti, no?", disse rimanendoci un po' male quando vide l'espressione interrogativa dei suoi nuovi compagni di riposo.

"Ma la Cnn, almeno, la guardate?".
Altro silenzio.
Che fu una risposta più che eloquente.

Diamine, ma che razza di fessi ignoranti ci sono qui intorno?

Che fossero finiti i tempi d'oro, i superstiti lo avevano capito da un po': quando al "Sunset Hall" arrivarono gli ultimi cinque nuovi ospiti, che di politica non ne volevano sentir parlare.
Uffa, che noia!
E allora di che parliamo? 

Pauline, allora non lo sapeva che quella sarebbe stata solo l'antifona di ciò che sarebbe accaduto presto.
La fine di Sunset Hall, il paradiso dell'idealismo. "Meraviglioso idealismo", lo definì Pauline.

Che poi guardò la sua inseparabile amica Betty (90 anni, 75 dei quali passati a occuparsi di politica progressista...), si fermò fissando il vuoto, e le chiese, guardandola negli occhi: "... Di cosa stavamo parlando?".


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